
La mia generazione (quelli che fecero i 18 anni negli
struggenti Settanta) ha imparato a suonare la
chitarra con Blowing in the wind – diversamente dalla
generazione precedente (quella degli Equipe 84,
dei Camaleonti, dei Dik Dik), che invece cominciò
a sbucciarsi i polpastrelli sugli accordi della
Bambolina di Michel Polnaref – una ragazzina “così
carina”, che stava “dietro la vetrina” e faceva “no,
no, no”. Se si pensa alle tante domande cruciali della
nostra prova d’esame (per dirne una: quanto
tempo le palle di cannone dovranno volare prima di essere
bandite per sempre?) ci si rende conto dello
scarto concettuale. Se poi si considera che per affinare
la tecnica e passare dalla rozza schitarrata al
tocco delicato su singole corde ci si serviva di The
needle and the damage done di Neil Young (una
canzone che parla di eroinomani all’ultimo stadio) si
ha un quadro abbastanza netto della temperie
culturale in cui, volenti o nolenti, venivano a trovarsi
i chitarristi in erba in quei meravigliosi, terribili anni.
Come ogni adolescente fuoriuscito dal decennio dei Sessanta
(che in Italia fu soprattutto canzonissime,
sanremi e radio monte carlo, sedi naturali della canzonetta
melensa e zuccherosa), anch’io ignoravo
l’esistenza di una musica “diversa”. Certe dizioni però,
sebbene orecchiate distrattamente, riuscivano lo
stesso a far breccia nella cortina di silenzio che i
mezzi di informazione dell’epoca imponevano su tutto
ciò che non fosse gorgheggiante banalità.
La censura, insomma, non riusciva ad impedire che trapelasse
il nome di alcuni artisti di fama mondiale: questo valeva
per i Beatles, i Rolling Stones, Jimi Hendrix,
Joan Baez. E valeva anche per Bob Dylan. Quando perciò,
verso la fine del 1971, nel corso della
trasmissione Per voi giovani (tutti i giorni dal lunedì
al venerdì, dalle ore 14 alle 15 sul secondo canale
della radio), sentii pronunciare quel nome, mi suonò
subito famigliare, direi anzi “amico”.
La trasmissione in questione – unica nel suo genere,
vero bastione nel deserto – era condotta da Paolo
Giaccio e Raffaele Cascone, due grandi uomini che ebbero
il pregio di plagiare ed addomesticare al
Verbo della buona musica un’intera generazione di anime
adolescenti. Da loro imparammo ad amare
non solo le melodie, ma anche i testi delle canzoni,
in base al principio secondo cui un testo intelligente
ha il potere di rendere intelligente anche una musica
scema, mentre non vale l’inverso: una musica
intelligente, di per sé, non può mai rendere
intelligente un testo scemo. Diversamente dagli odierni DJ
(chiedo scusa per la parolaccia), i conduttori di Per
voi giovani usavano perciò anteporre alla messa in
onda del brano la sua traduzione in lingua italiana.
Ricordo come fosse ora l’emozione con la quale noi,
popolo eletto, avanguardia della bellezza e dell’intelligenza
in un mondo di stolti e di infelici (e si aveva si
e no 15 anni) prestavamo l’orecchio ad alati declami
come
Il vagabondo che bussa alla tua porta
indossa gli abiti che un tempo erano i tuoi
Accendi un altro fiammifero e poi ancora uno
ed è tutto finito adesso
bambina triste
Di Dylan era da poco uscito Planet waves, del quale i
due conduttori radiofonici trasmettevano di
preferenza Going Going Gone, con la chitarra acida di
Robbie Robertson in evidenza ed il vertiginoso
scarto ritmico a metà canzone (in puro stile anni
Settanta, in odio ai ritmi ripetitivi ed ossessivi, oggi
purtroppo così di moda).
L’unico altro strumento di diffusione del Verbo oltre
a Per voi giovani, era la rivista Ciao 2001, in
edicola di mercoledì, un giornale stupendo dalle
cui pagine emanava l’ambrosia inebriante della verità e
della sapienza sotto forma di notizie, recensioni, formazioni,
discografie, biografie, foto e date di
concerti. Ricordo una poesia, scritta da una ragazza
romana, dedicata a Jimi Hendrix – morto l’anno
prima – che fu pubblicata sistematicamente per molte
settimane, in barba ad ogni principio di economia
tipografica. C’era perfino una rubrica di corrispondenza
– la mitica Psic – dove ragazzi e ragazze ignari
del mondo impetravano lumi da un anonimo psicologo in
materia di sesso e sentimenti.
Fu in virtù di quelle pagine patinate che familiarizzai
ben presto con le fattezze dylaniane, con quel
profilo che anche Michelangelo avrebbe volentieri ritratto,
con quel naso da ebreo errante sempre
pronto ad annusare i venti della storia, con quella bocca
insieme schiva ed intrusiva, con quegli occhi
accesi e quei capelli crespi, sempre un po’ fuori misura.
Circolava all’epoca una citazione apocrifa che
dubito Dylan abbia mai pronunciato realmente, ma che
per me ed il mio gruppo di amici era puro
vangelo, e diceva: chi non porta i capelli fuori dalla
testa li porta necessariamente dentro. Fu uno dei
motivi che mi indusse, una volta scappato di casa, a
farmeli crescere lunghissimi, i capelli – prerogativa
cui ancora oggi non so e non voglio rinunciare.
Per il mio sedicesimo compleanno, la mia ragazza di allora
– Sandra, una piccola freak fanatica di Janis
Joplin – mi regalò Blues, ballate e canzoni. Potei
così verificare le mille cose udite e/o lette sul profeta
di Duluth semplicemente sfogliando le pagine di un libro.
Finalmente, con il testo squadernato davanti, le
canzoni di Dylan smettevano di suonare al mio orecchio
alla stregua di mantra ugaritici recitati da un
oracolo raffreddato, ed acquistavano come per incanto
un senso compiuto. Ora il grande artista mi si
svelava per intero, in tutte le sue molteplici ed imprevedibili
sfaccettature. Il poeta ribelle trapelava dai
versi di A hard rain’s a-gonna fall, di Masters of war,
di The times they are a-changing. Il folksinger
scanzonato balzava fuori dalle righe di I shall be free,
di All i really want to do, di On the road again. Il
demiurgo visionario si manifestava nelle liriche di When
the ship comes in, di Chimes of freedom, di
Visions of Joanna. Lo struggente cantore amoroso germinava
fra i fiori di Girl from the north country, di
I want you, di Sad eyed lady of the lowlands. Il rocker
incazzoso prorompeva dalle sillabe di Maggie’s
farm, di Like a rolling stone, di It’s all right ma (i’m
only bleeding). Il compositore universale ed
immortale si stagliava fra i marmi di Blowing in the
wind, di Just like a woman, di Mr Tambourine.
Potrei proseguire all’infinito, evocando il creatore
di una nuova poetica, lo sperimentalista, il bluesman e
chissà quante altre facce ancora, quanti altri
abiti, ascosi o palesi, di cui questo incredibile eroe del
nostro tempo fu ed è capace di ammantarsi.
Fin da subito, presi a mandar giù le canzoni a
memoria. Quello stesso 1973 fui rimandato a settembre –
e poi bocciato – in latino e matematica. In inglese però
avevo 9, benché per il mio professore fosse
inesplicabile il fatto che uno dotato di un vocabolario
così vasto e di una così naturale padronanza delle
forme gergali si ostinasse a dire nu piuttosto che niu
(new) – la qual cosa, per noi dylaniani, è tutt’altro
che inspiegabile, vero?
Come ogni artista universale Dylan riesce a far coincidere
la propria opera con le esigenze spicciole
della quotidianità. Si potrebbe dire che Dylan
ha scritto una canzone per ogni situazione o stato d’animo.
Così quando, in seconda liceo, patendo anch’io
le suggestioni del ‘68 – un anno già avvolto delle brume
del mito, sebbene fosse trascorso da neanche un lustro
– finii per abbracciare la disciplina marxista,
Dylan mi si presentò come il paladino dei deboli
e degli oppressi per via della sua produzione impegnata
e di protesta. Quando poi, nel 1974, sotto l’influsso
della Woodstock generation e della cultura hippie,
fumai il mio primo spinello, Dylan si tramutò
per me in una sorta di santone psichedelico. In effetti,
leggere certi versi di Mr tambourine o di Vision of Johanna
sotto l’effetto psicotropo dell’hashish o
dell’LSD poteva indurre indicibili catarsi, estasi profonde
e interminabili.
Il 1° maggio 1975, scappai di casa.
Uno dei comandamenti dell’ideologia hippie era l’emancipazione
dalla famiglia natale, vista come
istituzione borghese – ergo anacronistica, noiosa, repressiva
ed alienante. Quanti non avevano il
coraggio di lasciare la casa in via definitiva cercavano
almeno di arrogarsi il diritto di andarsene nei
periodi più favorevoli, soprattutto d’estate,
fidando nel fatto di essere poi riaccolti in seno al focolare
nell’autunno successivo. E non è che fosse toto
genere una scelta di comodo: anzi, era talvolta una
tattica ispirata ad un genuino senso di solidarietà
fra freaks e finalizzata al mutuo soccorso. Difatti,
quelli che rimanevano a casa avevano la possibilità
di aiutare fattivamente i loro amici on the road nei
duri mesi dell’inverno, procacciando, all’insaputa dei
genitori, cibo, coperte e finanche, se i vecchi si
assentavano, bagni caldi e morbidi letti. Si creava così,
in seno alla società ufficiale dell’Italia degli anni
Settanta, un tessuto invisibile, alternativo, trasversale
(“una minoranza etnica”, come Janis Joplin ebbe
una volta a definire il popolo hippie).
Fu così che, grazie a Marzio, mio ex compagno
di banco al liceo, che mi fornì la chiave del suo garage –
fidando nella pigrizia del padre, abituato a parcheggiare
l’850 Fiat all’aperto – potei trascorrere al riparo
di quattro mura l’inverno 1975/76, insieme a Chicco,
un intelligentissimo bastardino nero, mio compagno
di vita e di digiuni.
E’ curioso come la prospettiva della fuga da casa non
presenti analogie pratiche con la sua effettiva
realizzazione. Finché ti trovi fra le pareti della
tua stanza, rannicchiato sul tuo letto, con la testa sognante
sul morbido cuscino e pensi: “Sto per scappare di casa,
sto per iniziare la mia vita sulla strada come un
vero freak”, puoi star certo di esser ben lontano dalla
fuga liberatoria che stai agognando. I problemi ti
si affastellano nella testa, i legami consumistici con
gli oggetti del tuo quotidiano – “Cosa mi porto
dietro? Mica posso separarmi dai dischi! E la raccolta
di Tex? Mi ci vorrebbe un baule...” – ti gravano
sull’anima e ti impediscono di spiccare il salto emancipante.
Quando scappi veramente, quando ti tagli
davvero i ponti alle spalle, ti accorgi di non aver portato
con te nessuna delle cose che credevi
indispensabili. Ti ritrovi solo con te stesso – ed è
una incredibile sensazione di leggerezza!
Sulla strada i pochi soldi che riesci a rimediare – con
i lavoretti saltuari, con la colletta, strimpellando la
chitarra all’angolo di una via – ti servono per mangiare
e non certo per comprare dischi e riviste. In
compenso ogni cosa che, per qualche motivo, entra nel
tuo raggio d’azione e si offre ai tuoi sensi, è un
magnifico dono del Tempo. Una cassetta bisunta di Freewheelin’
ascoltata in un mangianastri scassato
dentro un garage disadorno insieme ad un cagnolino nero
rannicchiato ai tuoi piedi può risuonarti
nell’anima alla stregua del Don Giovanni di Mozart nell’esecuzione
di un’orchestra filarmonica.
Qualche mese più tardi Germano – altro amico fraterno
di liceo – l’unico nel nostro giro a possedere
un’automobile (una A112 Abarth rosso fuoco, che le pattuglie
dei carabinieri di zona riconoscevano a
un miglio di distanza e sistematicamente fermavano e
perquisivano, nella speranza di beccarci con lo
spinello acceso) prese l’abitudine di lasciarmi le chiavi
del quattroruote per la notte. Potei così accedere
per qualche tempo alla sua raccolta di cassette (tutta
roba ottima) ed addormentarmi tardissimo al
suono di uno stereo degno di tal nome. L’unico difetto
di quella raccolta era la presenza di un’unica,
solinga cassetta di Dylan, la Greatest hits canonica
(la prima), che, proprio a causa della sua unicità,
ascoltai almeno un milione di volte. E poiché
repetitio est mater studiorum, quei brani si insediarono in
pianta stabile fra i neuroni del mio cervello. Sul sedile
reclinato della A112 avevo tutto l’agio di seguire
col mio canto quella voce, provando e riprovando le terze
e le quinte, le pause, le inflessioni più tipiche
del grande menestrello. Ancora oggi, se qualcuno mi chiede
come faccio a riprodurre certi brani di
Dylan in maniera così fedele agli originali, sorrido
tra me ripensando alle lunghe, incantevoli notti
passate sulla macchina di Germano, con lo stereo a tutto
volume a farmi da ninna nanna.
Non ho remore ad ammettere la stessa colpa che Voltaire
addossa a Sant’Agostino: ho passato anch’io
la vita a contraddirmi. Nel 1973 militavo in uno dei
tanti partitini marxisti detti, all’epoca,
extraparlamentari di sinistra. Due anni dopo ero un perfetto
hippie psichedelico. Poi, verso la fine del
mio decennio aureo divenni uno spiritualista mistico.
Vale la pena di soffermarsi su questa mia ulteriore
metamorfosi ideologica perché, guarda caso, anche
in essa Dylan c’entra con tutte le scarpe.
Nel settembre 1977, ad un festival jazz all’aperto, presi
un acido (LSD) che mi andò malissimo. Entrai
in paranoia. Ero la vittima di un complotto cosmico cui
partecipavano indistintamente tutte le cose
esistenti. I miei migliori amici tramavano nell’ombra,
e qualunque loro parola o gesto non faceva che
affermare, in modo perfettamente logico e razionale –
la paranoia rende lucidissimi – l’evidenza e
l’inoppugnabilità della congiura. Fu un’esperienza
terrificante e temetti veramente di impazzire (c’è
anche chi sostiene, non del tutto a torto, che un po’
sia effettivamente impazzito). In tale condizione
pietosa mi trascinai nella notte, nascondendomi fra le
mura contorte dei vicoli, fuggendo a gambe levate
alla vista degli umani, mentre i gatti randagi, rizzando
il pelo, mi sibilavano sul viso frasi minacciose ed i
gabbiani, dall’alto dei loro cieli, mi violentavano i
timpani con risate crudeli e beffarde. Dopo diverse ore
di martirio, mentre una precoce doratura iniziava già
a vivificare il cielo, sbucai sul lungomare in
prossimità del molo. Di fronte a me riconobbi
la silhouette del mio amico Flavio, compagno delle mie
prime fumate, che avevo perso di vista la sera precedente
e che ora se ne stava seduto tutto solo su
una panchina davanti al mare, stagliato contro l’oriente,
con una chitarra fra le mani. Mi feci vicino e,
tutto d’un fiato, gli spiegai cosa mi stava capitando.
Lui rispose solo: “Siediti qui e cerca di rilassarti”.
Poi cominciò a suonare una canzone dolcissima,
una preghiera – o meglio, un mantra. La canzone non
finiva mai: ogni volta terminava e ricominciava sommessamente,
soavemente. Ad un certo punto, una
palla di miele – gonfia, morbida – fece la sua comparsa
sulla scena del mondo. Fu allora che dentro di
me, da qualche parte nella zona del plesso solare, provai
una sensazione deliziosa e ignota. Come per
miracolo, la paranoia era scomparsa.
Certi sociologi di sinistra, con molte buone ragioni
ma anche con scarsa fantasia, interpretarono la
nuova tendenza allo spiritualismo ed alla religiosità
di molti settori giovanili sul finire degli anni Settanta
come sintomo del celebre “riflusso”. Per quanto mi riguarda,
non è che divenni credente da subito: è
raro che i grandi cambiamenti ideali della mia vita si
siano verificati d’amblée, con un colpo di rivoltella.
Ho sempre avuto bisogno di lunghe fasi di decantazione
e di strutturazione. Intanto, però, quella mattina
mi si era formata una nuova idea nella mente: per la
prima volta la fede religiosa mi si prospettava come
ipotesi possibile, plausibile, come scelta se non proprio
desiderabile almeno non indesiderabile. Due anni
dopo, nel 1979, ero ormai un credente soddisfatto e fiero
– per non dire anche rigido e dogmatico. Mi
trovavo al capolinea dei pullman che, dalla zona costiera,
portavano all’entroterra, dove dovevo recarmi
per riunirmi ai miei nuovi fratelli della comune agricola
Terra Madre, fondata l’anno prima, e che ora si
trovavano in una cascina in mezzo ad un bosco di faggi,
senza luce elettrica né gas né telefono – devo
dirlo? un posto stupendo, un’esperienza impagabile –
per la raccolta della torba (la stratificazione del
fogliame nel sottobosco, ottimo concime). In attesa di
imbarcarmi sul mezzo, con la prospettiva di un
viaggio lungo e solitario, decisi di procurarmi qualcosa
da leggere. Erano anni che non compravo Ciao
2001 e mi parve l’occasione buona per rinverdire eccezionalmente
l’antico uso. La rivista – mi ci volle
poco a rendermene conto – era degradata assai. Mi caddero
sotto gli occhi, con mio sommo disgusto,
certi nomi e a certe facce il cui accesso su quelle pagine
sarebbe stato infrangibile tabù sino a soli
sette/otto anni prima. Il mitico psic si era dileguato.
Di poesie a Jimi Hendrix neanche a parlarne. In
compenso – tra le buone cose rimaste – sulla copertina
troneggiava un primo piano di Bob Dylan.
Versai senza remore il prezzo di copertina all’edicolante
e mi imbarcai sul grosso automezzo blu.
Una rivelazione! Lessi tutto d’un fiato le quattro pagine
di encomiastica recensione di un disco di
prossima uscita, Slow train coming – di cui veniva esaltata
la partecipazione straordinaria dell’allora
astro nascente della chitarra elettrica Marc Knopfler
– e restai basito nel verificare che Bob Dylan,
l’ebreo, l’ateo, lo psichedelico… si era convertito!
“Dylan è diventato un Jesus freak!” sillabava
incredulo l’articolista. Dunque era vero: Dylan aveva
il potere di seguire i percorsi e le giravolte della
mia vita e di farmi da compagno e da guida in ogni frangente,
in ogni specifica contingenza! Era
divenuto anch’Egli religioso, un credente, proprio come
me! Mi parve che tra me e Lui, pur così distanti
e diversi per età ed intelligenza, per censo e
quant’altro, esistesse comunque un filo di comunicazione
invisibile che ci legava e ci affratellava. Fu allora,
e solo allora – quella sera lontana, nel corso di quel
viaggio in pullman – che tutta la stima e l’ammirazione
che già da molti anni nutrivo verso di Lui, si
mutarono in amore, in vero amore.
Nel 1980 – con regolarità quasi cronometrica –
il mondo cambiò. Tutti i valori in cui credevano i giovani
degli anni Settanta vennero meno. I vestiti color arcobaleno
lasciarono il passo al nero e al grigio; i
capelli lunghi vennero tagliati e talvolta addirittura
rasati; fu praticato il gran rifiuto per ogni tipo di
impegno e si ripiegò drasticamente su un qualunquismo
venato di narcisismo egolatrico. Molte
manifestazioni di superficialità ideologica tipiche
degli anni Sessanta (festival di Sanremo, sottocultura
televisiva, sistema della moda ecc.), messe in sonno
nei Settanta e ritenute, a torto, ormai morte e
sepolte, tornarono in auge negli Ottanta con gran pompa,
mietendo sempre ed ovunque consensi e
successi. Alla Casa Bianca c’era il cowboy pazzo Ronald
Reagan, a Downing Street la lady di ferro
Margareth Thatcher, a Palazzo Chigi il signor Bettino
Craxi. Ai pochi reduci come me, pareva di vivere
in un’atmosfera sottovuoto spinto. Stanco di fare l’agricoltore
biologico squattrinato, decisi di trasferirmi
a Roma per tentare la fortuna con le mie canzoni ma ero
ovviamente – è una delle mie prerogative –
fuori tempo massimo. Di un cantautore ispirato a Guccini,
De Andrè, De Gregori – in ultima istanza: a
Bob Dylan – nessuno aveva bisogno. Bisognava vestirsi
di nero, cospargersi di cipria, farsi i capelli
arancioni dritti sul cranio con la gommina (oggi godo
nel vedere molti di quelli che allora abboccarono
all’amo ormai totalmente calvi), appendere al chiodo
le chitarre, legarsi al collo delle ridicole tastierine
elettroniche e mettersi a scimmiottare gli Spandau Ballet
ed i Duran Duran. Non era roba per me.
Cominciai a fare l’artista itinerante, il busker, suonando
Dylan per le strade e nelle metropolitane di
Roma. Se ho guadagnato qualche soldo e non sono morto
di stenti posso ben dire di doverlo a Lui.
Potrei raccontare decine di aneddoti. Mi limito a ricordare
quella volta in via della Croce che passò Ivan
Graziani mentre stavo interpretando A hard rain’s gonna
fall e lui si fermò a farmi il coro su un paio di
strofe. Non mi lasciò neanche una lira nel cappello,
ma mi lasciò questo ricordo che per me è molto più
prezioso dei soldi.
In tutto il mondo risuonavano la new wave, il dark, il
cool e via dicendo. Io e i miei nuovi amici romani –
ragazzi con qualche anno meno di me – ci ritagliammo
uno spazio esclusivo in piazza Navona. Ci si
vedeva ogni sera sulla panchina di fronte all’edicola,
di fianco alla fontana del Bernini, armati di chitarre
acustiche e di ugole intraprendenti, a cantare a squarciagola
le nostre canzoni calde e solari, tra cui
tanto, tantissimo Dylan. L’antica piazza fu, in quegli
anni di omologazione e di disimpegno imperanti, una
vera oasi di resistenza umana e culturale.
Non mi pare il caso di ripercorrere qui le vicende della
mia vita negli ultimi 20 anni, anche perché il
lasso di tempo che va dal mio arrivo a Roma ad oggi,
coincidendo con il tempo della mia attività
professionale, può essere agevolmente visionato
in virtù del curriculum vitae, che allego al testo
presente. Mi limito a concludere questa sezione con un
ricordo dei due primi concerti di Dylan cui ebbi
la fortuna di assistere.
Vidi Dylan in concerto per la prima volta nel giugno
1978 in Olanda.
Mi trovavo nei Paesi Bassi già da un paio mesi.
Ero arrivato dopo un travagliato viaggio in autostop
attraverso la Francia ed il Belgio, nel corso del quale
rimasi fermo dieci ore sul raccordo di Parigi, ad un
autogrill, e dove, com’è prevedibile, ad un certo
punto mi scappò da pisciare. Tempo di entrare al cesso,
farla tutta, tirare su la cerniera ed uscire, e la borsa
con tutti i miei averi – qualche maglione, un paio di
jeans, slip e canottiere, quaderni con le mie poesie
e ventimila lire inguattate fra le pagine di un libro –
che avevo avuto la bella idea di parcheggiare mezzo minuto
prima all’entrata del bagno pubblico, era
svanita nel nulla. Giunsi dunque in Olanda, alla casetta
del mio amico Detlev – una casa occupata dove
abitavano tre coppie di giovani hippie, ciascuna con
il suo vivaio di piantine di marijuana, nel cuore di un
paesino incantevole a pochi chilometri da Utrecht – senza
una lira e senza un paio di mutande di
ricambio. Per fortuna trovai subito lavoro in fabbrica,
alla catena di montaggio di un’industria
alimentare. A fine maggio girò la voce dell’arrivo
di Dylan. Prenotammo i biglietti, conservandoli come
reliquie fino al gran giorno. Nell’attesa, essendo uscito
fresco fresco Street legal, passavo i miei meriggi
ad ammazzarmi di canne al suono di No time to think e
True love tends to forget.
Venne il gran giorno. Prendemmo un treno superveloce
e pulitissimo (il confronto che mi venne
spontaneo coi treni italiani fu impietoso) e sbarcammo
a Rotterdam; il concerto si teneva al Feyenoord
Stadium. Il pomeriggio era brutto, pioveva a scrosci.
Noi, per fortuna, eravamo sistemati all’asciutto,
sulla tribuna di sinistra. Dal mio seggiolino vedevo
la gradinata dirimpetto colma anch’essa in ogni
ordine di posti. Come se non bastasse, il prato pullulava
di corpi informi che cercavano di ripararsi
dall’acqua con mezzi di fortuna ma con scarsi esiti,
perché veniva giù davvero a catinelle. Eravamo
80mila insetti fradici addossati l’uno all’altro, come
api di un enorme alveare, tenuti insieme dall’amore
per Dylan.
Ovviamente, c’era anche uno special guest, e non era
mica l’ultimo arrivato. Si trattava infatti di un Eric
Clapton in gran spolvero, che ci coinvolse in un set
tiratissimo in cui spiccavano vecchi successi dei
Cream, standard di blues, cover di J.J.Cale e la rivisitazione
in chiave reagge di Knockin’ on heaven’s
door che indusse la gente a ballare freneticamente, un
po’ per la felicità di trovarsi lì in quel momento e
un po’ per scrollarsi di dosso l’acqua. Mentre quel virtuoso
eseguiva Sunshine of your love scorsi in
basso, sul prato, la sagoma di un ragazzo completamente
nudo che correva saltando a pie’ pari, come i
canguri, fra i corpi accovacciati sull’erba. Fra le mani
stringeva un’asta lunghissima sulla cui sommità
garriva una bandiera azzurra del Napoli. Lo feci notare
a Detlev e lui, contorcendosi dal ridere, si
picchiettò la tempia con la punta dell’indice
urlando: “Italians are crazy!”
Clapton terminò il suo set e subito smise di piovere.
Toccava a Dylan, il quale però tardava a salire. Il
pubblico rumoreggiava. Si stava facendo tardi ed il sole,
la cui luce fece capolino per un breve istante
indorando i tetti delle tribune, era appena tramontato
(in Olanda, a giugno, il giorno sembra non morire
mai). All’improvviso lassù in alto, in un cielo
già tendente all’indaco, proprio sopra il palco, si
materializzò un enorme arcobaleno. Fu a questo
punto che comparve Lui. Inutile dire che fece un
concerto memorabile.
La seconda volta che vidi Dylan dal vivo fu in occasione
del suo primo concerto italiano in assoluto (se
si esclude la leggendaria e non comprovata esibizione
a Roma, al Folkstudio di Giancarlo Cesaroni nel
1962). Ricordo perfettamente la data perché era
il giorno del mio 27simo compleanno (e per me fu un
dono pazzesco): 28 maggio 1984, all’Arena di Verona.
Io vivevo già nella capitale, da dove partimmo in
due: Enzo, uno dei nuovi amici di piazza Navona, e io.
Sul treno incontrammo Maddalena, una
meravigliosa ragazzetta dylaniana fanatica che conoscevo
benissimo perché quando mi vedeva suonare
per strada mi assillava di richieste circa grossomodo
l’intera produzione del poeta di Duluth. Anche lei
viaggiava con un’amica, e così formammo un gruppo
compatto di quattro fanatici in trasferta.
Viaggiammo tutta la notte, dormendo poco e male per l’emozione
non meno che per la scomodità dei
sedili. Il mattino dopo, a Verona, il clima non prometteva
niente di buono. Seduti fuori dall’Arena in
attesa dell’apertura dei cancelli, pronti allo scatto,
ammazzavamo il tempo scommettendo sulla canzone
con cui Dylan avrebbe aperto il concerto (si trattava
della prima canzone in assoluto mai suonata da
Bobby sul suolo italico, mica bruscolini!). Maddalena
si teneva sul vago indicando come possibili i
classici Lay lady lay o Just like a woman. Enzo, dal
canto suo, giurava su Hurricane. Io proposi la divina
Jokerman, brano iniziale del recente Infidels.
L’apertura dei cancelli fu verso le tre pomeridiane.
Io fui tra i primi ad entrare e ne approfittai per
fiondarmi verso il palco, occupando quattro posti in
sesta fila, praticamente sotto lo stage. Verso le 19
iniziò il concerto dello special guest della serata,
Carlos Santana. Più che da una normale band era
accompagnato da un piccolo esercito musicoforo: batteria
con doppia cassa e sfilza interminabile di tom,
due tastieristi, quattro percussionisti, un negrone enorme
e bravissimo al basso ed alla voce solista,
coriste varie e, last but not least, lui stesso, Santana,
alla chitarra – una macina! Fu un set bello e
magniloquente, senza una pausa né un momento di
fiacca, di rara simmetria e perfezione. C’era un solo
problemino: si mise a piovere a dirotto.
Maddalena e la sua amica, da brave ragazze prudenti,
avendo ascoltato le previsioni del tempo alla tv la
sera prima, erano munite di impermeabili di plastica
trasparente. Enzo ed io invece, fricchettoni incauti,
ci si teneva la giacca sul capo a mo’ di cappa penitenziale,
con risultati non proprio esaltanti sul fronte
dell’umidità. In quella postura inconsueta, con
uno stato d’animo fra il giocondo e lo scoglionato, con la
musica potente e suadente di Santana nelle orecchie che
mi impediva di cogliere in tutta la loro valenza
le bestemmie all’indirizzo dell’acqua che Enzo snocciolava
sulla poltroncina accanto, mi pareva di
trovarmi dentro la scena di un film già visto.
Con gli occhi della mente rividi il concerto di Rotterdam di
sei anni prima, tutta quella gente sotto la pioggia,
accalcata sull’erba del campo del Feyenoord: “Ora
tocca a me” mi dissi. Avevo le idee miracolosamente chiare,
sapevo già come sarebbe andata a finire.
E non mi sbagliavo.
Terminato il set di Santana, in quattro e quattr’otto
gli inservienti fecero il cambio palco. Davanti ai
nostri occhi si verificò un mutamento drastico
ed impensabile. Al posto della strumentazione maestosa e
proteiforme dei Santana si materializzò una scenografia
piccolissima, scarna, finanche un po’ ridicola
nel suo minimalismo. Una batteria comune, da complessino
di provincia; una tastieruccia comica, di
quelle che si regalano ai bimbi per Natale; tre chitarre
elettriche sugli appositi sostegni (unico segno di
opulenza su quel palco poverissimo, appartenenti al grande
Mick Taylor, ex solista dei Rolling Stones,
autore dello storico assolo di Simpathy for the devil).
Di fronte a tale spettacolo disarmante mi parve
quasi che Dylan avesse inteso trasformare l’Arena di
Verona in un localetto fumoso e di infimo ordine.
Il giorno dopo comunicai questa mia riflessione all’amico
giornalista Leonardo Rossi, che ebbe la
cortesia di ribadirla nella sua cronaca sulla rivista
“Fare musica”.
Intanto, mentre gli inservienti caricavano e scaricavano,
smontavano e rimontavano, toglievano e
rimettevano, aveva smesso di piovere. Dylan però
si faceva attendere. La gente cominciò a far casino.
Partivano regolarmente salve di applausi e urla e fischi.
In tribuna d’onore rifulgeva la chioma
hendrixiana di Angelo Branduardi. Di Dylan però
neanche l’ombra. Ora che finalmente volgeva al
termine, il giorno ci regalò anche un timidissimo
raggio di sole. Poi, silenziosamente, su nel cielo, proprio
sopra il tendone del palco, si materializzò un
dolce, limpido arcobaleno. Fu allora che si accesero le luci
del palco e comparve Lui. Io già sapevo che sarebbe
accaduto proprio questo.
Bobby – Stratocaster a tracolla – guadagnò lo
stage mostrando le spalle al pubblico. Fece un cenno al
batterista, si volse e finalmente avanzò verso
di noi sorridendo – cosa per Lui inusuale. Beh, se è vero
che Jack Kerouac ebbe un satori a Parigi, io, nel mio
piccolo, l’ho avuto all’Arena di Verona. Nel
sorriso di Dylan io, quella sera, ho veduto accavallarsi
le ore e i giorni della nostra storia, l’America
degli anni Sessanta, il flower power, John Fitzgerald
Kennedy, la guerra del Vietnam, il movimento dei
diritti civili, Martin Luther King, Joan Baez, la rivoluzione
cubana, le Black Panthers, Malcolm X,
Angela Davis, la pop art, il Greenwitch village, Pete
Seeger e Dave van Ronk, il Newport Folk Festival,
il Middle West, e poi la California e San Francisco,
la libreria City Lights di Ferlinghetti, Allen Ginsberg,
William Barroughs, Gregory Corso, e poi volti di ragazzi
sconosciuti, voci di cantanti ignoti, batteristi
ubriachi e poeti fumati, e viaggi in autostop, su treni
merci, e camminate notturne al suono di armoniche
e ancora… e ancora… Tutto questo io vidi la sera del
28 maggio 1984 all’Arena di Verona, mentre
Bob Dylan muoveva i pochi passi che lo separavano dalla
cassa della batteria al microfono, e veniva
verso di noi, sorridendo… sorridendo… sorridendo…
Persi il controllo di me stesso. Non chiedetemi quello
che feci di preciso perché non me lo ricordo. So
solo che Enzo ancora oggi, vent’anni dopo, non perde
l’occasione di prendermi per il culo per il mio
comportamento di quella sera, ma a me, sinceramente,
non m’importa una sega: la felicità se ne impipa
delle convenienze e delle buone maniere.
E comunque attaccò con Jockerman.
CURRICULUM
DI FRANCO FOSCA
Franco Fosca è artista eccentrico e poliedrico,
come si evince dalla varietà dei suoi interessi e delle sue
opere. E’ cantante, chitarrista, armonicista, oltre che
autore, ricercatore ed interprete.
Nei primi anni 80, poco più che ventenne, si trasferisce
a Roma dalla Liguria. Nel 1981 si iscrive alla
SIAE come paroliere e come compositore. Le sue prime
esperienze live avvengono sullo storico palco
del Folkstudio. Nel 1983, sotto l’egida del critico musicale
Giancarlo Susanna, entra a far parte di
un’associazione di artisti provenienti dal vivaio del
Folkstudio (Roisin Dubh, Acustica Medievale,
Leonardo Rossi ed altri) denominata “Folk’n’roll”, che
segna una breve ma intensa stagione della vita
musicale capitolina, con una serie di importanti concerti
nei teatri (Satiri, Orologio ed altri).
Negli anni 80, per mantenersi, Franco Fosca alterna le
esibizioni nei pub e nei locali notturni ad una
intensa e continuativa attività di busker (artista
di strada). Questa dura gavetta serve a formare la sua
personale tecnica canora e strumentistica e gli consente
di mandare a memoria un repertorio di
centinaia di canzoni inglesi, italiane e finanche sudamericane.
Nel gennaio 1990, con una serie di concerti nelle facoltà
universitarie occupate dal movimento della
“Pantera”, Franco Fosca insieme alla folksinger italo-canadese
Manola Angeli fonda gli Old Bench, il
gruppo di musica folk americana che a tutt’oggi, dopo
tre lustri di attività, e nonostante i soventi cambi
di formazione, è il più longevo gruppo
della capitale nel suo genere. Gli Old Bench vantano un repertorio
che spazia dalle ballads e dai traditionals di fine ‘800
/ inizio ‘900, ai giganti del folk revival degli anni ’60
e ’70 (Dylan, la Baez, Neil Young ed altri), passando
per la felice stagione del folk militante degli anni
’30 / ‘40 (Pete Seeger, Ledbelly e, soprattutto, il grande
Woody Guthrie), sempre con un occhio di
riguardo alla canzone impegnata.
Nel 1992 instaura un rapporto di amicizia e di collaborazione con il cantautore pisano Alfredo Bandelli, fondamentale autore ed interprete della canzone politica italiana degli anni '70.
Nel febbraio 1993, al mercato dei fiori di Sanremo, Franco
Fosca apre da solo, con la sua chitarra e le
sue canzoni, la manifestazione alternativa al festival
ufficiale. Sullo stesso palco, dopo di lui, salgono gli
Africa United, il mitico Nico Di palo (dei New Trolls),
Ivan Della Mea ed altri. Un anno dopo, nel 1994,
la manifestazione “Altrofestival” viene ripetuta al porto
di Sanremo, e Franco Fosca vi si esibisce con
due nuove canzoni, ottenendo un successo, se possibile,
anche maggiore dell’anno precedente.
Nel maggio 1996 il settimanale “Avvenimenti” commissiona
ai Pueblo Unido una ricerca sulle canzoni
tradizionali. Il gruppo, dopo lunga ed onerosa gestazione,
presenta un progetto di 40 canzoni suddivise in
blocchi tematici e fasi storiche. Il lavoro, titolato
“Storia d’Italia attraverso i canti popolari”, vede la luce
nel gennaio/febbraio 1997 su 3 CD distribuiti insieme
a “Avvenimenti” nelle edicole italiane in misura di
50mila esemplari cadauno. La trilogia rivisita 150 anni
della storia patria, dall’Italia preunitaria alla
Liberazione, attraverso le sezioni tematiche tipiche
del canto popolare italiano: Risorgimento, anarchia,
emigrazione, socialismo, lavoro, opposizione al fascismo
e Resistenza. Il terzo disco, sui canti partigiani,
è quello che vende più esemplari in assoluto
di tutta la pur varia e copiosa produzione discografica della
rivista “Avvenimenti”. Franco Fosca è ideatore,
coordinatore e supervisore dell’intero progetto. Lui
stesso redige le note storico-filologiche di accompagno
ai brani, cercando di sopperire al dilettantismo
metodologico con l’impegno, il rispetto, la passione
e l’amore per le tradizioni delle classi subalterne.
Con questo lavoro, i Pueblo Unido approdano a RAITRE
(Notte Cultura), a UNO Mattina e ad “Help”,
il programma di Red Ronnie su TMC, dove eseguono 5 brani
live.
Attraverso Franco Fosca, i direttori artistici di “Avvenimenti”
possono ascoltare e apprezzare le songs
calde e suggestive degli Old Bench. Per questo, la realizzazione
di un disco con le ballads e i traditionals
interpretati da Franco e Manola è praticamente
immediata; difatti il CD titolato “Ballate e canzoni
dell’America profonda” esce in tutte le edicole alla
fine del febbraio 1997.
A questo punto (è un dato meramente matematico),
in Italia circolano 200mila dischi con il nome, la
faccia, la voce e la chitarra di Franco Fosca.
Nel 1998 i Pueblo Unido suonano a piazza del Popolo (Roma),
davanti a 100mila spettatori, al termine di
una manifestazione pubblica, come gruppo di supporto
degli Afterhours.
Nell’estate 1999, per sopraggiunta stanchezza, Franco
Fosca esce dai Pueblo Unido, che in pratica
scompaiono dalla scena musicale.
Nel 2000, Franco Fosca registra il video (“Il vecchio
e il bambino” di F.Guccini) che fa da sigla al
programma televisivo “L’altra metà del cielo”,
in onda – 18 puntate più repliche – sul circuito nazionale
“Cinquestelle”.
Sempre nel 2000, per temporanea rinuncia di Manola Angeli,
Franco Fosca si trova a dover gestire da
solo la formazione di folk americano, che ribattezza
“Franco Fosca & the Bench”, una folk-rock band di
cinque elementi. I FF&theBench iniziano una serie
di serate live, che li porta ad esibirsi a Roma ed in
tutto il centro Italia.
Nel maggio 2001, nonostante i gravi problemi di salute
che affliggono Franco Fosca (viene operato al
cuore), i FF&theBench registrano il disco autoprodotto
“La canzone americana di protesta”, contenente
12 classici della produzione folk-rock “impegnata” dell’ultimo
secolo negli USA. Il CD vede la
partecipazione straordinaria del grande Luigi Grechi,
che canta un’intensa versione di “Joe Hill”, brano
degli anni ’30. Per questo disco, Franco Fosca riceve
personalmente i complimenti di Francesco De
Gregori.
Nel 2002, per ben due volte, Franco Fosca si trova su
un palco assieme a Francesco De Gregori ad
interpretare dei brani di Bob Dylan (amore comune): il
14 febbraio al “Lettere/Caffè” (“Mr
tambourine” e “Blowing in the wind”), e il 9 maggio
al “Classico” (“Tomorrow is a long time”). Gli
eventi vengono ripresi anche dalla stampa.
Nell’aprile 2004, Franco Fosca si imbarca in una nuova
avventura: fonda i Tambourine – prima e per
ora unica cover band di Bob Dylan a Roma e nel centro
sud italiano. Il gruppo debutta (all’inizio come
trio unplugged) in occasione del 63° compleanno di
Dylan al “Vicolo de’ musici” (Roma), nel corso di
una mega festa dylaniana cui partecipano anche Alessandro
Carrera, “Director of italian studies” alla
University of Houston ed autore del libro “La voce di
Bob Dylan”, nonché – last but not least –
l’ideatore e realizzatore del fondamentale sito internet
sul poeta di Duluth, www.maggiesfarm.it, il
grande Michele “Napoleon in rags” Murino.
Nell’estate 2004, i Tambourine realizzano diversi concerti
a Roma e nel Lazio, presentando la nuova
formazione folk-rock così composta:
Franco Fosca – voce, chitarra acustica ed armonica a
bocca;
Felice Zaccheo – chitarra elettrica, mandolino e violino;
Roberto Arcipreti – basso;
Aldo Abete – batteria.
In tutti questi anni, Franco Fosca non ha mai smesso di scrivere canzoni.
(aggiornato al settembre 2004)
PER UNA PHOTO GALLERY DI FRANCO
FOSCA
Clicca
qui
PER ALTRE FOTO DI FRANCO FOSCA
DALLA FESTA "HAPPY BIRTHDAY BOB!" ALLA FOLKOSTERIA DI ROMA IN OCCASIONE
DEL 63mo COMPLEANNO DI BOB DYLAN
Clicca
qui
|
TIGHT CONNECTION |