Il titolo del disco è la citazione virgolettata di un libro di Lott dedicato alla
classe lavoratrice e  ai menestrelli di colore da cui si è sviluppata la musica Usa

Dylan, viaggio alle radici della musica americana
Esce martedì prossimo «Love and theft», il nuovo attesissimo album del cantautore d'Oltreoceano

                 Attenzione, nel nuovo disco di Bob Dylan in uscita l'11 settembre (il primo di canzoni nuove dopo il
                 pluripremiato Time out of mind del 1997 - tre premi Grammy, incluso quello di disco dell'anno), noterete
                 che il titolo in copertina è virgolettato: Love and theft. Non è un particolare da poco; la virgolettatura,
                 normalmente, sta a intendere una citazione, una presa in prestito da un altro autore di una frase o,
                 appunto di un titolo. Love and theft (Amore e furto) Bob Dylan l'ha preso in prestito dal libro del
                 professore dell'Università della Virginia (inglese, ma insegnante in America) Eric Lott che ha come
                 sottotitolo Blackface minstrelsy and the american working class, «I menestrelli di colore e la classe
                 lavoratrice americana».
                 Si tratta di un apprezzato studio sugli spettacoli musicali itineranti, i cosiddetti minstrel show, assai
                 popolari nell'America del 19° secolo, dalla cui tradizione si sarebbero poi sviluppate, nel 20° secolo, le
                 forme musicali del blues, del jazz, del country, e un bel giorno, da tutto questo melting pot, il rock'n'roll.
                 Lott esamina il ruolo dei minstrel show di colore nelle lotte politiche che condussero alla Guerra civile
                 americana.
                 Cosa c'entra tutto questo con l'ex menestrello dei diritti civili, con il rocker di Like a rolling stone, con il
                 poeta visionario di Mr. tambourine man? C'entra, perché Bob Dylan ha prodotto un bellissimo e
                 raffinato disco che paga tributo alle radici profonde dell'America, immaginandosi musicalmente (e
                 liricamente) tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, tra musica western swing, una versione
                 ritmata della musica country & western, tra elegantissimi motivi con l'incedere tipico del crooner che
                 strizzano un'occhio a Frank Sinatra e infine con qualche accelerata rock blues più elettrica e sferzante.
                 Un disco profondo, pieno di significati e di rimandi, a tratti intellettuale, a tratti «popolare»: Bob Dylan, a
                 sessant'anni, dimostra di essere ancora la coscienza dell'America.
                 Un disco affascinante, che si avvicina, musicalmente, a quanto sta già avvenendo in America da qualche
                 anno a questa parte, e cioè un revival di certe forme sonore (il western swing e lo swing in generale) che
                 sta ricevendo un successo clamoroso, basti pensare al caso dell'ex punk-rockabilly Brian Setzer (quello
                 degli Stray Cats) che si è inventato la Brian Setzer Orchestra pagando tributo con swingatissimi ed
                 elettrizzanti brani a certi eroi musicali come Louis Prima. Oppure a gruppi come i Br-49s, assai popolari
                 e che sembrano schizzare fuori direttamente dagli anni Quaranta, alfieri del miglior country western
                 swing.
                 Dylan, però, è più colto e più raffinato: le canzoni del nuovo disco lo vedono immaginarsi come un
                 personaggio del XIX secolo che ti invita nel suo elegante salotto per raccontarti storie e avventure dei
                 tempi della Guerra civile, con divertenti aneddoti e sagaci resoconti. In tutte le canzoni infatti abbondano
                 i riferimenti gettati volutamente a casaccio su quel periodo storico, su luoghi e su personaggi d'epoca,
                 come se un ipotetico sopravvissuto a quei tempi lì fosse in qualche modo apparso oggi per le strade di
                 Los Angeles o di New York e parlasse con la lingua di un mondo ormai scomparso («Instaurerò la mia
                 legge / Attraverso la guerra civile»; «Scappano da qui in ogni modo / La pioggia fredda può darti i
                 brividi / Se ne sono andati giù sull'Ohio, sul Cumberland sul Tennessee / In tutti gli altri fiumi dei ribelli»;
                 «Mio padre è morto e mi ha lasciato, mio fratello è stato ucciso in guerra»; «Il mio capitano è uno
                 decorato / Non è un sentimentale, non gli dà affatto fastidio quanti suoi compagni siano stati uccisi»;
                 «Risparmierò gli sconfitti, parlerò alle masse / Insegnerò la pace ai conquistati, domerò i superbi»).
                 Nelle nuove canzoni di Dylan immagini di duecento anni di storia americana si mischiano, a volte in
                 modo caotico, a volte illuminante, come nell'epocale High Water (For Charley Patton). Charley Patton,
                 a cui il brano è evidentemente dedicato, è stato negli anni Venti e Trenta uno dei primi e più importanti
                 padri della musica blues del Delta del Mississippi; nel 1927 scrisse un brano dal titolo omonimo,
                 Highwater, dedicato alla grande inondazione del Mississippi che uccise migliaia di persone e provocò
                 anche un certo cataclisma politico nel paese. Dylan costruisce una serie di efficaci immagini (su una
                 superba melodia di stampo folk blues con tanto di banjo) in cui i tentativi dell'uomo, anche le cose più
                 grandi come le libertà costituzionali, diventano nulla davanti al destino che ci chiama: «La gente perde le
                 sue proprietà e sta lasciando la città / La riforma (..) dice: "Balla con chi ti dicono di ballare o non ballare
                 per nulla" / "Non cercare di appoggiarti a me / Non vedi che sto affogando anch'io / Acque alte
                 dappertutto».
                 Si permette anche il lusso, Dylan, questo uomo che ha sempre immesso un profondissimo senso
                 religioso nella musica rock, di prendere in giro lo studioso inglese del XIX secolo George Lewes,
                 sostenitore di Charles Darwin (citato anch'esso nella stessa canzone) e soprattutto propugnatore
                 dichiarato delle dottrine che volevano la separazione della teologia dalle scienze. Dylan sbatte Darwin e
                 Lewes sull'Highway 5, mentre uno sceriffo dà loro la caccia, dicendo: «Li voglio vivi o morti».
                 A un certo punto (nella bellissima e conclusiva ballata acustica Sugar Baby) spunta anche l'arcangelo
                 Gabriele, e il messaggio, adesso, è fin troppo chiaro: «Alza gli occhi, alzali, cerca il Creatore, prima che
                 Gabriele suoni la sua tromba».
                 In questa sorta di circo che attraverso l'America e la sua storia (ma non solo: qua e là per le canzoni
                 spuntano anche Romeo e Giulietta, Otello e Desdemona, Tweedle Dee e Tweedle Dum, due
                 protagonisti, questi ultimi, di «Alice nel paese delle meraviglie» di Lewis Carroll), non a caso la canzone
                 forse più bella si intitola Mississippi (incisa qualche anno fa da Sheryl Crow a cui Dylan la regalò in
                 anteprima): una dolce dedica al grande e maestoso fiume che spezza in due gli Stati Uniti e sulle cui rive,
                 nel bene e nel male, si è costruita una nazione. Una nazione che Bob Dylan sta ancora cantando, come
                 quarant'anni fa.
Paolo Vites
 
 
 

MAGGIE'S FARM

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