LA VITA E' BELLA

 

 

LA VITA E' BELLA

Anno: 1997
Personaggio interpretato da Nicoletta Braschi: Dora

CREDITI

Nazione: Italia
Produzione: Cecchi Gori
Distribuzione: Cecchi Gori
Durata: 120 minuti

Regia:  Roberto Benigni

CAST

Roberto Benigni (Guido Orefice)
Nicoletta Braschi (Dora)
Giorgio Cantarini (Giosuè)
Giustino Durano (lo zio di Guido)
Sergio Bustric
Horst Buchholz

LA TRAMA

Fine degli anni '30. Guido Orefice, toscano montanino ed ebreo viaggia in compagnia dell'amico Ferruccio, aspirante poeta, per le strade della Toscana. Giunge a Viareggio dove si reca da uno zio che gli ha promesso un lavoro come cameriere al Grand Hotel. Ed al Grand Hotel, dove Guido prende effettivamente servizio, egli conosce un dottore tedesco con cui entra in amicizia ed al quale, ricambiato, sottopone i giochi enigmistici più disparati in una continua sfida a risolvere l'enigma. Ferruccio intanto conosce la Guicciardini, editrice di testi di poesia e cerca di farsi pubblicare. Guido ritrova in città la bella maestrina Dora (casualmente conosciuta all'inizio del film), promessa sposa contro la propria volontà di un pezzo grosso del Partito Fascista, che lei detesta. Guido se ne innamora e grazie ad una serie di invenzioni e di scherzi la corteggia in maniera stravagante fino a farla innamorare. I due si sposano ed hanno un bambino cui danno il nome di Giosuè. Sei anni dopo sono promulgate dal Partito Fascista le leggi razziali (1938), ed iniziano le deportazioni. Guido, che nel frattempo ha aperto una libreria, con il figlioletto Giosuè e con lo zio viene deportato su un treno e parte per il campo di concentramento. Dora, che ebrea non è, pur di non abbandonare il marito ed il figlioletto si reca alla stazione e con le maniere dure convince l'ufficiale tedesco responsabile della stazione a farla salire sul treno per condividere la sorte dei suoi cari.
Arrivati a destinazione, per proteggere il figlio dall'orrore della guerra e del campo di concentramento, Guido fa credere al piccolo che quello che stanno vivendo è un gioco a premi con un carro armato in palio. Se arriveranno a mille punti il primo premio sarà loro. Le regole del gioco - prosegue Guido nel suo tentativo di nascondere al bambino la verità - sono quelle che stabiliscono i soldati del campo che fanno la parte dei "cattivi" e cui bisogna obbedire pena la squalifica. Il bambino crede alla bugia inventata dal genitore che però nel finale del film, quando i nazisti stanno abbandonando il campo per fuggire all'arrivo degli Alleati vittoriosi, viene catturato e fucilato mentre cerca di raggiungere la moglie Dora nella parte del campo destinata alle donne. Dora si ricongiunge al piccolo Giosuè che nel frattempo è stato raccolto da un soldato americano a bordo di un carro armato che il piccolo crede essere il premio a lui destinato per aver vinto il gioco insieme a suo padre.

Sesto film di Benigni regista, è il più ambizioso, difficile e rischioso e il migliore: 2 film in 1, o meglio un film in 2 parti, nettamente separate per ambientazione, tono, luce e colori; essenziali i contributi della fotografia ma complementari: la 1a spiega e giustifica la 2a. Una bella storia d'amore, scritta con Vincenzo Cerami: prima tra un uomo e una donna, poi per un figlio, ma l'una è la continuazione dell'altra. Il frenetico dinamismo di R. Benigni è felicemente sfogato, la sua torrentizia oralità ora debordante ora dimezzata. Un'elegante leggerezza distingue G. Durano nel più riuscito dei personaggi di contorno. 5 Nastri d'argento, 7 nomination agli Oscar e 3 statuette (film straniero, attore per Benigni, musica per Nicola Piovani).

Premio Flaiano di Cinematografia
1999: Nicoletta Braschi



 

La trama di Yahoo Cinema:

Nel 1938 Guido Orefice (Roberto Benigni) arriva in una città della Toscana dove vuole aprire una libreria. Intanto lavora come cameriere presso il Grand Hotel dove conosce Dora (Nicoletta Braschi), una ragazza di buona famiglia promessa sposa di un ottuso funzionario comunale, esponente del partito fascista. Innamorato perso, Guido gioca ogni carta per conquistarla, arrivando a "rapirla" durante la sua festa di fidanzamento. A guerra iniziata, Guido e Dora si ritrovano felicemente sposati e genitori di Giosuè (Giorgio Cantarini), un bimbo di cinque anni. Quando vengono promulgate dal governo fascista le leggi razziali, Guido e il bambino, a causa delle loro origini ebraiche, vengono deportati in un campo di sterminio. Comincia così il travaglio di Guido per preservare il proprio figliolo dalle violenze fisiche e psicologiche dei nazisti: la soluzione è di fargli credere che si tratta di un gioco a premi organizzato cui partecipano tutti i prigionieri e che contempla, quale ambito primo premio, un carro armato vero.
 
 



Non c'è paragone tra le farse con le quali Benigni aveva sbancato il botteghino nelle scorse stagioni cinematografiche e questo autentico gioiello, col quale è riuscito a sorprendere quanti in passato avevano storto la bocca di fronte alla sproporzione fra il suo genio di clown e la sua mediocrità di autore. Non che Benigni sia diventato improvvisamente un grande regista o che il film sia un capolavoro perfetto; tutt'altro. Ma poco importa, tanta è la straordinaria forza poetica dell'idea sulla quale lui e Vincenzo Cerami hanno costruito questo indimenticabile apologo: usare il sorriso per preservare un bambino dall'orrore, affinché in futuro possa continuare a pensare che la vita è bella. E' un'idea degna di Chaplin per il perfetto dosaggio di comicità e sentimento, di drammaticità e leggerezza, di amarezza e di ottimismo, di irriverenza e di rigore morale. Un'idea che celebra l'eroismo della fantasia, che fulmina in una luce assoluta l'assurdità del razzismo della sopraffazione, che appaia l'intollerabilità della violenza sui corpi a quella della mortificazione dell'anima. Sarebbe stato facile per Benigni, forte dell'amore di un pubblico che sembra entusiasmarsi per qualsiasi cosa faccia o dica, adagiarsi come un Pieraccioni sulla facile replica di formule già collaudate. E invece, con questo bellissimo film, colma in maniera definitiva l'abisso che separa il talento dalla poesia. Ciò gli è valso il premio speciale della giuria al festival di Cannes; o, come preferisce chiamarlo Benigni, il Dattero d'Oro.

LA BATTUTA - Ma ti sembra possibile che prendano i bambini e li portino nelle camere a gas? E magari li bruciano anche nei forni. E poi ci fanno il sapone. E i bottoni. Guarda qua, questo è il mio amico Ruggero, che è diventato una fibbia.

tratto da http://www.clarence.com/home/kino/Lavita.htm



SEQUENZE INEDITE DA "LA VITA E' BELLA"


LA SCENEGGIATURA DI UNA SEQUENZA
MODIFICATA DA "LA VITA E' BELLA"



"LA VITA E' BELLA" di Roberto Benigni, vincitore di 53 premi fra i quali premio speciale della giuria Festival di Cannes 98, 5 nastri d'argento, 4 globi d'oro, 9 David di Donatello, biglietto d'oro, premio Amidei per la sceneggiatura, Premio Fellini, 2 European Film Award,Oscar Europeo a Londra, Premio del pubblico al Festival di Toronto e Montreal, premio speciale al Festival di Gerusalemme,5 Ciak d'oro, 3 PREMI OSCAR 1999

David di Donatello

luglio 1998

Miglior film: La vita è bella di Roberto Benigni
Miglior regista: Roberto Benigni per La vita è bella
Miglior produttore: Elda Ferri e Gianluigi Braschi per La vita è bella
Migliore attore protagonista: Roberto Benigni per La vita è bella
Migliore direttore della fotografia: Tonino Delli Colli per La vita è bella
Migliore scenografo: Danilo Donati per La vita è bella
Migliore costumista: Danilo Donati per La vita è bella
David scuola: La vita è bella di Roberto Benigni

Nastri d'argento

aprile 1998

Regista miglior film italiano : Roberto Benigni per La vita è bella
Miglior soggetto: Roberto Benigni - Vincenzo Cerami per La vita è bella
Migliore sceneggiatura: Roberto Benigni - Vincenzo Cerami per La vita è bella
Miglior attore protagonista: Roberto Benigni per La vita è bella
Migliore attore non protagonista: Giustino Durano per La vita è bella




Hanno assistito alla Prima TV del film oltre 16.000.000 di telespettatori, con uno share pari al 53.47 per cento, è un record assoluto, che fa del premio Oscar 1998 il film più visto in tv di tutti i tempi. Il film italiano di più grande successo della fine dell'ultimo millennio (tre Oscar, un premio a Cannes, solo per citare i premi più ambiti portati a casa), è l’esempio di come per fare un capolavoro a volte non sia necessario un grande regista. La produzione infatti ha messo al servizio di Benigni il meglio : un’ottima storia di Vincenzo Cerami, le sempre adatte musiche di Nicola Piovani (Premio Oscar per questo film), una fotografia adattissima che rievoca atmosfere d’altri tempi (in particolar modo nella prima parte), i costumi e una scenografia curatissimi e frutto di un lavoro di produzione impressionante e della bravura di Danilo Donati (consiglio di visionare i making of del DVD per rendersi conto della cura maniacale con cui il tutto è stato realizzato). Benigni ci ha messo il resto con una interpretazione delle sue . . . , ed il risultato è stato il film della sua vita. La storia, che chiaramente si divide in due parti ben distinte, ambientata nel bel mezzo del regime fascista, racconta le vicende di Guido Orefice, toscano ed ebreo, che si innamora della maestrina Dora (interpretata dalla compagna di Benigni, Nicoletta Braschi), già promessa sposa ad un funzionario di partito. La prima parte del film, una storia d’amore, è dinamica, allegra e spensierata, con i divertenti incontri apparentemente casuali tra Guido e Dora, memorabile l’esclamazione che è entrata addirittura nel gergo americano: “Buongiorno Principessa !!!” (Mi è capitato di conoscere delle ragazze americane che l’unica frase che conoscessero in italiano fosse appunto “Buongiorno Principessa !!!” …). La seconda parte del film, una tragedia sui generis, si fa invece più cupa nel Lager di sterminio ebraico (un ambiente completamente costruito appositamente per il film), dove vengono rinchiusi Guido e Dora che intanto si sono sposati ed hanno avuto un simpatico bambino di nome Giosuè. La madre è costretta a stare lontana dal figlio e dal papà, e dal rapporto tra Guido e il figlio avviene la trasfigurazione della tragedia in gioco fantasioso. Quando la realtà si dimostra assurda e insopportabile ( ed è questo che accade nel genocidio), l’unico modo di sopravvivere è ricorrere alla fantasia ed all’ironia, ed è questa la lezione che il padre vuole dare al figlio, quando gli fa credere, che quel luogo in cui sono stati portati in treno, è una sorta di gioco collettivo in cui chi resiste avrà in premio un vero carro armato. Credere fino in fondo ad un mondo di fiaba (ed è questo che crederà Giosuè fino alla fine), trasformerà alla fine il mondo vero, l’incubo, nella sua trasfigurazione frutto della fantasia. Il fanciullo passerà indenne tra le rovine dell’incubo con il suo premio.

recensione di Arancia

"Mi sembra di essere in un sogno. Non mi monterò la testa ve lo prometto"

R.Benigni
IL FILM

Benigni come tutti i grandi artisti (Fellini per tutti) convive con il bambino che è in lui. Quando ci regala la risata lo fa istintivamente, con quell’espressione ingenua e beata, con quella gioia che contamina, del bambino che non ha bisogno dell’umorismo per sentirsi felice.
Nel film da 3 Oscar La vita è bella, Benigni crea il personaggio di Giosuè per concretizzare questa sua indole e aiutare il pubblico a identificarsi con il punto di vista di un bambino alle prese con la cosa più lontana dall’innocenza che è il nazismo. E interpreta Guido, il padre, che riesce a salvare lo sguardo di suo figlio dall’orrore del campo di sterminio attraverso il linguaggio che i bambini conoscono meglio, quello del gioco. Gli fa credere infatti che i lavori forzati, i cattivi tedeschi, il gas, facciano parte di un gioco a punti per vincere un carro armato. L’effetto è dirompente, si riesce a ridere e a star male contemporaneamente - e ciò accade in tutto il pianeta - davanti al piccolo Giosuè che dice al padre “Con noi ci fanno i bottoni  e il sapone” (cap.17, 1:29:06), e si sente rispondere da Benigni “Sarebbe il colmo dei colmi…ci pensi domani mattina mi lavo le mani con Bartolomeo, una bella insaponata, poi mi abbottono con Francesco…”
 Potenza dell’amore. Di Guido verso Giosuè e di Guido per  Principessa – il film si doveva intitolare Buongiorno, Principessa- la maestrina -Nicoletta Braschi sua moglie e sua musa, come già Giulietta Masina per Fellini- che lui conquista facendone di tutti colori nella prima metà del film, con la gag più esilaranti.  E Principessa per amore segue di sua volontà marito e figlio nel campo di sterminio. La vita è bella è soprattutto una fiaba come dice la voce narrante del film, e la penna di Vincenzo Cerami, lo scrittore che ha aiutato Benigni ad avere un successo mai registrato nel cinema italiano.
Senza dimenticare il contrappunto musicale alle immagini ora favolistico ora ironico di Nicola Piovani, giustamente premiato con l’Oscar.

QUALITA' DELL'IMMAGINE

Che questo film fosse destinato al mercato americano già dall’inizio si vede dalla cura e dall’impegno profuso nella fotografia, che adotta pure lo stile classico preferito da Hollywood. Questo ha aiutato senza dubbio la trasposizione delle immagini in DVD, le quali risultano ben calibrate dal punto di vista dell’illuminazione, soprattutto nelle scene d’interni della prima parte del film. I colori molto saturi e compatti, con una predominante blu nella prima parte e ambra nella seconda, sono ben resi.

AUDIO

DD 5.1 ita
Anche per l’audio vale quanto detto per le immagini. Oltre ai dialoghi, gli effetti giocano un ruolo di primo piano, lontano dalla piattezza del doppiaggio italiano, che il 5.1 esalta; ben missate le colonne, anche se alcune volte sembra che la colonna musicale prenda il sopravvento.

EXTRA

Una divertente ed educativa intervista a Roberto Benigni di 25’ e sempre Benigni che racconta la trama del film. Extra molto coinvolgenti.

(tratto da It portal)



Tragica o comica la "Vita è bella"

«Buongiorno principessa», questo doveva essere il titolo originario de «La vita è bella», il film con cui Roberto Benigni ha letteralmente sbaragliato la concorrenza nella notte degli Oscar. Un riconoscimento al coraggio del comico italiano, capace di raccontare una tragedia come quella dell’Olocausto, liberandola dai luoghi comuni e mostrandone un aspetto diverso e toccante. La vicenda di questo giovane padre che riesce a preservare il figlio dagli orrori della guerra, facendogli apparire tutto come un gigantesco gioco, ha commosso il mondo intero. Ma è anche stata capace di mostrare a tutti la geniale sensibilità dell’uomo, oltre che dell’artista. Una pellicola che, se da una parte ha avuto il pieno gradimento del pubblico, dall’altra, non ha mancato di suscitare polemiche. Polemiche sollevate soprattutto da parte di chi, ignorando la profondità del messaggio contenuto nel film, aveva accusato Benigni di fare ironia su una delle pagine più oscure della storia. Ma probabilmente, ai detrattori, sfuggiva non solo l’eccezionale intuizione avuta dal regista toscano e dal suo sceneggiatore Vincenzo Cerami, ma anche la profonda riflessione artistica contenuta nella pellicola che, partendo dalla tragedia greca arrivava, tramite la fisicità di Benigni, a fondersi con il cinema di Chaplin. Eppure «La vita è bella», frase presa in prestito dai diari di Trotski, è riuscita a mettere d’accordo sia il mondo della cultura ebraica, che, sulle prime, aveva parzialmente sconfessato Benigni, sia quello cattolico. E, nonostante tutto ha vinto una difficile partita contro il pregiudizio, tipico di alcuni intellettuali, che vuole certi argomenti riservati esclusivamente ad espressioni artistiche più «serie». All’estero lo scenario che ha accolto la pellicola è stato abbastanza diverso, salvo sporadici casi, e la cavalcata trionfale, culminata con l’Oscar, ha attraversato l’intero pianeta ottenendo riconoscimenti in Francia (Palma d’oro a Cannes e Cesar a Parigi), Inghilterra ed in molte altre nazioni. A dimostrazione che il messaggio lanciato da Benigni aveva colpito nel segno. Non si può però dimenticare che, oltre al protagonista, il film ha vissuto anche della splendida interpretazione di Nicoletta Braschi, sua compagna nella vita, che ha contribuito a dare corpo all’altro aspetto preponderante nella storia, ovvero quello dell’amore tra un uomo e una donna che, provenienti da mondi diversi, uniscono le loro vite anche nella tragedia della deportazione. Il tutto riuscendo quasi completamente ad evitare l’aspetto politico della vicenda, che pure si prestava ad interpretazioni di parte. Nel film la condanna dell’Olocausto non è espressamente dichiarata, perché, alla fine, non è unicamente quella la chiave di lettura. A dominare è soprattutto l’aspetto umano, capace di porre in secondo piano anche le atrocità più evidenti. E quando Sofia Loren ha chiamato Roberto sul palco dell’Academy per consegnargli la prima delle tre statuette vinte, la sua esplosione di gioia ha confermato, se mai ve ne fosse stato bisogno, che Benigni è oggi forse l’ultima grande maschera del nostro tempo, capace di far ridere così come di commuovere con la sola espressione del viso. E non è un caso che, nell’arco di un anno, il paese con il Nobel a Fo e gli Oscar a Benigni, abbia offerto al mondo gli aspetti più giullareschi della propria cultura; padroni di quella genialità che, partendo dal corpo, arriva dritta all’anima.

S. Faina

Data Articolo : 27/3/99

(da romaonline)



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BUONGIORNO
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