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i saggi di Maggie's Farm |
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la sua musica, i suoi testi, i suoi dischi, la sua vita |
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di Paolo Vites |
Nell'autunno del 1975, senza alcun battage pubblicitario, alcuni dei più grandi protagonisti degli anni Sessanta prendono la strada e cominciano a esibirsi a sorpresa, senza neanche annunciare chi salirà sul palco. Alla loro testa c'è Bob Dylan: quell'incredibile circo di santi, vagabondi, ubriachi, poeti e musicisti attraversa gli States per celebrare l'America e lo spirito del rock'n'roll. Oggi, quasi trent'anni dopo, esce finalmente la prima documentazione ufficiale di quel tour. Ne abbiamo parlato con due che c'erano, Bob Neuwrith, "fratello di sangue" di Dylan, e il giornalista Larry Sloman che per Rolling Stone seguì quel tour e ne trasse un bellissimo libro, ristampato per l'occasione. In più, recensiamo ovviamente The Bootleg Series Vol. 5, esaminiamo Renaldo & Clara, il controverso film che documenta la tournée, parliamo di Desire, l'allora disco inedito che Dylan presentò in anteprima, e apriamo una finestra sul tour del '76, quello da cui fu tratto il bellissimo live Hard Rain. Get ready! The Rolling Thunder Revue is in town...
A Bob Dylan, infatti, non è bastato un clamoroso comeback tour,
un anno prima, con i vecchi amici di The Band, un tour passato alla storia
come campione di incassi bruciando ogni precedente tournée rock.
Nè gli è bastato incidere Blood On The Tracks, il suo più
bel disco dai tempi di Blonde On Blonde, un capolavoro di intima riflessione
acustica.
Sente l'aria che arriva da New York, Bob Dylan.
Va a vedere Patti Smith che suona, in quell'estate, e ne è talmente
colpito che scrive un brano, Isis, ispirato dalla sua performance.
Poi va ad ascoltare Jack Eiliott, duetta con lui e si ubriaca con Phil
Ochs. Una sera appare anche, non annunciato, sul palco del vecchio Folk
City, dove i sopravvissuti dei Sixties festeggiano Mike Porco, il proprietario
di quel club che dieci anni prima aveva permesso a ognuno di loro, Dylan
compreso, di lanciare la propria carriera. Poi discute con il vecchio amico
ritrovato Bob Neuwirth un sogno che culla da anni, quello di una tournée
itinerante che attraversa gli Stati Uniti senza battage
pubblicitario, con a bordo tutti quelli che hanno voglia di esserci.
"Sarà come un tuono fragoroso che rotola per l'America", dice Dylan.
Un rolling thunder...Uno schiaffo in faccia a quello che è diventato
il rock'n'roll, un mega business dove le star si esibiscono negli stadi
da 80mila spettatori per esaltare il proprio ego più che per fare
buona musica. Addirittura Dylan e Neuwirth pensano di prenotare in segreto
i locali e senza dire, fino al giorno prima, che Bob Dylan è in
città. Sarà un medicine show, una revue stile compagnia dell'arte
italiana del Rinascimento, una pazzia mai vista prima nel mondo del rock.
Per Dylan c'è una risposta sola: perche un tour, adesso?
"Perchè credo sia quello che devo fare. Andare in tour è
nel mio sangue."
Quell'estate del '75 è anche quella che vede Dylan comporre e
registrare il suo nuovo disco Desire una serie di ballate forti
come un racconto di Steinbeck, che attraversano l' America e le sue
ingiustizie (la storia di Hurricane), i suoi sogni più romantici
(Joey, un mafioso descritto come una sorta di Robin Hood), così
come le visioni del suo poeta rock più famoso, lo stesso Dylan:
Iside, la dea della luna; Sara, la musa che gli ha salvato la vita; la
figlia del re degli zingari e un amore impossibile (One More Cup Of Coffee).
E' un Bob Dylan che sta bruciando, come non gli accadeva da anni, di una
passione artistica incontenibile: l'unica valvola di sfogo è la
strada dei concerti. Dopo una serata improvvisata, al Greenwich, in cui
si alternano tra gli altri Ramblin' Jack Elliott, Bob Neuwirth, Ronee Blakey,
Joan Baez, Roger McGuinn, Patti Smith, Eric Andersen e Dylan, il cast del
tour è pronto.
Oltre a Dylan, che si esibirà nel corso di ogni serata più
o meno a metà dello show, avranno il loro spotlight tutti i nomi
prima citati (meno Andersen e la Smith, che declinano l'invito per altri
impegni), mentre ospiti occasionali si aggiungeranno in alcune date: Joni
Mitchell, Robbie Robertson, Ronnie Hawkins, Kinky Friedman, Arlo Guthrie.
Guida spirituale è il santone della beat generation, Allen Ginsberg:
"Non ho mai sentito Dylan esibirsi in modo così potente. Sembra
un imperatore del suono", dirà.
E' chiaro che si tratta di una celebrazione di un'intera generazione,
quella dei Sessanta, e di alcuni tra i suoi maggiori protagonisti. Ma è
anche, in vista delle celebrazioni dei 200 anni dalla nascita degli Stati
Uniti d' America che scatteranno l'anno seguente, nel '76, una sorta di
viaggio alla riscoperta dell'America stessa, partendo, non a caso, da quella
città di Plymouth, Massachussetts, dove arrivarono i padri pellegrini
a fondare la nazione. Ma anche l' America e quanto di alternativo essa
ha espresso: Jack Kerouac, ad esempio, con il concerto tenuto nella sua
città, Lowell, e la visita sulla sua tomba, su cui Dylan e Ginsberg
improvviseranno poesia e musica.
Non basta ancora. Dylan è talmente 'carico' che decide che tutta
l'avventura sarà filmata ("Ne faremo un film che manderà
all'aria Hollywood", dichiara): non solo i momenti musicali, ma anche l'intero
tour, con ogni protagonista che si improvvisa attore. Il risultato sarà
il discusso film di quattro ore di durata Renaldo & Clara, alla cui
produzione collabora il drammaturgo Sam Shepard, anche lui a bordo del
carrozzone, naturalmente.
I concerti della Rolling Thunder Revue rivelano un Dylan ai livelli
massimi della sua capacità di performer. Ben coadiuvato da un'ottima
band, i Guam (al cui interno militano la sezione ritmica che ha collaborato
alla registrazione di Desire, il bassista proveniente dal rockabilly Rob
Stoner e il batterista Howye Wyeth, più David Mansfield alla pedal
steel e mandolino, la violinista Scarlet Rivera, il chitarrista T-Bone
Burnett e l'altro chitarrista Mick Ronson, già negli Spider Of Mars
di David Bowie, più Steven Soles, chitarra e voce), Dylan sembra
aver fatto pace con i fantasmi che lo avevano ossessionato durante il comeback
tour con The Band di un anno prima, in cui sembrava quasi costretto, di
malavoglia, a riprendere in mano quello scottante songbook che aveva composto
negli anni Sessanta.
Adesso, invece, appare liberato: canzoni come Mr. Tambourine Man, eseguite
in modo fascinosissimo, con amore e passione, o addirittura Blowin' In
The Wind eseguita ogni sera in duetto con Joan Baez, sono un autentico
riappropriarsi di quanto di
buono gli anni Sessanta avevano creato. E lui ne è consapevole,
sa che sta tornando al suo posto di portavoce dell' America stessa, per
chi lo vuole ascoltare: per i sopravvissuti dei sixties come lui o per
chi era troppo giovane allora e lo scopre solo adesso.
Altri classici, ad esempio Hard Rain, vengono ristrutturati in devastanti
esecuzioni elettriche, mentre il suo ruolo di portavoce dell'America che
soffre è siglato dalla nuova ballata Hurricane. Canzone che diventa
anche sigla di una campagna sociale tesa a riaprire il caso del pugile
Rubin 'Hurricane' Carter, accusato di omicidio durante una rapina, avvenuta
nel luglio 1966. E' un evidente caso di persecuzione razziale, avvenuto
in un momento storico in cui i ghetti di mezza America erano sconvolti
da
incidenti e sommosse popolari. Che cosa di meglio che accusare di omicidio
un nero che sta per diventare campione del mondo, arrogante e minaccioso
per la supremazia bianca? Bob Dylan, nei primi mesi del '75, aveva letto
la biografia di Carter, The Sixteenth Round, ne era rimasto talmente colpito
da averlo voluto incontrare in carcere, di persona.
Hurricane, un brano di furiosa denuncia sociale, non solo guida Desire,
una volta pubblicato, al successo in tutto il mondo con oltre un milione
di copie vendute, ma apre una ferita nel cuore dell'America. L'ultimo concerto
del tour è un benefit per Rubin Carter, The Night Of The Hurricane,
tenuto al Madison Square Garden con la presenza di Mohammed Alì,
cioè Cassius
Clay ("Non sapevo manco chi fosse questo Bob Dylan", dirà l'ex
pugile), l'ultimo grande momento di coinvolgimento politico e sociale di
Bob Dylan. E' presente anche l'uomo che, pochi mesi dopo, diventerà
il nuovo presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. Purtroppo, nonostante
i segnali che sembrano positivi, una nuova revisione del processo non darà
alcun risultato e Carter resterà in prigione fino al 1985.
Lo spirito che anima la Rolling Thunder è unico: certe sere
Joan Baez, con su i vestiti di Dylan, viene annunciata come Bob Dylan.
Lo stesso cantautore sale sul palco, ogni sera, con una maschera che ne
deforma i tratti e solo quando comincia a cantare il pubblico capisce di
chi si tratta. Come un recitante della commedia dell'arte italiana, poi,
Dylan ha il volto completamente pitturato di vernice bianca. Dirà
di aver preso l'idea dai Kiss (!)... Allen Ginsberg benedice a modo suo
ogni serata e quanto l'atmosfera generale abbia ispirato Bob Dylan in alcune
delle sue più significative performance di tutta la carriera, lo
mostra sufficientemente bene l'esecuzione di Isis, immortalata in Renaldo
& Clara e visibile finalmente al grande
pubblico (chè il film non è mai stato pubblicato come
vhs e gira solo sporadicamente in qualche cinema d'essai) nel dvd allegato
all'edizione speciale di Bootleg Series Vol. 5.
Senza la chitarra, un gesto già oltraggioso, Dylan è
spiritato e invasato, come lo era solo nel corso dell'epocale tour del
1966: gli occhi lanciano autentiche saette in ogni direzione, mentre le
mani e le braccia disegnano ampi gesti celebrativi nell'aria. La
musica intorno a lui è selvaggia e delirante e si consuma, in
quell'esecuzione, un autentico sabba degno di un medicine
show, quasi Dylan stia evocando i fantasmi di Robert Johnson e Hank
Williams. Il rock come forma di espressione totale.
La Rolling Thunder Revue poi, vive di momenti propri anche al di là
del palcoscenico, in uno spirito di cameratismo e di
poesia unici: l'incontro con i nativi americani in una riserva (tributo
alle radici più vere del Paese), il cui capo, incredibile
coincidenza, si chiama proprio Rolling Thunder; la cerimonia buddista
sulle rive del fiume, all'alba, guidata da Ginsberg; la visita a un'anziana
maga di origine napoletana (Mama) in cui ognuno si fa leggere i tarocchi;
il concerto nella prigione di Hurricane con spettatori i detenuti; la visita
alla tomba di Jack Kerouac con Ginsberg che chiede a Dylan che epitaffio
vorrebbe sulla propria tomba e lui che risponde: "Nessuno".
"Ho lasciato la strada che ci vedevo doppio. Ma di sicuro è
stato un viaggio che ne è valsa la pena", dirà Dylan al termine
del tour. Era stato assente dalle scene per otto anni (dall'estate del
'66 al gennaio del '74), tranne sporadiche apparizioni. Poi venne il tour
del comeback con The Band che non fu abbastanza per fargli ritrovare la
voglia di esibirsi. Fino a quando giunse il tempo della Rolling Thunder
Revue. Si può dire, a ragione veduta, che quella voglia incessante
di esibirsi che è giunta all'eccesso del cosiddetto Never Ending
Tour sia nata proprio allora. E' dal 1975, praticamente, che Bob Dylan
è sempre in giro ad esibirsi, infrangendo le regole del music biz
che vogliono un artista in tournee solo dopo l'uscita di un album nuovo.
Quando comincia la RTR, nell'ottobre del '75, Desire non è ancora
stato pubblicato, lo sarà solo nel gennaio 1976. Nella primavera
di quell'anno la Revue si rimette on the road e Dylan, a Larry Sloman,
confida che adesso sarà così per sempre, ci sarà sempre
una revue a portare in giro la sua musica. Quel re degli zingari di cui
cantava nelle strofe oscure di One More Cup Of Coffee alla fine ha tolto
la maschera: è Bob Dylan.
Nel corso degli anni sul palco, ancor più che in studio, Dylan
darà vita ad alcuni dei momenti più alti (così come
ad alcune autentiche cadute) della sua intera carriera. "Quando avrò
novant'anni e mi vorrai vedere, mi troverai su di un palcoscenico, da qualche
parte", ha confidato alcuni anni fa. La musica ha senso solo nell'atto
della performance, è questa l'eredità più bella che
la Rolling Thunder Revue ci ha lasciato. Un concetto che sconfigge ogni
pretesa di consegnare la musica rock ai musei o
ai freddi solchi di un vinile o di un cd. La musica è una cosa
viva in continua trasformazione e ha significato nel momento della sua
rappresentazione, costi quel che costi, anche una serata svogliata e balorda.
Ma quando l'artista vince, allora potremo solo mangiarci le mani per non
essere stati presenti.
"Andare in tour è nel mio sangue" , aveva detto Dylan nel '75.
Il suo è il sangue di uno zingaro.
Lui è lo zingaro del rock'n'roll.

Canzoni di redenzione
"Desire": il disco della Rolling Thunder Revue
di Paolo Vites
(tratto dal libro di Paolo Vites e Alessandro
Cavazzuti "Bob Dylan 1962-2002: 40 anni di canzoni", Editori Riuniti)
Nella seconda metà di luglio 1975 (dopo una prima infruttuosa
session in studio, quella del 14, come vedremo dopo) Dylan e Jacques Levy
decidono di abbandonare per un po' di giorni l'ambiente del Greenwich che,
tra concerti, bevute e rimpatriate con vecchi amici, sta distraendo Dylan
dal flusso creativo che l'ha colpito appena vi ha rimesso piede. Prendono
in affitto una casa ad East Hampton, nei pressi di New York, dove lavorano
a oltre una dozzina di brani. L'apporto di Levy, co-accreditato per i testi
in tutti i brani di Desire tranne Sara e One More Cup Of Coffee, è
evidente nell'impronta narrativa e immaginifica allo stesso tempo di tutte
le canzoni, che potrebbero essere ognuna di esse sceneggiature per film.
Il 14 luglio Dylan pensa di essere pronto a entrare in studio, ma non ha
le idee chiare sul tipo di sound che vuole ottenere. Con lui il produttore
della Columbia Don DeVito, che ha assemblato, secondo le indicazioni del
cantautore, un numero sproporzionato di musicisti, tra cui i membri del
gruppo inglese di pub rock Kokomo: si contano cinque chitarristi, tra cui
l'amico Eric Clapton (alla fine la sua chitarra si sentirà in un
solo brano, Romance In Durango), un chitarrista slide, un sassofonista,
un armonicista, un fisarmonicista, due voci femminili (Emmylou Harris e
la corista di Clapton, Yvonne Elliman) oltre alla sezione ritmica e a Scarlet
Rivera al violino.
Da quanto Clapton racconterà anni dopo ("Me ne dovetti uscire
in fretta all'aria fresca perche lì dentro era pazzia pura"), questa
prima session è un delirio totale da cui si ricaveranno per Desire
solo varie parti di Joey che poi verranno mixate con altre registrazioni
del brano per ottenere il risultato finale.
Dopo ben quattordici giorni (passati con Levy a rimaneggiare e sistemare
i versi delle canzoni che ha pronte), il 28 Dylan e accompagnatori tornano
in studio: si otterrà praticamente un solo brano, la già
citata Romance In Durango che in effetti, per ricchezza strumentale, si
discosta dall'atmosfera musicale del resto del disco.
Il giorno dopo Dylan prova una prima versione di Hurricane, in un arrangiamento
quasi da disco music.
Il 30 manda tutti a casa tranne la sezione ritmica, la Rivera ed Emmylou
Harris (Clapton e la sua corista se ne sono già andati di propria
iniziativa; il chitarrista inglese non è neanche citato nei crediti
dell'album). La fantastica vocalist country, che Dylan ha ammirato nei
duetti con lo scomparso Gram Parsons, purtroppo non ha modo di far valere
tutte le sue doti, perchè non avvezza al modo di lavorare di Dylan:
"Mi diceva di cantare, sempre, senza che io avessi ancora imparato le canzoni,
e registrava sempre. Fu terribile".
In effetti la voce della Harris è spesso e volentieri in difficoltà,
si capisce in modo distinto che sta cercando di andare dietro a quella
di Dylan al meglio delle sue possibilità. Ad esempio in Joey: diverse
volte i due attaccano fuori tempo.
In una atmosfera finalmente rilassata vengono registrati molti brani,
tra cui Oh Sister; One More Cup Of Coffee, Joey, una nuova take di Hurricane,
Black Diamond Bay, Rita Mae (che sarà esclusa dal disco e pubblicata
come singolo nel '76), Catfish Blues e Golden loom, le ultime due apparse
poi su The Bootleg Series.
La sera del 31 luglio Dylan è accompagnato in studio dalla moglie
Sara. Emmylou Harris invece non c'è più. E' la sera altamente
emozionale (e per certi versi anche drammatica) in cui Dylan incide, in
una sola take, Sara, con la moglie che lo osserva dall'altra parte del
vetro della sala di registrazione. Per i musicisti presenti è quasi
una violazione dell'intimità, mentre Dylan, voltatosi verso Sara,
le dice al microfono: "Questa è per te" e attacca il brano che nessuno
ha mai ascoltato prima. Rob Stoner, la Rivera e Howye Wyeth seguono però
prontamente Dylan che lascia uscire dal cuore un disperato messaggio di
riconciliazione verso la donna che così tanto ha significato per
lui. E' abbastanza impressionante pensare che questo momento così
privato è stato immortalato per l'eternità, ed è ascoltabile
da chiunque: ogni volta che Desire gira nel vostro cd player, o sul giradischi,
quel momento, con Dylan e Sara in studio si ripeterà un'altra volta,
e un'altra ancora, per sempre...
La performance di Sara (così come la sua melodia) è uno
dei momenti più alti di un disco che ha nelle intensissime performance
vocali di Dylan il suo punto più alto.
Quella sera Dylan registra anche la bellissima Abandoned Love che,
purtroppo, sarà esclusa dal disco per essere pubblicata solo nell'85
su Biograph, e quindi Isis in versione al pianoforte (quella decisiva).
Desire è completato. Così sembra. Vengono scelti i brani
da includere e ai primi di agosto Dylan lascia New York. Ma alla fine di
ottobre, quando il disco è in procinto di essere stampato per essere
nei negozi entro Natale, il cantante deve precipitarsi di nuovo in studio.
Gli avvocati della Columbia, ascoltando Hurricane, hanno trovato alcune
parti che, secondo loro, potrebbero costare una citazione in giudizio e
il conseguente rischio di ritiro del disco dai negozi. In Hurricane, infatti,
Dylan cita coraggiosamente nomi e cognomi dei principali personaggi coinvolti
nella sporca storia di Rubin Carter ma una inesattezza a proposito della
presenza di Arthur Bradley nel bar dove si svolse l'omicidio (era Bello
infatti, a trovarsi sul luogo del delitto) lo costringe a reincidere la
canzone con nuovi versi. L'accortezza degli avvocati della Columbia non
impedirà a Dylan e alla casa discografica di beccarsi una denuncia
da parte di Miss Patti Valentine, non troppo felice di venir tirata in
ballo come testimone che ha mentito a proposito dei fatti.
Il 24 ottobre Dylan è in studio. Con lui, vista l'indisponibiltà
in quel periodo di Emmylou Harris, al controcanto c'è questa volta
la cantautrice Ronee Blakely. Ci vorranno sei prove complete senza che
si ottenga il giusto risultato. Ogni volta Dylan esegue una linea melodica
differente o si lascia prendere dal nervosismo. Alle quattro del mattino
un Dylan evidentemente frustrato e incazzato si infila la giacca e si gira
verso Don DeVito: "Ehi, Don", gli dice, "scegli tu la versione migliore".
E sparisce dallo studio. DeVito farà un massacrante lavoro di taglia
e incolla con le sei versioni del 24 ottobre e le sette realizzate il 30
luglio per montare una parte vocale che regga i continui cambiamenti di
mood che Dylan attraversa in ogni versione registrata, incapace di mantenere
lo stesso feeling (e la stessa parte melodica) in due prove di uno stesso
brano. Il risultato sarà incredibilmente perfetto.
Il disco sarà nei negozi solo a metà gennaio 1976, con
l'ormai programmato tour promozionale già completamente finito (si
svolgerà dal 30 ottobre all'8 dicembre del '75). Desire è
un disco particolarissimo nella carriera di Dylan. La caratteristica principale
è la formidabile performance vocale del cantante, una voce che raggiunge
le vette espressive della sua carriera: in passato non è mai stata
così brillante, non lo sarà mai più in futuro.
Performance vocali che sono rintracciabili solo nei concerti del periodo,
quelli con la Rolling Thunder Revue del '75 ma soprattutto del '76.
La voce di Dylan, chiara, pulita, priva di alcuna forzatura, ha un'urgenza
dettata dal fuoco della passione e della creatività che brucia in
lui durante queste session. La percussionista Sheena racconta come il disco,
essenzialmente, abbia preso forma nella session del 30 luglio, in una sola
notte, come ai tempi migliori: "Mi chiamò quel pomeriggio dicendomi
che non riusciva a dormire... L'energia che sentiva era troppo forte, troppo
intensa... L'emotività, la magia, a cui stava cercando di dare una
forma artistica".
E' effettivamente un disco ricco di magia, evidentemente influenzato
dal mondo dei gitani che tanto lo colpì in Francia. La chiave del
disco, musicalmente, è ovviamente il violino della Rivera: assolutamente
non una musicista dall'alto tasso tecnico, Scarlet porta il tocco gitano
che Dylan vuole. Basta ascoltare l'ammaliante parte che esegue nella splendida
One More Cup Of Coffee, una parte che davvero colpisce al cuore.
Sebbene da Desire siano rimasti fuori brani come Abandoned Love o Rita
Mae, che sicuramente avrebbero meritato di essere inclusi, quantomeno al
posto della banale Mozambique, le canzoni sono tutte di alto livello. Sono
quasi tutti, poi, brani molto lunghi, dai sei minuti fino agli undici di
Joey.
Isis è guidata da un'incredibile, martellante e ossessiva performance
di Dylan al pianoforte: brano dall'incedere blues (e dalla fantastica performance
vocale del cantante), ha un testo misterioso e affascinante, tipico del
periodo che Dylan stava attraversando, pieno di visioni, dee, zingari,
tarocchi (che spuntano anche sul retro copertina), piramidi egiziane, il
potere della
luna...
Mozambique è... beh, un piccolo divertimento, con un testo che
sembra essere stato scritto come spot pubblicitario dell'agenzia turistica
del paese africano. One More Cup Of Coffee è probabilmente il capolavoro
del disco; composta in Francia, al festival degli zingari, ha liriche oscure
e inquietanti e un ritornello dall'uncino perfetto. Oh, Sister è
una dichiarazione di amore universale, con un passo melodico ancora nostalgico
e intimo; Joey gode di un'altra performance vocale di Dylan sbalorditiva:
brano controverso (dedicato al boss mafioso italo americano Joe Gallo,
veramente esistito, e che Dylan descrive come una sorta di Robin Hood)
che scatena molte critiche, ha dei crescendo strumentali e vocali nei ritornelli
davvero epocali.
Romance In Durango ricorda il periodo speso in Messico ai tempi di
Pat Garrett & Billy The Kid.
Black Diamond Bay è un'altra storia di taglio decisamente cinematografico,
piena di personaggi ambigui e bizzarri, sorta di
Desolation Row degli anni Settanta: è l'unico brano del disco
che Dylan non ha mai eseguito dal vivo. E infine l'altro capolavoro dell'album,
e uno dei suoi vertici lirici e musicali di sempre, la toccante Sara, in
cui Dylan confessa particolari di vita privata come non aveva mai fatto
in passato (nè farà in futuro).
Per Desire Dylan scrive anche delle brevi ma significative note di
copertina; non solo: anche il poeta più importante
dell'America del dopoguerra, il vecchio amico Allen Ginsberg, scrive
un lungo saggio (dal taglio decisamente poetico) all'interno del disco,
vergognosamente non ristampato in alcune edizioni su cd.
Il saggio, intitolato Songs Of Redemption, lascia trasparire tutto
l'entusiasmo per l'incredibile esperienza della Rolling Thunder Revue.
E' infatti scritto il 10 novembre del '75, durante il tour, di cui Ginsberg
è una specie di guida spirituale, quel tour che è come una
specie di circo, un tributo agli antichi medicine show dei primi anni del
Novecento. Si spinge fino a immaginare una
nuova rinascita delle arti e dello spirito, come quella che lui e gli
altri poeti beat lanciarono a metà degli anni Cinquanta e come quella
del grande movimento pacifista degli anni Sessanta: "Queste canzoni sono
il culmine di Poesia-musica come fu sognata negli anni Cinquanta e Sessanta
(...) Ogni decade-generazionale sboccia nel suo mezzo, la Rinascita Poetica
del 1955, Pace in Vietnam a Berkeley nel 1965 (...). Siamo in America,
alla fine, redenti. O Generazione, continua a lavorare!". Era un sogno,
quello di Ginsberg, naturalmente; un sogno che Dylan racconterà
efficacemente nel controverso e discusso (ma affascinante e sincero) lungo
film su quel tour, Renaldo & Clara.

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