QUESTO DYLAN SUONA IL ROCK

ll personaggio - Jakob Dylan


Non è facile essere figlio di una leggenda, chiedetelo a Julian Lennon o Ziggy Marley. Ma essere figlio di una leggenda vivente è ancora peggio. Forse per questo nel press book che accompagna il lancio di Red Letters Day, nuovo disco dei Wallflowers, la band di Jakob Dylan, si legge: "L'allora 12enne Jakob, il più giovane di cinque figli, tornò a casa deciso a suonare la chitarra elettrica dopo aver assistito a un concerto dei Clash". Ed è l'unico riferimento alla sua educazione musicale. Perchè ha deciso di omettere così palesemente qualsiasi riferimento a suo padre? Jakob ride nervosamente e si cala il cappello sulle orecchie. E' un soleggiato pomeriggio, a Los Angeles, la sua città, e in un tranquillo studio sul North Hollywood Boulevard sta registrando insieme alla band. "So benissimo che alla gente interessa mio padre. E non ne posso più. Quando uscì il mio primo cd, me ne fregavo della stampa: avevo 21 anni e se qualcuno voleva parlar con me sentivo puzza di imbroglio. Non avevo venduto neppure un disco, era facile capire dove volevano andare a parare: stavano semplicemente cercando di arrivare a lui tramite me".
Quattro album, una brillante carriera, il successo alle sue condizioni, l'hanno sicuramente aiutato a scendere a patti col suo essere "il figlio di Bob", il cantautore-trovatore più famoso del '900, la voce di un'intera generazione. Ed è passato molto tempo da quando i giornalisti venivano messi in guardia da promoter protettivi, costretti a spiegar loro che se avessero chiesto, per l'ennesima volta, a Jakob, se era vero che il padre aveva scritto Forever Young in suo onore, 28 anni prima, il ragazzo li avrebbe piantati in asso.
Alla fine degli anni '90 il giovane e timido cantautore dal nome altisonante, che sempre si chiedeva se sarebbe mai riuscito a scrivere canzoni del calibro di The Times They Are A-Changin' o Like A Rolling Stone, scoprì improvvisamente di avere più pubblico del celebre genitore. Bringing down the horse, secondo cd coi Wallflowers, vendette infatti cinque milioni di copie, superando di gran lunga, dal punto di vista commerciale, qualsiasi disco realizzato da Bob in quasi 40 anni.
Forse questi esiti inaspettati stimolarono il vecchio Dylan, che nel '97, quasi in concorrenza col figlio, realizzò Time Out Of Mind, il miglior album dopo Blood on the tracks, del '75, che, ironia della sorte, raccontava la separazione di Bob da Sara Lowndes, madre di Jakob. Divorziarono quando il ragazzo aveva sette anni e la situazione fu resa più difficile dal fatto che i rapporti fra i due furono sviscerati in pubblico grazie ad uno degli album più dirompenti di tutti i tempi. Dopo una lunga battaglia per l'affidamento del figlio, Jakob andò a vivere a Los Angeles con la madre, continuando però a vedere spesso anche il padre. "Credo di essere cresciuto come un ragazzo qualsiasi, e il merito va a entrambi i miei genitori", riconosce oggi Jakob.
Alla consegna dei Grammy del '98, vengono premiati padre e figlio e a quel punto Jakob non può più rinnegare i legami di famiglia. "Quando ho iniziato la carriera ho dovuto imparare a difendermi", racconta. Poi si è abituato a convivere con quel cognome oneroso, arrivando ad accettare anche una bonaria presa in giro. Ho osato chiedergli se non si sentisse un pò il George W. Bush del rock'n'roll. "Assolutamente", mi ha risposto con timida rassegnazione. E quando ci siamo rivisti tempo dopo ha rilanciato: "Ho ripensato a quella battuta e ho capito di dover fare i conti con la mia storia. E, magari, il presidente è il Jakob Dylan dei politici!".
E' stato il matrimonio con Paige, primo grande amore della sua vita, e il fatto di diventare padre di tre figli a suggerirgli un modo diverso di intendere i rapporti? "Mi sono reso conto di una grande verità: ciò che è stato, ciò che è mio padre, non potrà mai essere cancellato".
Se voleva sfuggire al peso di tutto questo, lanciarsi sulla strada di papà non gli ha certo facilitato il compito. Jakob è l'unico dei 5 figli di Bob ad aver seguito le sue orme, tanto da chiamare scherzosamente "borghesi" i 4 fratelli: Jesse (regista video) Samuel (fotografo), Anna (artista), Maria (avvocato). Le musiche di padre e figlio non sembrano però avere molto in comune. I Wallflowers suonano infatti un rock americano appassionato e melodico, che li avvicina a gruppi come in Counting Crows e i Matchbox Twenty. La vita non sarebbe stata più semplice se anche lei avesse optato per un lavoro borghese? "Semmai avrei potuto scegliere uno stile tecno, più aggressivo, non collegato, collegabile a mio padre. Ma il cantautore-trovatore è la forma più alta della musica popolare, un genere che sopravviverà a tutti gli altri. Forse non riuscirò a diventarlo ma voglio provarci".
Ma come fuggire dal retaggio familiare con quegli zigomi alti, quel naso prominente, i capelli ricci e scuri, segni inconfondibili di appartenenza alla stirpe Dylan? Jakob gioisce dei rari momenti in cui la gente non sembra accorgersi della straordinaria somiglianza: e racconta che nel 1990, anno di nascita dei Wallflowers, per due mesi Rami Jaffee, tasterista del gruppo, non seppe di chi era figlio. "Lui ti chiama sempre e solo per nome", spiega Jakob con un sorriso. A lui piacerebbe tanto un mondo senza cognomi...
Chiamarsi Dylan è stata un'arma a doppio taglio. Fondamentale certo per siglare il primo accordo con la Virgin, all'inizio degli anni '90, è diventata un boomerang di fronte alle scarse vendite del disco d'esordio. "Volevano che facessi qualcosa per aumentare le vendite, ma io, per dignità, mi ero posto dei limiti. Avrei dovuto, secondo loro, presentarmi ai talk-show e rispondere a domande tipo: "Bob Dylan è stato un bravo papà? Sei fiero di lui? Lui è orgoglioso di te?". Ancora oggi, di fronte a questo genere di interrogativi, sibila un "sì", "certo", "fareste meglio a chiederlo a lui". Figuratevi allora. Tutto questo piace assai poco alla Virgin, i rapporti si inaspriscono, Jakob decide di interrompere il contratto. Mettono subito in giro la voce che i Wallflowers sono stati cacciati, che lavorare con Jakob è impossibile. "Iniziammo a cercare altri contratti, invitammo le case discografiche a sentirci suonare. Nessuno accettò. Eran già stati messi tutti in guardia". Qualcuno forse assaporava il gusto perverso di vedere il rampollo della dinastia Dylan con la faccia nella polvere: ci son voluti 4 anni prima di realizzare Bringing down the horse, secondo lp della band, ma poi ha scalato l'hit parade americana.
Jakob si è sempre guardato dal riconoscere influenze della musica del padre su di lui, esprimendo tutta la propria ammirazione per i Clash ed Elvis Costello. Un vero paradosso: se fossero stati interrogati, Clash e Costello avrebbero messo proprio Bob Dylan in cima alla lista degli artisti che li avevano formati. "Ho iniziato ad ascoltare Costello a 15 anni", racconta ora Jakob, "ma già a 4 sapevo a memoria tutto Nashville Skyline (celebre lp del padre, n.d.r.). Ora io domando: perchè tutti mi chiedono la stessa cosa, chi mi ha influenzato di più?". E' questa la dichiarazione più vicina a un'ammissione che potete ottenere da Jakob, il suo modo per confessare che crescere accanto al più grande cantautore vivente può aver determinato il suo sviluppo artistico.
I legami, nel suo complesso, sono forti: "Da ragazzo ero convinto che le band fossero freddi agglomerati di persone. Invece io e i miei compagni ci appoggiamo, ci sosteniamo l'un l'altro. E' un'esperienza davvero unica". Il gruppo può essere anche un'àncora di salvezza per alleggerire il peso di un cognome importante? "All'inizio speravo di passare inosservato, ma non mi rendevo conto che era impossibile, soprattutto quando sei tu a scrivere le canzoni, salire sul palco col microfono" commenta ora ridendo della sua ingenuità.
Per la macchina dei successi a tavolino, di cui peraltro fa parte, prova una sorta di malcelato disprezzo. "I dirigenti discografici spesso vogliono spiegarmi come fare un cd di successo. Ammetto che in quel momento provo l'impulso di afferrarli per la gola e stringere: 9 volte su 10 hanno torto, perchè non sanno cosa può piacere ai giovani. Io faccio del mio meglio per andare oltre".
La maggior parte dei brani dell'ultimo Red Letter Days sono state scritte dopo l'11 settembre. Quello di realizzare un disco ottimista è stato il suo modo di reagire al trauma. "In America le cose non stanno andando bene. Con le mie canzoni voglio trovare un modo di regalare un briciolo di speranza alla gente. Abbiamo un pò la sensazione che questa civiltà stia per giungere alla fine della sua storia. Ma, come cantautore, non voglio contribuire a questo clima negativo".
Pur cercando di evitare l'etichetta di cantante di protesta, Jakob si dice terrorizzato dalla bellicosa amministrazione Bush. "So per certo di non voler vivere un periodo di guerra, spero che i miei figli possano evitarlo". Pur non essendo un attivista, considera l'apatia politica il più pericoloso dei nemici. "La gente è convinta di non poter far niente per cambiare la situazione, crede che il suo voto non serva. La nostra è la generazione del "ci-sono-soltanto-io". Ma invece io ho ancora fiducia, mi rifiuto di lasciarmi abbattere".
Negli anni '60 le canzoni di suo padre hanno galvanizzato una generazione, sono state la colonna sonora del movimento per i diritti civili, delle campagne anti-Vietnam. Crede che oggi il mondo sia migliore di allora? "Ci sono stati dei miglioramenti, ma tante cose peggiorano. La tecnologia ci sta sfuggendo di mano, la gente si aspetta gratificazioni immeditate e ho l'impressione che sia ormai insensibile alla magia della vita. Accendi la tv e non si parla che di nuovi modi per fare soldi: è un vero insulto all'intelligenza di tutti. E neanche se ne accorgono".
Padre e figlio condividono l'amore per i concerti. Negli ultimi 15 anni Dylan sr. si è esibito in un vero neverending tour, 120 serate di media all'anno.
Anche Jakob e i Wallflowers si esibiscono spesso dal vivo: per l'ultimo disco sono andati in giro 12 mesi, per Bringing Down The Horse 2 anni e mezzo. "Stare sul palco è un momento unico, quasi primordiale. Lì devi dimostrare chi sei, cosa sai fare davvero", afferma categorico Jakob.
Nel nuovo album la sua voce è leggermente nasale, più simile a quella di papà. Dal punto di vista musicale, il disco si inserisce nella tradizione americana del rock classico.
Ma anche per chi fa di cognome Dylan, la vita del musicista resta precaria. "Suonare con una band non è una certezza, continuo a ripetermi che non dovrei fare questo lavoro. Non siamo più negli anni '60".
Poi sorride, sornione. E conclude. "Ciò non toglie, però, che non riesco a smettere".
(Foto di Time Mag./Grazia Neri)
 


(articolo tratto da: dati non reperiti)



 
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