Storia di un mito di nome Bob Dylan, il più enigmatico e geniale cantautore del pianeta
VOCE PROFETICA
di Giacomo Pellicciotti

da "La Repubblica" 1994

"Pensavo di aver visto tutti gli alti e bassi, finchè non sono venuto a New York città...»: arrivò la prima volta a Manhattan nel gennaio del 1961, per andare a trovare Woody Guthrie all'ospedale. E l'incontro tra il maestro e l'allievo rimane ancora oggi uno dei più simbolici e romanzeschi, da incorniciare. Già nell'agosto 1962, poi, Bob Dylan era Bob Dylan a tutti gli effetti, anche all'anagrafe. Robert Allen era diventato Bob, e l'anonimo cognome Zimmerman era stato rimpiazzato dal più suggestivo Dylan.
Robert Allen Zimmerman era nato a Duluth nel Minnesota, il 4 maggio del 1941. Ma la famiglia si trasferì presto nella vicina Hibbing, quando Bob aveva solo sei anni. Durante il periodo del ginnasio, lui già suonava chitarra e armonica con la sua band, i Golden Chords. Più tardi, al liceo artistico, ruppe con gli studi e cominciò a viaggiare, scegliendo le coffee-house per le sue precarie esibizioni da (one-man-band). Ma questa è solo preistoria: è a New York che cresce e matura il mito di Bob Dylan, il più geniale, complesso, enigmatico e creativo di tutti i cantautori del pianeta. Un omino timido, arrogante e schivo che ha insegnato quasi a tutti, tanto che ancora oggi colleghi famosi come Francesco De Gregori continuano a spiarne le gesta. Quasi un guru, Bob Dylan.
Uno che nelle sue tante e spesso contraddittorie reincarnazioni musicali, ha confuso sempre con intelligenza folk e country, pop e rock, canzoni e poesia. Se non cantasse con quella voce profetica che ha, forse sarebbe passato alla storia come uno dei poeti più importanti del secolo.
Già al secondo album (1963), "The Freewheelin' Bob Dylan", è il leader della canzone di protesta, con capolavori epocali come "Blowin' In The Wind", " A Hard Rain's A-Gonna Fall" e "Masters Of War". Un ruolo di guida carismatica che viene ribadito anche dal disco successivo, "The Times They Are A-Changin"' del 1964. L'anno dopo, i Byrds fanno del dylaniano "Mr. Tambourine Man" un hit mondiale. Tra le leggende del tempo, c'è anche quella di quando Bob Dylan andò a prendere i Beatles all'aeroporto Kennedy e li iniziò alla marijuana. Con "Another Side of Bob Dylan", sempre del '64, Bob affronta temi più personali. E con la canzone "My Back Pages" ripudia la protesta. Cambia anche qualche fidanzata: dal primo amore Suzie Rotolo passa alla love-story con Joan Baez, finchè non incontra l'ex modella Sara Lowndes, che sposa nel '65. Il divorzio arriva nel '77 e lei ottiene in custodia i 5 figli: Sara, adottata da Dylan dal primo matrimonio della Lowndes, Jesse, Anna, Samuel e infine Jacob, che oggi ha una rockband in California.
Inizialmente contestata dai puristi del folk, la celebre "svolta elettrica" di Dylan è contrassegnata da album eccezionali come "Highway 61 Revisited" (1965) e "Blonde On Blonde" (1966). L'incidente di moto con la sua Triumph 55 è del 29 luglio '66: costole rotte, brutte ferite al volto, frequenti amnesie. Rientra nel '68, con un disco molto sereno, "John Wesley Harding". Poi Bob si mette in testa di diventare una popstar e cambia voce, ammorbidendola fino alle estreme conseguenze in "Nashville Skyline" (1969) e "Self-portrait" (1970).
Negli anni Settanta, la sua carriera diventa più tranquilla, con alti e bassi, ma senza cedere mai alle banalità del rock-business più imbarazzante. Altri dischi particolarmente significativi: "Pat Garrett And Billy The Kid" (1973), "Planet Waves", "Blood On The Tracks" (1974), "Desire" (1975), "Infidels" (1983) che arriva dopo il noioso «periodo mistico», i due volumi con la superband dei Traveling Wilburys (George Harrison, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne), "Oh Mercy" (1989), prodotto da Daniel Lanois, e il solitario, acustico "Good As I Been To You" (1992). Perennemente in tour , Bob Dylan ha festeggiato il suo trentesimo anno di carriera con una gran festa-concerto al Madison Square Garden di New York, il 16 ottobre 1992: una serata in cui era obbligatorio per tutti cantare le sue canzoni. Sul palco c'erano anche Stevie Wonder, Neil Young, Eric Clapton, George Harrison, The Band, Lou Reed, Sinead O'Connor e tanti altri.





Fabrizio De Andrè: "Noi genovesi abbiamo sempre avuto un rapporto speciale con la cultura che viene dalla Francia
MA IL MIO CUORE
ERA A PARIGI
di Giacomo Pellicciotti

da "La Repubblica" 1994

Fabrizio De Andrè giura che non si ricorda più. Non bene, perlomeno. Gli anni Sessanta? L' America? Bob Dylan? Sì, certo, ma lui li ha conosciuti a Genova, una specie di limbo, una città di frontiera, un porto di mare dove arrivavano prima altre cose per Fabrizio e i suoi amici di allora, Luigi Tenco, Gino Paoli, Paolo Villaggio... "Noi genovesi abbiamo avuto sempre, da secoli, un rapporto speciale con la cultura francese, se non altro perchè con la Francia siamo limitrofi. Dall'ebanisteria alla musica, dal barocchetto genovese agli chansonnier, i segnali di vicinanza e le influenze sono tanti, spesso impressionanti. Il mio Bob Dylan si chiama Georges Brassens... Ma anche Paoli era affascinato dai francesi, da Brel, Aznavour, Leo Ferrè, come Bindi lo era di Charles Trenet". E il "Grande Sogno Americano"? Può essere che ne eravate totalmente immuni? Fabrizio comincia a ricordarsi: «Per me l' America erano i film di John Wayne, o un film come "Il gigante". Ma è anche vero che Luigi Tenco ed io siamo andati a vedere "La battaglia di Algeri" di Gillo Pontecorvo per tre giorni di seguito, e ne abbiamo poi discusso all'iniInito".
E la musica a stelle e a strisce?
"Be', all'inizio Tenco copiava Nat King Cole, ma già Sinatra lo mandavamo a quel paese. Il rock'n'roll era per noi una musica da ballare, non da imitare".
"Uno che mi piaceva molto era quel negretto educato da un prete, come si chiamava?», chiede alla moglie Dori Ghezzi. «Ma sì, Little Richard, quello di "Lucille" e "Tutti Frutti". E mi piacevano "Be-Bop-A-Lula" di Gene Vincent, o "Julia" di Tony Dallara. Ma per l'impegno sociale c'era Georges Brassens, un tipo perfetto per me. Era anche lui anarchico, come lo ero io da quando avevo 17 anni".
Poi, viene colto dalla rivelazione suprema: «In quel periodo, l' America per me era il jazz. Lo suonavamo in un sestetto con Mario De Santis ed altri amici.
Luigi Tenco veniva ogni tanto e suonava il sax. Il mio idolo era il chitarrista Jim Hall, perche aveva una sonorità morbidissima, quasi felpata. Alla chitarra ascoltavo anche Billy Bauer e Barney Kessel. Chet Baker era un grande cantante. E poi c'erano il sestetto di Gerry Mulligan con Zoot Sims e Bob Brookmeyer, il trio di Jimmy Giuffrè con Jim Hall e Ralph Pena, e le cantanti di jazz più famose come Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan o Billie Holiday».
"Mi piacevano anche i brasiliani, Joao Gilberto e Caetano Veloso soprattutto. Casomai orecchiavo certe cose di Simon & Garfunkel, che allora mi sembravano più melodici, più convincenti. Bob Dylan e Joan Baez li ho conosciuti dopo, negli anni Settanta». E qui si profila l'ombra «dylaniana» di Francesco De Gregori. «Quando collaboravo con Francesco e Massimo Bubola, mi hanno convinto loro a tradurre Bob Dylan. Cosi ho fatto "Avventura a Durango"». Canzone liberamente rielaborata dal testo originale, che gli valse una lettera di ringraziamento dello stesso Dylan. Ma De Andrè nemmeno lo dice, colto, è probabile, da un residuo della sua dannata timidezza. «Preferivo Leonard Cohen, perchè lo sentivo più scrittore". Divertente è l'aneddoto dell'incontro con Joan Baez.
"A Genova decise di cantare "La canzone di Marinella ", chiacchierando con una cameriera dell'albergo. Poi l'ho anche conosciuta una sera, ma ero talmente ubriaco e imbarazzato, che riuscii a mala pena a borbottarle qualcosa. E la Baez mi disse più o meno: 'Ma bevi anche tu? ...' Non so a chi altro alludesse, certo non fu un incontro esaltante". E Dylan l'ha mai visto?
"Sì, una volta allo Stadio di San Siro a Milano, ed è stato splendido. Nello stesso concerto c'erano anche Pino Daniele e Santana".
Quello che Fabrizio De Andrè si dimentica di dire è che, al posto di Daniele, avrebbe potuto cantare lui. Gliel'aveva chiesto con insistenza il promoter David Zard, ma lui, terrorizzato, rifiutò con sdegno. E dire che Zard gli aveva perfino promesso un duetto con lo scontroso Bob. Ma forse, conoscendo le idiosincrasie di Fabrizio, fu proprio quell'imbarazzante duetto la causa del gran rifiuto.



 



E' UNA PRODUZIONE
TIGHT CONNECTION