Terza parte
(per la
prima e la seconda parte clicca qui)
"Se salissi su un palco e nessuno venisse più a vedermi sarebbe la fine per me..."
B.K.: Stai sorridendo e ridendo un sacco qui, mentre parliamo, ma non lo fai molto quando sei sul palco... Dici di divertirti un sacco ma sembri così serio...
Dylan: Beh, quelle canzoni ti portano attraverso differenti stati d'animo, sai... Voglio dire... cosa c'è da sorridere a cantare "A Hard Rain's A-Gonna Fall", o "Tangled Up In Blue", o "With God On Our Side"... o "Mr. Tambourine Man", o "Like A Rolling Stone", o "License To Kill", o "Shot Of Love", o "Poisoned Love" ... una qualsiasi di queste. Come puoi riuscire a cantare una di queste canzoni con un sorriso sulla faccia? Voglio dire... è una cosa ipocrita.
Certe sere faccio delle cose, cose che so che sono grandi, sono proprio
grandi, so che lo sono, ma non ho alcuna risposta da parte del pubblico.
Poi vado in qualche altro posto e succede il contrario... Ma quella sera
proprio non ho risposta, affatto, per una serie di motivi. Non ne ho affatto...
e allora provo solo a portare a termine lo show... ma davvero deve sempre
essere qualcosa di coerente, devo far sì che sia qualcosa di coerente.
Allora regge... su quel piano... può diventare qualcosa di grande,
sai, una cosa che è davvero molto coerente... Sai... Ho fatto cose
in certe sere in cui avevo 39 di febbre, oppure... sai... magari era come
se avessi ricevuto un calcio nel fianco quel giorno e a stento stavo in
piedi.... Ho fatto dei concerti in cui riuscivo a malapena a stare in piedi,
sai... Voglio dire... Quando è davvero doloroso stare in piedi...
Ed è una cosa umiliante per certi versi perchè sai che non
c'è alcun modo che tu possa fare quel che vorresti fare... Prima
ancora che cominci il concerto sai già che non potrai essere come
vorresti essere... E nemmeno come potresti essere...
C'è stata una sola volta in cui avrei voluto ripetere uno show...
E' stato a Montreal. Abbiamo suonato in un concerto a Montreal nel 1978...
Io avevo la febbre a 39 e non riuscivo nemmeno a stare in piedi... Ma l'organizzatore
mi disse che dovevo per forza suonare... E allora abbiamo fatto il concerto
e io non avevo niente, niente! E la risposta del pubblico... beh... sembrava
che fosse arrivato il Papa! Poi abbiamo suonato in altri concerti in cui
ero al top, e invece niente... Nessuna risposta.
Quando faccio qualcosa, qualsiasi cosa sia, qualsiasi canzone, è il ritmo ad essere importante... E' il fraseggio ad essere importante... E' lì che tutto trova un bilanciamento, nel ritmo e nel fraseggio... Non è nelle liriche... La gente creda che sia nelle liriche ma non è così... Forse sui dischi lo è ma in un concerto dal vivo non è tutto nelle liriche... bensì nel fraseggio e nella dinamica del ritmo... E' qualcosa che non ha niente ma proprio niente a che fare con le liriche... Voglio dire, certo le liriche devono esserci, senza dubbio... Ma... Sai... C'era questa cantante Egiziana che si chiamava Om Kalsoum... Ne hai mai sentito parlare? Era una delle mie cantanti preferite di tutti i tempi... e non capivo nemmeno una parola di quello che cantava! Cantava una canzone, forse durava 40 minuti... la stessa canzone... e cantava la stessa frase in continuazione. Ma ogni volta in una maniera differente. Non credo che esista qualche cantante americano o anche occidentale che possa rientrare in quella categoria... tranne me forse! (risate). Ma su un altro livello... capisci cosa voglio dire?
Interruzione
Dylan: Per me la musica non ha niente a che fare con gli affari... e lo stesso vale per quelli che nel tempo sono sopravvissuti insieme a me. Proprio non lo ha. Non è mai stato un business per me e mai lo sarà. E' solo un modo di sopravvivere, sai... è solo quello che fai, capisci?... E' come qualcuno che è cresciuto per essere un falegname... E' quel che fa... è quel che fa meglio... Ed è così che si guadagna da vivere...
B.K.: Sarebbe potuto accadere che tu diventassi qualcosa di diverso... un assicuratore?
Dylan: Non sarei potuto diventare niente di diverso, mai. Suonavo quando avevo 12 anni ed era tutto quello che volevo fare, suonare la mia chitarra. Andavo sempre a queste feste dove c'erano tutte queste persone più grandi di me... sai... era un modo per attirare l'attenzione... E' iniziato tutto in quel modo ma in realtà non ho mai saputo quando è diventata la cosa principale, quella che ha guidato la mia vita...
B.K.: Mi sembra che... beh... ovviamente sei più vecchio rispetto agli anni sessanta, ma mi sembra anche che tu abbia un maggior grado di consapevoelzza e di certezza di dove stai andando come persona...
Dylan: Io non lo so dove sto andando come persona...
Mogull: Sento soddisfazione...
Dylan: Beh, in certi campi sì... lo spero. Non so cosa succederà quando non sarò più in giro a cantare. Spero che qualcun altro arrivi a raccogliere quel che sto facendo ed impari esattamente quel che lo rende del tutto differente... Aspetto che arrivi questo qualcuno... non qualcuno che necessariamente canti le mie canzoni, ma che faccia un passo ulteriore. Io sono già andato fin dove potevo arrivare... Forse non vedrò mai questa persona... non so... Ma qualcuno, un giorno, arriverà e andrà ancora più avanti... Ma non ho ancora visto nessuno...
B.K.: Ma c'è qualcosa... che ti spinge ancora sul palco...
Dylan: Sì... Beh io sono davvero riconoscente per il fatto di poter salire su un palco e suonare e che la gente venga a vedermi... Perchè non potrei fare altrimenti... Voglio dire... se andassi su un palco e nessuno venisse a vedermi allora sarebbe la fine per me. Non farei più altri dischi, sinceramente... Faccio dischi solo perchè la gente mi viene a vedere dal vivo. Finchè verranno ancora a vedermi farò altri dischi.
Intervista condotta da Bert Kleinman
al Ritz-Carlton Hotel di New York. Era presente anche l'amico di vecchia
data Artie Mogull che nel 1962 mise sotto contratto Dylan con la Witmark
& Sons.
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