Blood on the tracks - Liner Notes

di Pete Hammill

Alla fine, la peste ci ha toccati tutti. Non è rimasta confinata nell'Oran di Camus. No. E' ritornata in America, riproducendosi in un concime di avidità ed inutilità ed omicidio, in quei luoghi dove uomini di stato e generali nascondono i corpi dei giovani. La peste scorre nel sangue degli uomini in abiti di raso di rayon, che corrono per la Presidenza promettendo vita e dispensando morte. I giovani infetti hanno mitragliato bambini nelle trincee asiatiche; hanno scortato morte di metallo tra le nuvole imponenti, al di sopra della verde terra di Dio, l'hanno sganciata in flussi silenziosi, e se ne sono andati, mentre esplodevano gli ospedali e verdi campi ribollivano di fango.
E qui a casa, qualcosa è morto. Il bacillo si è spostato tra di noi , assassinando quella vecchia America dove gli immigranti accendevano milioni di sogni nelle ombre dei ponti, uccidendo il grande schiamazzante paese dei guitti e dei funamboli e dei battitori di home run, il luogo di Betty Grable e Carl Furillo e dei campioni del mondo dei pesi massimi. Ed attraverso la nebbia della pestilenza, la maggior parte dell'arte è appassita nel giornalismo. Pittori hanno abbandonato il cavalletto per scarabocchiare la loro innocenza su muri e manifesti. Sinfonie son defunte su strade affollate. Romanzi serviti come stanze ammobiliate per l'ideologia.
E mentre le prove si accumulavano, mentre il sasso veniva sollevato per rivelare i vermi, molti si sono ritirati in quel passato che non è mai stato, il luogo di sogni al balcone nel Loew's Met, donne oneste ed uomini onorati, dove ci siamo abbronzati nelle estati di Creamsicle, ascoltando solo vagamente i giovani marciare verso le navi che trasportavano le truppe, mentre Jo Stafford prometteva volentieri la propria fedeltà. Povera America. Sballottata da una marea pellegrina. Terra in cui i poeti sono morti.
Tranne Dylan.
Lui è rimasto, di fronte a noi, o scrivendo dalle terre del nord, e rimanendo vero. Non è stato l'unico, naturalmente; e non è l'unico adesso. Ma di tutti i nostri poeti, Dylan è il solo che ha preso più chiaramente il mare e lo ha messo in un bicchiere.
Dapprima ci ha avvertiti, dando voce a molti di noi, e ci ha raccontato della dura pioggia che stava per cadere, e di come essa avrebbe portato la pestilenza. Nei gas lacrimogeni di Chicago nel 1968, hanno gettato Dylan sui muri dei grandi alberghi, dove gli infetti tiravano le tendine ed i loro maggiordomi inastavano le baionette. La maggior parte di loro sono morti ora. Dylan rimane.
Perciò dimenticate i giovani studenti che analizzano i suoi versi nella polvere. Ricordate che ci ha dato voce. Quando la nostra innocenza è morta per sempre, Bob Dylan ha reso quel momento nell'arte. Ciò che stupisce è che egli è sopravvissuto.
Il che non è cosa da poco. Viviamo in un paesaggio fumoso ora, mentre le truppe esauste cercano la strada di casa. I segnali di indicazione sono stati divelti; le mappe sono state rese illeggibili. Non esiste politico da nessuna parte che possa muovere qualcuno alla speranza; la pestilenza recede ma non è morta, e gli uomini di stato sono così irrilevanti come le statue ossidate nei parchi pubblici. Viviamo con un callo sul cuore. Solo gli artisti sono in grado di rimuoverlo. Solo gli artisti possono aiutare la povera terra a sentire di nuovo.
Ed ecco Dylan, che riporta a casa il sentimento. In questo album è così personale ed universale come Yeats o Blake; parlando per se stesso, rischiando quella apertura pericolosa delle vene, parla per tutti noi. Le parole, la musica, il tono della voce parla di rimpianto, malinconia, un senso di inevitabile commiato, miscelato con astuto umorismo, con una certa rabbia, ed un senso di pura gioia. Sono le poesie di un sopravvissuto. La voce ammonitrice del ragazzo innocente non c'è più perchè Dylan ha scelto di non rimanere un ragazzo. Non è la sua voce che è diventata più ricca, più forte, più certa; è Dylan stesso che lo è diventato. E la sua poesia, la sua arte viaggiante del trovatore mi sembra essere più pregna che mai di significati.
Pensavo, ascoltando queste canzoni, alle parole di Yeats, che percorreva le strade d'Irlanda: "Noi facciamo retorica della lotta con gli altri, ma della lotta con noi stessi, poesia".
Dylan guarda ora alla lotta dell'individuo. Le folle hanno lasciato il palco della storia; siamo rimasti solo con l'uomo, un singolo capello sulla pelle della terra. Dylan parla ora per quel singolo capello.
If you see her
Say hello.
She might be in Tangiers...
Così inizia una di queste poesie, leggera come una scivolata sul ghiaccio, ed altrettanto pericolosa. Dylan non cade. Al contrario ci racconta l'essenziale; una donna un tempo amata, partita, svanita nei luoghi selvaggi della terra, ancora amata.
If you're makin' love to her
Kiss her for the kid.
Who always has respected her,
for doin' what she did...
E' una semplice canzone d'amore, naturalmente, che è il territorio usuale dei poeti, ma riguarda l'amore pieno di onore, ed un tipo di dignità, la generosità cui pochissime persone possono fare appello quando un altro è diventato una parentesi in una vita. Questa canzone, ed alcune delle altre poesie di questo disco, mi sembrano assolutamente adatte, in questo momento di dopoguerra, mentre tutti noi, vecchi, giovani, di mezza età, uomini e donne, cerchiamo cose semplici in cui credere. Dylan strizza l'occhio a Rimbaud ed a Verlaine, e sa tutto delle stagioni all'inferno, ma insiste sul suo diritto a parlare d'amore, quell'emozione umana che ancora esiste, citando Faulkner, a dispetto di, e non a causa.

E sì, c'è anche humour qui, un piccolo ghigno, incollato sulla ferita, trasmesso quasi casualmente, come se il poeta potesse controllare il caos dei sentimenti con poche semplici scelte parole:
Life is sad,
Life is a bust
All ya can do,
Is do what you must.
You do what you must do
And ya do it well.
I'll do it for you,
Ah, honey baby, can't ya tell?
Una semplice canzone. Non l'Inferno di Dante, nè intende esserlo. Ma una canzone che evoca la strada Americana, tutti i sogni di spazi aperti, box per auto, l'Orsa Maggiore che punteggia la notte vellutata. E mi ha fatto pensare a Ginsberg ed a Corso ed a Ferlinghetti e soprattutto a Kerouac, dando la caccia a Deam Moriarty attraverso il paese negli anni cinquanta, abbracciando il vento e la notte, superando Huck Finn sulle sponde del fiume, rimbalzando contro la Costa e tornando di nuovo indietro, con Kerouac che sogna le sue canzoni di ferrovia.
La musica li guidò; sapevano sempre di essere vicino a New York quando captavano Simphony Sid alla radio. A San Francisco proclamarono un Rinascimento e lessero poesia al ritmo del jazz, cercando di far fiorire il sogno di Mallarmè sul suolo americano. Fallirono, come capita generalmente agli artisti, ma in qualche modo Dylan ha mantenuto la loro promessa.
Ora Dylan è andato oltre dirigendosi più in profondità in se stesso. Ascoltate "Idiot wind"; è una dura, crudele poesia sulla rabbia di un superstite, tanto personale come nulla di simile è mai stato affidato ad un disco. Ed ancora può ergersi come inno per tutti quelli che si sentono invasi, manovrati, imbottigliati, impacchettati; tutti quelli che sono impegnati a combattere contro la pestilenza; tutti quelli che hanno mai camminato sui coltelli dell'umiliazione o dell'astio. Il vento idiota banalizza le vite nel pettegolezzo, celebra gli entusiasmi passeggeri e la moda, glorifica il tetro scintillio della celebrità. I suoi risultati vivono sulle copertine delle riviste, in televisione, nell'aria avvelenata ed in grigi laghi morti. Ma soprattutto soffia nel cuore degli esseri umani. Dylan è consapevole che un simile vento è il più mortale nemico dell'arte. E quando gli artisti muoiono tutti noi moriamo con loro.
Oppure ascoltate la lunga poesia narrativa chiamata "Lily, Rosemary and the Jack of Hearts". Non dovrebbe essere ridotta a note, o presa fuori dal contesto; dovrebbe essere vissuta nella sua pienezza. La concisione della storia è imperiosa, ma la sua vera meraviglia è negli spazi, in ciò che l'artista omette dal suo dipinto. Ciò che secondo me è sempre stata la chiave di lettura per l'arte di Dylan. Dichiarare le cose in maniera semplice è la funzione del giornalismo; ma Dylan canta una canzone più fugace: allusiva, simbolica, ricca di immagini ed ellissi, ed omettendo delle cose, ci lascia il grande privilegio di creare con lui. La sua canzone diventa la nostra canzone perchè noi viviamo in quegli spazi. Se ascoltiamo, se elaboriamo, colmiamo il mistero, espandiamo e pervadiamo il lavoro dell'arte. E' la forma più democratica di creazione.
L'arte totalitaria ci dice cosa sentire. L'arte di Dylan sente, e ci invita ad unirci a lui.
Tale qualità è in tutti i lavori di questo disco, le opere maggiori, le più lunghe, i ritratti casuali e le acqueforti. Alcuni accusano Dylan di non scrivere più canzoni come "Like a rolling stone" o "Gates of Eden". Sono degli sciocchi perchè ingannano se stessi. Ogni artista possiede una visione del mondo, e grida la sua protesta quando vede che il male lacera quella visione. Ma egli deve anche raccontarci la visione. Ora noi stiamo ricevendo la visione di Dylan, ricca e fertile, per la quale il mondo si è mosso così oscuramente. Penetrare la visione di quel mondo è come tuffarsi in profondità in uno specchio d'acqua montano, dove le rocce sono chiare e lisce sul fondo.
Dunque dimenticate il Dylan la cui immagine era stata mangiata dai commercianti del vento idiota. Non confondetelo con un profeta, o con la copertina di una rivista, o con il leader di un esercito di chitarre. E' solo un trovatore, fratello di sangue di Villon, un figlio di Provenza, ed è sopravvissuto alla pestilenza. Guardate: ha appena attraversato il cortile, strimpellando una chitarra. Le parole riguardano "fiori sul crinale della collina, che sbocciano in modo bizzarro / grilli che parlano in rima a turno...". Una ragazza triste dai capelli rossi, inizia a sorridere. Ascoltate: il poeta canta a tutti noi:
But I'll see you in the sky above,
In the tall grass,
In the ones I love,
You're gonna make me lonesome when you go.

--Pete Hammill. New York. 1974



traduzione di Michele Murino
 
 
 
Le immagini:
1) David Oppenheim (dal retrocopertina dell'edizione in vinile dell'album "Blood on the tracks")
2) Paul Till (dalla copertina dell'album "Blood on the tracks")

 
 
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