La politica? "Non so cosa sia". Le canzoni? "Non influenzano il mondo". Il futuro? "Sarei pronto a
ricominciare da capo". A 56 anni, il menestrello in blue-jeans torna con un disco e, a sorpresa, parla di
sé a ruota libera in una delle sue rarissime interviste. Rilasciata, per "Sette", a un fan d'eccezione.

Dylan: ballata di fine secolo (di Carlo Feltrinelli)

Nell'estate del '78 ero a Londra per alcune serate di Bob Dylan. Andavo a sentirlo per la prima volta
dal vivo, avevo sedici anni. Con me c'erano due compagni di liceo, e prima di raggiungere l'arena
dell'Earls Court passavamo i pomeriggi a Hyde Park. Da allora non ho perso una puntata. Concerti,
dischi, libri, tutto quanto potesse documentare la sua evoluzione di artista.
Un paio di settimane fa, era un venerdì pomeriggio, chiamano in casa editrice e domandano se volessi
trovarmi a Londra alle ore 15 del giorno successivo. A intervistare Bob Dylan.
La suite al decimo piano del Metropolitan si affaccia proprio su Hyde Park, e diciannove anni dopo il
mio primo viaggio londinese mi unisco al ristretto numero di corrispondenti europei che è lì per
chiacchierare con lui. La circostanza si spiega con il lancio del suo 41° disco ufficiale, Time Out Of
Mind. Alla Sony, la sua casa discografica, stentano a crederci: da almeno dieci anni l'artista diceva
sempre no a incontri come questo.
Con Dylan mi era già capitato di parlare altre volte, prima o dopo un suo concerto, ma fare interviste è
decisamente un'altra cosa. Non è lui la più ombrosa e idiosincratica delle rockstar? Non è lui il più
alieno alle domande di coloro che intuiscono le cose senza sapere esattamente di cosa si stia parlando?
E' una paracitazione da "Ballad Of A Thin Man".
A giudicare dall'ora e mezzo passata insieme, Bob Dylan sembra invece assai disponibile, con ottimo
senso dell'umorismo e, per quello che si può pretendere da uno che si chiama Bob Dylan, persino
socievole. Blusa color crema, T-shirt, pantaloni neri, mocassini di coccodrillo. Non fuma, non beve, ma
noi possiamo.
Dopo la grave infezione al cuore, diagnosticatagli nel maggio scorso, ora sta meglio: "miglioro un poco di
giorno in giorno". E anche il lavoro non va male: Time Out Of Mind suscita unanimi consensi di pubblico
e di critica (Newsweek gli ha dedicato una copertina dal titolo: "Dylan vive"), i suoi concerti tornano ad
essere sempre più affollati. Può darsi che il successo ottenuto dal figlio Jacob, due milioni di dischi
venduti negli Usa con i Wallflowers, abbia indotto molti giovanissimi a verificare chi fosse quel
misterioso padre.
Ma, a parte il buon umore e la disponibilità a parlare, Dylan non rinuncia a essere se stesso. Quando gli
domandiamo della sua breve apparizione davanti al Papa, lui risponde semplicemente "great show, great
show!". Lo dice ridendo, come per dire, sì, molto onorato che mi abbiano invitato, ma è stato giusto un
altro show lungo la strada. Ma non è strano, trent'anni dopo essere stato un simbolo della controcultura
giovanile, ritrovarsi a suonare davanti al Pontefice della Chiesa cattolica? "Forse che a quei tempi c'era
un altro Papa...?". Dylan la butta sul nonsense, evidentemente non ne vuole parlare.
E se qualcuno lo interroga sulla valenza politica delle sue canzoni risponde: "se avessi voluto fare
politica mi sarei iscritto a Harvard o a Yale. Per la verità non so cosa sia la politica. Posso vedere ogni
cosa da tre angolature differenti. Ci sono argomenti che mi vedono ultraconservatore, e altri all'estrema
sinistra".
Le canzoni possono ancora essere portatrici di messaggi che influenzano il mondo? La domanda non è
mia, ma è il tipico quesito che si pensa di dover fare a Bob Dylan. Risposta: "no, a recapitare messaggi
ci pensano i giornali, o la televisione. Sarà certo un atteggiamento passivo ma così va il mondo oggi. La
gente va alle partite di calcio per vedere, mica per entrare in campo e giocare...".
Anche dai testi di Time Out Of Mind vuole prendere le distanze. Sdrammatizza. "Una cosa è un disco,
una cosa sono io". In "Highlands", il blues parlato che dura quasi 17 minuti, Dylan canta: "spero in
qualcuno che venga a spostare indietro le lancette del mio orologio". Una frase, come tante altre di
queste ultime canzoni, che lascia intendere una tonnellata di pessimismo e di malinconia. Come la
commenta? "C'è qualcosa di strano in quel che dico? E' una sensazione solo mia? Non c'è nessun altro
che la pensa come me? Io so per certo che sarei pronto a ripartire da capo, magari in un'altra vita, che
può voler dire imparare un altro mestiere, sposare un'altra ragazza, vivere in un luogo diverso".
Ma tutti quei riferimenti a un amore perduto, a una donna dal sorriso traditore che lo avrebbe distrutto
"lasciandolo sulla porta a soffrire come un pazzo"? "Io parlo di amori perduti dal primo dei miei dischi.
La domanda è più pertinente se si pensa a quello".
I suoi vecchi dischi Dylan dice che non li ascolta: "non lo faccio mai. Non voglio essere influenzato da
me stesso".
E ancora, con riguardo ai nuovi testi: "qualunque cosa dicano sono la verità. Però io posso essere una
persona diversa un'ora dopo averli scritti".
Le uniche domande alle quali Dylan non sfugge sono quelle che riguardano le canzoni. Per canzoni non
s'intende tanto un testo o una melodia, quanto piuttosto le due cose combinate insieme, che producono
qualcosa di segnatamente definito. "Le poesie - sostiene Dylan - sono una cosa diversa dalle canzoni".
Ma il compianto Allen Ginsberg diceva proprio che le sue canzoni sono vere poesie.
Sulle canzoni, Dylan ha costruito il proprio monumento. Mister Tambourine Man, Blowin' In The Wind,
Like A Rolling Stone, certo, ma anche molte altre, oscure, poco note, dimenticate. Ne ha scritte mezzo
migliaio. E' per via delle canzoni, dice, che ha scelto di vivere con un programma di almeno cento
concerti all'anno. Da oceano a oceano. "Il punto di svolta è stata la mia collaborazione con i Grateful
Dead. Era il 1987. Allora stavo passando un momento difficile. Cercavo di afferrare il senso di canzoni
che non riuscivo più a cantare. Forse perché le avevo cantate già molte volte con band diverse, e non
tutte queste band le avevavo capite. I Dead mi aiutarono a ritrovare lo spirito di quanto avevo scritto,
loro capivano meglio di me". Da allora Dylan ha portato in giro un repertorio che nessun altro artista
della sua fama normalmente interpreta. "Nessuno canta le canzoni che canto io" sostiene. "I miei
spettacoli sono fuori dal trend dei circuiti commerciali".
Una specie di "hobo" rivisitato? Siamo davvero alla leggenda mediatica del menestrello in blue-jeans?
"Non esattamente, tutto ciò diventa alla fine un lavoro come un altro, un impiego, un tipo di mestiere".
Dylan non si nasconde la componente "burlesque" - grottesca - insita nello strano lavoro di passare la
vita davanti a un pubblico che ti guarda. "Penso che sia una sensazione percepita da tutti quelli che
calcano un palco. Anche Pavarotti forse prova la stessa cosa". Lo dice molto schiettamente. Mi
domando quanti, al posto suo, non avrebbero lanciato messaggi mielosi dedicati al proprio pubblico. Ma
non fa impressione, gli chiediamo, vedere tre generazioni di uomini e donne venire alle proprie serate?
"Le facce per me sono solo facce. Ci possono essere adulti con espressione giovanile e ventenni con la
smorfia di un sessantenne. Io non saprei dire chi è chi e chi è cosa. Né faccio dischi come souvenir per
il pubblico. Suono liberamente per coloro che capiscono il mio sentimento".
Se l'attività concertistica è stata così frenetica, lo stesso non si può dire riguardo alla sua capacità di
creare nuove canzoni. "Ultimamente non sono così veloce", ammette, e in sala di registrazione non ci
sta volentieri: "la tecnologia non è amica mia". Gli ultimi due dischi in studio sono stati due raccolte di
standard della tradizione folk. Voce e chitarra. "In un certo senso mi hanno aiutato nella gestazione di
questo nuovo album".
Time Out Of Mind è un disco spettrale, ruvido, antico. A partire dal tipo di sonorità: "volevamo dargli il
timbro di quando la musica si ascoltava usando la puntina sul vinile. E non quello che si ascolta quando
le canzoni di una volta vengono "ripulite" tecnologicamente, come accade oggi quando si rieditano i
vecchi dischi".
C'è molto blues negli undici brani registrati lo scorso gennaio a Miami sotto la guida di un produttore
famoso, Daniel Lanois. Mi sembra una buona domanda: cos'è il blues Mr. Dylan? "Il blues? Il blues è
qualcosa con una struttura semplice, che però divente ideale per poter dire qualunque cosa si voglia
dire. Non so veramente cosa siano i blues. Per me sono qualcosa di rurale, che appartiene a una civiltà
di tipo agrario. Non sono sicuro che il blues possa essere ancora recepito nel mondo attuale, così
esasperato dalle nevrosi. Il fatto è che la musica prodotta oggi viene elettrificata, elettronizzata,
sintetizzata. Non senti più il respiro delle cose, non senti se hanno un cuore. Più si andrà avanti in questa
direzione, più ci si allontanerà dallo spirito del blues".
Bob Dylan entrò in contatto con questo tipo di musica quando era ancora il semplice ragazzo del
Minnesota: "l'America, a quei tempi, era collegata in primo luogo da trasmettitori radio. C'erano stazioni
che mandavano in onda ciò che volevano coprendo distanze di migliaia di miglia. Penso a Jimi Hendrix,
lui era di Seattle, probabilmente ci siamo collegati l'uno all'altro attraverso le radio. Oggi tutto è
profondamente cambiato". Riconoscerebbe una moderna popstar come Jon Bon Jovi, ascoltandolo su
frequenze FM? Dylan risponde che no, probabilmente non lo riconoscerebbe.
Lui insiste nel voler parlare della musica che gli piace. Del folk americano degli anni '20 e '30 che lo
formò, del rockabilly anni '50, del rock and roll puro, alla Larry Williams, che, sostiene, lo ha influenzato
un po' ma non tanto. Cita Woody Guthrie, ma anche personaggi in un certo senso più sorprendenti,
come Johnny Ray, il cantante dalla lacrima facile che calcava la scena ai tempi di gente come Petty
Page e Perry Como. Interrogato, conferma di ammirare Charles Aznavour: "vidi Tirate sul pianista
varie volte quando uscì in America nel '62. Mi colpirono le scene dove nevicava. Mi ricordavano i posti
da cui ero partito. Quando Charles Aznavour venne a New York fui il primo a essere in fila per un
biglietto".
Ma ecco un altro nome: Jimmy Rodgers, il re della country music. Dylan gli ha dedicato un "tributo" con
la sua nuova etichetta, la Egyptian Records. Partecipano, ciascuno con una propria interpretazione,
gente come Bono e Van Morrison, e anche un postumo Jerry Garcia.
Woody Guthrie sosteneva che tutte le grandi canzoni sono presenti in qualche parte dell'universo: il
punto vero è di riuscire a catturarle. Dylan condivide. E' come se volesse abbracciare idealmente una
fetta importante della popular music di questo secolo. "Non esiste musica migliore di quella", ripete.
Time Out Of Mind è un disco di fine secolo. Tutto è già stato visto, tutto sembra perdere di significato e
"il mio senso di umanità è finito nello scolo del di un lavandino", canta Dylan in "Not Dark Yet", una
delle nuove song più riuscite. A lui non rimane che cercare di dare forma a questo senso di vuoto.
Sostiene Greil Marcus che ascoltando Time Out Of Mind si ha la sensazione di osservare gente che
entra ed esce da una porta girevole, tanto l'atmosfera è vaga, impalpabile, sospesa. A me viene in
mente Samuel Beckett. Ma c'è anche molta America, raffigurata attraverso paesaggi opachi, senza
tempo, con tramonti sbiaditi, strade deserte, città o regioni che si chiamano "New Orleans", "Baltimore",
"Bostontown", "Missouri". Dylan si muove, cammina, dichiara con rabbia e delicatezza il proprio scorno:
"everything seems so far away...". Probabilmente questa strofa di "Highlands" è la chiave per capire chi
è Bob Dylan oggi.
Il suo nuovo disco fornisce ulteriore estensione a una lunga carriera iniziata nel '62. La distanza tra
questi due momenti sembra essere proporzionale al volontario o involontario distacco che Dylan assume
oggi con la realtà del mondo. Per tenere insieme passato e presente, il "Freight Train Blues" del '62 e il
"Dirt Road Blues" del '97, Dylan può contare su uno strumento imperfetto ma che lui usa in modo
inconfondibile: la voce. E' una questione di ritmo, di fraseggio, di forza. Ti colpisce anche durante una
semplice conversazione.
Ma può la mente umana confrontarsi con argomenti come Passato, Presente, Futuro? O sono solo
illusioni manipolate dalla nostra immaginazione? Glielo domando. Per un attimo Dylan smette di
muoversi e rimane fermo sul divano. Ha una faccia da vecchio a cui piacciono il rumore del vento e il
lamento delle preghiere.
"In un certo senso si potrebbe dire che tutto quanto è esistito da Mosè fino a Dante ancora esiste. In un
mondo invisibile ma esiste. Noi possiamo vedere solo quello che ci riesce di vedere, ma non sarei
sorpreso se, in quel mondo, tutto quanto è esistito esistesse ancora".
L'intervista è finita. Mentre Dylan ci saluta gli passo una confezione di tagliatelle agli spinaci presa in
aeroporto alla partenza. Un piccolo souvenir dall'Italia. Posso liberarmi dei panni dell'intervistatore e
tornare ad essere un vecchio fan.