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| Grottaminarda (Av) 29.08.03
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Un concerto di rock puro e duro, soprattutto al Sud, è sempre un
rischio, vuoi per la mancanza di diffusione di un certo tipo di musica
vuoi perché i giovani in generale non sono abituati a questo tipo
di spettacoli, tranne pochi casi però in cui la band che è
sul palco riesce ad imporsi con tutta la sua forza espressiva.
Questo è il caso dei Gang, uno dei pochi gruppi italiani con una splendida attitudine verso e per il rock'n'roll, nato attorno alle figure di Marino e Sandro Severini, e diventato nel corso degli anni '80 e '90 una delle più apprezzate band italiane. Il concerto tenutosi a Grottaminarda (Av) è stato fortemente voluto dall'ARCI, per dire un deciso no alla realizzazione di una centrale termoelettrica a pochi chilometri dal centro abitato, che andrebbe ad inquinare irrimediabilmente una zona che vive soprattutto di agricoltura. La band marchigiana, sempre sensibile alle problematiche sociali, si è fatta carico di questo messaggio, codificandolo attraverso le storie cantate nei suoi dischi e facendolo diventare messaggio universale. La prima cosa che colpisce nel vederli è che rispetto ad una normale rock'n'roll band, i Gang hanno la capacità di fondare rapporti di collaborazione e d'amicizia nelle tappe che li vedono protagonisti e di raccontarle nelle canzoni, come già a suo tempo in Storie D'Italia. Così è splendido vederli felici in mezzo alla gente, senza pose da "artisti-con-venti-anni-di-carriera-alle-spalle" nonostante la poca attenzione che il "mondo della musica" gli sta riservando da tempo. Pochissime concessioni ai riti del caso, nessuna pretesa eclatante, tante belle canzoni e tanta, tantissima energia. I Gang, pur esistendo dagli anni '70, non hanno mai avuto quel successo che fa arricchire, tuttavia questi ragazzi (oddio! qualche annetto cominciano ad averlo!) riescono a "campare di musica" e cosi` loro sono li`, sul palco, a raccontare le loro storie e a comunicare i loro sentimenti. Per farlo utilizzano i suoni rock degli ultimi episodi discografici mescolati alle sonorita' folk dei primi lavori e il risultato e' trascinante, sopratutto perche' questa band suona con un vigore ed una energia tale da travolgere il pubblico. La forza che scaturisce dagli strumenti e dalla voce, inoltre, non fa altro che evidenziare i sentimenti sinceri di chi canta... ed e' proprio questo il messaggio del concerto: "sentire"... Cioe' non restare indifferenti a tutto cio' che attraversa la nostra vita, non subire passivamente le pressioni dei piu' forti, ma resistere e combattere. Il gruppo marchigiano dei fratelli Severini, ha proposto un energico concentrato della loro storia quasi ventennale, saccheggiando soprattutto album come "Le Radici e le ali" , "Storie d'Italia" e "Fuori dal controllo", a scapito del recente "Controverso". La prima cosa che ha colpito sono stati gli arrangiamenti che hanno ridisegnato brani storici come la sentitissima "Socialdemocrazia", proposta in apertura e trasformata in un furioso punk'n'roll. Rispetto alla scelta degli arrangiamenti più rock dell'ultimo album era ipotizzabile che non fosse così facile rendere i brani estratti da lavori come "Storie d'Italia" e ancor di più da "Una volta per sempre", entrambi il simbolo della ricerca nella tradizione italiana; eppure con le due chitarre elettriche presenti sul palco, i Gang hanno saputo presentare canzoni come "La corte dei miracoli" e "La pianura dei sette fratelli", pur non avendo a disposizione violini e archi vari. Ciò ha consentito alla band di dimostrare quanto Marino e Sandro Severini sentano la necessità di esprimersi senza far uso di retorica e dando molto spazio alle chitarre. Così, tra Gibson e Fender che urlavano, sentivamo una bella e sentitissima "Johnny lo zingaro" (pezzo scritto con Massimo Bubola) riletta in chiave quasi reggae, così come Prima della guerra, rock e sanguigna come solo I Gang sanno fare. Ma il rock è solo un pretesto per i Gang, che hanno sempre caratterizzato la loro proposta sul filo della memoria, una lezione degli ultimi sessant'anni di storia italiana, con i suoi misteri, con i suoi personaggi cardine (i fratelli Cervi ricordati come un mito), con le miserie e le illusioni spezzate anche dalla cronaca recente. Tutto proposto senza proclami ma con il sorriso sulle labbra, quello che caratterizza la generazione del "movimento". La band molto rimaneggiata rispetto agli ultimi episodi discografici è stata a dir poco superlativa, i tre nuovi innesti Paolo Mozzicafreddo alla batteria, Francesco Caporaletti al basso e Fabio Verdini alle tastiere e alla fisarmonica hanno dimostrato di essersi amalgamati al meglio con i fratelli Severini, risultato questo di un gran numero di concerti nell'ultimo anno. Il clima di festa ha coinvolto tutti i presenti (pochini rispetto alle attese), la musica dei Gang ha mostrato quelle che sono "le radici e le ali" del rock italiano, quello vero che non apparirà mai in televisione, che sa parlare al cuore e farsi carico, quando serve, di dare voce a chi non ha voce. Un pezzo di storia della canzone italiana che per fortuna continua a materializzarsi sulle piazze italiane. Quando partono le prime note di "Comandante", un inno alla lotta e alla resistenza, Marino la introduce dicendo: "Questa canzone è dedicata ad un uomo che resiste, il comandante Marcos", subito dopo è un fiume di immagini, storie e pensieri che continuano con la resistenza nelle fabbriche di "Sesto San Giovanni", e poi con il disperato urlo contro la guerra di Fermiamoli che riporta alla mente i migliori episodi di Joe Strummer con i Clash, da sempre loro spirito guida. Una nota particolare per la versione di Bandito Senza Tempo, cominciata con un bell'intro di Sandro alla chitarra e finita per diventare una di quelle ballate che ti fanno pensare: così belle le fanno soltanto gli americani. Strepitosa anche Kowalski (grandissima versione corale col pubblico protagonista), animata dalla classicissima parte di fisarmonica che la contraddistingue su disco, in questa versione elettrica sembra rivivere una nuova vita, in cui contaminazione e rock vanno a braccetto. Verso il finale Marino, con il suo accento marchigiano, parte con i suoi discorsi sulla politica, la libertà e la resistenza, anche se adesso ha i capelli un po' imbiancati ha la grinta e il coraggio di sempre. Dopo pochi minuti di pausa, i Gang risalgono sul palco per i bis e pescano tutt'altro che a caso: "La lotta continua" e una incazzatissima "I fought the law", da anni pezzo di protesta che presentano proprio nei momenti finali, due brani da delirio generale dove persino Sandro non riesce a smettere, proponendo continue reprise nel finale, per la voglia di (continuare a) suonare. Quando tutto sembra finito ecco che i Gang risalgono sul palco per cantare "Bella Ciao" insieme gli organizzatori della serata, che subito dopo si cimentano in duetto con Marino in una zoppicante ma assolutamente azzeccata "Buonanotte ai Viaggiatori". La serata si conclude così sulle note dell'ennesimo bis ovvero un altro grande pezzo della band marchigiana, Fino Alla Fine. Insomma un concerto davvero entusiasmante, ricco di energia, con i Gang pronti a ritornare prepotentemente sulla scena senza vie di mezzo, senza concedersi allo show business, preferendo così alle operazioni di marketing, la concretezza e il contatto diretto con il pubblico. Salvatore Esposito |
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| Chi ama il rock italiano, sa che i Gang sono stati e
sono ancora una delle band più interessanti del panorama musicale
della nostra penisola, vuoi per la capacità di reinventare il combat-rock
stile Clash, vuoi per l'estro di tramutare lo stesso in una sorta di combat-folk
molto raffinato.
Oltre ad una onorevolissima carriera, la band marchigiana vanta una lunga serie di collaborazioni eccellenti con Billy Bragg, Massimo Bubola e di recente anche con Claudio Lolli con cui hanno reinciso una bellissima versione di Borghesia. Incontrarli è come ritrovare vecchi amici, che non vedi da tempo, nel backstage del concerto si comportano come se non gli pesasse l'illustre passato sulla cresta dell'onda rock. Non una smanceria da consumata rock-star, non una buffonata, ma un sano concentrato di semplicità e serietà senza uguali. Ecco quindi il risultato di una chiacchierata a ruota libera con Marino Severini, leader, voce e chitarra dei Gang. Maggie's Farm: Era un po' di tempo che non facevate concerti al sud, come ti trovi da queste parti? Come giudichi il pubblico di questa sera rispetto a quello di qualche anno fa? R: Vero, era un po' che non
facevamo concerti al sud, e soprattutto erano due
Maggie's Farm: Lo scopo del concerto di questa sera era evitare la realizzazione di una centrale termoelettrica. Cosa significa per te suonare per una giusta causa? R: Ogni sera c'è una
giusta causa, non sono io o i Gang che portiamo le canzoni in situazioni
come questa, ma sono le canzoni ci portano in giro ormai da anni.
Maggie's Farm: Hai parlato di canzoni che servono ad aggregare, ma i Gang hanno scritto canzoni che soffiano sulla fitta coltre di indifferenza che copre i "delitti di stato", esempio ne sono Duecento Giorni a Palermo e Chi Ha Ucciso Ilaria Alpi? Puoi parlarci di questa vostra attitudine alla denuncia sociale? R: Noi andando in giro su
e giù per il paese conosciamo per forza di cose tante storie, tante
vicende. Spesso alcune di esse diventano canzoni, per far sì che
durino più a lungo, che vadano più in la con il passare degli
anni e che arrivino ad un pubblico meno attento a situazioni come queste.
Maggie's Farm: Ha un senso specifico per voi proporre ancora canzoni di "denuncia sociale"? R: E' indispensabile. La
canzone politica in Italia ha giocato per molti anni un ruolo importante
e noi abbiamo subìto di riflesso quel tipo di retaggio culturale,
su tutti quello di Woody Guthrie che nell'ambito di questo tipo di canzoni
è stato il più grande di tutti.
Maggie's Farm: Come vedi la tua, la vostra musica oggi, rispetto a quello che i mass media, MTV su tutti ci propinano ogni giorno? R: Siamo in un momentaccio
a tutti i livelli, nel mondo della musica vige un sistema che definire
mafioso è poco. In questo ambiente in cui viviamo noi
Maggie's Farm: Le case discografiche oggi preferiscono mandare avanti un singolo commercialotto spaccaclassifiche che resta nella memoria degli ascoltatori sei mesi, piuttosto che un album di spessore? R: A me sta bene che ci sia
la merce, che ci sia scelta. Tuttavia c'è anche altro che è
cultura e che deve essere rispettato.
![]() Maggie's Farm:Avete molti problemi con la vosta ex-casa discografica la WEA, li avete superato suonando molto dal vivo, quanto è importante per voi il contatto con il pubblico? R: Per noi è uno stile
di vita, se avessi fatto l'imbianchino sarebbe stata la stessa cosa. Io
musicista voglio per forza di cose stare dentro alla realtà che
mi appartiene, da anni rinuncio a portare in concerto le canzoni che voglio
io, sono le canzoni a portare me.
Maggie's Farm: Cosa pensi del mercato musicale italiano? R: Non si può parlare
di mercato o meglio non si deve, perché l'interlocutore è
la politica, in Italia manca una legislazione in materia di mercato musicale.
Il nostro stato abitualmente trasgredisce le disposizioni europee che sono
state fatte su questa materia. Sarebbe giusto prendere spunto dalla legislazione
francese, fare confronti e avere l'appoggio del ministero della Cultura.
Maggie's Farm: Alla fine non sono le Mercedes o i conti in banca a farti ricco? R: Certo. A me non servono
queste cose, a me interessa essere ricco di bei ricordi fatti di sorrisi,
pacche sulle spalle, ospitalità, amicizia. Mi fa ricco sedere alla
stessa tavola o dormire nello stesso letto di coloro che mi ospitano e
che mi seguono.
Maggie's Farm: Pensi che al mondo l'unico che si possa permettere di dire quello che vuole nei suoi dischi, sia Dylan? R: Beh per certi versi è
vero. Basta però pensare che nella sua vita Bob Dylan non ha quasi
mai accettato premi o se li accettava, era lì sempre sulle sue,
senza concedersi mai. Lui è un tipo che parla molto poco e che ritira
pochi premi rispetto a quelli che riceve. Di recente però sembra
concedersi con più facilità e proprio in una di queste occasioni,
quando è andato a ritirare il Grammy per il penultimo album il bellissimo
Time Out Of Mind, ha dichiarato che le canzoni più belle non erano
in quel disco perché la casa discografica non le aveva fatte uscire.
Maggie's Farm:Spesso hai citato tra i tuoi grandi ispiratori Bob Dylan, cosa pensi della sua musica? R: Dylan ha cambiato il mondo sotto tutti i punti di vista. Ogni generazione fa la sua epoca, la generazione di Dylan ha fatto molto di più di quanto potesse immaginare. Ogni generazione deve fare le proprie conquiste ed è bene che non siano gli artisti a cambiare le cose, ma chi lavora, chi dirige. Maggie's Farm:Il Mucchio Selvaggio ha inserito Storie d'Italia tra i cento dischi più belli del Rock Italiano, come vedi questa cosa? R: Questo non lo so. So solo
che quello che abbiamo realizzato è nato da un fattore più
generazionale che altro. Con la trilogia che parte con Le Radici e Le Ali
e termina con Una volta per sempre, abbiamo costruito un ponte tra la generazione
sconfitta degli anni settanta e quella punk degli '80, attraverso questo
ponte abbiamo fatto sì che le nuove generazioni potessero tornare
indietro e andare a ripescare quella che era la canzone politica degli
Stormy Six o lo stesso Lolli.
Maggie's Farm: Hai parlato della trilogia che parte con Le Radici e Le Ali. Questi tre dischi hanno segnato una conversione totale dei Gang ad una sorta di combat-folk... Ora state tornando alle radici più rock avvicinandovi anche a gruppi come i Pearl Jam. Puoi parlarci di questo percorso? R: Era una formula che abbiamo
creato in quegli anni e aveva senso in quel tipo di contesto. Tuttavia
la musica folk per noi resta un importante punto di riferimento e lo dimostra
il prossimo lavoro con La Macina. I Pearl Jam sono l'unica band dopo i
Clash che mi hanno donato più emozioni in termini di epicità
e con loro il rock è tornato in sella a pieno titolo, e questo mancava
da molti anni.
Maggie's Farm: Hai citato i Clash, sul palco sembri davvero un alter ego di Joe Strummer... R: Ah su questo mi arrendo, non mi metto a vedere i filmati dei Gang, certo Strummer nella mia musica ci sta dentro. Tutto quello che è razionale può essere controllato, quello che è sentimentale nasce da dentro e la musica dei Clash nella nostra musica emerge dal profondo del cuore, è una cosa che non si può controllare. Joe Strummer è stato il grande profeta dell'incendio, è stato lui a dare il via a tutta quella che è stata definita furia punk. Maggie's Farm: Di recente si è vociferato di un live e di un disco in studio con i La Macina, apprezzata band di folk marchigiano con cui collaborate spesso. Sono davvero nei vostri programmi? R: Nei nostri programmi c'è
solo un disco in studio, che completeremo entro novembre e saremo in studio
già nelle prossime settimane. Nei nostri progetti non c'è
un disco live ma un disco di cover, un po' in studio e un po' live a cui
seguirà, se con Storie di Note saranno rose e fiori, il nuovo
disco in
Maggie's Farm: Storie di Note, sta facendo davvero un ottimo lavoro. Ho sentito l'ultimo di Lolli con Il Parto delle Nuvole Pesanti... Che ne pensi? R: Lolli è il più grande di tutti i cantautori viventi, ha il fiore della parola. Io sono affezionato al disco originale, capisco però l'operazione che serve per avvicinarlo ai più giovani. Nel rifacimento de "Ho Visto Anche Degli Zingari Felici" c'è tutto un filtro umorale che ha reso più fruibile questo splendido disco. Maggie's Farm:Nel Tributo a Fabrizio De Andrè dal titolo "Mille Papaveri Rossi", avete eseguito Giovanna D'Arco. Cosa ti ha spinto a partecipare a questa iniziativa? R: Fabrizio è stato
il cantautore per eccellenza, forse l'unico cantautore vero, per quello
che significa cantautore per me. Il vuoto da lui lasciato è enorme,
tutti i suoi dischi sono delle pietre miliari, dei capolavori.
Maggie's Farm: Ti ringrazio infinitamente per la disponibilità. R: Graaaaaazzzzzzzieeeeee a te e a prestissimo?... (a cura di Salvatore Esposito) |

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