Da "Rock - Storia e Musica" (Fabbri 1982)
Bob Dylan
di Guido Harari

Dylan percepisce i rapporti dell'ambiente che lo circonda ben oltre quanto gli è dato di vedere e, così facendo, ha saputo evitare lo stampo in cui la società avrebbe voluto forgiarlo", scrive Daniel Kramer. "In secondo luogo, egli è dotato del talento e dell'arte necessari a raccogliere e fondere tali visioni in intere strutture che ci rivelano quel che egli vede. Inoltre,da interprete efficace ed ispirato quale egli è, Dylan è assolutamente capace di trasmetterci il suo materiale in modo altamente personale e drammatico. Poichè Dylan soltanto è responsabile delle sue creazioni, e poichè queste non subiscono ulteriori processi interpretativi, nulla va perduto e siamo così in grado di avvicinarci il più possibile alla sua visione originale. Dylan è dunque un'unità autosufficiehte di comunicazione, capace di ritrarre con le sue parole le esperienze della sua generazione. "Antenna sensoriale della sua razza" (secondo la definizione che il poeta inglese John Keats offre dell'artista), uomo, profeta, musicista, simbolo e coscienza di più d'una generazione, eroe esistenziale contemporaneo, Bob Dylan è stato il primo grande poeta del rock a rivelare l'incredibile capacità di percepire gli umori del suo tempo, anticipandoli addirittura in visioni poetiche di portata universale. «In realtà, non credo neppure di scrivere canzoni»,ebbe a dichiarare una volta, «Quando ne finisco una, non mi sembra d'averla scritta in "quel momento... è come se l'avessi ricucita o trovata da qualche parte. La canzone esisteva già prima che io la "trovassi". È uscita fuori in qualche modo ed io l'ho trascritta con la mia matita, ma c'era già tutto prima che arrivassi io. " Dylan indica così a chiare lettere il messaggio per quanti si riconoscono in lui subendo passivamente l'influenza dell'uomo e del mito: cercare la verità dentro se stessi, nei labirinti dell'anima piuttosto che negli specchi del mondo esterno. Non a caso, in Subterranean Homesick Blues, egli canta: "non hai bisogno del meteorologo per sapere da che parte tira il vento". Proprio per questo motivo, ancor oggi ad oltre un ventennio dai suoi esordi, Dylan è il nuovo Cristo destinato ad un sacrificio che salvi l'umanità, il profeta cui è lecito invocare ricette per guarire le piaghe dello spirito e del mondo. Lo si è vivisezionato come poeta, come musicista, come artista, come profeta, come Padre-Figlio-Spirito Santo, scavando dietro l'abile gioco di maschere che da sempre rimane l'unica sua difesa, e smontando mito e contraddizioni pezzo dopo pezzo.
Ma non è forse lo stesso per ciascuno di noi? Dylan è soltanto più esposto, più "pubblico" e vulnerabile, eppure lo si vorrebbe oracolo infallibile e marionetta inanimata in cui proiettare le nostre angosce, i nostri interrogativi in cerca di una risposta che continua  "a soffiare nel vento". Forse perchè la sua spiccata individualità lo ha spinto, e lo spinge tuttora, a muoversi in circoli, piuttosto che secondo linee, come ha scritto il critico John Landau: per Dylan non esistono ne' inizio ne' fine, ma soltanto nascita e rinascita. E' la lezione dei "tempi che cambiano". A farlo diventare un personaggio carismatico, una vera leggenda vivente, ha contribuito anche in gran parte la scelta del pulpito da cui scagliare i suoi " anatemi". «In verità non sono un critico della società» ha dichiarato lui stesso.
«Ho solo saputo piazzare le mie canzoni e scegliere il canale giusto.» Questo canale è il rock: un rock che, all'alba degli anni '60, è già musica "ambientale", è juke-box, radio, dischi, televisione, concerti, rito di massa. Il rock è ovunque: nelle strade, in ogni città, in ogni casa.
Dylan quindi è il primo poeta dei mass-media: nessuno prima di lui aveva mai contato su un seguito così immediato e nessun altro è mai stato in grado poi di raggiungere le folle da lui raggiunte.
Ogni epoca, è vero, ha i suoi ideali di vita, e la nostra ha avuto in lui il suo prim'attore. Ma tutto il mondo espresso da Dylan, la sua musica ed il suo messaggio, va ben oltre i limiti dell'epoca che ha segnato a fuoco, oltre ogni barriera di luogo e di tempo, per essere patrimonio di tutti.
Ropert Allen Zimmerman (questo il vero nome di Dylan) nasce il 24 maggio 1941 a Duluth, Minnesota, da una famiglia della media borghesia ebraica. A sei anni si trasferisce coi genitori a Hibbing dove cresce introverso, chiuso in una silenziosa ribellione contro la mentalità della gioventù locale, preferendo l'ambiente universitario della Dinkytown della vicina Minneapolis, con le sue "coffee-houses" e la sua folla di beats, di attivisti di sinistra, di intellettuali e di vagabondi ubriachi di folk, dal cui stile di vita, disinibito e radicale, si lascia assorbire. Innamorato del rock'n'roll di Billy Haley e degli strilli di Little Richard, qui Dylan scopre il blues di Muddy Waters e il country di Hank Williams, assimilando ogni tipo di musica, dal jazz all'hillbilly.
La biografia ufficiale lo vuole fuggito di casa almeno sette volte, ma in verità Dylan fugge dalle sue "radici", inseguendo un insaziabile bisogno di nuove identità.
Sarà la costante della sua vita, il primo motore dietro un'irrequietezza che non mancherà di spiazzare sia il pubblico che la critica. La morte di James Dean folgoral a sua manìa di reinventarsi: ne adotta in breve l'atteggiamento amaro e sprezzante nei confronti del suo passato e della società. Contemporaneamente scopre, tra le pagine
di "Cannery Row", Steinbeck ed il rovescio della medaglia del Sogno Americano di Eisenhower e, in un pugno di ballate di Woody Guthrie, le lotte sociali e le sofferenze delle piccole minoranze. Veste allora i panni "primitivi" ed anti-intellettuali del beatnik, tingendo di nuovi colori la tela del suo mito nascente. Legge anche "Bound for glory", l'autobiografia di Guthrie (l'eroe della canzone popolare definito da Steinbeck "l'essenza dello spirito americano") che negli anni '30 aveva percorso in lungo e in largo la sua terra con ogni mezzo e che ormai sta morendo in un ospedale del New Jersey: vi trova un altro modello in cui immedesimarsi e decide di conoscerlo.
Nel gennaio '61 Dylan arriva a New York. La sua prima tappa è il Greenwich Village: il modo di cantare e la stessa voce sono assai discutibili, ma candore e sincerità gli procurano diversi ingaggi. Piombato nella "Grande Mela" in pieno folk-revival conosce Pete Seeger, Jack Elliott, Joan Baez e altri eroi del "movimento", giungendo anche a Guthrie, per il quale scrive una canzone, Song To Woody. In queste sue prime esibizioni è facile vedere la sua incredibile abilità di giocoliere, in grado di cambiar maschere ed adattare stili e forme delle tradizioni musicali più disparate in un amalgama che è unicamente e inconfondibilmente "suo".
Legge i simbolisti francesi, Rimbaud, Brecht, Robert Graves, Breton, e inizia a scrivere di gente oppressa pur senza farne una questione "politica".
Ottiene un contratto con la Columbia grazie al leggendario folk-singer John Hammond e nel marzo '62 appare il primo album intitolato semplicemente Bob Dylan. Le note di copertina descrivono Dylan come "la nuova, grande figura della musica folk americana" ma, in verità, il disco è già un addio al periodo formativo della sua carriera. Ormai in sintonia coi problemi del suo tempo, sulla scia delle lotte per l'integrazione razziale e con l'America alle porte d'una guerra nucleare, Dylan scrive Blowin' In TheWind, adottata subito quale inno di tutti i militanti per i diritti civili, di cui egli diviene a sua volta il leader spirituale.
Quando un nuovo disco, The Freewheelin' Bob Dylan, esce nel maggio '63, è il successo.
Mentre già la Baez e altri includono suoi brani nel loro repertorio, l'abilità narrativa e la capacità di riprodurre in versi la ritmica e le storture del linguaggio parlato fanno di Dylan un vero poeta "popolare", che trova gli interlocutori più entusiasti tra i giovani, gli idealisti, i militanti.
Qualcosa di diverso è nell'aria e Dylan trasmette vibrazioni senza fine.
In un momento in cui la SDS (Students for Democratic Society) è all'avanguardia del "movimento", specchio di una cultura giovanile "alternativa", fatta di folk e di droga, di misticismo, di nuova coscienza, le canzoni di Dylan fanno la loro apparizione con un tale tempismo che paiono scaturire dal "Movement" stesso. Al festival di Newport è il trionfo, all' ombra dell'ottimismo pacifista di We Shall Overcome, ma ancora una volta Dylan guarda oltre.
Nel settembre '63 The Times They Are A-Changin' è un arcobaleno di visioni personali che trascolorano il contenuto sociale di sempre, la cosiddetta "protesta". L'esperienza con gli allucinogeni e i contatti, sempre più frequenti, con i poeti Beat di San Francisco e New York (Corso, Burroughs, Ginsberg, Ferlinghetti) lo riconducono a lavorare su se stesso. L'assassinio di Kennedy, inoltre, lo disgusta della politica e lo atterrisce.
Ormai non condivide più gli ideali standardizzati del "movimento" ("i giochi non funzionano più") ed è vittima delle pressioni d'ogni genere che l'improvvisa fama gli regala.
Mentre il rock va emancipandosi da fenomeno da baraccone a vera cultura grazie ai Beatles e ai Rolling Stones, sconfinando nella pura fenomenologia dl massa, Dylan fiuta dove soffia il vento. Per lui che mai s'era sognato di fornire risposte o soluzioni, ma soltanto di sensibilizzare, di stimolare continui quesiti per sfondare il muro dell'isolamento esistenziale, le canzoni si fanno sempre più astratte, più visionarie, e soprattutto più personali.
Another Side Of Bob Dylan non contiene più inni rivoluzionari, ma soltanto autobiografie dettate da una volontà di liberarsi dai trucchi del sistema e da ogni etichetta: ecco "un'altra faccia di Bob Dylan"... non rimane che seguirlo col fiato sospeso.
« Voglio conoscere me stesso attraverso la mia mente: non ho tempo da perdere con quel che è "fuori" di me», dichiara ai giornalisti rivelando un'ansia interiore talmente bruciante che lo porterà a produrre in soli due anni ben quattro dischi, ciascuno di "capitale" importanza! Bringing It AlI Back Home, nel marzo '65, supera il milione di copie vendute.
In piena presidenzia Johnson, la gente, invece che a cambiare il mondo, pensa piuttosto a cambiare se stessa, mettendo in atto nuove strategie rivoluzionarie. Il rock ne diventa la colonna sonora, ma Dylan sa spiazzare avversari e fanatici: "non seguite i leaders", canta in Subterranean Homesick Blues inneggiando alla ribellione individuale e prendendosi gioco del successo commerciale, dell'adulazione isterica e delle insostenibili pressioni che lo circondano.
Dylan è ora il Messia con la Risposta in tasca, ma l'uomo, come ben insegna Gurdjeff, pensa piuttosto a bruciare la terra dietro di se, giorno dopo giorno. Con Highway 61 Revisited e, più tardi, col doppio Blonde On Blonde, in un turbinio di visioni apocalittiche, di simbolismi, di riferimenti mistici alla Bibbia, alla letteratura e alla cultura pop, alla politica, in un cocktail di Einstein-Dada-Eliot-Blake-Pound-Joyce-Baudelaire-Ginsberg, Dylan esprime i tormenti e la violenta accelerazione di quel periodo.
Il tradimento "di classe" di cui viene accusato non gli interessa più. Il rock, e solo quello, diventa per lui la prima, vera arma "politica" della sua generazione. Nasce qui quella che, anni più tardi, lo scrittore Tom Wolfe definirà la "Me" Generation: la generazione di cantautori "in prima persona", in contrapposizione ai "situazionisti " che li precedettero, che produrrà di lì a poco artisti del calibro di Joni Mitchell, Jackson Browne, Leonard Cohen, Randy Newman, David Crosby, Paul Simon ed altri ancora.
A soli 25 anni Dylan è una "superstar" ma, seriamente preoccupato della sua fama e del ruolo di nuovo Cristo impostogli dai media medita di ritirarsi. Un mese dopo l'uscita di Blonde On Blonde, il pomeriggio di sabato 30 luglio '66, le stazioni-radio trasmettono la notizia del suo gravissiìno incidente di moto, dando fiato alle trombe della leggenda (un nuovo James Dean?). Seguono nove mesi di assoluto riposo, utilissimi per riesaminare gli avvenimenti degli ultimi anni e riflettere sul da farsi. Considera la proposta, fattagli dalla MacMillan di scrivere un libro, forse un'autobiografia, ma il progetto langue per anni prima dì vedere la luce nel '72 sotto forma di stupefacente "brogliaccio", compilato alla maniera di Marinetti e seguendo le regole del più puro "cut-up". Si diverte a suonare con la Band nel "ritiro" di Big Pink (da cui usciranno i celeberrimi Basement Tapes, "piratati" a più riprese) e riscopre la semplicità del country e della vita familiare (sposato da tempo con l'ex-modella Sarah Lowndes, ha già due figli) .
Nell'ottobre '67 Dylan ha una nuova folgorazione. Corre a Nashville e incide in tutta fretta John Wesley Harding, una raccolta di semplici melodie folk, quasi interamente acustiche.
Il disco segna un importante mutamento di rotta, un netto distacco dalla frenesia incontrollabile di soltanto un anno prima. Stile, immagine, atteggiamento, tutto parla d'integrità e, soprattutto, di fede. Mentre il mondo del rock è in piena sbornia psichedelica e s'avvicina a grandi passi il narcisistico "progressive rock" , Dylan, "spiazzando" di nuovo pubblico e amici, ricorre ad una musica scarna ed immediata, senza compromessi.
Apparentemente libero dai demoni del passato, egli tenta "d'essere come il medium ad una seduta spiritica. C' è un mistero, una magia, una verità e la Bibbia nella grande musica folk. Non posso sperare di arrivare a tanto, ma ci proverò lo stesso".
È un nuovo livello di maturità: Dylan sembra aver trovato il suo "centro di gravità permanente" e scrive una serie di parabole mistiche, dense di moralismo. Alla luce degli sviluppi che seguiranno, questo fatto non va sottovalutato. "Dylan è un mistico", ha scritto Steven Goldberg, "e, in un mondo che ha perduto ogni fede, egli canta d'una realtà trascendente che pare dare un nuovo senso a tutto. Dylan non insegna nè cerca proseliti. Al massimo egli afferma l'esistenza d'una via da seguire, di un Dio che sta dentro e fuori di noi".
Una simile verità ("sono tempi duri e abbiamo tutti bisogno di un Padre") era già affiorata in The Times They Are A-Changin'. Moralista religioso in senso ebraico e cristiano, secondo Landau, Dylan sarebbe stato probabilmente un talmudista, se fosse vissuto quindici secoli prima, ed un apostolo duemila anni fa. "Oggi è solo un poeta" .
Nel gennaio '68 appare alla Carnegie Hall per un omaggio a Woody Guthrie, insieme a Seeger, Judy Collins, la Baez ed altri ancora: il cerchio si chiude. Torna a Nashville per incidere Nashville Skyline, un inno all'amore e alla serenità della famiglia in puro stile country .
Precedendo di poco l' esplosione country-rock "californiana" , è l'album più felice e solare mai realìzzato dall'artista: una sorta dì nuova dichiarazione d'indìiendenza dai miti del passato.
Nell'agosto '69, vestito di tutto bianco come un qualunque gentiluomo dì campagna, Dylan si esibisce al Festival di Wight davanti a 200.000 persone: suona soltanto un'ora per un compenso di 75.000 dollari, ma la magia sembra funzionare ancora. Nel '70 ritira la laurea honoris causa in musica all'università di Princeton (ci ricamerà poi una canzone, Day Of The Locusts) e dà alle stampe un ennesimo "ritorno" alla vibrante irrequietezza d'un tempo: New Morning. Le critiche si sprecano, ma
Dylan prepara la sua rivincita per gradi. L'anno seguente fa una rapida apparizione al memorabile concerto per il Bangla Desh, organizzato da George Harrison. Pubblica un singolo "politico" di protesta per l'assassinio di George Jackson, il famoso leader delle Pantere Nere soppresso nel carcere di San Quintino.
Nel '73 prende parte al film di Sam Peckinpah, "Pat Garrett & Billy the Kid ", per il quale compone l'intera colonna sonora. Infine, nel gennaio '74, si lancia nel suo primo grande tour americano in otto anni. Planet Waves è il manifesto della rinnovata energia e della tremenda intensità del "nuovo" Dylan. Si torna a scavare dentro le piaghe dell'anima, ritrovando vecchi mali, gelosia, rabbia, malessere interiore. Il sale sulla ferita produce miracoli: il doppio album ricavato dalla tournèe con la Band, Before The Flood, vibra di commozione, tale è l'impatto emotivo delle interpretazioni di Dylan.
Dopo il riflessivo Blood On The Tracks, il '75 porta l'ennesima trasformazione.
Dylan riparte alla carica: vuole smontare una volta per tutte il suo mito e reinventarlo forse, esorcizzarlo senz'altro.
Assembla una carovana viaggiante che comprende vecchi amici di un tempo (dalla Baez a Jack Elliott, da Joni Mitchell ad Arlo Guthrie e Roger McGuinn), la battezza "Rolling Thunder Revue" e si avventura per l'America, producendosi qui e là senza alcuna pubblicità, per la gioia e la sorpresa di tutti. Cineprese e microfoni registrano tutto: performances, dialoghi improvvisati, sceneggiate ispirate a fatti realmente avvenuti o a pure fantasticherie, in una sorta di crudo cinema-verità.
Nei negozi, intanto, arriva Desire che segna lo zenit di questo terzo periodo dell'artista, qui ritratto nel pieno della sua maturità. Sono "canzoni di redenzione", dettate da un rinnovato desiderio di libertà e giustizia, soprattutto d'amore e di salvazione spirituale. Non manca una nuova "protesta", Hurricane, dedicata al pugile nero Rubin Carter, ingiustamente incarcerato per un delitto mai commesso (grazie a Dylan, otterrà un nuovo processo, ma solo per essere nuovamente giudicato colpevole ed esser ricondotto in prigione).
Siamo nel marzo '76. Dylan torna ad essere una figura carismatica della musica americana. Al di là d'ogni critica o incertezza, le sue canzoni ed i suoi atteggiamenti continuano a rivestire un significato per coloro cui si rivolgeva nel '64 e stabiliscono un nuovo contatto con le nuove generazioni. Ma a Dylan questo sembra interessare non più di tanto: Si costruisce un rifugio, un'enorme villa a Malibu, che finisce per costargli oltre un milione di dollari.
Nella primavera '77 si separa definitivamente dalla moglie Sarah dopo tredici anni di matrimonio: la coppia ha quattro figli (Jesse, Anna, Samuel e Jakob).
Le sue apparizioni in pubblico si diradano ed esce allo scoperto soltanto per comparire nel film di Martin Scorsese, "The Last Waltz", "registrazione" del concerto d'addio dato dai suoi vecchi amici della Band al Winterland di San Francisco, coll'aiuto di un cast di celebrità (da Neil Young alla Mitchell, da Eric Clapton a Van Morrison, da Muddy Waters a Ringo Starr e a Neil Diamond) .
Il 78 è l'anno della riscossa. Dopo quasi dieci anni Dylan si imbarca in un tour mondiale che lo vede esibirsi per la prima volta in assoluto in Giappone e tornare finalmente in Europa. "Playboy" se ne esce con una lunga intervista, la seconda dedicata all'artista. I media impazziscono. Appare un nuovo disco, Street Legal, senza troppi sussulti, che mette a nudo le ferite del divorzio, ma soprattutto arriva sugli schermi "Renaldo & Clara ", il documento della Rolling Thunder Revue.
Con traballante collagismo, l'uomo tenta di ricomporvi e di esorcizzare il suo eterno puzzle di tormenti, contraddizioni e falsi miti: un gioco di equivoci e di scambi "dove ognuno porta una maschera, e spesso le maschere contano più della faccia vera " .
Fans delusi e critici illuminati gli tolgono la pelle ma lui, impeccabile professionista, se ne frega: distrugge senza paura e ricostruisce poi con una sicurezza di sè, con una determinazione, quali da molti anni non gli si conoscevano più. Si insinua che la tournèe mondiale, culminata in Europa, sia un meschino espediente per fermare l' emorragia di un'economia duramente colpita dal recente divorzio e dal discusso "Renaldo & Clara" (in totale un "rosso" di ben nove miliardi!), ma chi altro mai avrebbe rischiato "soldi e fama" per azzardare un'avventura cinematografica "a senso unico" (per essere sicuro che la versione "ridotta" del film, che in origine ha una durata di quattro ore, risponda alle sue esigenze, Dylan non esita a fondare la "sua" casa di produzione spendendo oltre un milione e mezzo di dollari) o avrebbe sistematicamente riveduto e corretto un repertorio sin troppo collaudato, rischiando di alienarsi il "suo" pubblico per "eccesso di sorpresa"? Non certo Dylan.
"Questa è sempre stata la chiave dell'arte di Bob Dylan" ha scritto Pete Hamill, "definire ogni cosa con chiarezza e precisione è compito del giornalismo; ma Dylan canta una canzone sfuggente: allusiva, simbolica, ricca di immagini e di ellissi, dove, trascurando tante e tali cose, egli ci offre il grandioso privilegio di creare assieme a lui. La sua canzone diventa così la nostra, poichè riusciamo a vivere in quegli spazi... noi riempiamo il mistero, dilatiamo e siamo l'opera d'arte".
Nel '79 il colpo più duro e, fino ad oggi, definitivo. Come l'incidente motociclistico del '66 e i due anni d'inattività che seguirono indussero Dylan a rivedere il suo "standpoint" mentale ed artistico, Slow Train Coming imposta nuove prospettive sulla scorta d'un anno e mezzo "sulla strada" e soprattutto di "Renaldo & Clara".
Nel '68, egli aveva dichiarato: «Ho fatto poco caso agli affari del mondo esterno. Ho preferito pensare a dove sto andando e perchè corro. Mi sono chiesto se non c'è troppa confusione nella mia testa. Mi sono chiesto che cosa so, che cosa posso dare e che cosa prendo». Dieci anni dopo Dylan pare ancor più interessato a ripulire se stesso da tutte le scorie, dai miti prefabbricati, che ostacolano il raggiungimento di una piena coscienza. Ecco il collegamento con John Wesley Harding: se in quel disco Dylan finalmente scopriva la verità su "the real Me" in Slow Train Coming gli stessi concetti vengono generalizzati e dilatati in una visione religiosa alla portata di tutti: una visione dettata dalla nuova fede dell'uomo, convertitosi alla dottrina cristiana-fondamentalista. Per tutti il colpo è difficile da digerire: Dylan che s'improvvisa profeta (stavolta, davvero!), scagliando anatemi di fuoco sull'umanità?
Dopo la "protesta" degli esordi, le "visioni" allucinatorie e le parabole bibliche del periodo "di mezzo", per non dire delle celebrazioni dell'amor coniugale, Dylan sembra ricercare un contatto ancor più intimo con se stesso e, di conseguenza, col suo pubblico.
I seguenti Saved e Shot Of Love sono un nuovo "pasto nudo" dove i rischi non si contano: qui onestà rima con mediocrità, ed è il giusto prezzo da pagare se si vuole giungere al cuore delle cose.
«Non voglio ferire nessuno,» dichiarò in un'intervista nel '65, «non voglio rinnegare nulla. Ma io non ho principi, non ho morale. Mi so adattare. Nessuno mi influenza più. Sono da solo. Non vado da nessuna parte. Ma sto cambiando, ecco tutto».
E nel '78, «Sono interessato a tutti gli aspetti della vita. Rivelazioni e realizzazioni. Pensieri lucidi che possono tradursi in canzoni, analogie, nuove informazioni». Un mistero, questo Dylan? Per lo scrittore Sam Shepard, "se un mistero viene risolto; il caso viene archiviato. Nel caso di Dylan, il mistero non è mai risolto, perciò il caso resta sempre aperto. Torna alla ribalta di continuo, per anni e anni. Ma in fondo, chi è questo tipo?".
Guido Harari



 



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