“Le parole dell'anima di Mark Knopfler”

“Il mondo sarebbe un posto migliore se ci fosse sempre la chitarra di Mark Knopfler ad apostrofare un cambio di stagione, una curva nel cuore o una festa di matrimonio.”

                                                                   (Ercole Speranza, Poeta delle Immagini e del Linguaggio)

“Kill to Get Crimson, then, is at once egoless and supremely accomplished, a testament to the rare talent that enables a Master to say something simply and beautifully, and leave it exactly at that”

                                                                                                                      (Anthony DeCurtis)
 
Ecco un argomento che potrei trattare per ore senza stancarmi: la musica del geniale Mark Knopfler. Ex leader e mente creativa dei Dire Straits, un signore capace di riempire le grandi arene negli anni Ottanta, (Knopfler che coi suoi Dire Straits ha venduto quasi cento milioni di copie) e che oggi, con dignità e mestiere, s’è ritagliato un ruolo di tutto rispetto e affidabilità all’interno dello show business. Autore senz’altro prolifico, dopo i fasti e i fraseggi che hanno cambiato il modo di concepire e sentire un certo soft- rock, non si smentisce neppure stavolta.

“Kill to get Crimson” suona fresco e asciutto, pur ispirandosi e riprendendo atmosfere e suggestioni anni cinquanta- sessanta. Il percorso artistico del Nostro riprende dove era stato lasciato: “Shangri-La”, del 2004, era stato il suo ultimo lavoro solista. Anche se questa nuova produzione sembra più il seguito di “The Ragpicker ’s Dream”. Lavoro che alla sua uscita era stato ingiustamente sottovalutato dal pubblico e da certa critica. "Kill To Get Crimson" è un lavoro perfettamente omogeneo, fortemente costruito sulla sua sempre più calda voce da storyteller, che ha smesso la bandana in favore forse di un cappellone di “sordiana memoria”.

Il disco racconta storie legate da una stessa atmosfera, quella dell’Inghilterra anni 50. In particolare “Let it all go”, che narra la storia di un vecchio pittore.
“Un giorno un giovane che gli sta sempre intorno e che vuole dipingere, gli chiede come si fa a diventare artista. Il vecchio gli dice di andare via, di trovarsi un lavoro capace di garantirgli una pensione, di dimenticare. Il giovane non capisce, allora il vecchio afferra il pennello come se fosse un coltello e dice: - Ho rubato, ho ucciso per avere questo rosso! Kill to get crimson.”
Insomma, non un gioco. L’artista non ha una scelta. Non si sceglie di dipingere. E’ un’esigenza fisiologica. Come la musica.

In una giornata di pioggia come questa, “Kill to get crimson”, è disco capace di rimetterti in connessione col tuo mondo interiore, ed è armonia. Poetico e incantevole, ribadisce “il sound Knopfler”, marchio di fabbrica, ripetitivo forse, ma che evidenzia gran qualità e coerenza.
È stato definito un lavoro godibile e poco insidioso, come se fossero due gravi difetti: ma in realtà nessuna di queste canzoni è fatta per le radio d’oggi. Cosa, questa, non esattamente da sottovalutare, in un’epoca in cui anche i mostri sacri del Rock si piegano alle logiche di mercato o, nel peggiore dei casi al merchandising.

Invece il cantautore britannico si avvicina ad ogni lavoro con parsimonia e ozio.Grande artista lo è sempre stato, e anche uomo che oggi, ha poco da dimostrare. La sua lunga cavalcata cominciata nel 78, ha avuto finora pochissime soste rifornimento- carburante. Equamente diviso fra la strada, battuta da un concerto e l’altro, ad infiammare le grandi arene coi suoi Dire Straits, poi una seconda parte di carriera più riflessiva e intimista, che a mio avviso più di tutte denota le sue grandi qualità di musicista dal tocco magico.

Un disco che sa di folk celtico, di cantautorato d’alta classe, di praterie e di spazi liberi dalla mano dell’uomo. La rivista Rolling Stone (Usa) gli ha attribuito quattro stelle. E la nostrana Buscadero, chissà poi perché, si è lanciata in una suggestiva elegia. Adesso nell’attesa del commento di Jam, potete godervi il mio sermone.

Una ricostruzione a mosaico di una storia antica che parte in Inghilterra e approda in America. Anche se qui musicalmente è l’esatto contrario: appropriandosi della roots music americana, la reinterpreta con gusto britannico. Rivissuta nelle sue mille sfaccettature emotive, con un’oscillazione di umori e di generi che è l’elemento più interessante del disco.

 E’ un disco da chitarra acustica, dobro e National, non da elettrica, fatta eccezione per qualche tocco di calda Ovation, che ovviamente non può essere abbastanza per lo zoccolo duro di fans Dire Straits, giustamente fedeli agli urticanti assolo della sua Stratocaster.
Il Giovane Mark è maturato e adesso suona così, e chi è pronto a detronizzarlo, si faccia avanti.
Knopfler sa ancora trovare la corrente giusta per trasportare le sua musica, e questo nuovo viaggio, dall’inizio alla fine, è uno scorrere fluido e placido di note cristalline, di musica raffinata eppure mai così semplice.

Il problema è che molti hanno frainteso il Knopfler solista, che non è l’autore di “Sailing to Philadelphia”, ma piuttosto l’onesto artigiano del “Ragpicker ’s dream”.
E questo è disco intimista e d’ambiente rilassato, insomma un lavoro pantofolaio e non per stivali da Rodeo, come Knopfler in passato aveva abituato i suoi fans.
 

Le tracce
 

“Punish The Monkey” col suo sound solo ironicamente modernista e dalla timbrica vagamente afro, dove a tenere banco sono l’accoppiata organo/chitarra, è brano di indubbio valore.

Magistrale il fraseggio chitarra/ flauto in ”The Scaffolder ’s Wife”, sottile e pungente, come un aculeo, conferma che il Nostro quando vuole sa ancora essere un grande stilista della chitarra elettrica.

“Let It All Go”, è il brano cardine di tutto il disco… sentite, la sua mesta voce con quanta dolorosa convinzione canta ”So go, forget it, let it all go let it all go, forget it”

“Heart Full Of Holes”, uno dei vertice assoluti di questo disco. Con suoni che credevamo di aver perduto e che qui spuntano fuori come funghi, come la fisarmonica, o come l’intro, che richiama quello leggendario di Romeo and Juliet!

“Behind With The Rent” introdotto dalla chitarra e da un organo chiesastico è un brano conturbante e dal misterioso fascino selvoso.

“Madame Geneva' s” è un brano da ascoltare ad occhi chiusi, a meno che non stiate guidando, in quel caso non chiudeteli assolutamente, a meno che non vogliate percorrere il “Viale della Ciuccia”.
Se siete a casa, dunque e chiudete gli occhi fatevi cullare dalla delicatezza dell'atmosfera di questa canzone e potrete sognare d’ essere ovunque. In viaggio, magari di sera. A contemplare in pace l'immensità del tramonto che vi sovrasta mentre state tornando a casa.

“In the sky” è brano meditativo e d’impostazione vagamente jazzy, con una lunga coda strumentale che mette i brividi e commuove un cuore ricettivo pronto all’emozione. Etereo dialogo fra chitarra acustica e sax. Da mandare in loop nelle notti d’inverno senza fine fatte di rinuncia triste e sconforto. Una canzone sognante, sapientemente posta a chiusura dell'album: permette alla fantasia di viaggiare dando l'idea di muoversi in spazi sconfinati. Forse la canzone che meglio rappresenta le scelte operate da Knopfler con questo lavoro.

Non che il disco sia privo di canzoni d’impatto alla Dire Straits, su tutte, l’inquieta ballata “We Can Get Wild” oppure “Punish The Monkey” col suo sound vagamente anni ottanta.
 

Riflessioni finali
 

Nel corso del tempo illustri colleghi del calibro di Bob Dylan, Van Morrison, Eric Clapton o Tina Turner, si sono avvalsi del prezioso contributo del magico chitarrista di Glasgow.
Certo, questo non è disco privo di difetti, si pensi alla trascurabile “Secondary Waltz”o ai riempitivi “The Fizzy And The Still” e “The Fish And The Bird”, ma quanti dischi, oggi, mantengono tale coerenza formale e stilistica per i suoi 9/12.
E sarà forse un caso che il Nostro pone a chiusura del disco i suoi pezzi pregiati?
Un disco d’atmosfera notturna e nostalgica, e che profuma d’antico. Da ascoltare centellinando un bicchierone di Cognac invecchiato in legno pregiato, come una chitarra di Mark Knopfler.
In sostanza un gran disco per inguaribili romantici sognatori e sconsigliato ai rockettari svampiti.

Personalmente ritengo che il finger picking di Mark Knopfler sia la prova che lassù Qualcuno ci ama! Ascolto Mark Knopfler da sempre e da sempre so apprezzare il suo modo riflessivo di concepire le canzoni intimiste.

Due motivi per amare Mark Knopfler?
Il primo è per aver scritto e interpretato “Sultans of swing”, il secondo per aver suonato la chitarra con Bob Dylan su “Blind Willie Mc Tell”.

Buona fortuna ai sopravvissuti!

Il Vostro affezionatissimo “Heart Full Of Holes” Dario Twist of Fate

Voto: 8

La traccia migliore: In the sky ex- equo con Madame Geneva ‘s

La traccia peggiore: Secondary Waltz

Ha il suono di: Mark Knopfler quando è ispirato ma intimista (“The Ragpicker ’s Dream”)

Il verso da ricordare: “The drawing room tea set wants horses, sunsets sweet nothings - the seaside with yachts. Here’s the end of the thirties no time for arties over in Poland a right old to-do
So go join the navy the air force or the army. They’ll all be enrolling young fellows like you”

(“Let it all go”)

“These are not my decisions flaming visions ringing expressions the clamouring voice
It’s volcanic desire the unquenchable fire It isn’t a question of having the choice
Anyway, now I’m old but if you won’t be told
if you’ve been created to answer the call all passion and lust is going to end in the dust
but you’ll hang on some government gallery wall”
 

(*) La copertina del disco è ispirata a “Four Lambrettas and Three Portraits of Janet Churchman” di John Bratby (1958).