Dylan percepisce i rapporti dell'ambiente che lo circonda ben oltre
quanto gli è dato di vedere e, così facendo, ha saputo evitare
lo stampo in cui la società avrebbe voluto forgiarlo", scrive Daniel
Kramer. "In secondo luogo, egli è dotato del talento e dell'arte
necessari a raccogliere e fondere tali visioni in intere strutture che
ci rivelano quel che egli vede. Inoltre,da interprete efficace ed ispirato
quale egli è, Dylan è assolutamente capace di trasmetterci
il suo materiale in modo altamente personale e drammatico. Poichè
Dylan soltanto è responsabile delle sue creazioni, e poichè
queste non subiscono ulteriori processi interpretativi, nulla va perduto
e siamo così in grado di avvicinarci il più possibile alla
sua visione originale. Dylan è dunque un'unità autosufficiehte
di comunicazione, capace di ritrarre con le sue parole le esperienze della
sua generazione. "Antenna sensoriale della sua razza" (secondo la definizione
che il poeta inglese John Keats offre dell'artista), uomo, profeta, musicista,
simbolo e coscienza di più d'una generazione, eroe esistenziale
contemporaneo, Bob Dylan è stato il primo grande poeta del rock
a rivelare l'incredibile capacità di percepire gli umori del suo
tempo, anticipandoli addirittura in visioni poetiche di portata universale.
«In realtà, non credo neppure di scrivere canzoni»,ebbe
a dichiarare una volta, «Quando ne finisco una, non mi sembra d'averla
scritta in "quel momento... è come se l'avessi ricucita o trovata
da qualche parte. La canzone esisteva già prima che io la "trovassi".
È uscita fuori in qualche modo ed io l'ho trascritta con la mia
matita, ma c'era già tutto prima che arrivassi io. " Dylan indica
così a chiare lettere il messaggio per quanti si riconoscono in
lui subendo passivamente l'influenza dell'uomo e del mito: cercare la verità
dentro se stessi, nei labirinti dell'anima piuttosto che negli specchi
del mondo esterno. Non a caso, in Subterranean Homesick Blues, egli canta:
"non hai bisogno del meteorologo per sapere da che parte tira il vento".
Proprio per questo motivo, ancor oggi ad oltre un ventennio dai suoi esordi,
Dylan è il nuovo Cristo destinato ad un sacrificio che salvi l'umanità,
il profeta cui è lecito invocare ricette per guarire le piaghe dello
spirito e del mondo. Lo si è vivisezionato come poeta, come musicista,
come artista, come profeta, come Padre-Figlio-Spirito Santo, scavando dietro
l'abile gioco di maschere che da sempre rimane l'unica sua difesa, e smontando
mito e contraddizioni pezzo dopo pezzo.
Ma non è forse lo stesso per ciascuno di noi? Dylan è
soltanto più esposto, più "pubblico" e vulnerabile, eppure
lo si vorrebbe oracolo infallibile e marionetta inanimata in cui proiettare
le nostre angosce, i nostri interrogativi in cerca di una risposta che
continua "a soffiare nel vento". Forse perchè la sua spiccata
individualità lo ha spinto, e lo spinge tuttora, a muoversi in circoli,
piuttosto che secondo linee, come ha scritto il critico John Landau: per
Dylan non esistono ne' inizio ne' fine, ma soltanto nascita e rinascita.
E' la lezione dei "tempi che cambiano". A farlo diventare un personaggio
carismatico, una vera leggenda vivente, ha contribuito anche in gran parte
la scelta del pulpito da cui scagliare i suoi " anatemi". «In verità
non sono un critico della società» ha dichiarato lui stesso.
«Ho solo saputo piazzare le mie canzoni e scegliere il canale
giusto.» Questo canale è il rock: un rock che, all'alba degli
anni '60, è già musica "ambientale", è juke-box, radio,
dischi, televisione, concerti, rito di massa. Il rock è ovunque:
nelle strade, in ogni città, in ogni casa.
Dylan quindi è il primo poeta dei mass-media: nessuno prima
di lui aveva mai contato su un seguito così immediato e nessun altro
è mai stato in grado poi di raggiungere le folle da lui raggiunte.
Ogni epoca, è vero, ha i suoi ideali di vita, e la nostra ha
avuto in lui il suo prim'attore. Ma tutto il mondo espresso da Dylan, la
sua musica ed il suo messaggio, va ben oltre i limiti dell'epoca che ha
segnato a fuoco, oltre ogni barriera di luogo e di tempo, per essere patrimonio
di tutti.
Ropert Allen Zimmerman (questo il vero nome di Dylan) nasce il 24 maggio
1941 a Duluth, Minnesota, da una famiglia della media borghesia ebraica.
A sei anni si trasferisce coi genitori a Hibbing dove cresce introverso,
chiuso in una silenziosa ribellione contro la mentalità della gioventù
locale, preferendo l'ambiente universitario della Dinkytown della vicina
Minneapolis, con le sue "coffee-houses" e la sua folla di beats, di attivisti
di sinistra, di intellettuali e di vagabondi ubriachi di folk, dal cui
stile di vita, disinibito e radicale, si lascia assorbire. Innamorato del
rock'n'roll di Billy Haley e degli strilli di Little Richard, qui Dylan
scopre il blues di Muddy Waters e il country di Hank Williams, assimilando
ogni tipo di musica, dal jazz all'hillbilly.
La biografia ufficiale lo vuole fuggito di casa almeno sette volte,
ma in verità Dylan fugge dalle sue "radici", inseguendo un insaziabile
bisogno di nuove identità.
Sarà la costante della sua vita, il primo motore dietro un'irrequietezza
che non mancherà di spiazzare sia il pubblico che la critica. La
morte di James Dean folgoral a sua manìa di reinventarsi: ne adotta
in breve l'atteggiamento amaro e sprezzante nei confronti del suo passato
e della società. Contemporaneamente scopre, tra le pagine
di "Cannery Row", Steinbeck ed il rovescio della medaglia del Sogno
Americano di Eisenhower e, in un pugno di ballate di Woody Guthrie, le
lotte sociali e le sofferenze delle piccole minoranze. Veste allora i panni
"primitivi" ed anti-intellettuali del beatnik, tingendo di nuovi colori
la tela del suo mito nascente. Legge anche "Bound for glory", l'autobiografia
di Guthrie (l'eroe della canzone popolare definito da Steinbeck "l'essenza
dello spirito americano") che negli anni '30 aveva percorso in lungo e
in largo la sua terra con ogni mezzo e che ormai sta morendo in un ospedale
del New Jersey: vi trova un altro modello in cui immedesimarsi e decide
di conoscerlo.
Nel gennaio '61 Dylan arriva a New York. La sua prima tappa è
il Greenwich Village: il modo di cantare e la stessa voce sono assai discutibili,
ma candore e sincerità gli procurano diversi ingaggi. Piombato nella
"Grande Mela" in pieno folk-revival conosce Pete Seeger, Jack Elliott,
Joan Baez e altri eroi del "movimento", giungendo anche a Guthrie, per
il quale scrive una canzone, Song To Woody. In queste sue prime esibizioni
è facile vedere la sua incredibile abilità di giocoliere,
in grado di cambiar maschere ed adattare stili e forme delle tradizioni
musicali più disparate in un amalgama che è unicamente e
inconfondibilmente "suo".
Legge i simbolisti francesi, Rimbaud, Brecht, Robert Graves, Breton,
e inizia a scrivere di gente oppressa pur senza farne una questione "politica".
Ottiene un contratto con la Columbia grazie al leggendario folk-singer
John Hammond e nel marzo '62 appare il primo album intitolato semplicemente
Bob Dylan. Le note di copertina descrivono Dylan come "la nuova, grande
figura della musica folk americana" ma, in verità, il disco è
già un addio al periodo formativo della sua carriera. Ormai in sintonia
coi problemi del suo tempo, sulla scia delle lotte per l'integrazione razziale
e con l'America alle porte d'una guerra nucleare, Dylan scrive Blowin'
In TheWind, adottata subito quale inno di tutti i militanti per i diritti
civili, di cui egli diviene a sua volta il leader spirituale.
Quando un nuovo disco, The Freewheelin' Bob Dylan, esce nel maggio
'63, è il successo.
Mentre già la Baez e altri includono suoi brani nel loro repertorio,
l'abilità narrativa e la capacità di riprodurre in versi
la ritmica e le storture del linguaggio parlato fanno di Dylan un vero
poeta "popolare", che trova gli interlocutori più entusiasti tra
i giovani, gli idealisti, i militanti.
Qualcosa di diverso è nell'aria e Dylan trasmette vibrazioni
senza fine.
In un momento in cui la SDS (Students for Democratic Society) è
all'avanguardia del "movimento", specchio di una cultura giovanile "alternativa",
fatta di folk e di droga, di misticismo, di nuova coscienza, le canzoni
di Dylan fanno la loro apparizione con un tale tempismo che paiono scaturire
dal "Movement" stesso. Al festival di Newport è il trionfo, all'
ombra dell'ottimismo pacifista di We Shall Overcome, ma ancora una volta
Dylan guarda oltre.
Nel settembre '63 The Times They Are A-Changin' è un arcobaleno
di visioni personali che trascolorano il contenuto sociale di sempre, la
cosiddetta "protesta". L'esperienza con gli allucinogeni e i contatti,
sempre più frequenti, con i poeti Beat di San Francisco e New York
(Corso, Burroughs, Ginsberg, Ferlinghetti) lo riconducono a lavorare su
se stesso. L'assassinio di Kennedy, inoltre, lo disgusta della politica
e lo atterrisce.
Ormai non condivide più gli ideali standardizzati del "movimento"
("i giochi non funzionano più") ed è vittima delle pressioni
d'ogni genere che l'improvvisa fama gli regala.
Mentre il rock va emancipandosi da fenomeno da baraccone a vera cultura
grazie ai Beatles e ai Rolling Stones, sconfinando nella pura fenomenologia
dl massa, Dylan fiuta dove soffia il vento. Per lui che mai s'era sognato
di fornire risposte o soluzioni, ma soltanto di sensibilizzare, di stimolare
continui quesiti per sfondare il muro dell'isolamento esistenziale, le
canzoni si fanno sempre più astratte, più visionarie, e soprattutto
più personali.
Another Side Of Bob Dylan non contiene più inni rivoluzionari,
ma soltanto autobiografie dettate da una volontà di liberarsi dai
trucchi del sistema e da ogni etichetta: ecco "un'altra faccia di Bob Dylan"...
non rimane che seguirlo col fiato sospeso.
« Voglio conoscere me stesso attraverso la mia mente: non ho
tempo da perdere con quel che è "fuori" di me», dichiara ai
giornalisti rivelando un'ansia interiore talmente bruciante che lo porterà
a produrre in soli due anni ben quattro dischi, ciascuno di "capitale"
importanza! Bringing It AlI Back Home, nel marzo '65, supera il milione
di copie vendute.
In piena presidenzia Johnson, la gente, invece che a cambiare il mondo,
pensa piuttosto a cambiare se stessa, mettendo in atto nuove strategie
rivoluzionarie. Il rock ne diventa la colonna sonora, ma Dylan sa spiazzare
avversari e fanatici: "non seguite i leaders", canta in Subterranean Homesick
Blues inneggiando alla ribellione individuale e prendendosi gioco del successo
commerciale, dell'adulazione isterica e delle insostenibili pressioni che
lo circondano.
Dylan è ora il Messia con la Risposta in tasca, ma l'uomo, come
ben insegna Gurdjeff, pensa piuttosto a bruciare la terra dietro di se,
giorno dopo giorno. Con Highway 61 Revisited e, più tardi, col doppio
Blonde On Blonde, in un turbinio di visioni apocalittiche, di simbolismi,
di riferimenti mistici alla Bibbia, alla letteratura e alla cultura pop,
alla politica, in un cocktail di Einstein-Dada-Eliot-Blake-Pound-Joyce-Baudelaire-Ginsberg,
Dylan esprime i tormenti e la violenta accelerazione di quel periodo.
Il tradimento "di classe" di cui viene accusato non gli interessa più.
Il rock, e solo quello, diventa per lui la prima, vera arma "politica"
della sua generazione. Nasce qui quella che, anni più tardi, lo
scrittore Tom Wolfe definirà la "Me" Generation: la generazione
di cantautori "in prima persona", in contrapposizione ai "situazionisti
" che li precedettero, che produrrà di lì a poco artisti
del calibro di Joni Mitchell, Jackson Browne, Leonard Cohen, Randy Newman,
David Crosby, Paul Simon ed altri ancora.
A soli 25 anni Dylan è una "superstar" ma, seriamente preoccupato
della sua fama e del ruolo di nuovo Cristo impostogli dai media medita
di ritirarsi. Un mese dopo l'uscita di Blonde On Blonde, il pomeriggio
di sabato 30 luglio '66, le stazioni-radio trasmettono la notizia del suo
gravissiìno incidente di moto, dando fiato alle trombe della leggenda
(un nuovo James Dean?). Seguono nove mesi di assoluto riposo, utilissimi
per riesaminare gli avvenimenti degli ultimi anni e riflettere sul da farsi.
Considera la proposta, fattagli dalla MacMillan di scrivere un libro, forse
un'autobiografia, ma il progetto langue per anni prima dì vedere
la luce nel '72 sotto forma di stupefacente "brogliaccio", compilato alla
maniera di Marinetti e seguendo le regole del più puro "cut-up".
Si diverte a suonare con la Band nel "ritiro" di Big Pink (da cui usciranno
i celeberrimi Basement Tapes, "piratati" a più riprese) e riscopre
la semplicità del country e della vita familiare (sposato da tempo
con l'ex-modella Sarah Lowndes, ha già due figli) .
Nell'ottobre '67 Dylan ha una nuova folgorazione. Corre a Nashville
e incide in tutta fretta John Wesley Harding, una raccolta di semplici
melodie folk, quasi interamente acustiche.
Il disco segna un importante mutamento di rotta, un netto distacco
dalla frenesia incontrollabile di soltanto un anno prima. Stile, immagine,
atteggiamento, tutto parla d'integrità e, soprattutto, di fede.
Mentre il mondo del rock è in piena sbornia psichedelica e s'avvicina
a grandi passi il narcisistico "progressive rock" , Dylan, "spiazzando"
di nuovo pubblico e amici, ricorre ad una musica scarna ed immediata, senza
compromessi.
Apparentemente libero dai demoni del passato, egli tenta "d'essere
come il medium ad una seduta spiritica. C' è un mistero, una magia,
una verità e la Bibbia nella grande musica folk. Non posso sperare
di arrivare a tanto, ma ci proverò lo stesso".
È un nuovo livello di maturità: Dylan sembra aver trovato
il suo "centro di gravità permanente" e scrive una serie di parabole
mistiche, dense di moralismo. Alla luce degli sviluppi che seguiranno,
questo fatto non va sottovalutato. "Dylan è un mistico", ha scritto
Steven Goldberg, "e, in un mondo che ha perduto ogni fede, egli canta d'una
realtà trascendente che pare dare un nuovo senso a tutto. Dylan
non insegna nè cerca proseliti. Al massimo egli afferma l'esistenza
d'una via da seguire, di un Dio che sta dentro e fuori di noi".
Una simile verità ("sono tempi duri e abbiamo tutti bisogno
di un Padre") era già affiorata in The Times They Are A-Changin'.
Moralista religioso in senso ebraico e cristiano, secondo Landau, Dylan
sarebbe stato probabilmente un talmudista, se fosse vissuto quindici secoli
prima, ed un apostolo duemila anni fa. "Oggi è solo un poeta" .
Nel gennaio '68 appare alla Carnegie Hall per un omaggio a Woody Guthrie,
insieme a Seeger, Judy Collins, la Baez ed altri ancora: il cerchio si
chiude. Torna a Nashville per incidere Nashville Skyline, un inno all'amore
e alla serenità della famiglia in puro stile country .
Precedendo di poco l' esplosione country-rock "californiana" , è
l'album più felice e solare mai realìzzato dall'artista:
una sorta dì nuova dichiarazione d'indìiendenza dai miti
del passato.
Nell'agosto '69, vestito di tutto bianco come un qualunque gentiluomo
dì campagna, Dylan si esibisce al Festival di Wight davanti a 200.000
persone: suona soltanto un'ora per un compenso di 75.000 dollari, ma la
magia sembra funzionare ancora. Nel '70 ritira la laurea honoris causa
in musica all'università di Princeton (ci ricamerà poi una
canzone, Day Of The Locusts) e dà alle stampe un ennesimo "ritorno"
alla vibrante irrequietezza d'un tempo: New Morning. Le critiche si sprecano,
ma
Dylan prepara la sua rivincita per gradi. L'anno seguente fa una rapida
apparizione al memorabile concerto per il Bangla Desh, organizzato da George
Harrison. Pubblica un singolo "politico" di protesta per l'assassinio di
George Jackson, il famoso leader delle Pantere Nere soppresso nel carcere
di San Quintino.
Nel '73 prende parte al film di Sam Peckinpah, "Pat Garrett & Billy
the Kid ", per il quale compone l'intera colonna sonora. Infine, nel gennaio
'74, si lancia nel suo primo grande tour americano in otto anni. Planet
Waves è il manifesto della rinnovata energia e della tremenda intensità
del "nuovo" Dylan. Si torna a scavare dentro le piaghe dell'anima, ritrovando
vecchi mali, gelosia, rabbia, malessere interiore. Il sale sulla ferita
produce miracoli: il doppio album ricavato dalla tournèe con la
Band, Before The Flood, vibra di commozione, tale è l'impatto emotivo
delle interpretazioni di Dylan.
Dopo il riflessivo Blood On The Tracks, il '75 porta l'ennesima trasformazione.
Dylan riparte alla carica: vuole smontare una volta per tutte il suo
mito e reinventarlo forse, esorcizzarlo senz'altro.
Assembla una carovana viaggiante che comprende vecchi amici di un tempo
(dalla Baez a Jack Elliott, da Joni Mitchell ad Arlo Guthrie e Roger McGuinn),
la battezza "Rolling Thunder Revue" e si avventura per l'America, producendosi
qui e là senza alcuna pubblicità, per la gioia e la sorpresa
di tutti. Cineprese e microfoni registrano tutto: performances, dialoghi
improvvisati, sceneggiate ispirate a fatti realmente avvenuti o a pure
fantasticherie, in una sorta di crudo cinema-verità.
Nei negozi, intanto, arriva Desire che segna lo zenit di questo terzo
periodo dell'artista, qui ritratto nel pieno della sua maturità.
Sono "canzoni di redenzione", dettate da un rinnovato desiderio di libertà
e giustizia, soprattutto d'amore e di salvazione spirituale. Non manca
una nuova "protesta", Hurricane, dedicata al pugile nero Rubin Carter,
ingiustamente incarcerato per un delitto mai commesso (grazie a Dylan,
otterrà un nuovo processo, ma solo per essere nuovamente giudicato
colpevole ed esser ricondotto in prigione).
Siamo nel marzo '76. Dylan torna ad essere una figura carismatica della
musica americana. Al di là d'ogni critica o incertezza, le sue canzoni
ed i suoi atteggiamenti continuano a rivestire un significato per coloro
cui si rivolgeva nel '64 e stabiliscono un nuovo contatto con le nuove
generazioni. Ma a Dylan questo sembra interessare non più di tanto:
Si costruisce un rifugio, un'enorme villa a Malibu, che finisce per costargli
oltre un milione di dollari.
Nella primavera '77 si separa definitivamente dalla moglie Sarah dopo
tredici anni di matrimonio: la coppia ha quattro figli (Jesse, Anna, Samuel
e Jakob).
Le sue apparizioni in pubblico si diradano ed esce allo scoperto soltanto
per comparire nel film di Martin Scorsese, "The Last Waltz", "registrazione"
del concerto d'addio dato dai suoi vecchi amici della Band al Winterland
di San Francisco, coll'aiuto di un cast di celebrità (da Neil Young
alla Mitchell, da Eric Clapton a Van Morrison, da Muddy Waters a Ringo
Starr e a Neil Diamond) .
Il 78 è l'anno della riscossa. Dopo quasi dieci anni Dylan si
imbarca in un tour mondiale che lo vede esibirsi per la prima volta in
assoluto in Giappone e tornare finalmente in Europa. "Playboy" se ne esce
con una lunga intervista, la seconda dedicata all'artista. I media impazziscono.
Appare un nuovo disco, Street Legal, senza troppi sussulti, che mette a
nudo le ferite del divorzio, ma soprattutto arriva sugli schermi "Renaldo
& Clara ", il documento della Rolling Thunder Revue.
Con traballante collagismo, l'uomo tenta di ricomporvi e di esorcizzare
il suo eterno puzzle di tormenti, contraddizioni e falsi miti: un gioco
di equivoci e di scambi "dove ognuno porta una maschera, e spesso le maschere
contano più della faccia vera " .
Fans delusi e critici illuminati gli tolgono la pelle ma lui, impeccabile
professionista, se ne frega: distrugge senza paura e ricostruisce poi con
una sicurezza di sè, con una determinazione, quali da molti anni
non gli si conoscevano più. Si insinua che la tournèe mondiale,
culminata in Europa, sia un meschino espediente per fermare l' emorragia
di un'economia duramente colpita dal recente divorzio e dal discusso "Renaldo
& Clara" (in totale un "rosso" di ben nove miliardi!), ma chi altro
mai avrebbe rischiato "soldi e fama" per azzardare un'avventura cinematografica
"a senso unico" (per essere sicuro che la versione "ridotta" del film,
che in origine ha una durata di quattro ore, risponda alle sue esigenze,
Dylan non esita a fondare la "sua" casa di produzione spendendo oltre un
milione e mezzo di dollari) o avrebbe sistematicamente riveduto e corretto
un repertorio sin troppo collaudato, rischiando di alienarsi il "suo" pubblico
per "eccesso di sorpresa"? Non certo Dylan.
"Questa è sempre stata la chiave dell'arte di Bob Dylan" ha
scritto Pete Hamill, "definire ogni cosa con chiarezza e precisione è
compito del giornalismo; ma Dylan canta una canzone sfuggente: allusiva,
simbolica, ricca di immagini e di ellissi, dove, trascurando tante e tali
cose, egli ci offre il grandioso privilegio di creare assieme a lui. La
sua canzone diventa così la nostra, poichè riusciamo a vivere
in quegli spazi... noi riempiamo il mistero, dilatiamo e siamo l'opera
d'arte".
Nel '79 il colpo più duro e, fino ad oggi, definitivo. Come
l'incidente motociclistico del '66 e i due anni d'inattività che
seguirono indussero Dylan a rivedere il suo "standpoint" mentale ed artistico,
Slow Train Coming imposta nuove prospettive sulla scorta d'un anno e mezzo
"sulla strada" e soprattutto di "Renaldo & Clara".
Nel '68, egli aveva dichiarato: «Ho fatto poco caso agli affari
del mondo esterno. Ho preferito pensare a dove sto andando e perchè
corro. Mi sono chiesto se non c'è troppa confusione nella mia testa.
Mi sono chiesto che cosa so, che cosa posso dare e che cosa prendo».
Dieci anni dopo Dylan pare ancor più interessato a ripulire se stesso
da tutte le scorie, dai miti prefabbricati, che ostacolano il raggiungimento
di una piena coscienza. Ecco il collegamento con John Wesley Harding: se
in quel disco Dylan finalmente scopriva la verità su "the real Me"
in Slow Train Coming gli stessi concetti vengono generalizzati e dilatati
in una visione religiosa alla portata di tutti: una visione dettata dalla
nuova fede dell'uomo, convertitosi alla dottrina cristiana-fondamentalista.
Per tutti il colpo è difficile da digerire: Dylan che s'improvvisa
profeta (stavolta, davvero!), scagliando anatemi di fuoco sull'umanità?
Dopo la "protesta" degli esordi, le "visioni" allucinatorie e le parabole
bibliche del periodo "di mezzo", per non dire delle celebrazioni dell'amor
coniugale, Dylan sembra ricercare un contatto ancor più intimo con
se stesso e, di conseguenza, col suo pubblico.
I seguenti Saved e Shot Of Love sono un nuovo "pasto nudo" dove i rischi
non si contano: qui onestà rima con mediocrità, ed è
il giusto prezzo da pagare se si vuole giungere al cuore delle cose.
«Non voglio ferire nessuno,» dichiarò in un'intervista
nel '65, «non voglio rinnegare nulla. Ma io non ho principi, non
ho morale. Mi so adattare. Nessuno mi influenza più. Sono da solo.
Non vado da nessuna parte. Ma sto cambiando, ecco tutto».
E nel '78, «Sono interessato a tutti gli aspetti della vita.
Rivelazioni e realizzazioni. Pensieri lucidi che possono tradursi in canzoni,
analogie, nuove informazioni». Un mistero, questo Dylan? Per lo scrittore
Sam Shepard, "se un mistero viene risolto; il caso viene archiviato. Nel
caso di Dylan, il mistero non è mai risolto, perciò il caso
resta sempre aperto. Torna alla ribalta di continuo, per anni e anni. Ma
in fondo, chi è questo tipo?".
Guido Harari
|
TIGHT CONNECTION |