BOB DYLAN:
UN MITO SI MATERIALIZZA CON UN NUOVO DISCO DI PROTESTA ED UN NUOVO TOUR
di Jim Jerome

da People Magazine, 10 Novembre 1975

Bob Dylan ha 34 anni: "Ognuno ha la sua visione e c'è una voce dentro ognuno di noi che parla solo a noi. Dobbiamo essere capaci di sentirla."

Uno studio di registrazione senza finestre, sei piani sopra una strada deserta di Manhattan. Gli artisti segregati come sotto assedio, un assedio che non ha fine finchè le registrazioni non sono portate a termine nella maniera giusta. Per pranzo carote, cavolfiori da sgranocchiare, salsa curry, Camembert, pane francese, birra, vino e tequila. L'atmosfera calda come di un'intimità da cospirazione. Le luci rimpiazzate da faretti rossi e verdi. Una lampada dal pavimento illumina il cantante. Il produttore dice: "Tieni il tempo Bobby". Lo incoraggia dalla stanza di controllo. "Quest'ultima take ha iniziato a fumare". La star si sporge verso il microfono e risponde: "Ci siamo, amico, so che ci siamo. Prendi questa cosa, mettila in scatola e distribuiscila nelle strade." Bobby è Dylan e, dopo il suo ritiro di 18 mesi, torna appunto di nuovo nelle strade.

La registrazione è quella di 'Hurricane', una canzone di protesta con quella urgenza e quel senso di sdegno che una volta avevano infiammato un'intera generazione di Americani. E' un brano che grida per l'incarcerazione controversa, durata otto anni, dell'ex-pugile accusato di omicidio Rubin ("Hurricane") Carter. Contemporaneamente, Dylan prepara il suo primo show sulla strada dai tempi del suo tumultuoso cosiddetto"tour del ritorno", nel '74 insieme a The Band. L'itinerario eviterà impresari multimilionari ed arene con migliaia di posti a sedere e ricreerà invece l'atmosfera dei mini-tour nei piccoli club che avevano caratterizzato gli anni in cui Dylan aveva da poco lasciato la cittadina di Hibbing, Minnesota. Il suo entourage include amici come la sua ex-donna Joan Baez, a fianco di Ronee Blakley, la star scoperta con il film 'Nashville'. Innegabilmente Dylan ha creato un genere in cui l'arte minimale è quasi impossibile, perciò il suo ritorno potrebbe essere divertente con il suo titolo ironico, la Rolling Thunder Review.

Dylan è, dopo tutto, la più influente figura nella musica popolare Americana (e della cultura popolare) fin dal 1960. La sua immondizia è stata analizzata anni prima di quella di Henry Kissinger. Ogni parola o solecismo della sua vita è soggetto ad un terribile esame. Dylan, che ha ora 34 anni, si guarda indietro e vede tutto quello che c'è stato solo come un colossale incidente. "Non è stata mai mia intenzione diventare una grande star. E' successo, e non c'era niente che io potessi fare per impedirlo. Ho provato a liberarmi di quel peso un sacco di volte. Io mangio e dormo e, sai, ho gli stessi problemi di chiunque altro, eppure la gente mi guarda in maniera strana."

Se Dylan potesse, non vorrebbe essere affatto guardato. Ha rilasciato poche interviste importanti in otto anni, e questa è la prima negli ultimi 18 mesi. "Suonavo musica negli anni '50 - esordisce - "...e, credimi amico, era tutto quello che facevo. Mi ha salvato la vita. Non sono un eremita. Tendo ad escludermi, forse, ma non sono un recluso."

"Non ho inseguito consapevolmente il mito di Bob Dylan," continua. "Mi è stato dato da Dio. L'ispirazione è quello che noi cerchiamo. Devi solo essere ricettivo."
Mentre le voci dell'ardente sionismo di Dylan sono quasi sicuramente esagerate, egli è indubbiamente ritornato alle sue radici ebree, o almeno ad una spiritualità generalizzata.

"Ero bloccato in una certa generazione" dice. "E ancora lo sono. Una certa area, un certo luogo nell'universo in un determinato momento."
La metà degli anni '60, un periodo di frenesia alimentata dalle droghe, è stato ben raffigurato nel clamoroso ed elettrico rock'n'roll di Dylan e nel suo fluente linguaggio figurato, e ha trovato il culmine sulla soglia della morte nel incidente motociclistico occorsogli nell'estate del 1966. Poi ci sono stati due anni di ritiro dal mondo che non hanno fatto altro che alimentare il mito. "Volevo semplicemente restarmene da solo...", dice ora.
E' tornato in superficie nel 1968-69 con la auto-analisi fatta a bassa voce di 'John Wesley Harding' e, in seguito con il suo LP country, una sorta di spartiacque, dal titolo 'Nashville Skyline'.
Alla domanda relativa a cosa farebbe oggi se potesse rifare tutto da capo un'altra volta, Dylan fa appello al suo rapido stile sardonico da samurai: "Forse sceglierei di non essere mai nato, aggirando l'intero problema".

Dylan guarda a se stesso come ad un artista piuttosto che ad un musicista ("Metti il mio modo di suonare la chitarra a confronto con quello di Segovia e sono sicuro che sei in grado di dire chi è il musicista"), il cui ruolo è creare, non fare prediche. "Sono in grado di commuovere o di fingere. Conosco alcuni trucchi e si applicano tutti da un punto di vista artistico, non politico e filosofico."

"Non mi interessa quello che la gente si aspetta da me", dice Dylan in segno di sfida. "Non è una cosa che mi riguarda. Io sto facendo il lavoro di Dio. Questo è tutto quello che so".
I suoi classici come 'Blowin' in the Wind' e 'The Times, They Are a Changin'' sono diventati degli inni dell'opposizione, e i terroristi Weathermen hanno preso il nome da un suo verso. Ma se gli si chiede della sua influenza, Dylan risponde soltanto: "Devi chiedere a loro, a quelle persone che sono coinvolte in quelle situazioni di panico dove le mie opere sembrano averle condotte. Non è una cosa che mi riguarda. Non avrei il tempo per questo. Non sono un attivista. Non ho inclinazioni politiche. Io sto dalla parte della gente, della gente che soffre. Non ho alcun interesse per il governo."

L'accusa per il fatto che egli abbia trovato una scusa per uscire dai movimenti contro la guerra e gli altri movimenti di protesta che hanno trovato un catalizzatore nella sua musica, lo rende furioso, ed in special modo la critica relativa al suo rifiuto di partecipare al festival di Woodstock. "Non volevo far parte di quell'affare," dice. "Mi piaceva la città. Sentivo che avrebbero sfruttato tutta quella merda per portare 15 milioni di persone nello stesso posto. E' una cosa che non mi esalta. La generazione dei fiori, o quel che era... Non ne facevo per nulla parte. Pensavo che fossero solo un sacco di ragazzini che se ne andavano in giro con addosso dei fiori nei capelli e un sacco di acido. Voglio dire, che cosa si può pensare di una cosa del genere?"

"Oggi i giovani vivono con un certo grado di fantasia," aggiunge. "Ma in un sacco di modi sono diventati più disillusi a proposito della vita un sacco di tempo prima del dovuto. E' il risultato del sovraccarico, il sovraccarico di massa con il quale tutti noi dobbiamo fare i conti. Non dimentichiamo che, quando io ho iniziato a cantare, la marijuana era conosciuta solo in alcuni circoli, attori, musicisti, ballerini, poeti, architetti, persone che erano consapevoli di quello che la droga poteva fare. Non avresti mai potuto andare a fare una telefonata da una cabina telefonica ed avere un poliziotto che ti desse uno spinello. Ora invece è quasi legale. La coscienza dell'intero paese è cambiata in un tempo molto breve."

Si dimostra impaziente con i fans che si aspettano che il suo modo di esprimersi resti lo stesso. "Quelle persone sono stupide," dice rabbioso. "Vogliono vederti sempre nello stesso vestito. Il disordine distorce le loro vite. Rifiutano di essere rilassati e di rendere se stessi flessibili alle situazioni. Dimenticano che potrebbero avere una ragazza differente ogni notte, che anche le loro vite cambiano."
Di certo ci sono stati dei cambiamenti formativi nella vita di Dylan: il matrimonio nel 1965 con la fotomodella Sarah Lowndes; l'incidente di moto, la crescita della propria famiglia con cinque figli (compresa la bambina nata dal precedente matrimonio di Sarah).

Tuttavia, da un punto di vista professionale, Dylan sottolinea: "Un songwriter cerca di afferrare un certo momento, metterlo su carta, cantarlo per un istante e poi tenere questa esperienza dentro di sè, così da poter cantare la canzone anni dopo. Egli cambierà, e non vorrà più fare quella canzone. Andrà avanti."
Ma Dylan non sta parlando di se stesso.
Della sua enorme antologia di poesie, egli dice: "Posso comunicare tutte le mie canzoni. Posso non ricordarmi le parole", dice ridendo, "ma non ce n'è alcuna con la quale io non mi possa identificare su un certo piano."

"Scrivo velocemente," continua. "L'ispirazione non dura. Scrivere una canzone può farti diventare pazzo. La mia testa è così zeppa di cose che ho la tendenza a perdere un sacco di quelle che penso siano le mie migliori canzoni, e non me ne vado in giro con un registratore per fissarle subito appena mi vengono in mente."

"La musica," dice Dylan, "è un elemento secondario che scaturisce dalla famiglia, e la mia famiglia viene prima."

Si è trasferito con loro sulla spiaggia di Malibu da Woodstock diversi anni fa, e si è vociferato che a fasi alterne si è diviso da Sarah. Concede: "Non ho avuto la possibilità di passare con mia moglie il tempo che avrei voluto," ma tentare di costringere Dylan ad esprimersi sulle sue vicende personali è come tentare di bloccare l'argento vivo. Ecco un esempio:

D: Vivi con tua moglie?

R: Quando devo, quando ne ho bisogno. Vivo con mia moglie nello stesso mondo.

D: Tu...

R: So dov'è la maggior parte delle volte? Sarah non deve risponderne con me.

D: Allora non vivi...

R: Sarah deve rispondere per se stessa.

D: Vivete sotto lo stesso tetto?

R: In questo momento le cose stanno cambiando nelle nostre vite. Saremo sempre insieme.

D: Dove vivete ora?

R: Vivo in più di un luogo.

D: Puoi essere più preciso?

R: Non voglio dare il mio indirizzo.

D: La regione?

R: Vivo dove devo vivere, dove sono le mie priorità.

D: E in questo momento sono a New York City?

R: Ora sì, è così dalla scorsa primavera a corrente alternata.

"Viaggiare è nel mio sangue," dice Dylan, mentre fa le prove per il suo nuovo tour. "C'è molto spirito zingaro in me. C'è una voce dentro tutti noi che parla solo a noi. Dobbiamo essere capaci di sentire quella voce. Sono stanco di ascoltare altra gente che mi dice come vivere la mia vita."
Bob Dylan, di tutti gli Americani, sente se stesso "ipotecato" dagli altri?
"Sto facendo ora quello che sento sia giusto per me" - conclude. "Per me stesso." 


traduzione di Michele Murino


E' UNA PRODUZIONE
TIGHT CONNECTION