In una tipica
giornata di marzo, umida e caotica, a Manhattan,
Bob Dylan, vestito
di jeans neri, scarpe da ciclista, e una giacca
sportiva bianca
sopra una maglietta bianca, se ne stava seduto in
modo scomposto
su uno sgabello in fondo a un piccolo studio del
centro.
La folla di cameramen,
tecnici delle luci, truccatori e im-
presari si era
ritirata per controllare le attrezzature, lasciando Dy-
lan a strimpellare
e canticchiare da solo. Mentre le sue lunghe un-
ghie vagavano
sulle corde della sua chitarra Martin, cominciò de-
bolmente a soffiare
nell'armonica che gli pendeva dal collo, subito
una melodia familiare
riempi l'aria. Poteva essere? Mi sono avvici-
nato per sentire
meglio, mentre Dylan avviava il ritornello. Si,
non c'era dubbio,
Bob Dylan stava eseguendo in anteprima l'ar-
rangiamento folk
di Karma Chamaleon: il successo dei Culture
Club.
Ben presto, comunque,
fu nuovamente circondato dai tecnici.
Gli operatori
audio trasmettevano il nastro di Jokerman, una can-
zone tratta dall'ultimo
album di Dylan, lnfidels, e mentre le video-
camere riprendevano,
la star muoveva obbedientemente le labbra.
Dylan aveva realizzato
il pezzo ripresa per ripresa, senza protestare,
durante tutta
la mattina e buona parte del pomeriggio. Jokerman
sarebbe stato
il secondo video realizzato per lnfidels e Bob sapeva
che tutto doveva
andare bene. II primo video, per la dolce ballata
Sweetheart Like
You, era riuscito piatto, confuso e senza vita. Cosi
erano stati chiamati
come assistenti due tra i più fidati amici di
Dylan: Larry "Ratso"
Sloman, autore di un libro sul tour del 1975
con la Rolling
Thunder Revue, e George Lois, un brillante agente
pubblicitario
di New York che Dylan aveva incontrato durante gli
sfortunati concerti
organizzati per la difesa legale del pugile Rubin
"Hurricane" Carter,
una decina di anni fa.
Lois era arrivato
con una piacevole idea per il video di Dylan,
timido e rigido
davanti alle telecamere. La faccia di Bob si sarebbe
vista solo durante
i ritornelli, il testo della canzone sarebbe stato
illustrato da
riproduzioni di arte classica recuperate in biblioteca
dallo stesso Lois:
dipinti di Michelangelo, Durer, Munch, e,
colpo gobbo, un
dipinto di Hieronymus Bosch intitolato L 'inferno
dei musicisti.
L'idea più nuova di Lois, comunque, era quella di so-
vrapporre i versi
apocalittici della canzone alle immagini lungo tut-
to il video, una
tecnica che Lois definiva ridendo "poesia diret-
tamente sulla
vostra fottuta faccia".
Il risultato,
come si è visto
più tardi,
fa sembrare la maggior parte dei comuni video rock: le
glorificate pubblicità
di Coca che sono veramente.
Ma un solo video
intelligente e provocatorio poteva rendere
ancora una volta
Bob Dylan interessante per i giovani compratori
di dischi? Quest'uomo
ha rappresentato molte cose durante gli an-
ni: la voce dei
giovani negli anni Sessanta, la voce dei giovani che
invecchiavano
negli anni Settanta, e negli anni Ottanta?
Certamente, il
suo carattere resta imprevedibile, come ho sco-
perto poche ore
dopo in un caffe greco sulla Third Avenue. Attin-
gendo continuamente
sigarette da un pacchetto di Benson & Hed-
ges ("Niente può
intaccare la mia voce, è cosl brutta") e ingurgi-
tando una tazza
di caffe dopo l'altra, si rivelava al tempo stesso ri-
servato e gentile,
dolce e talvolta aspro. Non è più la giovane arro-
gante superstar
che demolì verbalmente un reporter del Time nel
documentario del
1966 Don't Look Back, ma neppure un fan-
toccio.
C'erano senz'altro
molte cose di cui parlare. L'uomo che nel
1962 aveva trasformato
il mondo folk con il suo album d'esordio,
con una acustica
grezza ed emozionante, e che più tardi si sarebbe
completamente
giocato numerosi seguaci del folk apparendo al
Folk Festival
di Newport del 1965 accompagnato da un gruppo
rock, è
ancora, ne1984, capace come sempre di polemica stimo-
lante.. Tredici
anni fa, sorprendendo tutti, se n'era andato a Geru-
salemme davanti
al Muro del Pianto, indossando uno scialle di
preghiera e cercando,
a quanto pare, la sua "identità ebraica". In
seguito, ha studiato
al Vineyard Christian Fellowship, una scuola
di Bibbia in California
e, scioccando molti fans, ha pubblicato tre
album di rock
strettamente osservante ed evangelico. (Il primo,
Slow Train Coming,
de1979, ottenne il disco di platino, ma gli al-
tri due Saved
e Shot of Love, non hanno ottenuto neppure quello
d'oro). Poi si
è associato ad una setta ebraica ultra-ortodossa, che
si chiama Lubavitcher
Hassidim e l'anno scorso è tornato a Geru-
salemme per celebrare
il Bar Mitzvah (1)
di suo figlio Jesse. Infine, è
arrivato lnfidels.
Anche se questo album prosegue lungo l'inclina-
zione biblica
dei tre precedenti album di Dylan (con una ulteriore
patina di quello
che alcuni critici hanno definito: eccentrico con-
servatorismo politico),
lnfidels è anche uno dei suoi dischi meglio
prodotti -grazie
all'intervento alla consolle di registrazione del
chitarrista dei
Dire Straits, Mark Knopfler.
Infatti, grazie
anche a
leggere ma preziose
spinte promozionali dello stesso Dylan, l'al-
bum ha già
venduto quasi un milione di copie. Ora, non solo egli
aveva appena terminato
un eccellente video, ma aveva anche fatto una insolita comparsa in TV durante
lo spettacolo Late Night With David Letterman: un'apparizione sgangherata
ma avvincente, durante la quale Dylan -accompagnato da un trio di ragazzi
con
cui aveva provato
molto poco -si era avventurato in due pezzi
tratti da lnfidels
e nel vecchio motivo di Sonny Boy Williamson
Don't Start Me
To Talking (l'apparizione avrebbe potuto essere an-
che più
strana: durante le prove aveva eseguito una sua versione
del famoso brano
rock Treat Her Right, di Roy Head). Bob Dylan
era di nuovo sulla
scena. Mentre l'organizzatore di concerti BilI
Graham stava già
fissando le date, lui si preparava per imbarcarsi
in un grande tour
europeo con Santana, il 28 maggio, quattro gior-
ni dopo aver compiuto
quarantatrè anni.
Dunque, eccolo
di nuovo; ma chi è Bob Dylan? Padre divorzia-
to di cinque ragazzi
(tra cui la figlia della sua ex moglie Sara, da
lui adottata),
Dylan trascorre il suo tempo tra la California (dove
ha una casa enorme
ed eccentrica costruita in modo caotico) il
Minnesota (dove
ha una fattoria) e i Caraibi (dove passa da un'iso-
la all'altra con
una barca da 250.000 dollari). A New York, città
dove spesso sogna
di ritornare a vivere, ha trovato una sistemazio-
ne rilevandola
dal suo primo tastierista Al Kooper, che aveva visi-
tato durante una
registrazione per l' ex cantante della J. Geils
Band, Peter Wolf,
e che abitava con i vecchi amici Keith Richards
e Ronnie Wood
dei Rolling Stones.
Nonostante le sue
preoccupazioni spirituali, egli dichiara di non essere eccessivamente moralista
("penso di aver bevuto una birra, recentemente") e che la sua
odissea religiosa
è stata deformata dalla stampa. Anche se sostiene
di non avere diritti
d'autore sulla pubblicazione di canzoni ante-
riori a Blood
On The Tracks ("che è l'album preferito da Keith"),
probabilmente
è abbastanza agiàto. " Alcuni anni sono meglio di
altri", è
tutto quel che dice in proposito. Ma è noto per la sua
straordinaria
generosità nei confronti degli amici più cari, in caso
di bisogno. Apparentemente
non prevede di ritirarsi dal mondo
della musica.
Quando gli ho chiesto se avesse già realizzato il suo
capolavoro, mi
ha risposto: "Spero di non farlo mai". La sua vita
amorosa (nel passato
è stato legato, tra le altre, alla cantante Cly-
die King) resta
un libro chiuso.
Mentre parlavamo,
un giovane ubriaco si è avvicinato al nostro
tavolo per avere
un autografo, che Dylan ha concesso. Pochi minu-
to dopo una vecchia
sdentata, in pantaloncini, si è avvicinata ac-
compagnata da
una bottiglia di vino nero. "Sei Bob Dylan!", ha
gracchiato. "E
tu sei Barbra Streisand, vero?", ha detto Dylan,
non senza gentilezza.
"Mi sono solo meravigliata", ha continuato
la vecchia befana,
"perche c'è un tipo qua fuori che vende il tuo
autografo". "Sì?",
gli ha risposto Dylan, "be', e quanto chiede?".
Una buona domanda,
ho pensato. Quanto può valere un ricor-
do del genere
in questi tempi di crisi?
ROLLING STONE:
Negli anni passati sei stato definito in molti modi:
"cristiano riconvertito",
"ebreo ortodosso". C'è una definizione
appropriata?
DYLAN: Veramente
no. C'è chi ti definisce in un modo e chi in un
altro. Ma io non
posso prendere una posizione, sembrerebbe
una difesa e,
in fin dei conti, cosa importa?
ROLLING STONE:
Eppure tre tuoi album -Slow Train Coming, Sa-
ved, e Shot of
Love -non sono ispirati a una rinnovata espe-
rienza religiosa?
DYLAN: Non direi
così. Non ho mai detto di essere rinato. È solo un
modo di dire dei
mass-media. Non penso di essere mai stato agno-
stico. Ho sempre
creduto che ci fosse un potere superiore, che
questo non è
il mondo reale e che ci sarà un mondo futuro. Che
nessuna anima
è morta, che ogni anima è viva, nella santità come
tra le fiamme.
E probabilmente ci sono molti livelli intermedi.
ROLLING STONE:
Allora qual è la tua posizione religiosa?
DYLAN: Be', non
penso sia una posizione definita, non ho mai det-
to le cose sono
così, eppure questa vita è niente. Non c'è alcu-
na possibilità
di convincermi che questo è tutto quello che c'è.
lo credo nel libro
della Rivelazione. I potenti di questo mondo
finiranno per
recitare la parte di Dio, ammesso che non lo
stiano già
facendo, e infine arriverà un uomo e tutti penseran-
no sia Dio. Farà
alcune cose e tutti diranno: "Solo Dio può fa-
re questo tipo
di cose. Quindi lui deve essere Dio".
ROLLING STONE:
Credi nel senso letterale delta Bibbia?
DYLAN: Certo. Sì.
ROLLING STONE:
L 'Antico e il Nuovo Testamento hanno per te lo stes-
so valore?
DYLAN: Per me si.
ROLLING STONE:
Credi in qualche chiesa o sinagoga?
DYLAN: Non esattamente.
Mmm, la Chiesa della Mente Velenosa.
(Risate).
ROLLING STONE:
Credi che la fine sia vicina?
DYLAN: Non credo
sia vicina. Penso che avremo almeno altri 200
anni. La gente
non può nemmeno immaginare a cosa assomi-
glierà
il nuovo regno. Molta gente pensa che il nuovo regno ar-
riverà
l'anno prossimo e che loro saranno proprio lì, tra i primi
eletti. Si sbagliano.
Quando il nuovo regno arriverà ci saranno
persone pronte
ma se succedesse domani, mentre tu sei seduto
lì e io
qui, non ti ricorderesti neppure di me.
ROLLING STONE:
Puoi discutere e trovarti d'accordo con un ebreo or-
todosso?
DYLAN: Si, si.
ROLLING STONE:
E con un cristiano?
DYLAN: Oh, sì.
Sì, con chiunque.
ROLLING STONE:
La tua religione ha l'aspetto di una nuova sintesi.
DYLAN: Be', non
mi pare. Se pensassi che il mondo ha bisogno di
una nuova religione
ne fonderei una. Ma ci sono anche molte
altre religioni:
le religioni indiane, l'ortodossa, il buddismo.
Esistono anche
loro.
ROLLING STONE:
Quando incontri degli ebrei ortodossi, puoi stare con
loro e dire: "Be',
non potreste venire a patti con la cristianità"?
DYLAN: Sì,
se qualcuno me lo chiede potrei dirlo. Ma sai, io non
vado in giro per
dire la mia opinione, la musica mi riguarda
molto di più.
ROLLING STONE:
Eppure il tuo punto di vista è sembrato chiaro a mol-
ti compratori
di dischi. Sei rimasto frustrato dalla resistenza com-
merciale -sia
per quanto riguarda i dischi che durante il tour -
verso la tua nuova
musica influenzata dall'esperienza religiosa?
DYLAN: Be', dopo
il mio tour evangelico del '78 ho voluto conti-
nuare a fare concerti
anche nel '79. Nel '78 eravamo già stati
dappertutto, come
potevamo ritornare nel '79! A quel punto
ho pensato: "Non
importa se non trascino più le folle". In
molti posti dove
eravamo già stati abbiamo riempito solo metà
sala.
ROLLING STONE:
Pensi che sia a causa del tuo nuovo genere di mu-
sica?
DYLAN: Non credo.
Non credo c'entri affatto. Penso che il tuo mo-
mento sia il tuo
momento, non importa cosa stai facendo. È il
tuo momento oppure
non
lo è. Questi ultimi anni non sono
stati proprio
il mio momento. Ma non ho ragione di fare alcu-
na riflessione
su cosa sto dicendo. La gente che ha reagito alla
mia musica ispirata
non lo avrebbe fatto se io non avessi com-
posto Song To
Woody, non avrebbe reagito in quel modo.
ROLLING STONE:
La pensi veramente così?
DYLAN: Sì,
lo so. Di solito riesco ad anticipare ciò che andrà di
moda, quale sarà
l'umore. Ci sono molti giovani musicisti in
giro, hanno un
bell'aspetto e si muovono bene, e dicono cose
eccitanti. Ma
se li osservi bene ti accorgi che le loro cose sono
costruite per
ragazzini di dodici anni, come cibo per bambini.
ROLLING STONE:
Il tuo ultimo album, Infidels, non è proprio cibo per
bambini. Alcuni
critici hanno persino rilevato un certo conserva-
torismo in alcune
canzoni e addirittura un deciso sciovinismo in
Neighborhood Bully,
dove il soggetto metaforico è "solo un uo-
mo" i cui "nemici
dicono che lui occupa la loro terra". Non ti
pare una evidente
dichiarazione di sionismo?
DYLAN: La posizione
di questa canzone dovresti considerarla al di
là di me.
Non sono uno scrittore di canzoni politiche. Joe Will
lo era, Merle
Travis ha scritto alcune canzoni politiche. Which
Side Are You On?
è una canzone politica. Neighborhood Bully
non è una
canzone politica, perchè se lo fosse finirebbe per ap-
poggiare un determinato
gruppo politico. Se ne parli come di
una canzone politica
su Israele -anche se è una canzone poli-
tica su Israele
-devi considerare che in Israele ci sono alme-
no venti partiti
politici. Non so come potrebbe schierarsi, con
quale partito.
ROLLING STONE:
Sarebbe giusto definire quella canzone come una profonda dichiarazione
di fede?
DYLAN: Forse è
cosl, sì. Solo perche qualcuno sente le cose in un
certo modo, non
puoi incollarci sopra qualche slogan di parti-
to. Se ascolti
attentamente, potrebbe parlarti di altre cose. De-
finirla è
semplice e facile, cosl puoi fissarla e sistemarla in
qualche modo.
Ma io non farei così. Non so quale sia la politi-
ca di Israele.
Proprio non lo so.
ROLLING STONE:
Così non ti è chiara, ad esempio, la questione palestinese?
DYLAN: Proprio
no, perchè io vivo qui.
ROLLING STONE:
Andresti a vivere in Israele?
DYLAN: Non so.
È difficile speculare su ciò che può riservare il
fu-
turo. Mi sembra
naturale vivere dove mi trovo.
ROLLING STONE:
In un altro punto della canzone, dici: "Non ha allea-
ti con cui parlare"
e mentre "compra armi obsolete e non vuole
essere respinto.
..non c' è carne nè sangue a lottare al suo fianco ".
Pensi che l'America
dovrebbe inviare truppe in Israele?
DYLAN: No. La canzone
non dice questo. Chi potrebbe, chi potreb-
be... chi sono
io per dirlo?
ROLLING STONE:
Allora pensi che Israele dovrebbe ricevere maggiori
aiuti dalla comunità
ebraica americana? Non vorrei insistere trop-
po ma sembrerebbe
proprio così...
DYLAN: Non stai
insistendo troppo, stai solo specificando la que-
stione in relazione
a ciò che accade oggi. Ma ciò che accade
oggi non durerà
per sempre. La battaglia di Armageddon lo ha
fatto capire chiaramente:
dove si combatterà, o se vogliamo es-
sere più
tecnici, quando si combatterà. La battaglia di Arma-
geddon sarà
combattuta definitivamente proprio in Medio
Oriente.
ROLLING STONE:
Segui la situazione politica o hai una qualche posi-
zione sulle dichiarazioni
degli uomini politici in questo anno di
elezioni?
DYLAN: Penso che
la politica sia uno strumento del Diavolo. Sia
chiaro, penso
che la politica uccida e non porti niente di vivo.
La politica è
corrotta, lo sanno tutti.
ROLLING STONE:
Così non ti interessa chi sarà Presidente? Non fa nes-
suna differenza?
DYLAN: Non credo
faccia molta differenza. Voglio dire, per quanto
tempo Reagan sarà
presidente? Sai, solo io ne ho visti quattro
o cinque diversi.
E ne ho visti morire due in carica. Come pos-
so preoccuparmi
di Reagan e prendere la questione sul serio,
quando alla fine
non c' entra niente con la mia vita?
ROLLING STONE:
Così' non credi esista alcuna differenza, ad esempio,
tra Kennedy e
Nixon? Non ha alcuna importanza?
DYLAN: Non so.
Al giorno d'oggi è molto di moda definirsi "umanisti
liberali". È
una tale stronzata. Vuoi dire meno che niente. Chi
sarebbe il presidente
migliore? Be', hai me. Non saprei dire quali
sono gli errori
della gente, nessuno è perfetto, certo. I Kennedy
mi piacevano,
tutti e due. E mi piaceva Martin Luther King.
Quelle erano persone
giuste e benedette. Il fatto che siano stati
uccisi da una
pallottola non cambia niente. Il bene che hanno
fatto ha messo
radici, continuerà a vivere più a lungo di loro.
ROLLING STONE:
Speri ancora nella pace?
DYLAN: Non ci sarà
nessuna pace.
ROLLING STONE:
Non credi che sia valido impegnarsi per la pace?
DYLAN: No. Sarebbe
solo una falsa pace. Mentre stai ricaricando il
fucile, proprio
nel momento in cui lo stai ricaricando, quella è
la pace. Può
durare molti anni.
ROLLNG STONE: Non
è giusto lottare per la pace?
DYLAN: Niente di
tutto questo. Ho sentito qualcuno che racconta-
va alla radio
quel che sta succedendo ad Haiti: "Dobbiamo es-
sere coinvolti
in quello che sta succedendo ad Haiti. Ora sia-
mo persone globali".
Stanno spingendo tutti verso questo stato
d'animo, come
se noi non fossimo più solo gli Stati Uniti, co-
me se fossimo
globali. Pensiamo in termini di mondo intero
perchè
le comunicazioni arrivano dritto fino a casa. Bene, que-
sto è l'argomento
del Libro della Rivelazione. Puoi essere cer-
to che chi protesta
per la pace non è per la pace.
ROLLING STONE:
E se qualcuno fosse sinceramente per la pace?
DYLAN: Allora non
potrebbe essere per la pace ed essere anche glo-
bale. Proprio
come nella canzone Man of Peace. Ma non esiste
nessuno di questi
problemi se credi in un altro mondo. Se in-
vece credi in
questo mondo, sei bloccato. Non hai davvero
scelta. Diventerai
matto perche non puoi tollerarne la fine.
Può anche
darsi che tu voglia allontanarti, ma non ne sarai ca-
pace. Ti guarderai
indietro e dirai: " Ah, era tutto qui. Perche
non me ne sono
reso conto"? Questo accadrà solo quanto sarai
veramente capace
di guardare questo mondo.
ROLLING STONE:
È un punto di vista molto fatalista, non ti pare?
DYLAN: Penso sia
realistico. Se, è fatalista, lo è solo in questa situa-
zione, e questa
situazione finirà comunque. Allora quale sarà la
differenza? In
questo senso sei tu fatalista, e allora?
ROLLING STONE:
In License to Kill ci sono questi versi: "L 'uomo ha
inventato la sua
rovina, il primo passo è stato toccare fa luna ".
Credi proprio
che sia così?
DYLAN: Sì,
lo credo. Non so perche ho scritto quei versi, in certe
situazioni si
apre proprio una porta sull'ignoto.
ROLLING STONE:
Non pensi che l'uomo debba avanzare, progredire?
DYLAN: Sì...
ma non qui. Voglio dire, che senso ha andare sulla lu-
na. Per me, non
ha alcun senso. Adesso piazzeranno lassù una
stazione spaziale,
che costerà, quanto... 600 miliardi di dollari,
700? Chi ne trarrà
beneficio? Le compagnie della droga che
riusciranno a
fare droghe migliori. Ha un senso? Credi che
qualcuno dovrebbe
esserne esaltato? E questo il progresso?
Non credo che
otterranno droghe migliori. Sicuramente più co-
stose.
Oggi tutto è
computerizzato, è tutto un computer. Mi sem-
bra l'inizio della
fine. Ti devi rendere conto che ogni cosa di-
venta globale.
Non c'è più nazionalità, non c'è più
differenza:
"Siamo tutti uguali,
tutti uniti per un mondo di pace, bla, bla,
bla".
Qualcuno dovrebbe
cercare di capire cosa sta succedendo
agli Stati Uniti.
Sono solo un'isola che sta per essere spazzata
via dall'oceano,
o hanno un vero posto tra le cose? Proprio
non lo so. Adesso
sembra che abbiano un loro posto, ma più
avanti dovrà
diventare un paese autosufficiente, che potrà fare
da solo senza
troppe importazioni.
Proprio ora sembra
che negli Stati Uniti, come in molti al-
tri paesi, ci
sia una grande spinta verso la costruzione di un
unico grande paese
globale -un solo grande paese -dove si
potranno produrre
le cose in un posto, riunirle da qualche altra parte e venderle altrove.
Il mondo intero diventerà tutt'uno, sarà controllato dalla
stessa gente. Se non siamo già a questo punto, è comunque
questa la direzione in cui ci si muove.
ROLLING STONE:
In Union Sundown la Chevrolet che guidi è "monta-
ta in Argentina
da uno che guadagna trenta cents al giorno ".
Vuoi dire che
starebbe meglio senza quei trenta cents al giorno?
DYLAN: Cosa sono
trenta cents al giorno? Non puoi aver bisogno di
trenta cents al
giorno. Voglio dire che la gente è sopravvissuta
per 6000 anni
senza bisogno di lavorare in cambio di salari da
schiavi per qualcuno
che arriva e... be', effettivamente, è solo
colonizzazione.
Ma vedi, conosco questa storia di prima mano,
perchè
da dove vengo io la gente ricevette proprio quel tratta-
mento, con i giacimenti
minerari.
ROLLING STONE:
Il Minnesota, nell'Iron Range dove sei cresciuto?
DYLAN: Sì.
Tutti lavoravano nelle miniere in quel periodo. In effet-
ti il novanta
per cento del ferro usato durante la seconda guer-
ra mondiale proveniva
da lì, da quelle miniere. Alla fine hanno
detto: "Estrarre
il ferro da qui costa troppo, dobbiamo riuscire
a trovare qualche
altro posto". La stessa cosa accade ora con
altri prodotti.
ROLLING STONE:
Cosa significava crescere ad Hibbing, nel Minnesota,durante gli anni Cinquanta?
DYLAN: Laggiù
sei molto influenzato dalla natura. In un certo sen-
so devi adattarti,
senza badare a come ti senti, a cosa potresti
voler fare con
tua moglie o a quello che pensi. Dev'essere an-
cora così,
credo.
ROLLING STONE:
Quando eri piccolo hai avvertito qualche forma di
antisemitismo?
DYLAN: No. Niente
mi importava davvero se non imparare una
nuova canzone
o un altro accordo, o magari trovare un nuovo
posto per suonare.
Anni dopo, quando avevo già registrato
qualche album,
allora ho incominciato a vedere scritto "Bob
Dylan è
un ebreo", e cose del genere. Ho pensato "Cristo, non
è mai stato
importante". Ma hanno continuato a battere quel
tasto, sembrava
fosse molto importante dirlo: "il cantante di
strada ha una
gamba sola", qualcosa del genere. Così, dopo un
po', ho pensato
"bisognerà che ci rifletta".
Non so. Non mi
sembra che questo accada ad altri artisti,
voglio dire, non
succede a Barbra Streisand o a Neil Diamond.
Ma è successo
a me. Anche se da bambino non avevo mai sen-
tito cose del
genere, non ho mai dovuto farmi avanti lottando
tra la ressa nel
cortile della scuola. Per essere felice mi bastava
avere una chitarra.
ROLLING STONE:
Hibbing era un luogo opprimente? Ti ha spinto a
fuggire?
DYLAN: Non proprio.
Non conoscevo nient'altro se non Hank Wil-
liams. Ricordo
di aver ascoltato Hank Williams due o tre anni
prima che morisse.
In un certo senso quella è stata la mia in-
troduzione alla
chitarra. Quando ho avuto la chitarra... non
c'erano più
problemi. Niente era più un problema.
ROLLING STONE:
Sei riuscito a vedere qualcuno dei primi cantanti rockand roll, come Little
Richard o Buddy Holly?
DYLAN: Sì,
certo. Ho visto Buddy Holly due o tre notti prima che
morisse. L'ho
visto a Duluth, all'arsenale. Suonava con Link
Wray. Non ricordo
The Big Bopper. Può darsi fosse già anda-
to via quando
sono arrivato. Ma ho visto Ritchie Valens. E
naturalmente Buddy
Holly. Era grande, era incredibile. Non
dimenticherò
mai l'immagine di Buddy Holly sul palco. E
morto una settimana
dopo. Era incredibile.
Di solito ascoltavo
musica fino a notte fonda: ascoltavo
Muddy Waters,
John Lee Hooker, Jimmy Reed e Howlin'
Wolf che da Sheeveport
facevano un radio show veramente
esplosivo, che
durava tutta la notte. Rimanevo sempre sveglio
fino alle due,
le tre del mattino. Ascoltavo tutte quelle canzoni
e cercavo di capire
come erano fatte. Ho iniziato a suonare da
solo.
ROLLING STONE:
Come hai avuto la tua prima chitarra?
DYLAN: Anzitutto
ho comprato il primo volume del manuale di
Nick Manoloff;
ma non credo avrei potuto arrivare oltre il pri-
mo volume... Poi,
ho comprato una chitarra Silverstone da
Sears. In quel
periodo costava trenta o quaranta dollari, basta-
va lasciare un
acconto di soli cinque dollari per averne una.
Così ho
avuto la prima chitarra elettrica.
Mentre frequentavo
la scuola superiore ho formato un paio
di gruppi, forse
tre o quattro. I cantanti migliori si portavano
sempre via i miei
gruppi, magari perchè avevano buoni contat-
ti, o i loro genitori
conoscevano qualcuno, e così potevano tro-
vare lavoro nella
città vicina durante i picnic domenicali o in
situazioni del
genere. Cosl io perdevo il mio gruppo. Mi è
sempre successo
così.
ROLLING STONE:
Ti avrà amareggiato.
DYLAN: A dir la
verità, sl. Certo. Poi ho formato un nuovo gruppo con
un mio cugino
di Duluth. Suonavamo rock and roll, e rhythm and
blues ma il gruppo
è svanito l'ultimo anno di scuola superiore.
Ricordo di aver
ascoltato un disco -penso fosse del Kingston Trio o di Odetta o di qualcuno
del genere -e di essermi
avvicinato alla
musica folk. Il rock and roll sembrava finito.
Ho scambiato la
mia chitarra con una Martin che ora non ven-
dono più,
forse era una 0018, comunque era marrone. La mia
prima chitarra
acustica. Una grande chitarra. Poi, a Minneapo-
lis o a St. Paul,
ho ascoltato Woody Guthrie. E quando ho
sentito Woody
Guthrie, be'... era... tutto.
ROLLING STONE:
Cosa ti ha colpito in lui?
DYLAN: Ho sentito
i suoi vecchi dischi, dove canta con Cisco Hou-
ston e Sonny (Terry)
e Brownie (McGhee), e poi le sue canzo-
ni. Mi ha colpito
il suo carattere indipendente. Infatti nessuno
ne parlava mai.
Così ho raccolto tutti i suoi dischi che riuscivo
a trovare e li
ho imparati tutti, con ogni mezzo. Quando sono
arrivato a New
York, cantavo più che altro le sue canzoni e le
canzoni folk.
In quel periodo incontravo altre persone che suo-
navano lo stesso
genere di musica, mi veniva naturale combi-
nare tra loro
elementi di musica delle montagne del sud con
pezzi di bluegrass,
o ballate inglesi. Potevo ascoltare una can-
zone una sola
volta e impararla immediatamente. Così, quando
sono arrivato
a New York, potevo fare molte cose diverse. Ma
non avrei mai
pensato di ritrovare il rock and roll.
ROLLING STONE:
Lo rimpiangevi?
DYLAN: Non proprio,
la situazione folk mi piaceva. Era una comu-
nità intera,
una rete di contatti che si estendeva in diverse cit-
tà degli
Stati Uniti. Potevi partire da qui per andare in Cali-
fornia e avere
sempre un posto dove stare, suonare sempre da
qualche parte,
e incontrare persone. Oggi, cosa fa un folksin-
ger? Canta le
sue canzoni. Ma quello non è un folksinger. I
folksinger cantano
le vecchie canzoni folk, le ballate.
Ho incontrato
molti folksingers a New York, e ce n'erano
molti anche nelle
Città Gemelle. Ma anche in Inghilterra ho
incontrato alcune
persone che conoscono davvero quel tipo di
canzoni. Martin
Carthy, e anche un altro che si chiama Nigel
Davenport. Martin
Carthy è incredibile. Ho imparato moltissi-
mo da Martin.
Giri From The North Country è ispirata a una
canzone che ho
sentito cantare da lui, la stessa Scarborough
Fair da cui Paul
Simon ha tratto la sua canzone.
ROLLING STONE:
Credi che il folk possa tornare di moda?
DYLAN: Be', sì,
potrebbe accadere. Ma la gente dovrebbe tornare
indietro e cercare
le canzoni. Non lo fa più nessuno. Stavo di-
cendo a qualcuno
che quando vai a vedere un folksinger, ormai
vai ad ascoltare
qualcuno che canta le sue canzoni, e questa
persona mi dice:
'Be', sì, ma tu sei quello che ha iniziato a
farlo!" E in un
certo senso è vero. Ma io non avrei mai scritto
una canzone se
prima non avessi suonato tutte le vecchie can-
zoni folk. Non
avrei mai pensato di scrivere una canzone. Oggi
non c'è
alcuna dedizione verso la musica folk, nessun riconosci-
mento di quella
forma espressiva.
ROLLING STONE:
Ti sei reso conto di aver influenzato molti cantanti,
nel corso di questi
anni?
DYLAN: È
la forma espressiva. Penso di aver usato una formula che
non era mai stata
usata prima. Non voglio vantarmi, o magari
sì. (Risate).
Quando ascolto la radio, non importa che tipo di
musica trasmetta,
so che se torni indietro abbastanza troverai
qualcuno che ascoltava
Bob Dylan, da qualche parte, qualcuno
che usa lo stesso
tipo di fraseggio, talvolta persino lo stesso
tipo di melodia.
Quando ho cominciato a fare quel tipo di
musica, nessuno
ne parlava. Per la musica avere successo, a
tutti i livelli...
Be', ci sarà sempre un tipo di musica pop adat-
to alla radio,
ma le sole persone che avranno successo saranno
quelle che dicono
qualcosa che è loro compito dire. Intendo
dire che solo
pezzi come Tutti Frutti possono arrivare così lon-
tano.
ROLLING STONE:
Come il recente revival rockabilly?
DYLAN: Il revival
del rockabilly riguarda sia lo spirito che l'atteg-
giamento.
ROLLING STONE:
Ti sei reso conto dell'importanza del punk rock men-
tre stava nascendo?
Ascoltavi i Sex Pistols e i Clash?
DYLAN: Sì.
Non ascoltavo sempre quel tipo di musica ma mi sem-
brava un passaggio
logico, e lo sembra ancora. Penso sia stata
danneggiata in
molti modi dall'industria della moda.
ROLLING STONE:
È vero che hai visto i Clash?
DYLAN: Sì.
Li ho incontrati in Inghilterra nel 1977 o nel 1978.
Penso che siano
grandi. In effetti, penso che siano migliorati.
ROLLING STONE:
Vuoi dire da quando Mick Jones se n'è andato?
DYLAN: Sì.
È interessante. Ci sono voluti due chitarristi per rim-
piazzarlo.
ROLLING STONE:
Che ne dici di Prince? Lo hai mai incontrato a Min-
neapolis?
DYLAN: No, mai.
ROLLING STONE:
E Michael Jackson, l'hai mai incontrato?
DYLAN: No, non
credo. Ho incontrato Martha and the Vandellas.
ROLLING STONE:
I tuoi figli ti dicono, a proposito dei nuovi gruppi,
cose del tipo
"Dovresti tener d'occhio Boy George"?
DYLAN: Qualche
anno fa, lo facevano. Mi piace quasi tutto.
ROLLING STONE:
I tuoi ragazzi suonano?
DYLAN: Sì,
tutti.
ROLLING STONE:
Li incoraggeresti ad entrare nel business musicale?
DYLAN: Non li spingerei,
nè l'incoraggerei mai. Voglio dire, io non
ci sono mai entrato
come si entra in un business. Ci sono en-
trato per sopravvivere.
Non direi mai a qualcuno di entrarci co-
me in un business.
Per quel che ho visto io è un business abba-
stanza spietato.
ROLLING STONE:
Cosa dici ai tuoi figli a proposito di argomenti come
il sesso e le
droghe?
DYLAN: Non mi fanno
molte domande su questi argomenti. Credo
che imparino abbastanza
anche solo standomi intorno.
ROLLING STONE:
Ad un certo punto delta tua vita hai avuto un perio-
do di droga, non
è così?
DYLAN: Non sono
mai stato dipendente da nessuna droga, non co-
me si direbbe
"Eric Clapton: il suo periodo di droga".
ROLLING STONE:
Hai mai preso LSD?
DYLAN: Non voglio
dire niente che incoraggi qualcuno, ma, chi lo
sa? Chissà
cosa ci mettono nelle tue bibite, o che tipo di siga-
retta stai fumando?
ROLLING STONE:
Quando persone come Jimi Hendrix e lanis loplin sono scomparse, hai pensato
fosse una perdita?
DYLAN: Jimi, pensavo,
è stata una grande perdita. Ho visto Jimi...
Oh, come è
stato triste vederlo. Era sul sedile posteriore di
una limousine
in Bleecker Street, proprio... Non potevo nem-
meno dire se era
vivo o morto.
ROLLING STONE:
Le tue vecchie canzoni mantengono per te lo stesso
significato che
avevalto quando le hai scritte?
DYLAN: Sì.
Standocene qui è difficile immaginarlo, eppure sì.
Quando consideri
certe cose è come se fossero state scritte ie-
ri. Quando le
canto, delle volte mi dico: "Wow! Da dove ven-
gono questi versi?
È stupefacente" .
ROLLING STONE:
Le consideri ancora canzoni di protesta? O non le
hai mai considerate
tali?
DYLAN: Penso che,
in un certo senso, tutte le mie canzoni siano di
protesta. Mi sembra
sempre che la mia posizione o il mio po-
sto siano venuti
dopo quella prima ondata, o forse la seconda,
di rock and roll.
Credo anche che non avrei mai fatto quelle
canzoni se avessi
solo ascoltato la radio.
ROLLING STONE:
A un certo punto non ti sei dissociato dalla protesta?
DYLAN: Be', vedi,
io non l'ho mai chiamata protesta. La protesta è
qualcosa che va
contro la normalità stabilita. E chi è stato il
promotore della
Protesta? Martin Lutero.
ROLLING STONE:
È vero che Like A Rolling Stone è stata fatta in una
sola volta?
DYLAN: Sì,
una sola registrazione. È incredibile. Dà una sensazione
di tale unità.
È successo in quel periodo, sai, quando faceva-
mo, oh... sei,
otto, dieci pezzi ogni volta. Entravamo in sala e
ne uscivamo il
giorno dopo.
ROLLING STONE:
Anche Another Side Of Bob Dylan è il risultato di
una session durata
tutta una notte?
DYLAN: Be', anche
quel disco è stato fatto abbastanza in fretta.
Ma era più
facile, ero solo io. Eppure facevamo la stessa cosa
anche quando c'era
il gruppo. Non credo sarebbe stato possibi-
le fare Like A
Rolling Stone in un altro modo. In che altro mo-
do avresti potuto
farla?
ROLLING STONE:
Che equilibrio riesci a mantenere tra le esigenze di
un moderno studio
di registrazione e il fatto che molte tra le cose
migliori che hai
fatto sono state realizzate così rapidamente?
DYLAN: Proprio
in questo periodo sto mutando il mio punto di vi-
sta. Progetto
di fare più cose acustiche in futuro. Credo che
nel mio prossimo
album ci saremo solo io, la mia chitarra e
l'armonica. Non
voglio dire che sarà tutto così ma alcune can-
zoni senz'altro.
Lo so.
ROLLING STONE:
A cosa somiglia la tua musica più recente?
DYLAN: Scrivo come
viene. Non è diverso da prima ma probabil-
mente molte canzoni
sono costruite in modo diverso. Cosl po-
trebbero sembrare
qualcosa di nuovo. Non credo di aver tro-
vato qualche nuovo
accordo o qualche nuovo giro armonico, o
magari qualche
nuova parola che non sia mai stata detta pri-
ma. Credo che
assomiglino abbastanza alle solite vecchie cose,
rimaneggiate.
ROLLING STONE:
Ho sentito un pezzo escluso da Infidels intitolato
Blind Willie McTell.
È una bella canzone. Uscirà mai?
DYLAN: Non penso
di averlo registrato nel modo giusto. Non so
come sia venuta
fuori quella roba. Voglio dire, non viene mai
fuori da altra
gente.
ROLLING STONE:
Ci sono molti interessi in gioco. Potresti raccogliere
tutti i tuoi pezzi
non usciti in un volume di venti album o qual-
cosa del genere.
DYLAN: Sì,
come i Basament Tapes. Ma non ho intenzione di farlo.
Se ho scritto
una canzone tre anni prima, raramente torno in-
dietro a recuperarla.
La lascio sola. Non mi sono mai veramen-
te piaciuti i
Basament Tapes. Voglio dire, erano solo canzoni
fatte per la mia
casa editrice di musica, per quel che ricordo.
Venivano usate
solo come base perche altri artisti registrasse-
ro. Non le avrei
mai fatte uscire. Ma, sai, la Columbia ha vo-
luto farle uscire,
cosa ci potevo fare?
ROLLING STONE:
Non pensi che quel materiale abbia un'atmosfera particolare proprio per
questo?
DYLAN: Non ricordo.
Qualcuno mi ha detto che è musica molto
americana, qualcosa
del genere. Non capisco cosa significhi.
ROLLING STONE:
Allora non ti verrebbe mai in mente di far uscire le
registrazioni
del 1966 al concerto alla Royal Albert Hall di Lon-
dra, un altro
grande bootleg?
DYLAN: No. Non
le farei uscire perchè non penso che siano buone.
ROLLING STONE:
Quel bootleg è grande! Mi stupisce che tu non voglia
vederlo prodotto
in modo legale e registrato bene.
DYLAN: Be', vedi,
la Columbia non si è mai offerta di farlo. Lo
hanno fatto con
i Basament Tapes e con l'album al Budokan.
Ma non si sono
mai offerti di pubblicare un album storico o
qualcosa del genere.
E credimi, se avessero voluto farlo, l'a-
vrebbero potuto
fare.
ROLLING STONE:
A proposito del Budokan...
DYLAN: L' album
al Budokan era stato pensato solo per il Giappo-
ne. Mi hanno costretto
a fare un album dal vivo per il Giap-
pone. Suonavo
con lo stesso gruppo che avevo usato per Street
Legai ed eravamo
appena entrati in sintonia quando loro hanno
registrato l'album.
Non l'ho mai considerato in nessun modo
rappresentativo,
nè del mio genere o del mio gruppo nè del
mio spettacolo
dal vivo.
ROLLING STONE:
È successo nel periodo in cui i critici dicevano che
frequentavi Las
Vegas, vero?
DYLAN: Be', credo
che solo le persone che non sono mai state a Las
Vegas avrebbero
potuto dire qualcosa del genere.
ROLLING STONE:
Penso che si riferissero agli abiti che indossavi in quel
periodo. Dicevano
che sembravi Neil Diamond.
DYLAN: Be', questo
ti mostra quanto siano cambiati i tempi dal
1978; allora potevi
essere criticato per quello che indossavi.
Voglio dire, adesso
puoi vestirti come ti pare. Vedi uno che
porta un abito
da scena e funziona, va bene cosl. Te lo aspetti.
Hai visto che
mucchio di roba è stata scritta su di me? La
gente deve essere
matta. Voglio dire: la gente competente. So-
prattutto durante
il tour di Street Legal. Penso che non si riu-
scirà più
a riunire un gruppo come quello. Era una grande riu-
nione. E cosa
ha detto la gente? Voglio dire: la gente compe-
tente, che conosce
meglio le cose. Tutto quello che ha visto è
stato "Bruce Springsteen",
solo perche c'era un sassofonista.
Ed era disco...
be', non c'era niente di disco.
ROLLING STONE:
Mi è sembrato che durante la tua carriera tu sia sta-
to, in un certo
senso, infallibile, fino a Self Portrait del 1970.
Che storia c'è
dietro quell'album?
DYLAN: In quel
periodo vivevo a Woodstock e avevo un alto grado
di notorietà
senza fare niente; poi ho avuto quell'incidente in
motocicletta che
mi ha messo fuori gioco. Quando mi sono sve-
gliato e ho ripreso
i sensi mi sono reso conto che stavo lavoran-
do per tutte quelle
sanguisughe. E non volevo farlo. In più avevo
una famiglia e
volevo proprio vedere i miei figli. Mi ero anche
reso conto che
stavo rappresentando moltissime cose di cui non
sapevo niente.
Per esempio si pensava che io fossi in acido. Era
una situazione
tipo "assalto all'ambasciata" -Abbie Hoffman
nelle strade -e
ci si immaginava che io fossi il fulcro di tutto
questo. Ho detto
"Un attimo, sono solo un musicista e le mie
canzoni parlano
di questo e di quello. E allora?" Ma la gente ha
bisogno di un
leader. Molto più di quanto un leader ha bisogno
della gente, davvero.
Voglio dire, chiunque può venir fuori e di-
ventare un leader,
se la gente ne vuole uno. Ma io non volevo.
Ma poi giunsero
le grandi novità su Woodstock, su come
vivevano i musicisti
ed era come un'ondata di follia che vagava
libera intorno
alla casa giorno e notte. Potevi entrare in casa e
trovarci delle
persone, la gente arrivava attraverso i boschi, a
tutte le ore del
giorno e della notte, a bussare alla porta. Era
tetro e deprimente.
E non c'era modo di rispondere a tutto
questo. Era come
se ti stessero succhiando via tutto il tuo san-
gue. Ho detto:
ora, aspetta un pò questi non possono es-
sere i miei fans.
Non possono proprio esserlo". Ma continuava-
no a venire. Fummo
costretti ad andarcene.
È stato
all'incirca nel periodo di quel festival a Wood-
stock, che era
la sintesi definitiva di questa massa di stronzate.
E sembrava che
avesse qualcosa a che fare con me, questa Na-
zione di Woodstock
e tutto ciò che rappresentava. Non riusci-
vamo a respirare.
Non avevo nessuno spazio per me e per la
mia famiglia e
non c' era alcun sostegno, da nessuna parte. Ho
accumulato molto
risentimento su tutta la storia e ce ne siamo
dovuti andare.
Siamo andati a
New York. Ripensandoci, è stata proprio
una stupidaggine.
Ma c'era una casa libera in McDougal Street
e me lo ricordavo
come un bel posto. Così, per passare inosser-
vato, ho comprato
quella casa ma non era più la stessa cosa
quando ci siamo
tornati. La Nazione di Woodstock aveva con-
quistato anche
McDougal Street. C'era la folla, fuori dalla mia
casa. E allora
ho detto: "Bene, andate a farvi fottere. Vorrei
che questa gente
si dimenticasse completamente di me. Voglio
fare qualcosa
che a loro non possa piacere, a cui non possano
riferirsi. Vedranno,
ascolteranno e diranno: 'Be', passiamo al
prossimo. Lui
non dice più niente. Non ci dà quello che noi
vogliamo'. Passeranno
a qualcun altro". Ma tutta la storia non
ha funzionato.
Perche l'album uscì e la gente disse: "Questo
non è quello
che vogliamo", e diventò più risentita. E poi, io
avevo fatto quel
ritratto per la copertina. Voglio dire, non c'e-
ra titolo per
quell'album. Conoscevo qualcuno che aveva un
po' di colori
e una tela quadrata e io l'ho riempita in cinque
minuti. E ho detto:
"Bene, chiamerò quest' album Self Por-
trait" .
ROLLING STONE:
Che fu deliberatamente interpretato dalla stampa come: ecco chi è
lui...
DYLAN: Sì,
esattamente. Mentre per me era uno scherzo.
ROLLING STONE:
Perchè hai fatto per scherzo un album doppio?
DYLAN: Be', non
sarebbe stato un vero ostacolo come singolo; allo-
ra non sarebbe
stato veramente brutto. Voglio dire, se ci metti
un mucchio di
merda, puoi almeno farne un bel carico!
ROLLING STONE:
Durante gli anni Sessanta c'era la sensazione che la
società
stesse davvero cambiando. Guardando indietro, ti sembra
che sia molto
cambiata?
DYLAN: Penso di
sì. Molte volte la gente dimentica. Oggi puoi
prendere un aeroplano
e volare dove vuoi, senza fermarti, di-
rettamente, ed
essere Iì. Questo è recente. Puoi farlo dal
1940? Forse no,
da dopo la guerra. E i telefoni? Scordali! Vo-
glio dire, mentre
crescevo mi ricordo che c'era un telefono in
casa ma dovevi
chiamare il centralino, e c'era il duplex con al-
tre sei persone.
E quando riuscivi ad avere la linea, be', pote-
va esserci qualcun
altro che parlava. lo non sono cresciuto con
la televisione.
Quando la televisione è arrivata, le trasmissioni
iniziavano alle
quattro del pomeriggio e finivano alle sette. Co-
sl avevi più
tempo per... immagino per pensare. Non riesco a
ricordarmi esattamente
come andavano le cose in quel periodo
ma certo negli
anni Cinquanta e Sessanta è cambiato tutto.
I miei figli conoscono
la televisione, usano i telefoni. Non
ci pensano neanche.
Perfino gli aeroplani: io non sono mai sa-
lito su un aeroplano
più o meno fino al 1964. Fino a quel mo-
mento, se volevi
girare per il Paese, prendevi un treno o un
bus Greyhound,
o facevi l'autostop. Non so. Non penso di es-
sere così
vecchio o di aver visto tanto ma...
ROLLING STONE:
Ricevi l'MTV (2)
a casa?
DYLAN: No, non
ce l'ho. Devo andare in città per vederla. E poi,
una volta trovato
il posto che ce l'ha, posso restare Iì fino a
quando i miei
occhi riescono a restare aperti. Fino a quando li
tengo sgranati,
resto a guardare.
ROLLING STONE:
Cosa pensi dei video? Pensi abbiano molta importanza?
DYLAN: Oh, per
vendere dischi sì. Ma i video ci sono sempre stati.
David Bowie li
ha fatti fin da quando ha incominciato. Una
volta ho visto
un video e ho pensato fosse grande. Poi ho
ascoltato il disco
alla radio ed era un niente. Eppure il video ti
fornisce un appiglio.
Ne stavo giusto parlando l'altra sera con
Ronnie Wood. Era
andato al concerto dei Duran Duran al
Garden e mi ha
detto che era stato proprio buffo, perche die-
tro il palcoscenico
c'era uno schermo gigante: che mostrava
enormi primi piani
dei membri del gruppo. Ogni volta che mo-
stravano il primo
piano di qualcuno il pubblico sembrava im-
pazzito: diventavano
matti, capisci? Così, mentre mostravano il
primo piano di
qualcuno del gruppo, il chitarrista stava facen-
do un assolo.
Naturalmente ha pensato che stessero urlando
per lui. Allora
ha ripetuto lo stesso assolo per scatenare la stes-
sa reazione ma
non ha ottenuto nulla.
ROLLING STONE:
Ricordo che l'altra sera volevi incontrarti con Ronnie
e Keith (Richards),
per suonare con loro. Come è andata?
DYLAN: In effetti
non è andata molto bene. Ma mi piace sempre
incontrare Keith
o Woody o Eric o... Ci sono alcune persone
che mi piace vedere
ogni volta che posso. Persone che suonano
in un certo modo.
Si tratta proprio di uno stile musicale, capisci?
ROLLING STONE:
Collaborate sempre?
DYLAN: Sì
ma finisce per non succedere mai. Va così "Okay, è
grande, lo riprendiamo
più tardi e lo finiamo". Ma non si fini-
sce mai niente
davvero.
ROLLING STONE:
I tuoi migliori amici sono quasi tutti musicisti?
DYLAN: I miei migliori
amici? Cristo, fammi tentare di trovarne
uno. (Risate).
ROLLING STONE:
Ce ne sarà qualcuno!
DYLAN: Migliori
amici? Gesù, voglio dire, è...
ROLLING STONE:
Devi pur avere un amico più caro?
DYLAN: Wow! Ecco
una domanda che fa veramente pensare. Mi-
giori amici? Cristo,
se devo pensare a chi è il mio migliore
amico penso che
cadrò in una profonda e cupa depressione.
ROLLING STONE:
Ce ne devono essere almeno uno o due, non ti pare?
DYLAN: Be', devono
esserci... è necessario che ci siano... bisogna che
ci siano. Ma,
sai, il tuo migliore amico è qualcuno che può mo-
rire per te. Voglio
dire, è quello il tuo migliore amico, davve-
ro. Sì,
è deprimente pensare chi potrebbe essere il mio miglio-
re amico.
ROLLING STONE:
Che cosa farai quest'anno, oltre a un album e forse
un tour?
DYLAN: Be', sono
felice di non fare niente. (Risate).
ROLLING STONE:
Passi molto tempo in Minnesota?
DYLAN: Sì,
ritorno Iì quando posso. Ho alcune proprietà fuori St.
Paul, una specie
di fattoria che ho comprato nel 1974.
ROLLING STONE:
Ma tu veramenti coltivi, in questa fattoria?
DYLAN: Be', crescono
patate e grano turco ma non mi siedo sul trat-
tore, se è
questo che intendi. Di solito sono qui o sulla West
Coast o nei Caraibi.
Ho una barca laggiù, assieme a un altro.
Jokerman è
venuta fuori navigando tra quelle isole. E molto
mistica. Le forme,
laggiù, le ombre sembrano cosl antiche. In
un certo senso
la canzone è ispirata dagli spiriti che loro chia-
mano jumbis.
ROLLING STONE:
Hai ancora quella casa in California, quella grande
costruzione dall'aspetto
strano?
DYLAN: È
una storia... Se ne potrebbe ricavare un romanzo baroc-
co. lo ho cinque
figli, e non riuscivo mai a trovare una casa
che fosse adatta.
Mi piaceva quella zona perchè nelle vicinanze
c'era anche una
scuola pubblica e i ragazzi potevano arrivarci
in bicicletta.
Così ho comprato quella casa su circa un acro di
terra, dopo Malibu.
Mia moglie l'ha vista e ha detto: "Va be-
ne, ma c'è
bisogno di un'altra camera da letto". Allora ho tro-
vato qualcuno
che disegnasse un'altra camera da letto. Bisogna
registrare i progetti
e poi devono essere approvati -e per
questo che c'è
la burocrazia. Cosl sono arrivati gli architetti e
subito hanno detto:
"Bob Dylan! Bene! Qui faremo qualcosa
di spettacolare"
.Comunque ci son voluti sei mesi perche pas-
sassero i progetti,
solo per fare un'altra stanza. Voglio dire,
una stanza. Cristo!
E così sono andato un giorno a vedere co-
me stava procedendo
la stanza e loro avevano abbattuto la ca-
sa. Avevano abbattuto
la casa! Ho chiesto ai tipi che stavano la-
vorando: "Dov'è
la casa?" E mi hanno risposto che avevano
dovuto abbattere
la casa per ristrutturarla, per quella stanza di
sopra.
ROLLING STONE:
Sembrerebbe che qualcuno abbia voluto sfruttarti.
DYLAN: E non ti
sembra vero? Voglio dire, è mai stato altrimenti?
Così, da
cosa nasce cosa e io ho detto che, visto che avevano
abbattuto la casa,
avremmo aggiunto più di una stanza. Ogni
volta che qualche
artigiano passava di Iì, viaggiando in auto-
stop verso l'Oregon
o tornando verso Baia, gli dicevamo:
"Senti, vuoi lavorare
un po' qui?" E così facevamo i lavori di
falegnameria e
di muratura. E finalmente è stata costruita. Poi
hanno chiuso la
scuola vicina, i ragazzi se ne sono andati, Sara
se n'è
andata e... io non sono riuscito a liberarmi di quel po-
sto. Per essere
sincero non ho mai fatto fare nemmeno il pavi-
mento del soggiorno.
E solo cemento.
ROLLING STONE:
Vista la tua presenza nei Caraibi, avrai contatti con
il Rastafarianesimo.
DYLAN: Non proprio
ma conosco molti Rasta. So che è gente che
crede nella Bibbia
e per me è molto facile entrare in contatto
con chi crede
nella Bibbia.
ROLLING STONE:
Bene, e cosa succede se qualcuno è nato in un posto dove non ci
sono bibbie, sulle montagne tibetane, per esempio.
Potrebbe ancora
essere salvato?
DYLAN: Non lo so.
Proprio non lo so. Allen Ginsberg è un tibeta-
no, un buddista,
qualcosa del genere. Non sono abbastanza in
contatto con questo
tipo di situazione per dire qualcosa.
ROLLING STONE:
A proposito di Allen Ginsberg, la Bibbia non dice
forse che l'omosessualità
è un abominio?
DYLAN: Sì,
certo. Lo dice.
ROLLING STONE:
E però Allen Ginsberg è una brava persona, no?
DYLAN: Sì,
be', non ho motivi per condannare qualcuno, perchè
beve o perchè
è corrotto in senso ortodosso o perchè porta la
maglia al rovescio.
Certamente tutto questo non interessa me.
Ma non tiro acqua
al mio mulino, per ciò che riguarda questo
tipo di cose.
ROLLING STONE:
Eri nel Minnesota quando a Minneapolis tentarono di
far passare quella
legge contro la pornografia? La tesi era che la pornografia è una
violazione dei diritti civili delle donne. Che ne pensi?
DYLAN: Be', la
pornografia è impressa abbastanza profondamente
nella società.
Voglio dire, è in ogni cosa, non ti pare? Quando
vedo gli inserti
pubblicitari alla TV, per realizzare i quali sono
stati investiti
milioni di dollari, a me sembrano abbastanza se-
xy. Mi sembra,
che, in qualche modo, stiano spacciando sesso.
ROLLING STONE:
In un certo senso è quella la vera pornografia, perchè il
vero problema non è togliere di mezzo il sesso ma venderti
qualcosa.
DYLAN: Sì,
voglio dire cacciarti quell'idea nel cervello. Ma si fini-
rebbe troppo lontano,
in questo modo. Voglio dire, se cominci
col fare leggi
contro le riviste pornografiche e quel genere di
cose, be', allora
dove andrai a finire, qual è il limite? Dovrai
bloccare anche
il più banale spettacolo televisivo.
ROLLING STONE:
Le tue opinioni sull'aborto?
DYLAN: Aborto?
Personalmente non credo che l'aborto sia cosl im-
portante. Penso
che l'aborto sia esattamente l'argomento che
rende possibile
evitare di pensare a tutto quello che è legato
all'aborto.
ROLLING STONE:
Voglio dire, quando l'aborto è usato come metodo
anticoncezionale.
..
DYLAN: Be', penso
che il controllo delle nascite sia un altro tranel-
lo in cui le donne
non sarebbero dovute cadere ma ci sono ca-
dute. Voglio dire,
se un uomo non vuole mettere incinta una
donna è
un problema suo, capisci cosa intendo dire? È interes-
sante: arrestano
le prostitute ma non arrestano mai quelli che
vanno con le prostitute.
E tutto molto unilaterale. La stessa
cosa accade per
il controllo delle nascite. Perchè fanno prende-
re alle donne
tutte le loro pillole e se ne fottono in quel modo?
La gente ha usato
contraccettivi per anni e anni e anni. Poi,
tutto d'un colpo,
qualche scienziato inventa una pillola, è
un'industria da
miliardi di dollari. E si finisce per parlare di
soldi. Come fare
soldi da un'idea sul sesso. "Sì, ora puoi uscire
e fare l'amore
con chi vuoi". Sai? Così hanno messo in testa a.
una persona: "Sì,
se prendo una pillola...". Ma chi sa cosa fan-
no a una persona
queste pillole? Penso che saranno superate.
Ma hanno già
procurato un sacco di guai, proprio un sacco di
guai.
ROLLING STONE:
Così la responsabilità è dell'uomo? La vasectomia
è
la strada migliore?
DYLAN: lo la penso
così. Se un uomo non vuole che la donna resti
incinta, allora
è lui che deve preoccuparsene. Altrimenti, que-
sto è proprio
l'abuso definitivo. Ma il problema non è l'aborto.
Il problema è
l'intero concetto che accompagna l'aborto. L'a-
borto è
il risultato finale dell'uscirsene e scopare con qualcuno,
tanto per cominciare.
Il sesso casuale.
ROLLING STONE:
Ma la questione dell'aborto è: si uccide una vita? È
una decisione
della donna?
DYLAN: Be', se
una donna vuole farsene carico immagino sia affar
suo. Voglio dire,
chi si prenderà cura del bambino che arriva?
La gente che protesta
contro l'aborto?
ROLLING STONE:
A proposito di queste simpatie femministe...
DYLAN: Credo che
le donne reggano il mondo e non credo ci sia un
uomo che ha mai
fatto qualcosa senza che una donna glielo ab-
bia concesso o
lo abbia incoraggiato a farlo.
ROLLING STONE:
A questo proposito, c'è una canzone in Infidels, inti-
tolata Sweetheart
Like You, in cui dici: "Una donna come te
dovrebbe stare
a casa... a prendersi cura di una persona buona".
DYLAN: Effettivamente
quel verso non è venuto esattamente come
volevo. Ma, oh...
avrei potuto cambiarlo facilmente in qualco-
sa di meno tenero.
Ma penso che il concetto sarebbe stato lo
stesso. Vedi una
bella donna che cammina per strada, le dici:
"Che cosa fai
per strada? Se sei cosl bella, perche hai bisogno
di questo?"
ROLLING STONE:
Molte donne potrebbero rispondere che sono in strada perche stanno andando
a lavorare.
DYLAN: Non stavo
parlando con quel tipo di donna. Non parlavo
con Margaret Thatcher
o qualcuna di simile.
ROLLING STONE:
Sei innamorato in questo momento?
DYLAN: Sono sempre
innamorato.
ROLLING STONE:
Ti sposeresti di nuovo? Credi nelle istituzioni?
DYLAN: Sì,
certo. Non credo nel divorzio. Ma sono un grande so-
stenitore del
matrimonio.
ROLLING STONE:
Un'ultima domanda. Penso che molta gente ti consi-
deri un tipo abbastanza
malinconico in questo periodo, anche solo
a giudicare dalle
tue foto. Perchè rinforzare questa immagine chia-
mando il tuo ultimo
album Infidels?
DYLAN: Be', c'erano
anche altri titoli. Lo volevo chiamare Surviving
In A Ruthless
World ma qualcuno mi ha fatto notare che i tito-
li dei miei ultimi
albums iniziavano tutti con la lettera s... Cosl
mi sono detto:
"Non voglio impantanarmi nella lettera s". E
poi, un giorno,
mi è venuto in mente Infidels. Non so cosa si-
gnifichi.
ROLLING STONE:
Non credi che quando la gente vede quel titolo, con
quella foto severa
in copertina, si domandi: "Intende dire noi"?
DYLAN: Non so.
Avrei potuto intitolare l'album Animals e la gente
avrebbe pensato
la stessa cosa. Voglio dire, quale sarebbe una
parola che alla
gente piacerebbe sentirsi dire?
ROLLING STONE:
Che ne dici di Sweethearts?
DYLAN: Sweethearts.
Si potrebbe intitolare cosl un album.
Sweethearts.
ROLLING STONE:
Con una grande foto sorridente?
DYLAN: Sì.