Intervista esclusiva con il grande
cantautore americano che, appena compiuti i sessanta, pensa a una autobiografia
e pubblica un nuovo disco
GINO CASTALDO
Bob Dylan parla, a lungo, ed
è già una novità di rilievo. In Italia, in particolare,
non era mai successo.
Racconta di sé , del
nuovo disco, del suo passato, del mondo che lo circonda, di come scrive
le sue canzoni.
E rivela a sorpresa che per
la prima volta nella sua vita si è messo a scrivere una sorta di
autobiografia.
L'occasione di questo incontro
esclusivo ci viene offerta dalla pubblicazione del nuovo album, "Love and
theft" (dal 10 settembre nei negozi) la sua prima raccolta di nuove canzoni
dopo quattro anni. Con "Love and theft" Bob Dylan torna brillantemente
sulla scena, appena compiuti i sessant'anni, dopo il diluvio di premi che
lo ha sommerso recentemente (compresi un Oscar e una candidatura per il
Nobel) e con queste canzoni inaugura il nuovo millennio e la sua quinta
decade di musica.
È un disco denso di immagini
e racconti, musicalmente molto vario, di gran lunga più estroverso
di quanto non fossero le sue ultime produzioni, un album immediato, suonato
come se fosse davanti a un pubblico, ricco di influenze di vario genere,
compresi alcuni accenti swing e melodie da languido intrattenitore che
non mancheranno di sorprendere gli appassionati. Ha deciso di concedere
una sola intervista in Italia e ha scelto La Repubblica.
L'incontro si è svolto
nella suite di un albergo romano con una terrazza panoramica da cui si
vedeva la scalinata di Piazza di Spagna, la stessa che ha cantato in una
sua vecchia canzone intitolata "When I paint my masterpiece".
ROMA - Qualche volta succede
di incontrare la Storia. Anche fuori dai musei. Bob Dylan è lì,
entra nella stanza vestito come un gentiluomo del vecchio West. Nero e
grigio. È invecchiato, ovviamente, ma il tempo
gli ha ammorbidito il volto,
che oggi è più ironico, asimmetrico, saggio di quanto fosse
un tempo. Si siede davanti a noi sul divano della suite con espressione
cortese, ma è intimorito, perplesso di fronte a qualcosa
che non gli è familiare,
malgrado tutti questi anni di musica: parlare di se stesso. Ogni ruga racconta
un decennio, ma in mezzo a quel volto ombreggiato da ricci disordinati,
ci sono due occhi celesti spaventosamente grandi e attenti, guizzanti come
le finestre di una grande mente che lavora
instancabilmente. Dylan si apre,
ha voglia di parlare, arriva perfino a sorridere. Forse la sua è
una vera e propria rinascita.
Ci sono molti libri pubblicati sul suo conto. Li ha letti?
"Non ne ho più letti dopo che uscì la biografia di Shelton. È difficile leggere di se stessi perché nella propria mente le cose non accadono mai in quel modo. Sembra tutto fittizio".
Non ha avuto la tentazione di scrivere su se stesso?
"Sì... in realtà lo sto facendo".
Crede che ora sia il momento giusto per riflettere sul suo passato, o stava preparando questo libro da anni?
"Credo che quello che sto scrivendo stesse cercando da tempo la strada per uscire, non è una storia del passato a mio uso e consumo.
Nelle canzoni di Love and Theft ci sono versi che potrebbero sembrare autobiografici...
"Probabilmente, non vedo come potrebbe essere altrimenti... Ma non c'è nulla di premeditato. Molte di queste liriche sono state scritte in una sorta di stream of cosciousness. Non mi capita di sedermi a un tavolo e meditare su ogni singolo verso".
Teme le analisi compiute da altri?
"No, non so cosa la gente possa trovare in quello che faccio. Oppure intende analisi di tipo freudiano, o idealistica o marxista? Non ne ho la più pallida idea".
Una volta ha scritto: "Il futuro per me è già una cosa del passato".
"L'ho detto per tutti. Non sono forse il portavoce di una generazione? Lo dico per tutti noi".
Dal vivo canta spesso vecchie canzoni, come Song to Woody. È qualcosa di più che un rapporto astratto con il passato?
"È perché sono contento di aver scritto quella canzone. Al di là di tutto, Woody Guthrie rimane un fenomenale performer. È come Charlie Parker, Hank Williams o altri di quella statura".
Beh, neanche le sue canzoni possono essere considerate un semplice sottofondo.
"No, le mie canzoni sono tutte
cantabili. Sono attuali. Questa è l'età del ferro, ma prima
c'era dell'altro e noi possiamo ancora percepirlo. Se cammini nelle strade
di una città come Roma, ti rendi conto che qui c'era
gente prima di te e forse erano
a un livello più alto di quanto noi possiamo essere".
Sente l'influenza di alcuni poeti?
"In realtà, non studio molto la poesia".
Ma è in cerca di nuovi scrittori?
"Sì, ma non credo che ce ne siano, perché viviamo in un'altra epoca. I media sono molto invasivi. Cosa si può pensare di scrivere che non si veda ogni giorno sui giornali o in televisione?"
Ma ci sono emozioni che devono essere espresse.
"Sì, ma i media muovono le emozioni della gente in ogni caso. Quando c'erano tipi come William Blake, Shelley o Byron, non c'era probabilmente alcun tipo di media, solo bollettini. Potevi sentirti libero di mettere giù ogni cosa che avevi in mente".
Non si sente libero quando scrive?
"Come ho detto, non sono abituato a sedermi e scrivere. I miei versi vanno nelle canzoni e quelle hanno una determinata struttura e devono conformarsi a un preciso idioma. Non sono forme libere, non c'è modo di buttarci dentro cose ideologiche. Non puoi farlo in una canzone".
Eppure lei lo ha fatto.
"Se è successo, è capitato de-facto ma non sono mai partito con questa intenzione. Forse altri lo fanno, ma non io".
Crede che la Tv e i media abbiano ucciso la poesia?
"Oh, assolutamente. Perché la letteratura è scritta per un pubblico. Nessuno è come Kafka, e si siede a scrivere qualcosa senza desiderare che qualcuno la legga".
Tutti gli scrittori?
"Sì, certo, ma i media
fanno questo per tutti. Non puoi vedere cose più orribili di quelle
che propongono i media. Le news mostrano alla gente tutto quello che neanche
hanno potuto sognare e anche i pensieri che
pensavano di poter sopprimere,
però li vedi e così non puoi più neanche sopprimerli.
Quindi cosa può fare uno scrittore se ogni idea è già
esposta nei media prima che si possa coglierla e farla evolvere?".
Come reagisce a tutto ciò?
"Noi viviamo in un mondo di fantascienza nel quale ha vinto Disney, la fantascienza di Disney. È tutta fantascienza. Per questo dico che se uno scrittore ha qualcosa da dire, deve assolutamente farlo. Questo è un mondo reale. La fantascienza è diventata il mondo reale. Che noi ce ne accorgiamo o no".
In un suo scritto, ha parlato del mondo contemporaneo come una nuova epoca di oscurità.
"L'età della pietra, mettiamola in questo modo. Noi parliamo dell'età dell'oro, che credo sia quella di Omero, poi abbiamo avuto un'età dell'argento, e poi del bronzo, e c'è un'età eroica da qualche parte. Poi abbiamo quella che chiamiamo età del ferro, ma potrebbe essere l'età della pietra".
Forse l'età del silicio?
"Oh sì (ride), proprio così".
Ci sono mutamenti nella sua carriera. Uno di questi è avvenuto nel pieno dei Sessanta, dopo Blonde on blonde, quando ha avuto l'incidente in moto. Tempo dopo è uscito John Wesley Harding, e molta gente ha pensato che fosse un Dylan diverso. Era il tempo di "love and peace", e il disco era completamente diverso da tutto il resto. È stato l'incidente a farla cambiare?
"È difficile per me sapere quando ho preso una decisione consapevolmente o no. Ma ovviamente a quel tempo non avevo molta voglia di uscire fuori e suonare. Non mi sentivo parte di quella cultura".
Una volta Springsteen ha detto che Elvis aveva liberato il corpo e Dylan la mente.
"Ha detto così? Liberare la mente? È bene essere liberati da qualsiasi cosa... Tutti dovremmo pensarla così".
Non crede che ci sia una sorta di feeling religioso tra lo zoccolo duro dei suoi fans?
"Io non penso di avere uno zoccolo
duro di appassionati. C'è un po' di gente che vediamo in molti concerti...
E poi che religione sarebbe
la loro? Che sacrifici compiono e verso chi? Se lo fanno allora è
vero che abbiamo uno zoccolo duro religioso e allora vorrei sapere dove
e quando compiono sacrifici, perché vorrei esserci anche io".
Una volta ha scritto un romanzo, Tarantula. Non sentiva una contrapposizione con la musica?
"Le cose in quel periodo correvano
selvaggiamente: non avevo mai avuto intenzione di scrivere un libro.
Avevo un manager a cui fu chiesto:
scrive tutte quelle canzoni, cos'altro scrive? Forse scrive libri? E lui
deve avere risposto: naturalmente, certo che scrive libri, anzi, stiamo
per pubblicarne uno. Credo sia stata una di
quelle occasioni in cui lui
ha predisposto tutto e così ho dovuto scrivere il libro. L'ha fatto
spesso. Una volta mi ha proposto come attore in uno show, e io non ne ho
saputo nulla fino al giorno in cui è avvenuto.
Pensavo di dover cantare. Queste
cose accadevano ai vecchi tempi del secolo scorso".
Ci sono state fasi nella sua vita che lei considera difficili?
"Di sicuro ce ne sono state molte. Ci sono dei momenti strani, in cui devi assumere un diverso carattere per sopravvivere".
In quale momento, in quali anni?
"Fondamentalmente bisogna sottomettere le proprie ambizioni in funzione di quello che hai bisogno di essere".
Che tipo di ambizioni?
"È proprio quello che uno deve scoprire".
Qualcuno dice che è più felice nel suo bus col quale va in tour, piuttosto che in una delle sue 17 abitazioni. È così?
"Beh, il bus è diventato piuttosto di lusso ora. Per come mi sento quando sono a casa, non posso dire di non sentirmi a casa ovunque. Non desidero qualcosa che non sia quello che al momento presente ho davanti".
Suo figlio Jacob ha ascoltato il nuovo disco?
"Credo che l'abbia avuto da uno dei suoi fratelli. Ma non ne sono certo, sono in viaggio da molto tempo".
Com'è essere Dylan, oggi. Più facile di quanto lo fosse in passato?
"Non sono la persona giusta a cui chiederlo. È una domanda filosofica per questioni di ordine filosofico".
Lei ha dichiarato che non ama andare a riascoltare le cose del passato. Ma questo lavoro autobiografico non la costringe a farlo?
"Sto solo guardando il tutto da un nuovo punto di vista. Molte cose vanno da un punto all'altro senza che ci sia un motivo. Perché sono successe, potevano succedere se qualcos'altro non fosse successo? E se sembravano così brutte all'epoca, perché hanno portato a un beneficio sul lungo termine? Mi piace scriverlo. Ma non sono affatto scrupoloso".
Ripensando ai suoi 43 dischi, quale pensa sia quello che ha avuto più successo dal suo personale punto di vista?
"Successo? In realtà non li ascolto mai! Sono sicuro che hanno tutti avuto successo a loro modo e sono sicuro che a loro modo hanno tutti fallito".
Eppure ci devono essere dei dischi che lei ritiene migliori di altri.
"Non li ascolto perché
non penso che le canzoni siano state perfezionate. Spesso pensavo che una
canzone non fosse stata registrata bene, o almeno non nel modo in cui l'ascoltavo
nella mia testa. Sei o sette mesi dopo la canzone veniva pubblicata così
com'era, da gente di cui mi fidavo. È successo troppe volte. Mi
è stato chiesto, come fai essere un così cattivo giudice
del tuo materiale, non metti le cose migliori. Non so chi
può giudicare cosa è
meglio, io non giudico il materiale, piuttosto amo inserire alcune cose.
È capitato con l'album Time out of mind. Non era registrato particolarmente
bene, ma per fortuna non è stato pubblicato
subito, e così ho potuto
registrarlo da capo. Ma anni fa non sarebbe mai potuto accadere".
Per questo nuovo album non c'è un produttore. Come mai?
"Quando lavori con un produttore, lo sai che può portarti in quella o quell'altra direzione se non sei particolarmente determinato. Molti miei dischi sono stati alterati. Spesso i produttori e i tecnici sono prigionieri del mito. Non pensano a come realmente le mie cose dovrebbero suonare. Quando suono dal vivo la gente dice: ma le canzoni non suonano come nel disco. Naturalmente no, anche perché non erano state incise nella maniera giusta".
Nel nuovo album la sua voce sembra più scura del solito.
"Credo che non sia mai stata registrata in modo più accurato. Non credo di aver cantato meglio che in passato".
Pensa che sia difficile registrare la sua voce?
"Non credo. Anche se mi sembra che nessuno l'abbia capito. Per il nuovo disco ho trovato un giovane tecnico che ha capito. Non ho bisogno di effetti o trucchi. Il fatto è che la mia voce va su e giù, è irregolare, e sovverte i sistemi classici di registrazione. Ma in realtà credo che la via giusta sia la più semplice. Basta una registrazione analogica, realistica".
Pensa che ci siano preconcetti su certe voci come la sua e quelle di Lou Reed o Cohen?
"Credo che la voce di Leonard
sia facilmente comprensibile perché il suo raggio vocale è
basso e lineare.
Lou ha un suo modo di cantare
e parlare allo stesso tempo. La registrazione non dovrebbe essere un problema"
Sembra che il suo pubblico stia crescendo. Ci sono molti giovani che ascoltano i suoi concerti, oltre ai vecchi fan?
"Non credo che ci siano molti vecchi fan. Il fatto è che la gente della mia età muore, o cambia vita. A un certo punto della vita partono nuove problematiche, la famiglia i figli, altre priorità rispetto all'intrattenimento".
Si considera un intrattenitore?
"No, ma devo confrontarmi col mondo dell'intrattenimento".
Pensa di andare a trovare George Harrison?
"Sono in contatto con lui, ma ora non ho tempo. Se ne avrò la possibilità, lo farò".
Crede che il gruppo dei Traveling Wilburys nel quale lei era insieme a Harrison potrà tornare?
"Chi può dirlo? È difficile da sapere".
Quando va sul palco ha in mente a chi si rivolge?
"Sì, io suono per la gente che è più lontana in platea. Non guardo chi mi sta di fronte, perché di solito è la gente che ritrovo a ogni concerto. A loro il concerto piacerà in qualsiasi caso".
Dopo tanti anni lei ancora va in giro per concerti. Qualcuno l'ha definito il never ending tour.
"Mi irrita sentir parlare di never ending tour. Naturalmente ogni cosa deve finire. Ciò che ci lega tutti e ci rende eguali è la mortalità. Le cose devono avere una fine".
Riflette spesso sulla morte?
"Non direi spesso, ma certamente mi succede quando la gente che mi è vicina scompare".
E sulla sua mortalità?
"Beh, posso vedere me stesso negli altri, questo è il modo in cui posso rifletterci sopra. Non ci penso più di quanto non facciano tutti. Non appena una persona entra nel mondo è vecchia abbastanza per lasciarlo".
|
sito italiano di Bob Dylan HOME PAGE
|