“La strada delle otto automobili”
del 30-01-2007

 

Sottotesto: “La sofferenza è l’antipasto del piacere!”


“Il più delle volte la mia mente è sincera. Il più delle volte sono abbastanza forte da non odiare.
Non mi costruisco illusioni fino a starci male, non sono spaventato dalla confusione,
non importa quanto grande riesco a sorridere in faccia all'umanità.
Non ricordo neanche com'era il sapore delle sue labbra sulle mie. Il più delle volte”

(Bob Dylan “Most of the time”)


Nota dell’autore a “La strada delle otto automobili”

Una storia di Redenzione, Amore, Sangue e Trascendenza!
Primo tentativo di racconto “cut up mediterraneo”, o al peperoncino. E’, nelle intenzioni, un racconto minestrone, apocalittico, collage di cose contrastanti, tra aspirazioni spirituali e disincantata sessualità. Tra Miller e Burroughs. In un peregrinare da aneddoto ad aneddoto, di coito in coito. E ovviamente con una radio sintonizzata sul canale Bob Dylan e discepoli.

Parte Prima   -    “L’Amazzone e il Taglialegna”

“A lei piaceva strofinare il clitoride sulla vita. Era fatta così, sembrava le mancasse qualcosa, lo sguardo perso negli abissi della mente, una mente zuccherina. Qualsiasi cosa: poteva aspettare, tranne il suo clitoride. Abitava in periferia, ma questo non le creava nessun complesso d’inferiorità, anzi. Leggeva Stephen King, in continuazione, ossessivamente, la mente si tingeva di sciroppo al lampone, almeno io spero fosse sciroppo al lampone.
A lei piaceva strofinare il clitoride sulla vita, metaforicamente parlando. Le piaceva divertirsi come a tutte le donne, era scanzonata e frenetica. A vederla sembrava strafatta di cocaina, ma in realtà viveva col grilletto in tensione perenne. I suoi capezzoli erano duri come il marmo, grossi come un chicco d’uva matura. Le labbra carnose e sensuali. Lo sguardo brutale e selvatico. Amazzone eterea: intoccabile vagina. Tutto restava nel suo mondo interiore. Di tanto in tanto e senza farsene accorgere si strusciava sui passanti, abbracciava con impeto le amiche e gli amici, senza fare distinzioni di sesso. A lei piaceva strofinare il suo clitoride. Sulla vita, come se per lei tutto fosse sapido. Paprika era la sua voce. Pepe il suo profumo indomito. La sua vita era fatta di quotidiana costipazione. Ogni azione sembrava incompiuta, come un peto che si blocca a metà. Da qualche settimana frequentava una nuova cerchia d’amici. Fra questi spiccava Aristide, magro come un fuscello, eppure tonico, nervoso, a prima vista ben dotato. Federica non ci mise molto a strofinare la sua passera su Aristide. Lui però era il classico tipo timido e distratto cui piace stare in compagnia, bere e urlare le proprie brame di vita. A casa aveva una buona collezione di film porno, però fuori teneva la sua pistola nella fondina. Federica sembrava una ragazza ingenua e non faceva le cose di proposito. Sua madre recitava dieci rosari in una giornata. Sperava che la figlia evitasse comportamenti pruriginosi e spiacevoli per la collettività. Dopotutto era una bambina, aveva solo ventidue anni!?!  Aveva un fratello tre anni più piccolo, a volte lo spiava mentre questi se lo menava come un ossesso. Non faceva altro che osservarlo, senza nessuna reazione apparente. Non aveva ben capito cosa, ma sentiva una mancanza. Vedeva la verga del fratello ergersi dritta come una baionetta, ma non capiva cos’era quello strano liquido bianco che usciva a fiotti e che procurava tanto piacere al fratello. L’innocenza di una famiglia cattolica, Dio benedica il cattolicesimo!

“Cammini nella stanza con la tua matita in mano, vedi qualcuno nudo e dici "Chi è quell'uomo?"
provi in tutti i modi ma non capisci proprio quello che sta facendo, quando torni a casa. Sollevi la testa e domandi "E' questo il posto?" e qualcuno t’indica e dice "E' suo!" e tu dici "Cosa è mio?"
e qualcun altro dice "Dov'è cosa?" e tu dici "Oh mio Dio! Sono proprio solo qui!" Porgi il tuo biglietto e vai a vedere il fenomeno da baraccone che subito viene verso di te quando ti sente parlare e dice "Come ci si sente ad essere un tale mostro?" e tu dici "Impossibile!" quando egli ti porge un osso. E qui sta succedendo qualcosa ma tu non sai cos'è, vero Signor Aiello?” (*1)

Aristide era un tipo di persona poco interessata all’universo femminile, preferiva stare coi suoi amici, pur essendo eterosessuale, non aveva ancora provato l’ebbrezza del piacere sessuale. Una sera mentre si trovava con amici al Disco Pub “La Tempesta” udì una musica indiavolata. Tutti stavano gia movendo i piedi inclusa Federica che ballava con Clotilde, una sua amica. Al ritmo frenetico di “Goin' Back To New Orleans” di Dr. John, il basso ventre d’Aristide puntò senza nessun avvertimento il clitoride di Federica, ignaro del suo perpetuo strofinio. Federica proprio non capiva, ma qualcosa dentro le sue viscere, e con buone probabilità anche fuori, spingeva, cercava il contatto umano. Anche Aristide, rapito dai sensi, sentì qualcosa d’inconsueto farsi strada nelle sue mutande, la pistola cercava la via della libertà e sentiva che fuori della fondina c’era tutto un mondo d’idee. Un altro mondo è possibile! La prima reazione fu di guardarsi negli occhi. Aristide, lasciò cadere lo sguardo sul seno prosperoso di Federica e non poté fare a meno di notare i capezzoli duri come caramelle alla menta. Data la sua natura timida, non disse nulla, arrossì un poco, poi si divincolò dalla presa del piacere e della peccaminosa sensualità. Andò in bagno a riprender fiato, a ricercare sicurezza, tranquillità e soprattutto a risistemare la pistola nella sua fondina. A lui non piaceva per niente estrarre la pistola dalla fondina durante la libera uscita. Lavorava nella “Segheria di famiglia”, faceva il turno di notte, senza disturbare nessuno. Non è sempre facile opporre resistenza ad una persona ostinata. Federica non lo era, però il suo clitoride si. Aristide tornò e si comportò con finta naturalezza. Lei invece con esuberanza tornò a strofinarsi sui jeans del suo amico, senza ballare. Lui le chiese cosa stesse facendo e lei rispose che non ne aveva idea e che avrebbe smesso se lui lo avesse voluto. Aristide scambiò un fugace sguardo con Nicola, che lo stava osservando come si fa con un bambino down che si fa squagliare il gelato sulla maglietta, senza un motivo apparente. Rispose a Federica che gli sarebbe piaciuto fare una passeggiata.

“Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente: tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramonto fra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare. Mi sono strappato i vestiti e ho vuotato la coppa. Spogliandomi completamente, pensando a te mentre sorge il sole, dove cadono le lacrime.”

Fuori de “La Tempesta” le luci della notte avvolsero i due giovani come una sciarpa invernale. La strada era vuota, a parte otto automobili parcheggiate, non c’era neppure un gatto a rovistare tra i rifiuti. La città sembrava piombata in un passato infausto, quando regnava la delinquenza e vigeva una sorta di coprifuoco non dichiarato, ma palesemente attuato. Lei strinse la sua mano, con spontanea consapevolezza. Poi si scambiarono infiniti sguardi ravvicinati. Lui aveva la tipica espressione impacciata del maschio in erezione che fa di tutto per nascondere ciò che un paio di jeans aderenti non sanno nascondere. Federica sembrava guardarlo negli occhi, ma si perse nella sua mente che pulsava come una vagina in spasmi orgasmici. Aveva perso il senso del tempo e dello spazio, pensava a quando spiava il fratello col suo pene ritto come una baionetta. Aristide rapito da una visione fatta di Station Wagon, gite domenicali, paste al forno e suocera rompipalle, si distraeva sforzandosi di rammentare il titolo di un giornale porno “Senza pudore, only for adult”, ma non era sicuro. Nessuno dei due sapeva cosa fare, Aristide si voltò, come si fa a scuola per raccogliere un suggerimento, ma per strada non c’era nessuno, anche un guardone sarebbe stato utile in quel momento, però niente! La pistola era nella fondina, con la sicura. Fortuna che a lei piaceva strofinare il suo clitoride sulla vita. E adesso Aristide n’era un degno rappresentante. (*2)

Pietà, misericordia, redenzione, dignità, orgoglio, amore, morte, potere, coraggio, onore, Sangue.

Federica era in primo luogo una ragazza dotata di una forza straordinaria. Non solo fisica, non solo morale. Era una forza della natura umana nel senso più completo. Non esente da forti limiti, che però non sono mai difetti. Sono umani. Era come un torrente in piena che trascina con sè tutto quello che incontra nella sua corsa. A lei piaceva strofinare il clitoride sulla vita. Aristide dopo un primo momento di smarrimento, si riprese, la baciò con infuocata follia peccaminosa. Quasi a farle intendere che nel suo premere sulla vita non c’era nulla di sbagliato. Lui si ricordò tutte le cose importanti che non vedeva né capiva. In un sol colpo scacciò via ogni limite e repressione, la barriera mentale della “Premiata Segheria Aristidea”. Non era uno da Station Wagon, non era uno da domenica fuori porta. Voleva vivere ogni giorno, almeno un poco, voleva bruciare un attimo della sua vita nello sguardo brutale e selvatico di Federica. Preferiva sbagliare con la sua testa piuttosto che aver ragione usando quella degli altri. Viaggio in un inferno lunare di sentimenti irrisolti, di domande che muoiono appena saranno pronunciate, come alcool bevuto e mal digerito.
Qualcuno ancora ha il coraggio di chiedersi se ne vale la pena, dopo essere caduto, dopo aver seguito la corrente e aver perso la partita. La domanda in se, dolorosa, corrosiva è un atto di fiducia, di disperato romanticismo crepuscolare, che diventa pioggia sul parabrezza e che viene spazzato via, occhi bagnati da sogni interrotti.
Give me a reason to love you? Resta per sempre nella mente il grido disperato: bisogno di respirare in simultanea con un altro corpo caldo che richiede attenzione. Il subconscio d’Aristide si era impossessato della sua mente. Affrontava la questione sul nascere evitando una navigazione nel fiume della maledetta ambiguità. Era stato schiavo dell’ambiguità, in passato. Imparando dagli errori. Aspirava ad una libertà assoluta ed individuale. Disposto ad uccidere pur di restare libero e indipendente. Ciò che conta è respirare, avere tempo a sufficienza per coltivare se stessi.
Ricercare oltre la vera essenza: verità e bellezza! Non coltivare più sogni impossibili come Idealismo, Amore, Romanticismo, credere nelle cose tangibili, un fondoschiena, una lingua, una banconota. Venduto al sistema, dopo aver perso la propria battaglia, giocatore che si piega alle regole che altri hanno inventato ed imposto. Una volta voleva cambiare il mondo, adesso gli bastava lasciare un disco pub con un po’ di dignità! “Non ho un posto per sparire, non ho cappotto. Sono su un fiume impetuoso in una barca ondeggiante e sto cercando di leggere un appunto che qualcuno ha scritto a proposito della dignità. Il malato cerca la cura del medico cercando le rughe che erano nelle sue mani e cercando in ogni capolavoro letterario la dignità.” Corriamo incontro a noi stessi per restare vivi, per poterci riconoscere, ma l’idea di noi stessi è mutevole: come il cuore.

“Il più delle volte lei non è neanche nella mia mente, non la riconoscerei se la vedessi, è lontana.
Il più delle volte non sono neanche sicuro se lei è mai stata con me o se sono mai stato con lei.”

Umiltà, volontà, eroismo, trascendenza, collera, virtù, decadenza, odio, valore, Comprensione.

Give me a reason to love you? Give me a reason to want to be a man?

Questa domanda non aveva bisogno di una risposta, la risposta non soffia più nel vento, la risposta è stata calpestata dalla stupidità umana, dal tentativo fallito di superare il livello Uomo- Oltre Uomo.
Aristide ricercava l’edonismo, pensava: - “La mia parola vale per un giorno, due, poi cade in prescrizione, la mia coerenza vale quanto un orgasmo, poi vola via, svanisce come tutte le cose belle della vita – Dieci giorni, poi si muore e si nasce nuovamente per fare i ragionieri, i postini e i poliziotti. I poeti durano il tempo della neve al sole, sono un poeta, un guerriero, uno che non si rassegna alla vita, ma che calpesta ogni singolo momento e ricerca bellezza anche in un posto dimenticato da Dio, come questa povera Terra Mia devastata da gente di malaffare”

“Ascolta il motore, ascolta la campana mentre l'ultimo veicolo dei pompieri dall'inferno passa velocemente. Tutte le persone buone stanno pregando. E' l'ultima tentazione, la resa dei conti l'ultima volta che potrai sentire il sermone sulla montagna, l'ultima radio sta suonando. Ho visto una stella cadente stanotte scivolare via. Domani sarà un altro giorno. Suppongo sia troppo tardi per dirti le cose che avevi bisogno di sentirmi dire. Ho visto una stella cadente stanotte scivolare via.”

(Bob Dylan “Shooting star”)

Fine Parte Prima   -    “L’Amazzone e il Taglialegna”

Note

(*1) Signor Aiello è la versione Mosciopoli di Mister Jones

(*2) Rammentando la celebre battuta: - Cosa ci fa un preservativo con una valigetta ventiquattrore?
Ris. Il rappresentante del cazzo!

Canzoni di Bob Dylan estrapolate

-   Most of the time  -  Dignity    –    Where teardrops fall     -
 
-   Blowin’ in the wind  -  What good am I   -   Shooting star  -

-   Glory Box    dei    Portishead   eseguita da John Martyn

-   Goin' Back To New Orleans   di  Dr. John

-   'O Cammello 'Nnammurato   -   Terra Mia   di Pino Daniele

-   Tutto più chiaro che qui    di   Francesco de Gregori
 

“Alcuni di noi inseguono la perfezione e la virtù e, se siamo fortunati, riusciamo ad afferrarle. Ma la felicità non può essere inseguita. E' lei che ci raggiunge o no” (Bob Dylan)

Dedicato alla memoria di Ermanno Licursi, Dirigente Sportivo, caduto sul campo di battaglia della Dignità Umana