L'intervista di Rolling Stone
di Jonathan Lethem - settembre
2006
"Davvero, non è che io abbia un branco di astrologi che mi dicono
quello che succederà. Faccio semplicemente un passo dopo l'altro,
per cui questo porta a quello."
Vi è familiare questa voce? Sono seduto in una suite di un albergo
di Santa Monica, di fronte al mare, ignorando un vassoio con fette di ananas
e dei biscotti con zucchero a velo, mentre Bob Dylan se ne sta seduto di
fronte al mio registratore, facendo del proprio meglio per rispondere alle
mie domande.
L'uomo che ho davanti è spasmodico nella sua poltrona, non impaziente,
ma pungentemente vivo, e pronto a farmi ridere e per ridere egli stesso.
Le espressioni sul volto di Dylan sembrano comprimere e racchiudere versioni
della sua persona attraverso gli anni, un sessantacinquenne con una vivacità
di un diciannovenne celato da qualche parte dentro di sè. Soprattutto,
però, è il tono della sua voce che sembra un caleidoscopio
che si muove attraverso il tempo: ora il guaito del cucciolo folk, ora
il sarcastico tamburellare a tempo dell' idolo hip, ora il tono seducente
del sex symbol degli anni Settanta, ora - e sempre - la voce ghiaiosa del
vecchio 'statesman', con quella voce da bluesman antidiluviano, quello
così leggendariamente invocato dal giovane aspirante all'inizio
della propria carriera e nel quale egli si è gradualmente trasformato
con l'età.
E' quella voce, la voce di un vagabondo senza età in decrepitezza,
che è alla base del paradosso della realizzazione di Modern Times,
il suo trentunesimo album in studio. Questi sono i nostri "tempi moderni,"
oppure un qualche vecchio sogno di un film muto, una fuga musicale in bianco
e nero? Modern Times, come "Love and Theft" e Time Out of Mind prima di
lui, sembra contemplare un mondo distrutto attraverso il prisma di un cuore
che è consumato e mondano, ancora decisamente non
spezzato. "I been sitting down studying the art of love/I think it
will fit me like a glove," afferma Dylan in "Thunder on the Mountain,"
la canzone di apertura, un blues allegro e fracassone che avete sentito
un milione di volte in passato e che ancora magicamente sembra annunciare
un ennesimo "nuovo" Dylan.
"I feel like my soul is beginning to expand," dice la canzone."Look
into my heart and you will sort of understand."
Quello che è chiaro, se ascoltiamo attentamente, è che
gli ultimi tre album fanno parte di un rinascimento di Dylan che sempre
più risulta come un periodo da porre al fianco di qualsiasi dei
suoi periodi del passato.
Come fece con Bringing it all back home quando Dylan rivestì
le sue visioni all'anfetamina nei panni gloriosamente grunge del blues
elettrico e del primo rock and roll, le glorie musicali di questi ultimi
tre album affondano le proprie radici nel retaggio del blues che include
il fatto che i primi blues, così come i primi musicisti di questo
genere, erano più strani di qualsiasi purista, e difficilmente si
autorelegavano a lamenti in dodici battute ma presentavano recitazioni
narrative, spiritual, canzoncine porno, ballate popolari ed altro. Dylan
ci offre un nutrimento che viene dalla cantina delle radici della vita
culturale Americana. Perchè la società soffre di amnesia.
E con il passare del tempo e dei dischi pubblicati la convergenza di
Dylan con le proprie muse cresce sempre più in maniera naturale
e senza sforzo. Come fa Dylan a richiamare a sè una tale eterna
autorità? "Ho realizzato Modern Times senza tenere conto di quello
che succede nel mondo", mi dice Dylan. "Ho scritto queste canzoni in uno
stato niente affatto meditativo, ma piuttosto come se fossi in trance,
in uno stato ipnotico. Sono queste le cose che provo? E perchè?
E chi è il me stesso che prova queste cose? Non potrei risponderti
a queste domande. Ma so che queste canzoni sono nel mio patrimonio genetico
e non potevo impedire che venissero fuori".
Ma questo non vuole dire che Modern Times o Dylan siano immemori del
momento attuale. Il disco è fornito o dovrei dire tormentato con
riferimenti ad eventi mondiali come la tragedia dell'11 settembre e l'Uragano
Katrina, sebbene a chiunque cerchi una morale, per parafrasare Mark Twain,
bisognerebbe sparare. Ma per rassicurare l'ascoltatore contemporaneo che
la deriva musicale di Dylan nelle forme musicali pre-rock and roll - blues,
ragtime, rockabilly - non è il marchio di un nostalgico, "Thunder
on the Mountain" annovera nei suoi versi anche il nome di una certa cantante
contemporanea: "I was thinking 'bout Alicia Keys, I couldn't keep from
crying / When she was born in Hell's Kitchen, I was livin' down the line."
Quando ho chiesto a Dylan come mai Alicia Keys fosse entrata "nel suo pantheon,"
si è limitato a ridere tra sè alla mia preziosa domanda.
"Ricordo di avere visto Alicia alla serata dei Grammy. Credo che fossi
con lei in quello show, non l'ho però incontrata o cose del genere.
Ma mi sono detto 'Non c'è niente di quella ragazza che non mi piaccia'"
Piuttosto che analizzare i testi, Dylan preferisce indugiare sulle
canzoni in quanto prodotti musicali e descrive il processo che lo porta
a realizzare tali prodotti. Come è successo nel caso di altri esempi
del passato, per citare dischi come quello del 1974, Planet Waves, o quello
del 1978, Street Legal e quello del 2001 "Love and Theft", il cantante
ed artista noto per il suo rapporto di odio-amore con lo studio di registrazione
("Non mi piace fare dischi," mi dice con semplicità. "Li faccio
con riluttanza") ha inciso il suo nuovo album con la band che lo accompagna
attualmente in tour.
E Dylan stesso è il produttore del disco, accreditato con il
nome fittizio di Jack Frost. "Non volevo più avere qualcuno che
sovraproducesse le mie canzoni," mi dice. "Ho come la sensazione di aver
sempre prodotto da solo i miei dischi, solo che avevo qualcuno tra i piedi.
Sento che nessuno sa come dovrei suonare io, tranne me stesso; nessuno
tranne me stesso sa quel che bisogna ottenere dai musicisti, nessuno tranne
me può dire ad un musicista cosa sta facendo di sbagliato, nessuno
come me è in grado di trovare un musicista capace di suonare. Io
sono in grado di farlo anche nel sonno."
Come sempre, Dylan gira intorno all'argomento, definendo quel che è
separandolo da quel che non è, da quel che non vuole, da quel che
non ama, da quel che non gli serve, con un processo di eliminazione.
Tale strategia retorica risale almeno ai tempi di "It Ain't Me, Babe"
e di "All I Really Want to Do" ("I ain't looking to compete with you,"
etc.), e possiede ancora un sacco di vero succo.
E quando Dylan giunge ad un'asserzione positiva dalle distese desolate
di così tanti dubbi, raggiunge la forza di una giubilante vanteria.
"Questa è la band migliore che io abbia mai avuto ed in cui io sia
mai stato, membro per membro. Quando suoni con delle persone un centinaio
di volte ogni anno, sai quello che puoi fare e quello che non puoi fare,
come utilizzarle, se ne hai bisogno. Ci vuole un sacco di tempo per trovare
un gruppo composto da musicisti individuali. La maggior parte dei gruppi
sono delle gang. Sia che si tratti di un gruppo "metal" o di un gruppo
"pop" o "rock", c'è sempre quella mentalità da gang. Ma per
quelli tra noi che c'erano tanti anni fa, le gang erano i delinquenti.
Nessuno di noi aspirava a diventare una gang. In questo ultimo disco non
avevo bisogno di insegnare niente a nessuno. Ora ho nel mio gruppo delle
persone che sono in grado di afferrare qualsiasi cosa, tanto che sorprendono
persino me." La cadenza di Dylan assume la qualità di una recitazione
all'impronta, piena di schemi interni fatti di rime, tanto che quando più
tardi trascriverò questo nastro mi troverò tentato di metter
giù le frasi in forma di testo di canzone. "Stavolta sapevo che
non sarebbe stato inutile scrivere qualcosa che davvero amavo ed a cui
pensavo con tenerezza, e poi andare in studio di registrazione e venir
fuori con una sorta di cosa incoerente che non avesse alcuna risonanza.
Di questo ero consapevole. Sentivo di essere libero di fare praticamente
qualsiasi cosa mi piacesse fare."
Ma l'avere il gruppo dei suoi sogni in studio di registrazione è
solo la metà dell'opera. "I dischi che ero solito ascoltare e che
ancora amo, beh non puoi più fare un disco che suoni come quelli,"
spiega. E' come se aver registrato il suo nuovo materiale in studio di
registrazione non abbia reso sicuro Dylan che fare questo sforzo ne sia
valsa la pena.
"Brian Wilson ha realizzato tutti i suoi dischi con un quattro piste,
ma non sei più in grado di fare dischi come i suoi oggi anche se
hai cento piste. A tutti noi piacciono i dischi che facevamo suonare sui
giradischi ma ammettiamolo, quei giorni sono an-da-ti. Fai il meglio che
puoi, combatti quella tecnologia in tutti i modi, ma non conosco nessuno
che abbia realizzato un disco che suoni in maniera decente negli ultimi
venti anni, davvero. Ascolti questi dischi moderni e ti accorgi che sono
atroci, hanno il suono dappertutto, non c'è definizione di nulla,
nè della voce, nè di niente, sono come statici. Anche queste
canzoni di Modern Times probabilmente erano dieci volte meglio quando le
abbiamo registrate in studio. I compact disc sono piccoli. Non hanno spessore.
Ricordo quando è venuto fuori quel tipo di Napster a dire una roba
tipo "Tutti possono avere la musica gratis". Io pensai "Beh, perchè
no? Non vale comunque niente..."
Ascoltare la parola "napster" dalla bocca di Bob Dylan mi fa azzardare
una domanda a proposito dei "bootleg". Per me The Bootleg Series, una superba
sequenza di materiale d'archivio autorizzato da Dylan e pubblicato dalla
Columbia, rappresenta una sorta di tacito assenso alla tradizione pirata,
un riconoscimento del fatto che le takes escluse, le versioni alternative,
le canzoni bocciate e le performance dal vivo di Dylan costituiscono da
sole un'opera che gli ascoltatori fedeli meritano di ascoltare. Come dice
Michael Gray nel volume The Bob Dylan Encyclopedia, i primi tre dischi
di outtakes pubblicati "potrebbero anche da soli conferire a Dylan il posto
di miglior autore ed artista della sua epoca ed uno dei più grandi
artisti del ventesimo secolo." Sull'album "Love and Theft" c'è una
canzone, "Sugar Baby" in cui un verso recita: "Some of these bootleggers,
they make pretty good stuff" che qualcuno ha interpretato come una conferma
di questo punto di vista. Oggi per lo più quel verso sembra avere
come soggetto soltanto i distillatori clandestini di whiskey. "Non mi piacciono
i dischi pirata. C'è stato un periodo in cui la gente piratava tutto
quello che mi riguardava perchè non c'era nessuno che si occupava
di controllare il materiale delle sedute di registrazione. Tutto quel che
ho fatto è stato piratato in tutte le forme in lungo ed in largo.
Si trattava di canzoni che non erano state registrate per essere pubblicate
ma tutti le compravano. E allora la mia etichetta discografica si è
detta: "Beh, tutti stanno comprando questi dischi allora perchè
non li pubblichiamo direttamente noi?".
Ma Dylan non può essere dispiaciuto se il mondo ha avuto il
beneficio di ascoltare - ad esempio - "Blind Willie McTell" - una canzone
scartata dal disco del 1983 Infidels, un brano che è salito ai primi
posti nel pantheon delle canzoni di Dylan e che egli stesso ha suonato
dal vivo molte volte. O sì? "Ho iniziato a suonare quella canzone
dal vivo perchè ho sentito The Band che la
faceva. La mia era solo un nastro dimostrativo, probabilmente serviva
ai musicisti per mostrare loro com'era il brano. Non è mai stata
sviluppata pienamente e non l'ho mai completata. Non ci sarebbe stato nessun
motivo altrimenti per lasciarla fuori dall'album. E' come prendere un dipinto
di Manet o Picasso - andare a casa loro e trovare un dipinto a metà
e impossessarsene e venderlo ai fans di Picasso. I soli fans che so di
avere sono le persone del mio pubblico, sera dopo sera."
Dylan e la sua band preferita di sempre solo tra pochi giorni inizieranno
un nuovo tour, un tour che cade a fagiolo visto che Modern Times è
stato pubblicato a fine agosto. Avevo sempre voluto chiedergli: quando
una canzone improvvisamente fa la propria comparsa in una scaletta di un
concerto già consolidata, ripescata tra centinaia di canzoni del
suo catalogo, ciò avviene perchè Dylan ha riascoltato un
suo vecchio disco? "Non ascolto nessuno dei miei vecchi dischi, sarebbe
come ascoltare una
replica... Non so perchè qualcuno dovrebbe ad esempio rivedere
i film che ha fatto - tu ad esempio non rileggi i libri che hai pubblicato,
giusto?" Un punto a favore. Dylan amplia la spiegazione che ha offerto
per "Blind Willie McTell": "Abbastanza stranamente capita che ascoltiamo
una cover di una canzone e pensiamo di essere in grado di farla altrettanto
bene. Pensiamo: 'Se qualcuno è in grado di farla così bene
allora perchè non io?'. Semplicemente io riprendo alcuni di questi
arrangiamenti. I Dead hanno fatto un sacco di canzoni mie e noi semplicemente
riprendiamo l'intero arrangiamento, perchè i Dead le
hanno fatte meglio di quanto le avevo fatte io. Jerry Garcia aveva
ascoltato le canzoni in tutte quelle mie brutte registrazioni, dove le
canzoni erano sepolte. Perciò se voglio cantare qualcosa di diverso
tiro semplicemente fuori uno dei dischi dei Dead per vedere quale ho voglia
di fare. Ma questo non lo faccio mai con i miei dischi."
E a questo proposito: "Ho sentito dire, anche tu probabilmente lo hai
sentito, che tutti gli arrangiamenti cambiano sera dopo sera. Beh, queste
sono un mucchio di cazzate, non sanno di che stanno parlando. Gli arrangiamenti
non cambiano sera dopo sera. Sono le strutture ritmiche ad essere differenti,
questo è tutto. Non puoi cambiare gli arrangiamenti sera dopo sera,
è impossibile."
Dylan sottolinea che a volte una canzone viene fuori una determinata
sera per un determinato pubblico a seconda del luogo.
"Non sopporto di suonare nelle grandi arene, ma lo faccio. Ma so che
non sono quelli i luoghi in cui si suppone che la musica debba essere suonata.
La musica non è fatta per essere ascoltata negli stadi di football,
non è una cosa del tipo 'Ehi, come va stasera, Cleveland?' A nessuno
importa un cazzo come va stasera a Cleveland." Poi si tuffa più
in profondità. "Dicono 'Dylan non parla mai'. Che accidenti c'è
da dire? Non è quella la ragione per cui un artista sta di fronte
alla gente."
Le parole sembrano insolenti ma il tono è quasi supplicante.
"Un artista ha uno scopo differente. Forse che un gruppo "self-help" -
magari un Dr. Phil - direbbe 'Come state'? Io non voglio essere insensibile
e dire che non me ne importa niente. Ti importa, ti importa molto altrimenti
non saresti lì. Ma c'è un diverso tipo di connessione. Non
è una cosa leggera." Poi fa un'ulteriore considerazione. "E' vivere
ogni sera, o sentirsi vivi ogni sera." Pausa. "Diventa rischioso. Voglio
dire, rischi la tua vita suonando musica, se lo fai nella maniera giusta."
Gli chiedo degli stadi di baseball in cui suonerà in questo
nuovo tour: forniranno il sound che cercate? "No, affatto, non lo ottieni
all'aria aperta. Il suono migliore che puoi ottenere è in un piccolo
locale quando hai quattro mura intorno ed il suono rimbalza. E' questo
il modo in cui si dovrebbe ascoltare questo tipo di musica."
Poi Dylan diventa nuovamente un comico, il tipo recentemente familiare
agli ascoltatori del suo programma radiofonico satellitare per la stazione
XM, i cui occasionali giochi verbali culminano in battute da vaudeville.
"Certo non mi piacerebbe suonare in un locale troppo piccolo, tipo di dieci
persone. A meno che non si vendessero biglietti da 50.000 dollari o giù
di lì..."
seconda parte
Concedetemi un minuto per presentare di nuovo il vostro intervistatore
e la vostra guida in questo articolo. Ho quarantadue anni e sono uno scrittore
di romanzi, oltre ad essere un fan di Dylan da una vita, ma sono uno che,
è giusto rimarcarlo, non ha memoria degli anni Sessanta. Non sono
più giovane ma sono giovane per il lavoro che sto facendo qui. I
miei genitori erano fans di Dylan ed il mio primo assaggio della sua musica
è venuto attraverso i LP che appartenevano a loro. Scelsi di ascoltare
per primo Nashville Skyline perchè aveva un aspetto "amichevole".
Il primo disco di Dylan che sono stato in grado di acquistare appena arrivò
nei negozi e di cui fui testimone "diretto" leggendo le critiche sui giornali,
fu Slow Train Coming, del 1979. A poco più di venti anni avevo digerito
tutto il catalogo di Dylan ed ero giunto alla conclusione che la sua panoplia
di stili e di atteggiamenti era essa stessa la più sincera misura
del suo genio. Chiamateci la generazione di Biograph, se volete.
In altre parole, lo sforzo di catturare Dylan e la sua arte come fumo
in una particolare bottiglia o in un'altra mi è sempre sembrato
risibile, un'erronea schermaglia combattuta prima che fosse chiaro che
quella sensibilità mercuriale - ancorata soltanto all'impegno esistenziale
nell'atto di connessione al momento presente - era il dono di libertà
che le sue canzoni promettevano. Negare ciò in presenza dell'uomo
in questione sarebbe assurdo.
Quando arrivai al punto che avevo richiesto tutto da Bob Dylan eravamo
alla metà degli anni Ottanta ed a quel punto io semplicemente gli
chiedevo di realizzare buone cose. Il che, alla metà degli anni
Ottanta, in un certo senso Dylan non realizzava. Ricordo quando tornai
a casa con Empire Burlesque sotto il braccio e mi sforzai di discernere
la grandezza della sua arte di songwriter sotto la patina luccicante della
produzione di Arthur Baker, una battaglia che persi. La prima volta che
vidi Dylan in concerto fu, sì, in uno stadio di football ad Oakland,
e Dylan era insieme ai Grateful Dead. A quell'epoca, la peggior canzone
dell'album del 1988, Down in the Groove, sembrava descrivere bene il mio
impegno come fan: infatti "I was in love with the ugliest girl in the world"
("Ero innamorato della più brutta ragazza al mondo", un verso della
canzone "Ugliest girl in the world", dall'album citato, ndt).
Nondimeno fu il Dylan degli anni Ottanta il mio Dylan e al contrario
di quanto potreste aver letto ad esempio in Chronicles, Volume Uno, o in
altri scritti di detrattori, in quel periodo c'era acqua in quel deserto.
A partire da canzoni sparse quali "Rank Strangers to Me," "The Groom's
Still Waiting at the Altar" e "Brownsville Girl," a miracoli da audiocassette
come "Lord Protect My Child" e "Foot of Pride" (entrambi brani che sarebbero
riaffiorati in seguito in The Bootleg Series), fino ad una versione di
"San Francisco Bay Blues" che ero stato abbastanza fortunato da catturare
dal vivo a Berkeley, e ancora ad una ustionante versione della canzone
di Sonny Boy Williamson, "Don't Start Me to Talkin' ", eseguita da Dylan
nel corso del programma "Late Night With David Letterman". E l'ironia non
consiste solo nel fatto che il "pessimo" Dylan era spesso stupefacentemente
ottimo. Consiste anche nel fatto che la sua esplorazione della musica delle
radici che a quel tempo sembrava apparentemente casuale e senza una rotta
precisa, oggi può essere vista chiaramente condurre infallibilmente
ai trionfi di là da venire, intendo
cioè i trionfi attuali. Ma questo non vuol dire che allo stesso
Dylan importi di ripercorrere i propri passi. Infatti quando gli ho ricordato
con tenerezza quel momento dedicato a Sonny Boy Williamson al Letterman,
ha aperto la bocca chiaramente sorpreso e mi ha detto "L'ho suonata davvero?"
Perciò in quegli anni il dramma del mio rapporto con il mio
eroe, per quanto possa sembrare un dramma di poco conto agli occhi di coloro
che rimasero impregnati dalla sensazione di ascoltatori pluri-traditi negli
anni Sessanta e Settanta (Dylan era diventato Elettrico! Country-Domestico-Non
Disponibile! Cristiano!) era il solo dramma descritto da Dylan a David
Gates sulla rivista Newsweek nel 1997, e nel capitolo dal titolo "Oh Mercy"
contenuto nella sua autobiografia, Chronicles Vol. 1, ovvero il ricollocare
ed il reimpossessarsi della sua voce e della sua volontà di comporre
e di esibirsi, cosa che è avvenuta
gradualmente nel corso degli anni Novanta.
All'inizio di quel decennio si poteva quasi avere la sensazione che
Dylan avesse mollato, o quanto meno che trovasse rifugio e conforto nei
dischi acustici da solista che aveva cominciato a realizzare nel suo garage:
Good As I Been to You e World Gone Wrong.
Gli spettacoli dal vivo, in quello che sarebbe poi diventato noto come
"The Never Ending Tour", erano sempre più potenti in quegli anni,
ma le nuove canzoni erano scarse. Poi è arrivato Time Out of Mind,
un album unitario e ricco come qualsiasi altro avesse registrato in precedenza.
Quando poi ad esso fece seguito "Love and Theft", e poi Chronicles,
un ragionevole fan di Dylan avrebbe potuto concludere di star vivendo nel
migliore dei mondi possibile. Infatti, con lo spettacolo radiofonico via
satellite irradiato nelle nostre case - Dylan ha promesso di farne cinquanta
puntate! - si può ben dire che nell'ultimo decennio Dylan abbia
concesso al suo pubblico, della sua voce e del suo cuore, più di
quanto abbia mai fatto prima, e più di quanto chiunque avrebbe mai
osato ragionevolmente
sperare.
"Beh, non è buffo?" sbuffa Dylan quando gli menziono il "mito
dell'inaccessibilità". "Ho appena visto un libro pubblicato da Wenner
Books, un libro che pubblica mie interviste, ed è enorme." Allunga
le mani per mostrarmelo. "Cosa è successo a questa inaccessibilità?
Non ti sembra che ci sia una dicotomia qui?"
Tuttavia è terribilmente facile, indossando i panni dell'intervistatore
di Dylan, cadere nella tentazione di sentirsi portavoce di un pubblico
che non ha mai mollato, costringendo il suo eroe a mantenere un impossibile
livello: più Dylan ci dà, più ne vogliamo. Il più
grande artista della mia epoca mi ha dato tutto quello che mai avrei potuto
chiedergli e tuttavia io sono seduto qui, a fare in qualche modo da mediatore
tra lui e le aspettative che nessuno di noi due può fingere che
non esistano.
"Se mai io avessi una sorta di posizione riguardo me stesso - o quello
che faccio, o come mi esibisco sul palco, o quello che canto, a qualsiasi
livello - la mia posizione è quella di paragonare tutto ciò
a qualcun altro! Non lo paragono a me stesso. Forse che tu paragoneresti
Neil Young a Neil Young? Lo paragoni invece a qualcun altro, lo paragoni
a Beck - che mi piace - o a chiunque altro sia al suo livello. Questo disco
dovrebbe essere paragonato ad artisti che lavorano sullo stesso terreno.
E' questo il modo in cui qualsiasi disco di qualunque artista dovrebbe
essere analizzato, se gli artisti in questione hanno fatto con
serietà quel che hanno fatto. Ammettiamolo, o fai con serietà
quel che fai, o non lo fai con serietà. Le due cose insieme sono
impossibili. E la vita è breve."
Non posso fare a meno di chiedere a Dylan se di recente sia stato condizionato
dal successo del documentario No Direction Home di Martin Scorsese, e se
non sia stato spinto a provare di nuovo il vivido disagio determinato dal
suo non voluto ruolo di redentore. "Sai, tutti fanno un gran parlare degli
anni Sessanta. Gli anni Sessanta sono come i giorni della Guerra Civile.
Ma, capisci, tu stai parlando con una persona che possiede gli anni Sessanta.
Forse che ho mai voluto comprarli? No. Ma li posseggo, chi ne vuole discutere
con me?"
Mi incanta con un'altra battuta: "Se li vuoi te li regalo. Sono tuoi."
Per Dylan, come sempre, quel che conta è il lavoro, non nel senso
di una cosa d'archivio ma nella sua vita presente. "Le mie vecchie canzoni,
certo posseggono qualcosa - sono d'accordo, qualcosa posseggono. Credo
che le mie canzoni siano state cantate da altri artisti... beh, forse non
come 'White Christmas' o 'Stardust'... ma c'è una lista lunga almeno
5000 versioni. E' un sacco la gente che canta le mie canzoni, allora devono
possedere davvero qualcosa. Fosse per me, anche io canterei cover delle
mie canzoni. Un sacco di queste canzoni che ho scritto nel 1961 e nel 1962
e nel 1964, e nel 1973, o nel 1985, le posso ancora suonare... Beh, quanti
altri artisti hanno fatto canzoni durante tutti quegli anni? Eppure quante
ne senti ancora oggi di quelle canzoni? Io adoro Marvin Gaye, amo tutto
quel materiale, ma quanto spesso ti capita di sentire 'What's Going On'?
Voglio dire, chi la canta? Chi canta 'Tracks of My Tears'? Dov'è
che la cantano stasera?"
Prova ancora a scandagliare la piena verità a proposito delle
sue avventure in studio di registrazione.
"Ho avuto periodi duri in studio. Riuscivo a scrivere le canzoni ma
poi avevo periodi duri in studio di registrazione. Ma forse era così
che doveva andare, perchè di altre canzoni fatte da altri artisti,
tutta roba che suonava incredibilmente bene, roba che ti commuoveva fino
alle lacrime, beh, quante di quelle canzoni erano davvero buone? O non
era piuttosto solo la registrazione del disco che era grande? Beh, la registrazione
era grande, era una forma d'arte e, sai, forse io non ho mai fatto parte
di quella forma d'arte perchè i miei dischi non erano per niente
artistici. Erano solo documentazione forse realizzata con cattivi musicisti
eppure qualcosa veniva fuori. E quel qualcosa che veniva fuori, per me
oggi, era il fatto che si trattava di roba reale, che ti mostrava davvero
com'era realmente."
Dylan medita sul fato dell'arte nella posterità. "Quanta gente
guarda Monna Lisa? Ci sei mai stato? Voglio dire, forse possono vederla
tre persone per volta... Eppure da quanto tempo è in giro quel dipinto?
C'è più gente che ha visto quel quadro di quanta abbia mai
ascoltato... dimmi un nome... non voglio dire Alicia Keys... diciamo Michael
Jackson. C'è più gente che ha visto Monna Lisa di quanta
mai abbia ascoltato Michael Jackson. E la possono vedere solo tre persone
per volta. A proposito di impatto..."
La discussione a proposito dei quadri porta il discorso su altre forme
d'arte. "Quello che mi piace dei libri è che sono silenziosi. Qualsiasi
cosa tu metta su pagina è come realizzare un quadro. Nessuno lo
può cambiare. Scrivere un libro è uguale, è scritto
nella pietra, non cambierà mai. Uno non avrà un tono differente
dall'altro, non devi alzare il volume per leggerlo."
Dylan si gusta l'accoglienza avuta da Chronicles. "Gran parte della
gente che scrive di musica non ha idea di cosa sia suonare. Ma per quanto
riguarda il libro che ho scritto, ho pensato 'La gente che ha scritto recensioni
di questo libro, Dio, sanno davvero di cosa stanno parlando.' Sanno come
si scrive un libro. Ne sanno più di me. Le recensioni di questo
libro, alcune mi hanno fatto piangere, in senso positivo. Non ho mai sentito
qualcosa di simile leggendo le recensioni di un critico musicale."
terza parte
Mentre la mia personale congettura al riguardo era che con Chronicles,
Volume Uno, Dylan avesse soddisfatto l'impulso a scrivere (o come canta
in Modern Times: "I've already confessed / No need to confess again"),
di fatto sembra che invece egli sia già al lavoro ed in fase avanzata
per progettare un Chronicles, Volume Due. "Penso che andrò indietro
nel tempo fino all'album Blonde on Blonde - e probabilmente non andrò
più indietro di quel periodo nel prossimo libro. Da quel punto probabilmente
andrò solo in avanti. Ho pensato in particolare ad un periodo di
tempo interessante. Avevo realizzato
questo disco, Under the Red Sky, insieme a Don Was, ma nello stesso
tempo stavo anche registrando un disco dei Traveling Wilburys. Non so com'è
che è successo che mi fossi trovato al lavoro su due album contemporaneamente.
Lavoravo con George [Harrison] e Jeff [Lynne] durante il giorno - tutto
doveva essere fatto in un giorno, la musica e le parole dovevano essere
scritte in un solo giorno, e poi andavo da Don Was, e mi sentivo come se
stessi camminando attraverso un muro. Don aveva per me un gruppo di musicisti
differente con il quale suonavo ogni giorno, un gruppo composto tutto da
stelle, anche se non per un motivo particolare. A quel tempo ero completamente
disilluso per quanto riguardava il lavoro in studio e lasciavo che qualcun
altro prendesse il controllo di tutto ed io arrivavo semplicemente con
le parole adatte alla melodia di una canzone. Don mi chiedeva: 'Che cosa
vuoi registrare?' - beh, io non avrei voluto registrare niente, ma ero
così abbattuto perchè ero stato così bene con i Wilburys
che semplicemente arrivavo con qualche traccia e tutti si mettevano in
riga dietro quella traccia, oh mio Dio." Ride. "Era un po' il contrario
della scena dei Wilburys, che si svolgeva in una casa sulle colline. Poi
scendevo giù in città per queste altre sedute di registrazione
che si svolgevano in uno studio che era un po' come una caverna, giù
ad Hollywood, dove passavo il resto della notte e cercavo di dormire un
po'. Entrambi i progetti ne hanno sofferto. Troppa gente nella stanza,
troppi musicisti, troppi ego, musicisti spinti dall'ego che volevano suonare
solo la loro parte, e di certo non era il mio modo di fare..."
Ora, questo potrebbe essere il momento buono per dire che trovo il
secondo lato di Under the Red Sky uno dei tesori nascosti dell'intero catalogo
di Dylan. La canzone che chiude l'album, un garrulo ma misterioso jump-blues
intitolato "Cat's in the Well," in particolar modo, non avrebbe sfigurato
su "Love and Theft" o Modern Times. Ma, come mi ha detto, Dylan non ascolta
i suoi dischi. E a differenza di me non ha familiarità con la Bob
Dylan Encyclopedia. ("Non sono quelli i circoli in cui mi muovo,
davvero," ridacchia quando glielo chiedo. "Non è qualcosa che
ha a che fare con la mia vita.") Ma quando Dylan loda la sua band attuale
come la sua migliore in assoluto - una valutazione fatta dagli ammiratori
di Mike Bloomfield ed Al Kooper, per non menzionare Garth Hudson, Rick
Danko ed altri potrebbe mettere in discussione la cosa - sento che le rapide
semplificazioni di Dylan della propria carriera sono eminentemente robuste.
Punzecchiare i miti, boicottare le analisi e ignorare la cronologia
sono parte di una campagna lunga (e che di recente ha avuto abbastanza
successo) per non essere incarcerato dentro la sua stessa leggenda.
La conclusione più grande a proposito di Dylan fin dall'apoteosi
degli anni Sessanta potrebbe semplicemente essere che egli ha reclamato
che la propria storia fosse solo sua (pensate a come ulula il primo verso
di "Most Likely You'll Go Your Way and I'll Go Mine" al suo ritorno sul
palco durante il tour del 1974: "You say you love me and you're thinkin'
of me / But you know you could be wroooonngg!").
Personalmente prendo la nostra conversazione di oggi come ho preso
Chronicles, e come ho preso la lunga canzone-giornale "Highlands": come
il resconto vivido e generoso sullo stato di Bob Dylan e sui suoi sentimenti
al momento attuale.
In altre parole, non importa che io pensi che Under the Red Sky sia
un buon disco.
Dopo quella disillusione dei primi anni Novanta, com'è che Dylan
ha deciso di registrare Time Out of Mind?
"Mi hanno fatto un altro contratto, che io in realtà non volevo.
Non volevo registrare più, non ne vedevo lo scopo, ma - meraviglia
delle meraviglie - mi hanno fatto un'offerta che era difficile rifiutare.
Avevo lavorato in precedenza con [Daniel] Lanois, e credevo che sarebbe
stato capace di dare magia al disco. Pensavo 'Proviamoci'. Ma c'era un
qualcosa come dodici o quindici musicisti in quella stanza, con quattro
batteristi. Veramente non lo so come sia venuto fuori qualcosa da tutto
quello."
Fa una pausa per riflettere sull'accoglienza ricevuta dal disco. Pubblicato
subito dopo un problema di salute iper-pubblicizzato, l'album aveva dei
testi che sono stati unanimemente letti come se parlassero di un uomo che
lotta contro l'angelo della morte.
"Voglio dire, sono stati percepiti come se io fossi una sorta di malato
terminale o se strisciassi con le ginocchia sanguinanti. Ma non è
mai stato il mio caso."
Menziono a Dylan il fatto che già qualcuno descrive il nuovo
album come il terzo di una trilogia iniziata con Time Out of Mind.
Dylan obietta: "Time Out of Mind mi vedeva tornare in pista e combattere
per uscire dall'angolo. Ma quando ho fatto "Love and Theft" invece ero
fuori dall'angolo. E su questo disco non vado da nessuna parte, non puoi
trovarmi da nessuna parte perchè sono già lontano dall'angolo.
Piuttosto penso a "Love and Theft" come all'inizio di una trilogia, se
una trilogia ci sarà. Se deciderò di ritornare in studio
di registrazione."
In una giornata di conversazione continua in cui si tornava sugli argomenti,
siamo tornati a parlare del nuovo album e gli ho chiesto nuovamente a proposito
di alcuni motivi. Modern Times oscura il tono scherzoso ed affettuoso di
"Love and Theft" e lo porta in un territorio più sinistro, il linguaggio
delle "murder ballads" ("ballate di assassinio") ed in quello di Edgar
Allan Poe:
nemici e carneficine, giardini infestati e fantasmi. I vecchi blues
e le vecchie ballate sono citate liberamente, come una seconda natura.
"Questa volta non mi sono sentito limitato, o mi sono sentito limitato
in una maniera tale da volere che ogni verso fosse chiaro e che avesse
uno scopo, senza che le cose si complicassero inutilmente. E' così
che mi sento, nella mia genealogia - un sacco di gente non ha istinti omicidi
ma non si preoccuperebbe di possedere una licenza di uccidere. Lascio semplicemente
che le liriche vadano e quando le canto sembra che abbiano una presenza
antica."
Dylan sembra provare la sensazione di dimorare in un corpo che è
posseduto come una casa dai fantasmi dei suoi precursori musicali. "Queste
canzoni sono nei miei geni, e non posso impedire che vengano fuori. Forse
in una maniera legata in qualche modo alla reincarnazione. Le canzoni hanno
una sorta di lignaggio."
Gli dico che, a dispetto del fatto che parla di nemici, ho trovato
in questo nuovo disco una generosità di spirito, persino un senso
di accettazione. Ne conviene apertamente. "Già. Devi accettarlo
da solo prima di aspettarti che lo accetti qualcun altro. E poi in fin
dei conti è solo un disco. I testi passano velocemente."
Quando tutto è stato detto e fatto, Bob Dylan è interessato
ad assicurarsi che io abbia capito da dove viene. E, perchè io lo
capisca, devo riuscire ad afferrare quel che lui ha visto negli artisti
che sono venuti prima di lui.
"Se pensi a tutti gli artisti che hanno inciso dischi negli anni Quaranta
e negli anni Trenta, e negli anni Cinquanta... certo trovi grandi gruppi
ma erano tutti la visione di un solo uomo. Voglio dire, la band di Duke
Ellington era la visione di un solo uomo, la band di Louis Armstrong era
la voce individuale di Louis Armstrong. E passando a tutta la musica rhythm
& blues, o a quella rockabilly, tutta quella musica che mi ha spinto
a fare quello che faccio, era basata tutta su singoli individui. Era quella
la
cosa che tu sentivi, il grido individuale nel deserto. Ed in qualche
modo questo si è perduto. Voglio dire, chi è l'ultimo artista
individuale al quale puoi pensare? Forse Elton John? Sto parlando di artisti
che hanno la forza di volontà di non conformarsi alla realtà
di qualcun altro, ma solo alla propria. Patsy Cline e Billy Lee Riley.
Platone e Socrate, Whitman ed Emerson. Slim Harpo e Donald Trump. E' una
forma d'arte che è andata perduta. Ad essere sincero non saprei
proprio chi altri la pratica ancora, a parte me."
E' soddisfatto? "Ho sempre voluto fermarmi quando ero al top. Non volevo
scomparire pian piano. Non volevo essere una vecchia gloria, volevo essere
qualcuno che non sarebbe mai stato dimenticato. Sento che, in un modo o
in un altro, adesso è OK, ho fatto quel che volevo per me stesso."
Queste osservazioni, va notato, sono ancora un'altra occasione per
ridere. "Penso che potrei smettere di andare in tour ad ogni momento ma
poi in realtà non sento che questo debba avvenire ora."
La promessa di una terza parte di una trilogia "in progress" è
una notizia che per me è sufficiente.
Possa il Tour Senza Fine non avere mai una fine. "Credo di essere nei
miei anni di mezzo, ora", mi dice Bob Dylan. "Non ho progetti per ritirarmi
dalle scene."
*NOTA A MARGINE: Allora, qual è la squadra di baseball preferita
di Bob Dylan, comunque? "Il problema con le squadre di baseball è
che tutti i giocatori cambiano divisa, per cui magari ti piace una squadra
perchè ami un paio di giocatori ma poi quei due all'improvviso non
sono più nella tua squadra e quindi non riesci più a pensare
a quella squadra come la tua favorita. E' più una cosa di divisa
preferita. E allora... sì... mi piace Detroit. Anche se mi piace
Ozzie [Guillen] come manager. E non so come a qualcuno possa non piacere
Derek [Jeter]. Vorrei avere lui nella mia squadra piuttosto che chiunque
altro."
Questa intervista è stata presentata in
settembre sulla rivista "Rolling Stone".