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Il sole si fece un varco e illuminò con un fascio di luce la scia dell'aliscafo sull'acqua. Ogden finì il suo Martini, lasciò il tavolino del bar affollato per l'ora dell'aperitivo, e si incamminò lungo il viale. L'uomo lo avvicinò a pochi passi dall'imbarcadero.Tenendo una sigaretta tra le dita scandì poche parole in codice, poi chiese da accendere. Ogden gli porse l'accendino. "Alle dieci, stanza 230" mormorò, dopo aver acceso la sigaretta. Poi ringraziò con un cenno del capo, allontanandosi in fretta. Ogden sapeva che quel tipo di procedura significava che il Servizio doveva recapitargli urgentemente del materiale; ma se Stuart non si era messo in contatto direttamente era perchè voleva che lui, prima, ne prendesse visione. Poco lontano, Robert Hibbing stava scendendo da una Limousine davanti all'elegante hotel sulla riva del lago. Mentre il suo bagaglio veniva scaricato, il cantante alzò gli occhi, il cielo si stava schiarendo, il pericolo di pioggia, almeno per il momento, era scongiurato. Hibbing aveva lasciato Montreux in tutta fretta, quella mattina, proprio a causa del cattivo tempo. La pioggia era iniziata il giorno prima ed era caduta ininterrottamente anche durante la sua esibizione al Festival. Questo lo aveva esasperato: quando pioveva era convinto di cantare male. Anche se il pubblico gli aveva tributato una lunga standing ovation, era certo che, senza la pioggia, la sua performance sarebbe stata migliore. Perciò la mattina, quando si era affacciato alla finestra e aveva visto le nuvole basse cancellare il paesaggio e la pioggia punteggiare la superficie del lago, aveva deciso di andarsene da Montreux immediatamente. Si sarebbe preso due giorni di libertà poi, insieme all'autista, avrebbe raggiunto il resto della troupe a Milano, per l'ultimo concerto del tour europeo. Jack, il road manager, aveva cercato di dissuaderlo, pur sapendo che quando lui decideva qualcosa, c'era poco da fare. La sua preoccupazione era diventata vero terrore quando aveva saputo che Hibbing, nella solitaria trasferta, avrebbe usato uno dei suoi pseudonimi e che non aveva intenzione di dirgli quale. Era una cosa che faceva spesso, per sfuggire ai fans, ma lo staff era sempre al corrente del nome che avrebbe usato. Quella volta però non sarebbe andata così. Consultata velocemente una guida della Svizzera, aveva scelto la cittadina sul lago Maggiore. La storia del Monte Verità e degli innumerevoli personaggi geniali che lo avevano abitato lo incuriosiva. Il viaggio era stato più lungo di quanto avesse immaginato. Il vizio degli americani di considerare l'Europa grande quanto un fazzoletto, lo aveva illuso che, dal lago di Ginevra al lago Maggiore, non ci fosse poi questa grande distanza. Adesso che era arrivato, si chiese cosa avrebbe fatto lì, per due giorni. Almeno non pioveva e il panorama era bello. Grazie allo pseudonimo, per quarant'otto ore avrebbe interrotto i contatti: il manager, i ragazzi della band, gli Stati Uniti che chiamavano tre o quattro volte al giorno; tutti lo avrebbero lasciato in pace. Quel pensiero lo mise di buon umore, soddisfatto respirò l'aria fresca della sera poi, con uno dei suoi rari sorrisi, entrò nell'albergo. Ogden aveva cenato in un ristorante sul lago. Alla fine del pranzo mancava ancora un'ora all'appuntamento, perciò decise di fare due passi. Quel contatto inaspettato lo aveva sorpreso, si chiese quale missione su territorio svizzero il Servizio gli avesse affibbiato, proprio quando stava per rientrare a Berlino per una nuova missione. Ormai era quasi buio, all'improvviso si alzò un vento molto forte e dalle montagne arrivò un tuono, mentre grosse gocce incominciavano a cadere. Dopo tutto, il temporale non si era spostato di molto. Allungò il passo notando, poco lontano, un uomo anziano, vestito elegantemente. Camminava nella sua stessa direzione e qualcosa, in lui, lo colpì. Ma la pioggia si trasformò in un vero nubifragio e Ogden si mise a correre verso l'entrata dell'hotel. Quando fu al riparo si tolse la giacca inzuppata e andò al bar dell'albergo, dove sedette su uno degli alti sgabelli, al banco, ordinando un whisky. Mentre il barman lo serviva, l'uomo entrò a sua volta e sedette a un tavolo poco lontano. Era tra i sessanta e i settant'anni e aveva il piglio di certi aristocratici di un tempo. Notò che la sua giacca di lino era perfettamente asciutta. L'uomo lo guardò e sorrise. "Sembrava che il temporale si fosse allontanato, invece..." disse gentilmente, in francese. "Questi temporali estivi sono i più violenti..." convenne Ogden, per non apparire scortese. Gli occhi dell'uomo erano di un azzurro intenso e il viso, ancora bello, aveva un'espressione cordiale. Era calvo, ma apparteneva a quella categoria di uomini a cui l'assenza di capelli conferisce un fascino particolare. Ogden guardò l'orologio, mancavano ancora cinque minuti all'appuntamento, ma prima voleva passare dalla sua stanza, per cambiare la giacca. "Buona sera..." salutò, mentre si allontanava. L'altro rispose con un breve cenno del capo. Raggiunta la camera 230, bussò nel modo convenuto. L'agente del Servizio gli aprì. "Salve Tom". Ogden riconobbe un operativo con il quale aveva lavorato già un paio di volte. Si richiuse la porta alle spalle "Cosa c'è di così urgente?" L'agente scrollò le spalle "Non ne ho idea, qualcosa sul territorio, se hanno usato il canale di Ginevra..." Gli porse una busta "Stuart vuole che lo chiami, quando avrai letto il contenuto. Mi hanno detto di fermarmi, nel caso avessi bisogno di me..." Ogden prese la busta. In gergo, situazioni del genere venivano chiamate: "set-back", contrattempi, missioni capitate tra capo e collo. "D'accordo," disse, tornando verso la porta" ti chiamo quando avrò parlato con Stuart. Nel frattempo, se non hai cenato, fatti portare qualcosa." Tornato nella sua stanza aprì la busta. Il dossier riguardava un famosissimo cantante, che aveva entusiasmato almeno due generazioni con le sue canzoni di protesta, e che ancora mieteva grandi successi. Prese il cellulare criptato e chiamò Stuart. "Cosa succede al bardo di Duluth?" chiese, quando il capo del Servizio rispose. "Abbiamo ricevuto l'incarico dagli Stati Uniti, molto dall'alto. Sembra che il cantante sia nel mirino di un gruppo di fanatici e gli americani temono un altro Dakota Building*. Fra due giorni Hibbing terrà l'ultimo concerto del tour europeo a Milano ed è lì che potrebbero colpire. La CIA è stata incaricata di proteggerlo, arriveranno domani. Il fatto è che Hibbing, in un affiato di libertà, ha lasciato Montreux e il suo staff questa mattina. Usa uno pseudonimo e ha ordinato a tutti di lasciarlo in pace. Fortunatamente, il road manager ha fatto seguire la sua limousine ed ora sappiamo che è ad Ascona, proprio nel tuo albergo. Ecco perche ti ho disturbato. Dovete stargli addosso fino a domani, quando arriveranno i rinforzi e lo scorteranno, blindato, in Italia." "Entusiasmante. .." "Porta pazienza" disse Stuart "Del resto, se ricordo bene, quando eravamo ragazzi eri un suo ammiratore..." "Se è per questo, lo sono ancora. Ma non del tipo che chiede autografi..." . "Non occorre che lo contatti, basterà che tu lo tenga d'occhio." "D'accordo. Domani potrò prendere il volo per Berlino, come previsto." Stuart si schiarì la voce, imbarazzato "Preferirei che tu lo accompagnassi a Milano e rimanessi per il concerto. Il nuovo incarico può aspettare. .." Ogden sospirò "Sospettavo che ci fosse sotto qualcosa...Chi non si fida di chi?" "Noi abbiamo ricevuto l'incarico dal Presidente. Si vede che non ha molta fiducia nella CIA. .."buttò lì Stuart, ironico. "Lo credo bene, sono trent'anni che Hibbing è nella loro lista nera. Se le cose stanno così, manda altri due uomini. .." "Franz e un altro agente sono già in viaggio, arriveranno domani mattina." "Se per una volta riuscissi a dire le cose tutte insieme, risparmieremmo tempo, non credi?" disse Ogden, polemico. Il capo del Servizio sospirò "Avevo qualche remora a incastrarti in un lavoro del genere...Ma tu sei già sul posto e la nostra committenza, ne converrai, è piuttosto prestigiosa. Inoltre la cosa potrebbe rivelarsi molto delicata. Se invece non fosse così, avresti perso solo quarant'otto ore per proteggere un uomo che, se non altro, ti piace..." "Spero che questa rottura di scatole sia ben retribuita. .." "Pagano moltissimo, naturalmente. Come sempre, quando si fanno le scarpe tra loro" aggiunse, divertito. "Una volta arrivati gli americani, dovremmo passare la mano. Come prenderanno il fatto che, invece, il Servizio seguirà la compagnia anche durante il concerto?" "Ordini dall'alto. Il presidente è un fanatico ammiratore di Hibbing, ha fatto capire che una collaborazione tra noi e gli agenti governativi è proprio quello che ci vuole, visto che noi siamo, casualmente, sul posto." "L'amico rischia un incidente diplomatico" commentò Ogden. "Se ne frega. Tanto non sarà rieletto e fra pochi mesi andrà in pensione". "Allora va bene, per Hibbing questo ed altro. Ti terrò al corrente." Ogden rilesse il dossier. La camera del cantante era sul loro stesso piano, ma di fianco a quella di Tom. Lui e l'operativo avrebbero scambiato la stanza. Più tardi controllò se il cantante era in camera, ma non rispose nessuno. Dato che fuori diluviava, immaginò fosse al bar. Infatti lo trovò seduto al tavolo dell'uomo anziano. Hibbing, munito di occhiali scuri, parlava in inglese e sembrava a suo agio. Poco lontano, l'autista-guardia del corpo leggeva il giornale, sorseggiando un long drink. Ogden sedette su uno degli sgabelli al banco e ordinò un caffè. Quando il barman lo servì gli fece cenno di avvicinarsi. "L'uomo dal vestito azzurro è un vostro cliente abituale? Ho la sensazione di conoscerlo..." chiese, a bassa voce. Il barman annuì "E' italiano, una persona particolare, un grandissimo sensitivo. Da giovane sbalordì persino Einstein, con i suoi poteri..." mormorò, ammirato "Passa una settimana da noi, tutte le estati, da molti anni." Guardò i due, intenti in una animata conversazione. L'uomo ascoltava attentamente quanto il cantante gli stava dicendo. Poi sollevò gli occhi su Ogden, quasi avesse sentito il suo sguardo. "Buona sera," lo salutò come un vecchio amico "Vuole unirsi a noi?" Ogden ringraziò con un cenno del capo e lasciò il suo sgabello. Quando fu davanti ai due, l'uomo gli porse la mano. "Mi chiamo Rol, Guastavo Adolfo Rol. Si accomodi, la prego." L'agente si presentò a sua volta e sedette al tavolo. Hibbing lo squadrava da dietro gli occhiali scuri. "Bradford, David Bradford, molto lieto" disse, con la sua inconfondibile voce nasale, porgendogli la mano. L'agente si domandò come potesse illudersi di non essere riconosciuto. Ma la gente aveva ormai una tale quantità di banali e insignificanti idoli, televisivi e cinematografici, che forse il cantante aveva ragione: gli sarebbero bastati un cappello e un paio di occhiali scuri, per passare inosservato. La sera precedente, al Festival di Montreux, aveva mandato in delirio il pubblico esattamente come trent'anni prima. Hibbing era uno dei rari miti viventi e il fatto che riscuotesse ancora tanto successo era consolante. Comunque, per la generazione di Ogden, quell'uomo piccolo e magro, con l'aureola di capelli crespi e il naso inconfondibile, era famigliare come la statua della libertà. "II signor Bradford ed io stavamo parlando del Monte Verità" disse Rol, in un inglese privo di accento "Nome curioso. .." Ogden sorrise "In effetti. Ma gli uomini e le donne che all'inizio del secolo crearono quella comunità di utopisti, credevano di certo nella verità." "E lei, ci crede?" domandò Rol, guardandolo negli occhi. Ogden, rimpiangendo di non avere informazioni su quell'uomo, scrollò le spalle "Ci sono molte verità, a quanto pare. Credo che il trucco consista nel scegliere la meno peggio." Si rivolse al cantante "E lei, mr Bradford, crede nella verità?" Hibbing annuì "Naturalmente. Il fatto che il più delle volte sia occultata, non significa che non esista." "Allora, immagino che non abbiamo nulla da temere. Sempre che anche mr Rol, ci creda. .." Ogden non avrebbe saputo dire cosa lo avesse spinto a pronunciare quelle parole piuttosto insensate. Ma Rol annuì, come se quanto aveva udito lo trovasse assolutamente d'accordo. Rimase qualche istante pensieroso, poi alzò gli occhi su di loro, guardando prima uno poi l'altro, con quegli occhi azzurri e limpidi. "Lei non si chiama Bradford" disse, rivolto a Hibbing "E' un famoso autore e cantante americano. La verità è il suo chiodo fisso e il suo nome è Robert Hibbing. Questa mattina ha lasciato Montreux perche non sopporta la pioggia." Il cantante quasi balzò dalla sedia. Si tolse gli occhiali e fissò l'uomo con sospetto. "Chi diavolo è lei? Chi le ha detto il mio pseudonimo?" Rol continuava a sorridere, per nulla turbato da quello scatto "Nessuno dei suoi l'ha tradita, si tranquillizzi. Posseggo alcuni poteri, vedo nel passato e nel futuro. Per convincerla, le racconterò due episodi della sua giovinezza che nessuno conosce. Sto facendo questo piccolo show per rendermi credibile, ho alcune cose da rivelare a lei e a mr Ogden, ed è vitale che mi crediate." Rol raccontò due aneddoti dell'adolescenza di Hibbing che lasciarono impietrito il cantante. "Nessuno è a conoscenza di questi fatti, non ne ho mai parlato con anima viva" ammise Hibbing "Come ha fatto?" "Non è importante. Sono qui per metterla in guardia, lei è in pericolo. Quest'uomo," disse, accennando a Ogden "è stato mandato per proteggerla. Ma dovrete fare attenzione, domani verranno degli uomini dagli Stati Uniti, fra loro c'è la persona che tenterà di ucciderla." Hibbing era impallidito. Guardò i due uomini con espressione incredula. "Ma chi vorrebbe uccidermi, adesso, dopo tutti questi anni..." "II nostro è un mondo malato, lei lo sa bene. La pazzia si annida ovunque e ormai la vita umana vale poco. Le sue canzoni ricordano alla gente che la verità va cercata, dentro e fuori di noi. Non è un'attitudine molto popolare, di questi tempi, ne converrà. Ora, per favore, apra quel tovagliolo accanto al suo bicchiere, e si accerti che non vi sia scritto nulla." Hibbing obbedì "E' pulitissimo" disse, voltandolo verso di loro "Bene," continuò Rol "adesso lo ripieghi e 10 rimetta dov'era". Poi chiuse gli occhi e sembrò concentrarsi. Passarono alcuni istanti, la sua fronte era imperlata di sudore. Infine alzò una mano, fece un gesto, come se scrivesse qualcosa nell'aria, poi l'abbassò di nuovo. Il suo viso era impallidito e sembrava molto stanco. "E' fatto, grazie a Dio" mormorò, riaprendo gli occhi. Guardò Hibbing "Apra di nuovo il tovagliolo". Il cantante, tenendo il tovagliolo davanti a se, obbedì. Sulla stoffa, a matita, era scritto chiaramente un nome. Hibbing voltò il tovagliolo verso di se e lesse. "Williams? Chi diavolo è?" "L'uomo che cercherà di ucciderla" disse Rol. Poi si rivolse a Ogden "Agirà qui, ad Ascona." Tacquero per qualche istante, quindi Rol si alzò "Credo lei debba alcune spiegazioni a mr Hibbing" disse all'agente "Ora vi prego di scusarmi, è tardi e io sono vecchio. Questi esperimenti mi stancano molto. Buona fortuna." Rol si allontanò dopo un cenno di saluto. Senza parole, i due uomini rimasero a guardarlo fino a quando non ebbe lasciato la sala. Era passata la mezzanotte, Ogden e il cantante avevano parlato a
*Dakota Building : Edificio di New York, dove abitava John Lennon e davanti al quale fu ucciso. Dedica Questo racconto è dedicato alla memoria di Gustavo Adolfo Rol, uomo di alta statura morale, dotato di straordinari poteri che mise sempre al servizio del bene e dell'umanità. La scienza ufficiale, che non ebbe il coraggio di studiare le sue doti eccezionali e inspiegabili, perse un'occasione unica per avvicinarsi ai misteri dello spirito e della materia. |
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Liaty Pisani è un caso anomalo nell'editoria italiana. Dopo aver pubblicato tre libri di poesie e due romanzi in Italia: "II falso Pretendente" ed. La vita Felice e "La Terra di Avram" presso Mondadori, ispirato alla figura di Aldo Pontremoli, ha ceduto, anni fa, i diritti mondiali dei suoi libri alla Diogenes, un' importante casa editrice di lingua tedesca. La Diogenes pubblica perciò, dopo averli tradotti, i suoi libri in prima battuta e gli altri editori, compresi gli italiani, devono acquistare i diritti da lei. Questa situazione particolare ha fatto sì che Liaty Pisani, pur essendo italiana e scrivendo in italiano, sia più conosciuta all'estero che in Italia e che, editorialmente, debba essere considerata un autore straniero. In Germania, Austria, Svizzera e Francia i suoi libri hanno ottenuto un notevole successo, e soltanto da due anni Liaty Pisani ha ripreso a pubblicare in Italia, per i titoli della Sperling. |
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