"Un Genio? No grazie"
di Robert Hilburn

Chicago.E' notte fonda e Bob Dylan fissa il libro che qualcuno ha lasciato nell'autobus con
cui va in giro a cantare.In copertina c'e' lui,in una foto a colori anni '80,il titolo e' Tangled up in tapes revisited e nelle 278 pagine c'e la cronaca degli anni piu' recenti di una lunga carriera cominciata nel 1960,tutte le canzoni che ha cantato in concerto dal 1974 al 1989,nonche' la testimonianza dell'eterna passione del pubblico per colui che viene definito il piu significativo cantautore dell'era rock.
Bob sembra piu' interessato al caffe' che sta bevendo che non al libro.
Chiunque altro sarebbe incuriosito,lo sfoglierebbe: ma lui con aria stanca lo restituisce a chi gliel'ha portato,e all'invito a tenerlo almeno come ricordo risponde che "sono gia' stato in tutti quei posti e ho gia fatto tutto quello che c'e' scritto.Se invece mi trovate un libro che dica dove andro' e cosa faro' in futuro,allora forse mi potrebbe interessare"dice.
Dylan e' sempre stato un alternativo nel mondo della pop music e nulla fa pensare che a 50 anni voglia cambiare  e rinunciare alla sua indipendenza.
Ai tempi delle sue prime apparizioni nei club del Greenwich Village,all'inizio degli anni 60,quando con la sua musica che rifiutava tenacemente di accettare gli altrui canoni costrinse il mondo del rock a meditare,il suo volto sbarbato aveva un aria di innocente malizia.
Oggi Dylan sorride ancora in quel modo disarmante,ma nel suo sguardo c'e' una certa circospezione forse l'istintiva sospettivita' di chi,oggetto da sempre di una costante critica,teme di abbassare la guardia.
Quando compi' 50 anni i media pensarono che fosse tempo di celebrazioni e bilanci,ma lui rifiuto'tutte le interviste.
Preferi' continuare a girare per gli Stati Uniti,l'Europa e il Sud America nel quarto anno di quello che ormai e' stato ribattezzato Never Ending Tour,tour senza fine,che finora ha al suo attivo 450 concerti e oltre tre milioni di presenze.
Unica eccezione la sua infelice apparizione di un anno fa al New York per ricevere il Grammy Award alla carriera: in un momento in cui l'America era animata da gran fervore patriottico(la Guerra del Golfo era appena cominciata) Bob si presento' trasandato,assente e con la barba lunga,canto' la piu' ruvida e antimilitarista delle sue canzoni,Master of War (ma poi perche' infelice!! la song e' strepitosa!) "sotto maestri
della guerra,che costruite i cannoni,che costruite grosse bombe,che costruite i mortali aereoplani,che vi nascondete dietro i muri,che vi nascondete dietro uno scrittoio.Voglio solo che lo sappiate;sotto le vostre maschere io ci vedo chiaro..." e se ne ando' senza neanche ringraziare per il premio.
Per anni la sua ritrosia a esporsi ha dato l'impressione di voler solo alimentare la sua fama di personaggio difficile.
Ma  a Dylan  della celebrita' non importa niente,e ancor meno delle sue glorie trascorse.
"Nostalgia e' sinonimo di morte"dice ,e se gli fai domande sul passato le ignora,aspettando una che catturi la sua attenzione,visto che crede,come buona parte degli artisti,che la sua opera contenga di per se' tutto quello che al pubblico e' lecito di sapere.
"Non sono stato io a definirmi un mito - dice -e' un appellativo che mi hanno affidato i media,mi e' rimasto appiccicato addosso ma non corrisponde assolutamente alla verita'.
Il mito non conta,contano la capacita' di fare dell'arte,le cose che riusciamo a creare.
Ciascuno di noi deve fare le cose per cui e' nato,e se ti cali nel mito perdi di vista la realta'".
Non e' felice di essere considerato il piu' grande cantautore rock?
"Cioe' un genio? proprio no.Tra genio e follia, lo sanno tutti, c'e' una linea di demarcazione troppo sottile".
A Chicago,con il chitarrista John Jackson,il bassista Tony Garnier e il batterista Wallace,Dylan ha cantato all'Evanston Campus della Northwestern University davanti ad un pubblico che rappresenta un'altra lapalissiana differenza fra cio' che fu e cio' che e': fino alla meta' degli anni 80 Bob si e' esibito prevalentemente per platee della sua generazione,oggi canta e suona per ventenni che non erano ancora nati nel 1963(quando Peter,Paul & Mary incisero Blowin' the Wind e finirono primi in classifica) e che ora non vedono piu' in lui una specie di mito,un redentore,bensi' un artista affermato,un simbolo dell'America in cui vivono.
Kevin Martelli ha venti anni e vede Dylan per la prima volta.
Lui e i suoi due amici siedono tranquilli  nella hall aspettando l'inizio del concerto,mostrando ben poca dell'esuberanza usuale ad altri concerti rock.
"Ci sono parecchie band oggi - dice - come gli U2,che hanno qualche cosa da dire,ma penso che  gli artisti degli anni 60 erano qualche cosa di diverso,e Dylan e' uno dei pochi che puoi ancora vedere.Penso che una buona canzone come Masters of War sia importante oggi come ieri.E' una leggenda".
Poco piu' in la',Robert Blackmon,19anni,uno studente di chimica,fa una lista delle sue band preferite(jane's addiction,Nirvana e Primus,che parlano direttamente delle frustrazioni e aspirazioni della sua generazione).
Ma come Martelli vede Dylan da un altra prospettiva: "e' senza tempo,universale".
C'e' una certa elettricita' nell'aria mentre le luci si abbassano. Senza una parola di saluto,Dylan,in camicia nera e pantaloni neri con una riga,si avvicina al microfono.Con un veloce segno alla band,comincia a suonare.
Le luci sono cosi basse che e' difficile vederlo,ma il suono della voce e' inconfondibile.
In oltre 90 minuti,passa dalle canzoni degli anni 60  70  e 80 , canzoni d'amore e commenti sociali,per lo piu' sue e alcune cover.
Dylan sorprende i piu' vecchi fans con una delicata riedizione di Answer me, my Love (quella di Siviglia) di Nat King Cole.
Si muove dolcemente,come a ricordare l'emozione che la canzone gli procuro' la prima volta che la senti'.
Poi,assomigliando a una giovane rockstar in un roadhouse di Memphis,si lancia in una frenetica versionedella vecchia Folsom prison blues di Johnny Cash.
Ma ci vuole la vecchia All Along The Watchtower,riconosciuta dai piu' giovani probabilmente per la versione fatta dagli U2,per accendere gli animi.
Centinaia si sono fatti sotto al palco,muovendosi a tempo con la musica, Dylan li guarda brevemente,sembra soddisfatto e continua a suonare.
Come al solito,parla poco oltre a un occasionale "thank you".
Nessuna introduzione,nessuno sguardo.
Il concerto e' splendido e sottolineato da scroscianti applausi ma quando lui scende dal palco le uniche parole che dice sono per un tecnico: "Come era il suono,giu'?"
Il bus li porta in hotel,e i membri della band vanno nelle loro camere.
Ma Dylan  resta su State Street la strada dell' hotel,coprendosi per il freddo e un poco distante.
Vuole andare in un club dove suonano del blues e poi andare a cenare.
Dopo un ora di blues,(ma dove trova tutta questa energia? mah!) Dylan,e la sua guardia del corpo e un altra persona entrano in un ristorante a pochi isolati dall'hotel.
Assaggiando una zuppa,Dylan dice di quanto gli piace il suono del mandolino nella canzone dei REM, Losing my religion,che si sente nella radio.
Gli parlo dei commenti degli studenti su lui e gli anni 60.Si interessa a questo.
Poi spiega che "quelli piu' vecchi,quelli della mia generazione,non vengono piu' a sentirmi.
Molti negli ultimi anni sono venuti ai miei concerti solo per curiosita' ,ma non hanno trovato quello che cercavano:non ritrovavano l'atmosfera degli anni 60  e restavano delusi.
Il Concerto non  diceva loro nulla,ne' loro avevano alcun significato per me.Era una cosa che prima o poi doveva finire,e finalmente e' finita.
Troppi venivano a vedere il mito ,mentre da parte mia c'era solo voglia di fare musica e basta.
Parecchia gente sostiene che la generazione che ha vissuto gli anni 60 ha fallito,non e'stata all'altezza dei propri sogni e non ha concluso nulla. Forse hanno ragione.
Eppure si sono fatte cose che nessuno e' stato piu' capace di ripetere.
Oggi si vive ancora a rimorchio di cio' che e' stato fatto a quei tempi,e la musica e le idee di allora sono sempre valide.
Guardatevi attorno adesso:mentre una volta si condividevano miti e ideali adesso i giovani hanno come punti di riferimento McDonald o Disneyland".
Quando Dylan e gli altri si alzano da tavola dopo un ora,il proprietario del locale si avvicina al cantante e chiede un autografo o una foto.
"Magari domani o un altra volta,okay", dice convinto. Ma non vuole essere maleducato, e gli stringe la mano.
Una volta all'hotel, Dylan si ferma nella Pump Room dove centinaia di celebrita' sono ritratti in fotografie appese al muro.
Tutta gente che ha alloggiato nell'albergo.
Si muove lentamente,riconosce Frank Sinatra, Cary Grant, Marylin Monroe, anche David Bowie e Mick Jagger. La sua foto pero' non c'e'.
Guarda per alcuni minuti una foto di Humphrey Bogart e Lauren Bacall ma poi perde interesse.
Sono le due e mezza e arriva l'ascensore.
Il giorno dopo Dylan si muove impaziente nel backstage al Dane County Memorial Coliseum a Madison.
Una tempesta di neve ha rallentato il traffico e ci sono volute quattro ore al bus di Dylan invece delle due che ci vogliono da Chicago.
Sembra ansioso che l'intera serata finisca.
Sul palco, invece della rilassatezza della sera precedente,sembra in cerca di ispirazione.
Il pubblico applaude come la sera prima,ma la voce di Dylan,nelle stesse canzoni,sembra perdere emozione.
L'eccezione e' in I believe in you.
E' una nuda canzone personale , un riflesso dell'isolamento della vita di un outsider, e la tensione nella performance di Dylan enfatizza la sua pregnanza.
Finito il concerto , Dylan non vede l'ora di salire sul bus per andare alla prossima citta'.
Cammina di nuovo direttamente dal palco sul bus.
Si siede a un tavolino.
Piu' in là, i membri della band  sono nell'area della televisione,ridono mentre ascoltano un nastro di Buddy Rich.
Dylan vuole produrre un film sulla vita del batterista, ha gia' sentito il nastro e pensa ad altro.
"E' stata una serata mancata" dice.
Quando qualcuno menziona che il pubblico ha gradito lo stesso,scuote la mano:"Noo,non lo era. Niente contro il pubblico, ma a volte il livello di energia non si alza come si deve".
Si chiude nel silenzio.
La sera prima,dopo lo show,era piu' loquace ,e piu' filosofico sui su e giu' dell'andare in tour.
Piace,a Dylan il suo lungo tour?
"A volte avverti proprio l' entusiasmo del pubblico,altre ti senti esattamente come se stessi andando in ufficio o in fabbrica.Ma o sei un cantante o non lo sei, e se ti presenti in pubblico ogni tre anni ,come facevo io prima di andare in tour con i Grateful Dead ,nell'87,perdi ogni contatto. Se vuoi essere un artista con tutti i crismi devi darti completamente".
Al club di blues a Chicago ,aveva lasciato la sua guardia per un poco,quando un vecchio amico che aveva sentito che Dylan era in citta',lo aveva raggiunto.
La guardia del corpo aveva bloccato quel signore di mezza eta' in giacca e cravatta che si avvicinava a Dylan.
Ma il sorriso sul volto di Dylan  gli aveva fatto capire che era OK.
Il nome dell'uomo era Arnie,ed era compagno di scuola di Dylan  a Hibbing.
Dylan siede ad ascoltare mentre Arnie parla con me:"Durante una lezione di inglese - confida - Bob  scrisse su un foglio: 'Arnie,diventero' una star .Lo so di sicuro,e quando lo saro',porta questo pezzo di carta e per due mesi potrai stare con me,non importa dove saro'.Ce l'ho ancora a casa".
Dylan ride leggermente.
"Sai ,entrai in marina quando Bob andava all'universita',e quello che seppi in seguito era che aveva gia' fatto un disco -continua Arnie- ho alcuni suoi dischi suoi a casa e alcuni libri che parlano della sua vita.Le canzoni che preferisco sono Slow train e Lay Lady lay"
Dylan interviene solo quando gli chiedo il suo cognome:"no -dice protettivamente-non trascinarlo dentro questa cosa".
Stasera sul bus ,Dylan sembra come uno di strada , sbattuto  come quando ando' al Grammy,aspettando un whiskey o un caffe',cercando di uscire dalla frustazione della serata.
Quando i membri della band si ritirano nelle loro cuccette,Dylan sembra un po piu' sollevato,ma senza uno come Arnie che fa rivelazioni,tiene un sipario calato sulla sua vita personale.
Ogni discorso sulla sua ex moglie Sara Lowndes,o sui suoi 4 figli e' assolutamente off-limits.
Cosi come la sua ormai duratura relazione con Carole Childs,una executive della Elektra Records.
La musica naturalmente non e' off-limits.
Si parla del collegamento tra I believe in you e il discorso che fece alla cerimonia del Grammy "e' possibile divenire cosi poco in questo mondo che anche tuo padre  e tua madre ti abbandoneranno.E se questo succede,Dio credera' sempre nella tua capacita' di andare per la tua strada".
Quando gli dico che la canzone e quelle parole sembrano essere sul bisogno di  essere veri con i propri ideali, risponde brevemente:"Quella canzone e' solo sul sopraffare le avversita'" dice spontaneamente"le canzoni sono per lo piu personali ,qualcosa accade nella tua vita o ci passa in mezzo e poi e' andato,e a volte e' una canzone e a volte e' perso. A volte le cose funzionano a volte no".
Di questi giorni ,dice,non vanno piu spesso del solito.
A un certo punto della conversazione,tira fuori un notes dalla giacca e comincia a scrivere.
"E' una canzone su cui sto lavorando.Parte del segreto di essere un cantautore e' di avere un attitudine audace.
C'era un tempo in cui le canzoni mi venivano 3 o 4 contemporaneamente ,ma quei giorni sono proprio finiti".
E' un argomento delicato, ma Dylan continua .
"Una volta ogni tanto,le canzoni mi arrivano  come un cane da guardia al cancello e chiedono di essere scritte.Ma la maggior parte delle volte la mia mente le getta via.
Sei bloccato a domandarti se qualcuno le vuole ascoltare veramente.Lasciamo che sia qualche altro a scriverle"
Nonostante cio',scrive ancora abbastanza per un album nuovo ogni due anni circa e alcuni, per esempio Oh Mercy, sono accolti con entusiasmo.
Stringe le spalle al nominare quanti sono stati chiamati "nuovo Dylan".
"Non e' mai stato un problema.Non c'e' nessuno che fa le mie cose,sebbene non voglia dire che io sono il piu' grande.E' solo roba mia,e nessuno puo' rifarlo.Nessuno struttura il linguaggio con lo stesso senso delle rime.E' la mia roba,proprio come nessuno  puo' scrivere una canzone triste come Hank Williams o amara come Willie Nelson.Il mio lavoro e' la struttura delle rime".
Dylan sembra sciolto ora .Non lascia le domande senza risposta.Potrebbe essere stanco e troncare la discussione.
Ma e'  ancora al suo posto ,coinvolto nella discussione.
Come molti scrittori,non gli piace parlare del suo materiale,ma gli va di dire la sua opinione su alcune delle mie canzoni preferite.
Annuisce quando gli cito Every grain of sand.
"E' un' eccellente canzone,davvero indolore da scrivere"dice senza esitazione"ci sono voluti 12 secondi."
Non sembra entusiasta a citargli Tangled up in Blue,una delle piu' citate canzoni del dopo anni sessanta:
"Ho sempre pensato che era stata scritta troppo in fretta.A volte succede con una canzone,troppi versi,come se stessi correndo da qui a li'"
Annuisce nuovamente a Just Like a Woman :"E' una canzone difficile da definire,e' un altra di quelle che puoi cantare centinaia di volte e ancora a chiederti cosa vuol dire ,ma c'e' autentico sentimento dentro".
Fa una pausa, come se improvvisamente fosse non cosciente.
"Non voglio dire che alcune di queste canzoni siano grandi canzoni,ma che sono state in alto in una lista di canzoni che siano mai state scritte".
Le sue risposte diventano piu' corte alla menzione di altre,vecchie canzoni,ma fa commenti sulle liste dei critici di canzone d'amore opposte a canzoni politiche:
"Hanno definito un sacco di mie canzoni politiche,ma non sapevano neanche cosa fosse politica" si accende una sigaretta "i politici non contano ,sono gli uomini di affari dietro di loro".
Sorride poi aggiunge:"All Along the Watchtower,e' forse la mia sola canzone politica (uomini di affari,bevono il mio vino,scavano al mia terra...)
E' passata l'una di notte quando l'autista annuncia che il bus sta arrivando a Chicago ,un terzo della strada verso South Bend,e la conversazione e' arrivata al fascino di Hollywood verso il rock'n' roll.
Come reagirebbe all'idea di un film che attraverso la sua biografia illustrasse l'America degli anni 60?
"Non mi andrebbe assolutamente.Nessuno ne sa abbastanza di me ,si tratterebbe soltanto di una speculazione.Chi fu a dire che la fama e' una maledizione ? E' proprio vero. Guardate Elvis Presley: e' piu' grande ora di quanto non fosse quando era in vita,continua  a vivere nel ricordo della gente,ma credete davvero che si ricordino piu' della sua musica o di tutte le cose che siano state scritte su di lui?"
Il bus si ferma per lasciarci all'aereoporto,e Dylan chiede una tazza di caffe' fresco.
Uno si aspetta che qualcuno vada giu' a prendergliela .Invece ,scende ed entra nel bar aperto tutta la notte e siede al tavolo.
Un gruppo di motociclisti non lo nota neanche .
E' una scena un po' triste,come un quadro di Edward Hopper ,e vedere Dylan farne parte,dà un immagine di gloria che passa.
Nessuno a 50 anni passerebbe tutti questi mesi on the road,specialmente se e' inverno.
Se Dylan mantiene questo ritmo, fara' circa 120 concerti quest'anno.
"Non sono poi molti" dice "Willie Nelson o B.B.King ne fanno di piu'.Ma e' un buon numero per me".
Dice che si riserva il diritto di fermare il Tour in qualsiasi momento.
"Qualora diventasse come un lavoro,allora mi fermero'.Non voglio essere prigioniero di questa cosa piu' di qualunque cosa nella vita"
Ma per adesso,la strada e' la sua scelta e sembra grato della possibilita'.
Dopo tutti questi anni,libero di andare in giro per il mondo in pace, libero della cappa degli anni 50.
In ultima analisi, i motivi dell'impatto culturale di Dylan sono un puzzle piu' che per qualunque altro artista.
Che cosa fara' Dylan dopo questo Tour?
" E' molto rischioso fare progetti a lungo termine, perche' entra in gioco la propria vanita'.
E' gia' abbastanza difficile ipotecare il domani. La liberta' ce la da' Dio, e non dovremmo preoccuparci che del presente. Una cosa poi e' quando e' uscito un tuo disco, e sai che la gente lo sta accogliendo con favore: ti da' la carica. Ma non e' il mio caso. Io non ho nessun nuovo album, e stento a capire come mai la gente venga ancora a sentirmi, cosa in effetti cerchi, cosa voglia sentire. Forse semplicemente cio' che cercavo io quando ho scritto quei brani".

da : Los Angeles Magazine, 9 febbraio 1992




 

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