La sera dell'Uragano*
di Sam Shepard
*Sam Shepard, Night of The Hurricane, in Rolling Thunder Logbook, Viking Press, 1977. 
È la cronaca della serata conclusiva della "Rolling Thunder Revue" un concerto di beneficenza per la liberazione 
di Rubin Carter,  il famoso "Hurricane protagonista della canzone dylaniana.

 
9 dicembre -Madison Square Garden. Il Garden è già tutto
esaurito per il concerto cinque ore dopo l'apertura del botteghino.
La domanda è: perche il Garden dopo tanto parlare d'uno spetta-
colo mantenuto a livello di piccole città? Perche guarnirlo d'un
fandango kolossal a New York City? Sembra una sorta di combi-
nazione fra un modo di recuperare il denaro perso nel circuito del
New England e una voglia genuina di aiutare Rubin Carter. E an-
nunciato come spettacolo di beneficenza ed è certo che l'interesse
pubblico generato dalla presenza di Muhammad Ali e Dylan nello
stesso locale finirà per lambire anche quella prigione del New Jer-
sey ed esercitare una sua influenza sulla legge. Già i giornali parla-
no di sospensione della pena e giudizio d'appello, e non c'è dubbio
che quest'evento contribuirà a rinvigorire la causa.
Di pomeriggio, il Garden è completamente vuoto, se si eccet-
tuano pochi uscieri e il gruppo di Neuwirth intento al sound check.
Il volume è, in generale, troppo alto, come dettato dall'istinto di
far esplodere la musica in questa tomba gigantesca, dopo aver suo-
nato in tante piccole sale per settimane e settimane. Mansfield ha
un orecchio iperesercitato e non ci vuol molto perchè le voci si ac-
cordino con la linea di base. Mi arrampico in cima all'uditorio, a
forma di vulcano, finchè il gruppo non sembra una sorta di caba-
ret miniaturizzato. Tutti i visi sono indistinti, irriconoscibili. Solo
certi gesti casuali forniscono tracce dell'identità di ciascuno. È
stranissimo conoscere di persona questa gente e osservarla dal pun-
to di vista del pubblico. Il Garden è una stupefacente opera di ar-
chitettura sospesa. Non bella, neppure estetica, non si può però fa-
re a meno di chiedersi come abbiano ideato il disegno di questo
soffitto colossale, che sembra sospeso a mezz'aria. Niente pilastri
nè colonne, nulla. Soltanto cavi che si riuniscono in un mozzo
centrale e in qualche modo riescono a sostenere il tutto. Vederlo
popolato soltanto di poche persone aggiunge qualcosa alla sua im-
mensità. Comincio a spostarmi successivamente in diverse zone
dell'uditorio, sedendomi ogni volta solo per valutare la prospetti-
va. Inizio a notare che certe sezioni si riempiono di gente. In una
sezione, tutti sono vestiti di blu. In un'altra sezione di bianco. Poi
un'intera sezione di gente marrone. Discendo la montagna per da-
re uno sguardo da vicino a questo fenomeno. Scopro che gli uomi-
ni blu sono poliziotti. Tutti seduti entro un perimetro definito,
tazze di caffè in mano, giacche aperte, piedi sullo schienale delle
poltrone, intenti a parlare l'uno con l'altro. Gli uomini marrone
sono uscieri, che fanno più o meno le stesse cose dei poliziotti e
tengono in mano torce elettriche. Gli uomini bianchi sono tecnici.
Ogni sezione è completamente isolata dalle altre, come fossero pic-
coli territori su una carta geografica. C'è qualcosa di entusiasman-
te in tutto questo, per me; però non riesco a capire cosa.
Mi dirigo dietro il palco, immaginandomi tutte le diverse at-
mosfere che questo posto ha contenuto, restando sorprendente-
mente privo d'una sua identità fisica. E un edificio, nient'altro,
poi un'intero mondo c'entra dentro e lo occupa e poi se ne va di
nuovo. Spettacoli di cani, rodei, circhi, lotte a premi, partite di
hockey, di basket, spettacoli equestri, balletti, eventi musicali. Un
odore di caldarroste e crauti mi fa uscire dalla mia trance. Barry
Imhoff l'ha fatto di nuovo. Ha fatto entrare dalla strada un vendi-
tore di hot-dog e uno di pretzel, e ora stanno elargendo la loro fu-
mante mercanzia a chiunque ne faccia richiesta. E passato del tem-
po dall'ultima volta in cui ho assaggiato un vero hot-dog newyor-
chese con senape, crauti e cipolle, perciò mi fermo. Mentre sono
là, ad aspettare che l'ometto grasso stratifichi il tutto entro due
mezzi panini bianchi avvolti da un pezzo di cellophane, noto quel-
lo che sembra un piccolo esercito di neri con vestiti gessati, visi
torvi e occhi saettanti all'intorno, tutti assiepati attorno a un nero
ancora più grande e alto, vestito completamente di nero e assai si-
mile al "campione dei pesi massimi di tutto il mondo intero". Le
mie mani sono come paralizzate, una in tasca in cerca di monete e
l' altra protesa verso l' hot-dog, mentre gli occhi cercano di staccarsi
da questa visione. Ali è calmo ed elegante, mentre tutt'intorno a
lui questi altri personaggi non smettono di ruotare la testa e tor-
mentarsi le tasche. Se anche non ci sono assassini in giro, sembra
che sognino di trovarne uno proprio qui sul posto, tanto per far
capire a tutti che non sono qui a perder tempo. Si muovono su e
giù per la sala come una colonia di formiche operaie che circonda-
no la regina. L' ometto grasso degli hot-dog inizia a esprimere la
sua impazienza borbottanto con accento newyorchese. Pago e mi
dirigo verso i camerini. Questa dev'essere la vera american way.
Niente è importante nè ha valore finchè non è amplificato a pro-
porzioni spropositate. "Prendete la maledetta sala più grande di
tutto l'intero pianeta! Prendete il campione di pesi massimi di tut-
to il mondo intero! Prendete il più grande cantante folk dopo
Edith Piaf! Il più incredibile fenomeno poetico-musicale mai visto
al mondo e metteteli tutti assieme di fronte al più grande dannato
pubblico scalpitante da questa parte del Rio Grande! Ed eccoci
qua con il nostro show, gente!" Sono anch'io nel gioco.

 
Mi dirigo a un camerino con l'insegna GUAM e vado a sedermi
sopra una panca di metallo. Il tavolo in mezzo alla sala non po-
trebbe sostenere, sembra, altri fiori e noccioline e frutta. Scatole
piene di lattine di birra, bibite e ghiaccio a ogni angolo; telegram-
mi da ogni dove appuntati sui muri. Ginsberg balza dentro, in
giacca e cravatta più scarpe da tennis molto giovanili. Vederlo in
quest'atmosfera dà una bella sensazione. Come se una piccola fola-
ta di sanità spirasse dalla porta. "Mio padre è là fuori. Ha ottan-
t'anni e non ha mai visto un concerto rock". Chiedo ad Allen se
non ha paura che suo padre possa avere un attacco di cuore, alla
sua età. "No, mio padre è un poeta". Ride e si avvìa allegramente
verso lo spogliatoio maschile. "Davvero! Un vero poeta! Abbiamo
fatto un reading insieme, l'altro giorno, in un'università del nord!"
Neuwirth si unisce a noi, ruotando sui tacchi, nervoso come un
gatto. È già riuscito a coprirsi di sudore. Brontola qualcosa d'in-
comprensibile, tende il collo come se stesse cercando qualcuno,
quindi si riproietta fuori dalla porta. Quasi tutti ora percepiscono
questo impulso di frenesia emotiva. Non ricordo un simile senso di
tensione in nessun altro momento della tournee, a parte, forse, il
primissimo concerto di Playmouth. Ma quella era soprattutto so-
vraeccitazione, nella speranza che lo spettacolo decollasse con un
acuto. Qui siamo piuttosto sul versante dell'ansia. Per di più, Ro-
berta Flack è stata cooptata all'ultimo momento, perche Aretha
Franklin era bloccata dai suoi concerti di Los Angeles. Roberta non
fa problemi per essere stata scelta come secondo violino rispetto
alla grande Aretha. E arrivata in pieno stile Hollywood, vortican-
do per i camerini con una bandana fiammante, coperta di gioielli e
gridando ordini al proprio entourage. C'è un netto senso di tensio-
ne tra bianchi e neri dietro il palco ed è un altro ingrediente nuo-
vo che mancava nei concerti del New Jersey. Nulla di truce e vio-
lento, soltanto queste due correnti di cultura musicale, completa.-
mente diverse, che ruotano affiancate senza mai mescolarsi. E
quasi come se ci fossero due concerti diversi nella stessa serata,
senza nulla in comune. Mi sorprendo a tornare sull'idea che è per
un nero che diamo questo concerto. Un concerto di beneficenza
per un, detenuto nero, iniziato da un cantante bianco con sostegno
nero. E' troppo rischioso per immaginarselo. Alì ha cercato di met-
tere assieme un sostegno per Carter, e per un pezzo. Anche prima
di Dylan. Ma c'è voluto Dylan per far funzionare il tutto.

 
Ritorno nella sala. Il pubblico sta lentamente filtrando all'in-
terno, riempie tutta la caverna come sabbia in una clessidra. Lola,
una vecchia amica della tournee che avevamo perso di vista da
qualche parte nel Vermont, è tornata per la gran serata. Ha rotto
un tacco dello stivale e c'è un poliziotto piegato in due che cerca
di rimetterlo a posto con il calcio della sua pistola. Qualcun' altro
ci prova con un tubetto di colla. In breve sono in tre o quattro as-
siepati intorno a Lola e al suo stivale rotto, ciascuno aggiunge il
proprio scarso contributo. Nessuno dei metodi di riparazione sem-
bra funzionare e Lola diventa sempre più ansiosa, man mano che
si avvicina il momento dell'inizio dello spettacolo. L 'idea di saltel-
lare tutta la sera su uno stivale solo, vestita di tutto punto per il
resto, la sta portando all'isterìa. Mi offro di correre nei camerini e
di cercare un paio di stivali liberi da parte di una delle donne del-
lo spettacolo. Joni Mitchell ne ha solo un paio e non se ne vuole
separare, dal momento che sarà in scena tra dieci minuti circa. Ro-
nee Blakely porta un paio di stivaletti inglesi a tacco alto che, mi
avverte, sono i suoi preferiti, confezionati su misura per i suoi pie-
di minuscoli. Accetta di prestarmeli se io giuro sopra una pila di
bibbie di riportarglieli prima della fine della serata. Corro fuori
dal camerino con gli stivaletti che mi ondeggiano davanti, con la
sensazione di essere un decatleta surrealistico. Ritrovo Lola, ormai
circondata da "riparatori", e le offro i raffinati stivaletti. Lola con-
ficca il piede in uno di essi, speranzosa d'aver trovato la soluzione,
solo per scoprire uno scricchiolante vicolo cieco all'altezza della ca-
viglia. Ancor piena di determinazione, insiste, spingendo e stratto-
nando, finche dallo stivale non comincia ad emergere un basso
suono di strappi e cuciture che saltano. Non ho cuore di chiederle
che si fermi ma alla fine c'è obbligata, perche non c'è modo di
forzare un piede americano a conformarsi allo stile inglese. Si la-
scia sfuggire un sospiro esasperato e cerca di sfilarsi lo stivale ma i
suoi primi sforzi sono stati così vigorosi che ora lo stivale è salda-
mente bloccato in una posizione intermedia che sembra una situa-
zione anche peggiore che essere completamente scalza. Ora gli uo-
mini tornano in scena. Ciascuno, a turno, afferra il tacco e tira,
Imentre Lola si afferra al corrimano, digrignando i denti come se il
processo fosse più doloroso di un parto difficile. Ora è il turno del
I poliziotto, che si sbottona persino la giacca blu per il tentativo.
Infine lo stivale viene alla luce, ' con un poderoso strappo del
cuoio, mentre l'intera fodera resta pendula a brandelli. Lola è ab-
bandonata sul pavimento e ansima alla ricerca d'aria, mentre io
m'impadronisco dello stivale prima che accada qualche altro disa-
stro e m'involo per tornare nel camerino. Il mio cervello si sbizza-
risce in contorsionismi, nel tentativo di trovare il giusto modo di
presentare il contrattempo a Ronee. Nel frattempo insisto a pigia-
re la fodera dentro lo stivale; nella speranza che in qualche modo
riesca a reincollarsi da sola. Il camerino è vuoto, con l'eccezione di
T -Bone, che dice che Ronee ha deciso di uscire in scarpe da ten-
nis, dato che ha "prestato" i suoi migliori stivali per la serata. Re-
sto là, in piedi, come un ladruncolo colto sul fatto e decido di ab-
bandonare gli stivali nel luogo più adatto, cioè dietro una pila di
asciugamani in un angolo buio. La spiegazione posso sempre posti-
ciparla. Torno di corsa nella sala.
L' atmosfera è ora completamente cambiata con l' arrivo della
folla. Persino l' aria è diversa. New York è davvero il test decisivo
per qualsiasi esperimento. È chiaro come il sole. Se volete render
noto qualcosa al mondo, portatelo a New York. Meglio ancora,
portatelo al GARDEN!

 
Il gruppo parte a scatto con Good Love Is HardTo Find ed è
l'eruzione d'un vulcano. La Rolling Thunder s'incontra a testa
bassa con la voce di oltre tremilacinquecento esseri umani urlanti,
rappresentanti del pianeta. Dylan può anche essere nient'altro che
un ragazzo del Minnesota ma la sua città è questa. Non importa
quanti critici politico-musicali siano delusi dai suoi ulttmi testi o
dal suo modo di vivere, la gente che è qui stasera dice SI con tutta
la sua forza. Portate in scena l'uomo che ha cambiato il volto della
coscienza della gioventù americana in un sol colpo! I musicisti, dal
canto loro, sembrano spingersi al punto in cui la musica sembra
più tesa e accelerata rispetto agli informali concerti del mondo.
Ronson, d'altra parte, esplode letteralmente davanti a questa folla
enorme. Il suo stile di partenza è comunque aperto e teatrale, vie-
ne dal "delirio" inglese e da David Bowie. Comincia a lasciare
fluire tutta la brillante violenza che ha tenuto a freno durante la
toumee. Volteggi di aquila gigante, ad ali aperte nell'aria rarefatta.
Triple rotazioni verticali, con il filo della chitarra che si arrotola
intorno a lui come un boa constrictor, mentre lui martella la chi-
tarra con larghi uppercut a tutto braccio. Capelli biondo platino
che dardeggiano in tutte le direzioni. Poi marcia per tutto il palco,
le gambe rigide, un Frankestein macho e inaspettato, scuotendo il
manico della chitarra con mano viziosa, come strangolasse un fra-
tello più debole. E, con tutto questo, non perde mai una nota.
Durante ogni sua movenza suona linee soliste geniali, ispirate, per
poi mescolarsi di nuovo allo sfondo e sostenere gli altri musicisti.
Neuwirth sembra sulla via di esplodere a forza di pura tensione.
La sua voce s'incrina in mezzo a ogni brano. La banda riesce co-
munque a tenersi assieme. Su tutta la linea, è la musica che fa ac-
cadere quest'evento. La solida esperienza dietro ogni membro del
gruppo. Joni Mitchell fa di nuovo saltare il soffitto dalla sala, con
il suo solo apparire in scena. Sembra incredibilmente piccola dal
punto dove sono seduto. Come una bambina vulnerabile che cerca
di cantare la canzone che ha scritto in un grande salotto pieno di
adulti. Una delle tipiche presentazioni di Neuwirth a ogni concer-
to era: "Benvenuti nel vostro salotto", e questa è la prima sera in
cui davvero ne comprendo il significato. Lo spettacolo procede e
poi è il momento di Muhammad Alì. Sta diventando una sorta di
studio sui traumi emotivi. E difficile credere che lo spazio riesca a
contenere una maggior quota d'isteria ma Alì, dovunque, appaia, è
come nitroglicerina, e questa serata non fa eccezione. Alì calma il
pubblico e comincia con una di quelle sue frasi casuali, che ti fan-
no sentire come se parlasse a te personalmente e non a qualche mi-
gliaio di persone. "Sapete, quando mi hanno chiesto di venir qui
stasera mi sono chiesto chi era questo Bob Dylan. Poi vengo qui e
scopro che tutta questa gente viene qui e paga e penso che questo
Bob Dylan dev'essere qualcuno. Pensavo di essere l'unico che po-
teva mettere insieme qualcosa di simile. Ma tutte voi, ragazze, sul
serio siete venute qui stasera per vedere Bob Dylan?" Urla e grida
esplodono da tutta la sala. "Va bene, va bene. Comunque non è
robusto come me, dovete ammetterlo. 

 
Ora voglio soltanto dire che
è un piacere vedere un tale pienone qui stasera, soprattutto visto
che è per aiutare la causa di un nero in prigione. Perche tutti san-
no che voi avete la statura e gli appoggi sufficienti per offrir pro-
tezione". Ora comincia il teatro vero e proprio. Uno degli aiutanti
di Alì sale sul palco con in mano un telefono. Qualcuno lo inter-
rompe al microfono e gli mormora qualcosa nell'orecchio. La cosa
è stata progettata molto tempo prima ma è presentata come fosse
un fatto nuovo. Alì si scosta dall'uomo e afferra il microfono. "Mi
hanno appena detto che c'è una chiamata speciale proprio in que-
sto momento, che arriva diritta dal New Jersey per ordine partico-
lare del governatore. Abbiamo Mr. Rubin 'Hurricane' Carter al te-
lefono e potrete sentire la sua voce mentre mi parla". Alì prende il
telefono e tutti sentiamo la voce di Carter, come se venisse da mi-
gliaia di migliaia di cavi sommersi. Sembra molto più lontano del
New Jersey ma arriva assolutamente chiara ed eloquente. "Hurri-
cane" Carter sembra molto più presente con la sua sola voce che
gran parte della gente che è qui in carne ed ossa. La realtà della
sua prigionla e della nostra libertà arriva fino a noi chiara e forte.
"Sono seduto qui in prigione e penso che questo sia un atto dav-
vero rivoluzionario, che tanta gente del mondo là fuori possa riu-
nirsi per un uomo in prigione" . Alì è sempre conscio del pubblico
e cerca d'infiammarlo. "Senti, Rubin, promettimi solo una cosa.
Se esci, non venire a sfidarmi per il titolo, va bene?" Rubin prose-
gue per la sua strada, non ha tributi da pagare a un pubblico che
non gli sta neanche davanti. "Per metterla più seriamente, sto par-
lando dal profondo delle viscere di un penitenziario del New Jer-
sey". Il dialogo prosegue e il pubblico è sorprendentemente atten-
to, ascolta Carter nonostante l'attesa di Dylan che deve ancora en-
trare in scena. La voce solitaria prende a fluire in ogni angolo del-
la sala come un fantasma. L 'immaginazione lavora a tutta forza,
cercando di costruirsi un'immagine di quest'uomo, sottochiave in
qualche luogo eppure intento a parlare a un pubblico che non può
neanche vedere. La telefonata ha termine e Alì passa al suo suc-
cessivo numero d'istrionismo. "Ora, signore e signori, mi piacereb-
be presentarvi questa sera il prossimo presidente degli Stati Uni-
ti". E ora che succede? Nessuno è preparato a questa novità. Dy-
lan è là dietro, pronto ad entrare per la seconda parte dello spetta-
colo, e Alì è sul palco a propinare questa rottura di scatole a tutti.
"Ora, sapete che io sono famoso per le mie predizioni. E se non
fosse stato per quest'uomo che mi ha prestato il suo aereo perso-
nale all'ultimissimo momento, non avrei potuto essere qui con voi
stasera". Alì se ne va al suono di fischi colossali e il suo "candida-
to" bianco esce fuori dal nulla, simile a un incrocio tra Howard
Hughes e l'ex-sindaco Lindsay. I fischi salgono di volume e d'in-
tensità quando l'uomo cerca di dire qualche parola a suo sostegno.
E una dimostrazione patetica di scarso senso del tempo e totale
spiazzamento rispetto allo scopo del concerto e della stessa tour-
nee. Il "prossimo presidente degli Stati Uniti" riesce a proferire
circa tre parole sotto la marea montante di disapprovazione, poi
scivola giù dal palco come una pecora. A questo punto tutti stanno
mordendo il freno per Dylan. Come sempre, lui appare in scena e
basta. Nessuno lo annuncia, semplicemente esce con la testa leg-
germente china, le piume che ondeggiano, la biacca più spessa del
solito, e inizia a cantare. Balza sempre sul pubblico a quel modo.
Sa che li può cogliere d'anticipo e questo lo rende più tagliente
ogni volta. Ora l'anfiteatro è di nuovo in tempesta. 

 

 
Dylan ondeggia sui tacchi, duettando con Neuwirth in My Masterpiece. 
La batteria martellante di Wyeth spezzetta in schegge il quattro-quarti.
Ha una mano destra incredibile. Scende a dar l'accento, poi suona
una mezza dozzina di piccoli colpi a grappolo, colpendo nel frat-
tempo due o tre piatti alla batteria per aggiugere colore. Un batte-
rista come questo resta di solito nell'ombra, perche gli manca l'evi-
dente presenza dei tipi più atletici, che saltano sullo strumento
usando il doppio dei muscoli necessari. Howie se ne sta lì seduto,
come se guidasse una Impala del '58, veleggiando lungo un'auto-
strada mentre braccia e gambe seguono gli schemi ritmici con il
minimo sforzo. A metà dello spettacolo Joan Baez inscena un sipa-
rietto, la scena della groupie, arrivando di corsa sul palco in cal-
zoncini blu, parrucca bionda e tacchi alti. Il servizio d'ordine sta
al gioco e la trascina via scalciante e urlante. Più tardi Joan si pro-
duce in un piccolo capolavoro, arrivando interamente vestita da
Dylan. Per un secondo sembra davvero di vedere doppio, finchè
non tenta di cantare come lui. Poi tutto si dissolve. E come un'ap-
parizione, lassù. Entrambi della stessa altezza, occhi scuri che bril-
lano in mezzo a un trucco di biancore lunare. Lo stesso cappello a
tesa diritta, vestito nero. 

 
C'è una tal mistura di immagini, clown
francesi, medicine show, menestrelli, voodoo, che gli occhi restano
completamente fissi e quasi si dimentica che la musica prosegue
per tutto questo tempo. Giù, ai bordi del palcoscenico, uno degli
agenti mi chiede qual'è Dylan. Glielo indico. "Vuoi dire quel tipo
col cappello buffo? Gli stavo parlando proprio adesso!" Dà di go-
mito a uno dei suoi colleghi di fianco a lui. "Ehi, ho appena parla-
to con Bob Dylan! Non sapevo neanche che fosse lui". Il collega
gli dice di chiudere il becco e ascoltare la musica. Tutti i presenti
sono come un vasto, mormorante organismo. Pensavo d'aver la-
sciato tutto questo dietro me, nell'estremo nord del Maine, invece
eccomi qui. Non c'è modo di tenersi in disparte. Nessuno potreb-
be negare la potenza di quell'evento.
Di nuovo nel camerino, Dylan si precipita dentro, strappandosi
dal collo il supporto dell'armonica, il trucco che gocciola in lunghe
strisciature, gli occhi rossi sgranati. "Rubin è stato assolto! Sarà
fuori per Natale!" Sono l'unico presente e non so che dire. Ci
guardiamo soltanto negli occhi. Vorrei avere qualcosa da rispon-
dergli ma non riesco a trovare nulla. Non mi esce nulla. Dylan si
volta e schizza fuori dalla porta.

 

 
 
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