| Un sentito grazie ad Alessandro Carrera
che ci ha fatto pervenire questa interessante intervista da lui rilasciata
alla rivista "Una Città" e per l'occasione da lui rielaborata per
il nostro sito.
Michele "Napoleon in rags" |
| Un sentito grazie
naturalmente va alla redazione della rivista "Una Città" nella persona
di Gianni Saporetti che ci ha concesso di pubblicare l'intervista.
Per coloro che fossero interessati a reperire il numero della rivista su cui è pubblicata l'intervista (n. 98 - settembre 2001) scrivano al seguente indirizzo: unacitta@unacitta.it Per coloro che fossero interessati a leggere altre interviste tratte da "Una Città" ecco l'indirizzo del relativo sito web: www.unacitta.it. |
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Quando in una cittadina mineraria del Nord America,
abitata da immigrati di tutte le nazionalità ma non da neri, di
notte, un ragazzo sentiva arrivare dalla radio le note dei blues... La
lunga fedeltà di Bob Dylan alla tradizione della musica popolare,
al blues nero delle piantagioni e al country dei “burini di campagna”,
dal cui incontro vennero fuori Elvis e tutto il resto. Intervista di “Una
città” a Alessandro Carrera. [N.B. L’intervista è stata realizzata
pochi giorni prima dell’uscita di “Love and Theft”]
Tu sei, prima di tutto, un grande ammiratore di Bob Dylan. Ma come è nato il progetto di questo libro?
Il progetto è nato da un articolo su Dylan che avevo scritto
per la rivista “Poesia” e che aveva suscitato l’interesse di Carlo Feltrinelli.
Io volevo prendere Dylan estremamente sul serio, non fare niente che strizzasse
l’occhio agli anni ‘60, con tutte queste storie della generazione, ecc.
Volevo scrivere su Dylan come uno che scrivesse su Walt Whitman o, che
so, su Foscolo. Io considero Dylan un classico anche se è ancora
vivo, un grande artista che ha mescolato generi e mondi diversi, l’unico
che è riuscito a mettere in comunicazione la cultura alta e i cantanti
di blues. Quindi penso vada preso sul serio.
Questa è stata un po’ l’idea, per cui non mi sono tirato indietro
di fronte a nessuna possibile spocchia culturale. E infatti nel libro parlo
molto della tradizione da cui Dylan è venuto e che lui ha studiato,
quella del blues e del folklore, ma anche di personaggi piuttosto intoccabili
della cultura alta, ai quali non mi sono vergognato di accostare Dylan.
In genere questa cosa è piaciuta, tranne a un recensore, quello
del “Sole 24 Ore”, che ha scritto un po’ sprezzantemente: “Ma questo è
un libro troppo professorale, si vede che è scritto da un professore,
cosa tira in ballo? Petrarca?”.
Petrarca l’ho nominato una volta sola, di Blind Willie McTell discuto
per otto pagine, ma evidentemente il recensore non la conosce; è
rimasto irritato da un riferimento di passaggio che faccio nel primo capitolo
soltanto per dire che “Dylan non è Petrarca, ma almeno lasciamogli
la possibilità di essere Guillaume de Machaut”, che è, a
mio avviso, il corrispondente quattrocentesco di Dylan, quello che ha messo
assieme la musica popolare e la poesia colta.
Insomma, l’idea era di trattare Dylan rispetto ad alcuni temi fondamentali:
la poesia, il rapporto con la poesia, il rapporto con il folklore bianco,
il rapporto con il folklore nero, il blues in particolare, e poi la morale,
la politica e la religione. Ho lasciato fuori due aspetti, perché
non avevo più tempo rispetto alla scadenza editoriale e poi perché
il libro diventava troppo lungo: uno era sulle ballate narrative, in particolare
sul fatto che queste sono scritte in un ordine non lineare, in una forma
che permette di ricostruire la storia in tanti modi e di non essere mai
sicuri di cosa sia successo veramente. C’è proprio un uso studiato
del tempo della narrazione; Dylan ci ha meditato e ho tutte le prove per
poterlo dimostrare. L’altro capitolo lo avrei voluto dedicare specificamente
al periodo cristiano, dal ‘79 all’81, il periodo della conversione e dei
concerti religiosi: lì mi interessava soprattutto il rapporto con
il gospel, il rythm and blues, la tradizione nera di quel tipo; un po’
ne ho parlato qua e là, però non ho fatto in tempo a farne
l’oggetto di un capitolo specifico; può darsi che lo faccia in futuro.
Comunque non hai risparmiato le critiche, anche…
Sì, non ho neanche taciuto le sue debolezze artistiche. Ci sono
dei periodi di magra, dei periodi di scarsa ispirazione, anche di disprezzo
nei confronti della propria arte. Da questo punto di vista Dylan è
una figura unica, perché lui può essere grandissimo o atroce,
mai mediocre. Anche quando è atroce, lo è in modo sfacciato,
come uno che, sapendo di non esser bravo in quel momento, preferisca esser
pessimo piuttosto che mediocre.
Dylan ha avuto dei periodi bui, alla fine degli anni ‘80, inizio anni
‘90, e andare ad ascoltarlo era proprio una sofferenza per chi lo conosceva
e un enigma per chi non lo conosceva. Andavi a sentire una specie di cane
latrante e dicevi: “Ma cosa ci trova la gente in questo qui?”
Per alcuni anni è stato così, ma a questo proposito bisogna
mettere in risalto una certa perversità estetica in Dylan; c’è
in lui un’estetica del brutto che viene proprio dalla musica popolare.
Questa, infatti, non deve essere fatta troppo bene; cioè: dev’essere
fatta bene, ma non secondo i criteri della musica colta o anche della musica
d’intrattenimento; al fondo deve mantenere qualcosa di rozzo. Questa rozzezza
di fondo si deve avvertire e credo che questa, per Dylan, sia diventata
proprio un fattore di poetica. Se si vanno ad ascoltare i dischi che lo
hanno influenzato maggiormente, quelli, cioè, di bluesmen bianchi
e neri, country singers degli anni ‘20 e ‘30, sembra di sentire delle voci
che vengono da un altro pianeta, da un mondo ormai arcano, senza più
alcun rapporto con la nostra realtà; è la stessa sensazione
che si prova ascoltando le registrazioni che faceva Alan Lomax in Sicilia
negli anni ‘50: quelle voci, proprio solo voci, di donne che cantano una
ninna nanna, o di pescatori che si lanciano richiami, hanno un tipo di
grana che è completamente sparito, non c’è più. Dylan
ha fatto in tempo ad essere colpito da quel mondo che stava scomparendo
e l’ha riportato a noi, ce lo comunica anche con una certa rozzezza di
fondo, con il rifiuto di diventare troppo bravo, di suonare troppo bene,
a cantare troppo bene.
Io ho parlato con musicisti che hanno lavorato con lui e tutti me l’hanno
confermato. Un chitarrista che ha suonato sette anni con lui, Bucky Baxter,
quando gli ho chiesto: “Come trasformavate le canzoni man mano nel tempo?”,
mi ha risposto: “Quando per una canzone trovavamo un nuovo arrangiamento
e la suonavamo veramente bene, a quel punto Dylan non la suonava più
e cominciava un’altra cosa”.
Abituarsi a questo particolare tipo di estetica non è facile,
perché è completamente opposta a tutto quello che si sente
in giro. Eric Clapton, ad esempio, suona il blues, ma lo suona bene. A
Dylan non interessa suonare bene, questo è il punto, anche se quando
vuole è capacissimo di farlo. Gli interessa un’altra cosa, gli interessa
che attraverso un certo suonare bene o male, passi una verità ostica
per il mondo dell’entertainment, cioè che quel mondo, che è
finito, era un mondo di grandi artisti sconosciuti, grandi, magari, per
una sola cosa, ma per quella erano veramente grandi.
Siamo entrati in pieno in uno dei punti cruciali: il rapporto con la tradizione...
Nel libro, a un certo punto, ho citato Eric Auerbach per la sua teoria
della creaturalità, che riguarda quelle figure dell’arte che sono
conficcate nella loro mortalità; Auerbach trovava queste figure
nel Medioevo. Ecco, fino a poco tempo fa potevi trovare quella potenza
creaturale anche nel mondo dei minatori degli Appalachi, dei contadini
poveri o dei lavoranti neri delle piantagioni, in un mondo per nulla contaminato
dalle idee estetiche della classe media, della borghesia dell’800. Dylan
è stato colpito da quel mondo, per cui non riproduce il folklore,
lo rivive, l’ha rivissuto e te lo presenta anche quando sembra che stia
facendo altre cose.
Negli anni ‘60, per esempio, Dylan è passato come un traditore
perché a un certo punto smise di usare la chitarra acustica, creò
un gruppo rock, creò il sound che fu definito folk-rock, incise
Like a Rolling Stone, e fece i soldi, anche. Ma se poi andiamo a vedere
come costruiva i suoi testi anche in quel periodo scopriremo che le sue
basi restavano sempre nel folklore anglosassone e africano-americano; non
le ha mai abbandonate, ci sono sempre, sono tutte lì. In realtà
Dylan si è solo rifiutato di fare il folk revival, ha fatto un’altra
cosa, ha seguito quello che già Bela Bartok sosteneva in Ungheria
negli anni ‘30. Bartok andava in giro a registrare musiche contadine, era
stato uno dei primi ad usare il registratore; diceva: “La musica popolare
è perfetta così com’è, anche un frammento di cinquanta
secondi non può essere migliorato, cambiato, è un capolavoro,
è perfettamente concluso in sé”.
Mentre nell’800 i musicisti rapinavano la musica popolare per migliorarla,
prendevano la musica dei gitani, la musica popolare russa e così
via e te la ripresentavano “bella” (e l’hanno fatto tutti, da Ciaikovsky
a Brahms a Dvorak, gli italiani un po’ meno, forse un pochino Bellini,
ma loro non avevano di questi problemi, era più la borghesia del
Nord Europa), Bartok dice: “No, è già bella; anche se a noi
sembra brutta, anzi è già perfetta”. Infatti nella sua musica
Bartok incorpora queste cose, ma senza dirti: “Adesso ti faccio sentire
il tema popolare”, a volte te lo sbatte lì, proprio brutalmente,
nella sua rozzezza, una rozzezza che, poi, in realtà, è musicalmente
raffinatissima. Ecco, Dylan, e senza fare paragoni, ha fatto un po’ lo
stesso: ha riportato nella musica rock, in una musica di largo consumo,
degli elementi di cultura popolare anche nella loro brutalità, senza
mitigarli per nulla; a volte questa cosa ha funzionato bene e lui è
riuscito, in qualche modo, a spiegarsi, a farsi capire; altre volte o non
c’è riuscito o non ci ha creduto abbastanza e si è perso
per strada, e però, poi, ha sempre recuperato. Dopo qualche anno
di smarrimento, tornava a quelle radici e sempre in modo diverso.
Tu fai quest’esempio stranissimo degli uomini della ferrovia…
Sì, riguarda una canzone di Blonde on Blonde in cui uno non penserebbe
di andare a cercare delle fonti folk: Stuck Inside of Mobile with the Memphis
Blues Again. Lì ci sono due versi che dicono: “Mona mi ha detto
di stare attento agli uomini della ferrovia perché ti bevono il
sangue come il vino”. Sono due versi che vengono da una ballata degli Appalachi
che Dylan aveva ascoltato in una versione del ‘27 o del ‘28, una ballata
stranissima, di cui nessuno è mai riuscito a capire il senso, che
si chiama “Vorrei essere una talpa sottoterra”, I Wish I Was a Mole in
the Ground; la cantava Bascom Lamar Lunsford, un avvocato che aveva fatto
ricerche di folklore nella sua zona e aveva inciso dei dischi, ma non era
un contadino né un mezzadro, né altro, era un folklorista
di provincia, con una bella voce e un bel modo di cantare. Comunque questa
canzone recita: “Vorrei essere una talpa e se fossi una talpa rosicchierei
tutta la montagna”, e aggiunge: “Poi devo stare attento agli uomini della
ferrovia perché ti bevono il sangue come il vino”. Ora, nessuno
ha mai capito cosa volesse dire. Molte delle ballate degli Appalachi sono
di origine inglese, però sono deformate, corrotte, perché
le cantavano i contadini poveri inglesi, emigrati in America durante il
‘700 e molti dei riferimenti che magari nell’originale erano religiosi,
legati al mondo dei demoni, degli angeli e così via, in America
si sono persi e sono rimasti riferimenti assolutamente misteriosi, di cui
non si può capire né il senso né l’origine.
Dylan è rimasto affascinato precisamente da questo mistero che
c’è nella musica popolare, dal fatto che la musica popolare, come
ha detto lui, non è affatto semplice, è complicatissima,
perché piena di miti, di leggende, di riferimenti alla Bibbia, a
eventi lontani come pestilenze, eccetera; un materiale misterioso e, oltre
tutto, resistentissimo ad ogni aggressione della modernità. Quando
lo accusavano di essere un traditore della musica folk, Dylan diceva: “La
musica folk non morirà mai, perché è fatta di cose
che niente e nessuno può distruggere”. In un certo senso aveva ragione:
non si tratta di qualcosa che bisogna salvare, che bisogna conservare,
ma di qualcosa che corre sotterraneamente e va per conto suo e prima o
poi viene fuori.
Bene, a un certo punto lui in questa canzone mette insieme quel verso,
“gli uomini della ferrovia ti bevono sangue come il vino”, con un altro
che dice: “Io non ci ho mai badato, però è vero, l’unico
che ho incontrato mi ha fumato le ciglia e si è messo la mia sigaretta
nel pugno” (“punch my sigarette” è un’espressione strana, potrebbe
anche voler dire “prendere a pugni una sigaretta, bucare una sigaretta”).
In realtà, cosa sta facendo Dylan? Ha creato una combinazione
d’immagini di provenienza diversissima: una che viene dalla ballata e quindi
chissà da dove, l’altra da un’osservazione su come il suo manager
teneva la sigaretta: Albert Grossman fumava con la sigaretta in mezzo al
pugno e il suo manager era chiaramente una figura di potere, uno che ti
succhia il sangue, in un certo senso.
È vero che il senso è molto nascosto, lo capiva solo
lui e quei pochi che stavano vicino a lui, ma questo non vuol dire, succede
anche con i mottetti di Montale: li puoi godere quando li leggi, ma tu
non sai quello che stanno dicendo perché Montale ha accuratamente
nascosto tutti i riferimenti alla sua vita privata. Questo è tipico
del modernismo poetico e Dylan ha fatto la stessa cosa, ha preso un riferimento
in una ballata arcana, l’ha messo insieme con un dettaglio personale abbastanza
oscuro e ha ricavato un’immagine che rende perplessi, perché si
passa nel giro di tre versi da quelli che succhiano il sangue a quelli
che mettono la sigaretta in un pugno.
Tutto questo per dire che lui non dice follie quando scrive testi apparentemente
surreali, assurdi e cose del genere; in realtà fa operazioni linguistiche
molto complesse, che ci vorrà molto tempo per dipanare. Praticamente
abbiamo appena cominciato perché, nonostante l’enorme quantità
di scritti su Dylan, la maggior parte si fermano assolutamente alla superficie;
bisogna conoscere le fonti nel blues, nel folklore degli Appalachi, della
Virginia, nel folklore inglese, altrimenti non ci arrivi o ti fermi, appunto,
alla superficie.
Ti sei occupato anche del rapporto di Dylan con la poesia...
Un’analisi delle parentele con la poesia americana mancava. Michael
Gray ha lavorato solo sui rapporti con la poesia inglese, trovando riferimenti
a William Blake, Lawrence, Browning, Eliot. Per esempio un lavoro su Dylan
e Ginsberg non è stato ancora fatto, malgrado fra loro ci sia stato
un costante rapporto; si sono conosciuti nel ‘63 e sono sempre rimasti
amici. Non è stato fatto neanche un lavoro sui rapporti con i classici
della poesia americana, Walt Whitman, Wallace Stevens, Carlos Williams.
Io credo di aver aperto qualche porticina. Nessuno si era mai accorto,
ad esempio, che c’è una strofa del Canto di me stesso di Walt Whitman
che assomiglia molto a Chimes of Freedom; dice quasi le stesse cose, anche
se con qualche significativa differenza. Nel quinto capitolo del libro,
dove parlo di All Along the Watchtower, ho messo a confronto il testo della
canzone con una poesia di Wallace Stevens che si chiama The American Sublime,
“Il sublime americano”, una poesia del ‘35, dove compare un verso quasi
uguale a uno di All Along the Watchtower (è quello che si riferisce
ai “barefoot servants”, ai servi scalzi). Con questo non voglio dire che
Dylan conoscesse la poesia di Wallace Stevens, può anche darsi perché
è abbastanza nota, ma poteva anche non conoscerla, non è
quello il punto, il punto è che ci sono degli echi linguistici che
trascorrono dalla poesia americana fino a Dylan e sono molto sottili. Che
Dylan, poi, sia una spugna è sempre stato detto: assorbe tutto,
è un istintivo, non è un intellettuale, non ti saprebbe spiegare
precisamente perché fa quello che fa, lo fa e basta; però
parla delle stesse cose di cui parlano i maggiori poeti americani: il senso
della natura, il senso del divino, il rapporto con l’enormità del
paesaggio americano. La domanda centrale di Dylan: “How does it feel?”,
(ossia: cosa si prova, che effetto fa, come ci si sente? – puoi tradurla
in tutti questi modi), è centrale anche nella poesia di Wallace
Stevens: “How does one feel?”, dice proprio The American Sublime, uno come
si sente davanti a quello che Wallace Stevens chiama “lo spirito vuoto
del paesaggio americano”, questo vuoto che è sempre da riempire.
È una domanda che ritorna; Wallace Stevens si chiede: “How does
one feel, how does one stand?” Come ci si sente, come ci si mette? E poi
questa domanda te la ritrovi in Like a Rolling Stone, del ‘65, all’inizio
del ritornello: “How does it feel to be without a home?”.
Qui, nel “without a home”, c’è un punto fondamentale dell’esperienza americana...
“Che effetto fa non avere una casa” appartiene all’esperienza americana,
perché l’America è stata fatta da gente venuta dall’Europa
o dal resto del mondo, che la casa deve trovarsela, deve ricostruirla:
“with no direction home”, non c’è modo di tornare a casa, ormai
quella strada è chiusa, c’è di mezzo l’oceano, cioè
devi reinventarti tutto e devi imparare a vivere sulla strada. Ecco, la
strada è l’esperienza americana e questo l’aveva detto D. H. Lawrence
nel ‘23; nei suoi Studies in Classical American Literature, che è
un bellissimo libro, scritto alla sua maniera, quindi per molti aspetti
inaccettabile perché aristocratico, vitalista, antidemocratico,
che dice: io non sopporto il populismo americano, il pietismo americano,
non sopporto l’idea americana della democrazia a tutti i costi, ma quello
che mi piace in Walt Whitman è l’idea che alla fine gli americani
s’incontrano. Dove? On the road, sulla strada, perché quella è
l’esperienza americana.
E quella è anche l’esperienza di cui Dylan parla in Like a Rolling
Stone. Si pone perfettamente nel solco della grande tradizione politica
americana.
Ma i critici hanno preso in esame l’opera di Dylan?
Poco. È stata analizzata da Christopher Ricks, che è uno
dei pochi critici letterari che si occupano di Dylan. Ricks è inglese
ed è professore di letteratura inglese alla Boston University, ha
pubblicato un’antologia di letteratura inglese per la Penguin, conosce
perfettamente la storia della poesia inglese e americana e ha quel senso
della profondità della lingua che molti critici non hanno. Ricks
ha fatto parecchie conferenze su Dylan, ma purtroppo non le pubblica; io
ho imparato moltissimo da quel poco che lui ha scritto su Dylan; ho citato
quasi tutto, è stato veramente un tesoro per me. Ecco, per esempio,
Ricks in Don’t Think Twice, It’s All Right ha fatto notare l’uso di “kind
of” nel verso “You kind of wasted my precious time”. Nella prima versione,
questo sono andato a vedermelo io, non c’è “kind of”. Dylan dice
solo: “You just wasted my precious time”, (“hai sprecato il mio tempo prezioso”)
e solo più tardi aggiunge questo “kind of” che si potrebbe tradurre
con “diciamo che hai sprecato il mio tempo prezioso”, il che rende tutto
molto più vago e più sprezzante anche. Bene, Ricks ha trovato
che il primo ad usare “kind of” è stato un poeta degli inizi del
1800, un poeta americano, che aveva scritto circa questo verso: “I kind
of love you, Sal, I wow”, cioè: “Sally, ti giuro che più
o meno ti amo”,
“Ti giuro che ti amo, più o meno”. Questo è già
un verso di Dylan, ed è un verso che nessun poeta europeo allora
avrebbe mai scritto. Nel 1804 nessuno in Europa, né Foscolo né
Keats, o anche Hölderlin poteva scrivere: “Guarda, ti giuro che più
o meno ti amo”! Questo solo un americano poteva scriverlo, perché
solo lì c’è quel tipo di mobilità sociale che fa sì
che i rapporti non possano mai essere definitivi. Non si può giurare.
Ecco, un americano può scrivere “I kind of love you” nel 1804. E
queste cose, con rispetto a Dylan, le sa soltanto Christopher Ricks. Ricks
ha anche fatto delle conferenze su The Lonesome Death of Hattie Carrol
sostenendo che è la più grande canzone di Dylan.
Se ricordo era anche una canzone basata su un fatto vero, di protesta sociale…
E però com’è raccontata!
A questo proposito, all’inizio tu dicevi dell’arte
di Dylan di capovolgere i tempi…
Infatti! Questo è un caso esemplare. “William Zanzinger killed
poor Hattie Carroll”: tutta la storia è detta nel primo verso. Phil
Ochs l’avrebbe messa nell’ultima strofa, avrebbe prima raccontato la storia
di uno, dell’altro, avrebbe fatto il romanzo. Dylan altera tutti i tempi.
Ma anche in Only a Pawn in Their Game: se tu metti a confronto la ballata
scritta da Phil Ochs e la canzone di Dylan, vedi che il primo costruisce
tutta la storia come un articolo di giornale mentre Dylan ti dice già
nel primo verso quello che è successo: “A bullet from the back of
a bush took Medgar Evers’ blood”; “un colpo sparato da dietro una siepe...”,
dopodiché discutiamo. In The Lonesome Death of Hattie Carroll è
la stessa cosa, te lo dice subito, tutto il resto è una ricostruzione
a posteriori della vicenda con quest’uso tremendo delle rime, sul quale
ha insistito Ricks. Addirittura una rima equivoca ripetuta tre volte, cioè
“table, table, table”: “And never sat once at the head of the table / And
didn’t even talk to the people at the table / Who just cleaned up all the
food from the table…” e così via. Ripeto: per Ricks è la
più grande canzone di Dylan. Addirittura ha detto che Dylan non
dovrebbe neanche più cantarla e lasciarla così com’è.
E da un punto di vista musicale?
Tutte queste cose emergono anche dalla musica e dalla voce; anzi, direi,
innanzitutto dalla musica e dalle fonti musicali come lui le ha elaborate.
Per esempio Highlands che chiude Time Out the Mind, dura diciassette minuti
e parte con un riff che Dylan dice di aver preso da Charlie Patton, uno
dei primi cantanti blues, quello che ha una voce assolutamente bronzea
e sembra una statua che canta e fa un blues apparentemente semplicissimo,
in realtà incredibilmente complesso. Nessuno ha trovato in quale
canzone di Charlie Patton ci sia il riff usato da Dylan; può darsi
che lui se lo sia sognato, però il fatto che dica: “Ho preso l’idea
da Charlie Patton” è comunque importante perché ci dice che
le sue fonti sono sempre quelle, sono sempre lì, lì dove
è nato quell’universo artistico.
D’altra parte sono ormai quasi dieci anni che Dylan praticamente ha
abbandonato il rock, lo suona solo quando deve eseguire le sue canzoni,
ma dal ‘92 in qua è come se avesse messo in moto una macchina del
tempo: è tornato sempre più indietro, prima del rock anni
‘60, prima di Elvis Presley addirittura. In realtà fa una musica
di sua invenzione sia quando interpreta se stesso, sia quando interpreta
canzoni di altri che inserisce nel repertorio. Per esempio sono vari anni
che canta canzoni degli Stanley Brothers, uno dei gruppi storici della
musica country, ma non del country delle pianure, bensì di quello
delle montagne, che è un po’ diverso e ha molti toni religiosi anche,
di una religiosità popolare, non dottrinaria, un country mescolato
anche con il bluegrass, quindi con una musica, se vuoi, più nervosa,
meno rilassata. Basta sentire un disco degli Stanley Brothers e si capisce
benissimo la differenza da Hank Williams, dalla tradizione del country
del Tennessee, dell’Alabama, degli stati del Sud.
Ora, queste canzoni degli Stanley Brothers, "Halleluiah, I’m Ready
To Go", "Thomas, I’m the Man", e tante altre - Dylan le canta come se lì
ci fosse il senso del mondo; e sono canzoni uscite alla fine degli anni
‘40, prima dell’impatto della modernità, prima dello spartiacque
degli anni ‘50, quando la modernità arriva un po’ dappertutto. Addirittura
Dylan recupera canzoni della Carter Family, che è degli anni ‘30,
per non parlare dei blues di Muddy Waters.
Ecco, quel sound che lui ha creato io l’ho chiamato “rockabilly trascendentale”;
è la musica che c’era prima del rock and roll, prima che il rock
and roll diventasse il rock.
Ma che cos’è il rockabilly?
Quando Elvis incise i suoi primi dischi, il rock and roll non era ancora
un fenomeno di massa, fu Elvis Presley a farlo diventare tale; all’inizio
Elvis Presley era un ragazzino di diciannove anni che faceva il camionista
e cantava nei locali della periferia di Memphis e dintorni, era anche lui
affascinato dal blues, dai cantanti neri e cercava d’imitarli. La musica
che faceva Elvis Presley, ma anche Johnny Cash e gli altri, non era ancora
rock and roll, era rockabilly, così per lo meno lo chiamavano: era
rock più Hillbilly, la musica, se vuoi, dei burini di campagna.
Ora, quella musica dei burini di campagna ha cambiato il mondo, perché
poi è diventato rock and roll, è diventato quello che sappiamo.
Ecco, a Dylan interessa quella musica nel suo momento originario; lui ha
una tale fede in quella musica che a volte fa delle affermazioni che lasciano
molto perplessi; tempo fa produsse un disco di canzoni in omaggio a Jimmie
Rodgers, che fu, se non il più grande, il più famoso cantante
country degli anni ‘30-‘40, il cosiddetto frenatore cantante, perché
era un ferroviere e faceva il frenatore di treni; ebbene, nelle note di
copertina del disco Dylan scrisse che Jimmie Rodgers è una delle
luci del XX secolo.
Ovviamente tu resti un poco sconcertato perché pensi che le
luci del XX secolo siano, che so, Albert Einstein o Igor Stravinsky, non
necessariamente Jimmie Rodgers, però se poi pensi, ed è quello
il punto di vista di Dylan, che da quella musica deriva tutta la musica
che metà del pianeta ascolta, allora forse cominci a dire: comunque
sia, è vero che questi hanno cambiato il mondo. Di certo loro non
lo sapevano; Robert Johnson certamente non avrebbe mai immaginato, quand’è
morto all’età di ventisei anni, che ai tempi nostri la gente sarebbe
stata in adorazione per quei trenta pezzi che lui incise e che sarebbero
stati rifatti da musicisti di mezzo mondo; Jimmie Rodgers non poteva immaginare
che dal modo con cui lui trattava la musica country, con qualche influsso
nero qua e là, sarebbero venuti fuori Elvis Presley e compagnia
a seguire.
E quando è morto Jerry Garcia Dylan ha scritto un epitaffio
che diceva: “Era una figura gigantesca, perché riassumeva tutto
quello che alle sue origini è un fiume di fango e che si alza fino
alle sfere”; e quando dice “sfere” intende la musica delle sfere, il senso
cosmico della musica, la ragione per cui un contadino del Mississippi o
un minatore del Kentucky prendono in mano la chitarra e cantano: perché
sentono qualcosa che arriva loro dall’universo; esattamente come Dylan
sentiva qualcosa che gli arrivava dall’aria quando aveva quindici anni
e ascoltava di notte la radio in casa sua e arrivavano i segnali dalle
radio di Kansas City o addirittura della Louisiana, che nel Nord degli
Stati Uniti si potevano sentire solo di notte…
Incredibile questa cosa della radio che lui sentiva solo la notte, quando le altre trasmissioni tacevano…
Dylan ha parlato di questo aspetto magico della radio. Se tu accendevi
la radio di notte ti arrivavano queste musiche che intorno a lui non esistevano.
Hibbing, infatti, dove Dylan è cresciuto, è una città
mineraria dove trovi tutte le razze e le nazionalità del mondo,
tranne i neri; è una città creata dagli emigrati del Nord
Europa, come un po’ tutta la zona Nord degli Stati Uniti, e ci sono tedeschi,
svedesi, scandinavi, norvegesi, ebrei russi, come la famiglia di Dylan,
che veniva un po’ dalla Lituania e un po’ dalla Crimea, e poi i greci,
gli italiani, eccetera, ma i neri non ci sono, per cui l’unico modo per
conoscere quella parte del mosaico americano era la radio.
È stato proprio Dylan a dire che quando, per la prima volta,
ha sentito alla radio Muddy Waters che cantava Hoochie Coochie Man, è
stata un’assoluta folgorazione, perché quella cosa lui non l’aveva
intorno a sé, arrivava attraverso questa scatola, di notte. L’effetto
di quella folgorazione non lo ha mai abbandonato; l’ha spinto addirittura
a inventarsi delle balle, a inventarsi di aver conosciuto tutte quelle
persone, di aver viaggiato per tutti gli Stati Uniti, balle che Dylan raccontò
arrivando a New York.
Ma nessuno l’ha mai smascherato?
L’aspetto interessante – e l’ho rilevato io, non l’aveva detto nessun
altro – è che quando lui raccontava, per esempio, che aveva conosciuto
Big Joe Williams a Chicago, o anche altri personaggi, e non era vero ovviamente
(lui era stato sempre lì a Hibbing, aveva fatto la scuola superiore,
in fondo era un bravo ragazzo, e non c’era nulla di particolarmente trasgressivo
nella sua vita fino a quel punto), ebbene, questi qua, venendo a sapere
delle balle che lui aveva raccontato su di loro, gli davano credito, dicevano
che erano vere. E certamente gli faceva anche gioco dire: “Sì, sì,
è vero, io Dylan l’ho conosciuto, come no”, però credo che
il fatto che nessuno abbia mai protestato, denunciando l’uso del proprio
nome, si spieghi con un aspetto particolare della cultura nera, che è
quello di raccontare miti su se stessi. Era la borghesia bianca a protestare:
“Ma tu ci hai raccontato una balla, non era vero che tu ecc. ecc.”. Ma
Dylan si era talmente identificato con quello storytelling, con quel modo
di costruire se stessi, che gli altri non soltanto gli davano ragione,
ma peggioravano la cosa; Big Joe Williams ha raccontato, anche molti anni
dopo: “Sì, ma io Dylan l’ho conosciuto a Chicago che era un bambino”,
il che era assolutamente impossibile.
Hai citato Jerry Garcia, il leader dei Grateful Dead; loro hanno fatto questo tour insieme negli ultimi anni. Qual è il legame che si era creato fra loro?
Tra Dylan e Jerry Garcia c’era un legame molto personale. Nel 1987 Dylan
era in un momento di grande crisi e, infatti, il loro tour era pessimo
sotto molti punti di vista, perché avevano provato, ma non avevano
trovato un vero accordo. Dylan in quel momento non era in grado di dare
indicazioni su cosa veramente volesse fare, per cui il gruppo gli andava
dietro, ma non sapeva veramente cosa stesse facendo; e infatti Garcia,
con tutta la simpatia che aveva per Dylan, disse: “Non è un musicista,
è un’altra cosa, Dylan non è veramente un musicista, è
lui e va bene”. E però per Dylan è stata un’esperienza importante
perché era molto in crisi rispetto a se stesso e a come doveva presentarsi
in pubblico; erano anni, infatti, che andava in giro con grossi gruppi,
con le coriste e tutto quanto, ultimamente con Tom Petty and the Heartbreakers,
ma si vedeva che non era contento.
Io l’ho visto nell’87 con Tom Petty, qui a Milano, è stato un
concerto piuttosto penoso, perché il gruppo era ottimo, ma lui non
c’era: arrivava, cantava, ma pareva non gliene importasse molto; bisogna
dire anche che Tom Petty and the Heartbreakers erano troppo bravi, nel
senso che non gli lasciavano spazio, non per colpa loro, ma perché
sono un gruppo estremamente professionale, non gli lasciavano quel tipo
di spazio di cui lui ha bisogno, che è lo spazio anche dell’improvvisazione,
del non sapere bene cosa succederà nel minuto che viene. In quella
situazione il tour con i Grateful Dead gli servì perché,
lo disse lui stesso, ritrovò fiducia nelle sue canzoni e capì
che doveva ritrovare il coraggio di presentarsi da solo di fronte al pubblico,
senza più vestirsi con robe assurde (che poi andava a scegliersele
lui, nessuno gliele faceva mettere), che sembravano prese da un film di
fantascienza di serie B, e senza mettersi trucchi pesanti; il glamour lo
fai quando hai vent’anni, non quando ne hai quarantacinque.
Così, anche grazie a Jerry Garcia, si fermò in tempo
prima di avviarsi sulla strada dell’ultimo Miles Davis, quello di Doo-bop,
che vuole impressionare un po’ pateticamente i ragazzi che ascoltano il
rap. Quando Dylan è ritornato a suonare l’anno dopo, ha iniziato
un tour, lui e un trio, chitarra, basso, batteria e basta; niente trucco,
niente coriste, niente di niente; gli spettacoli più nudi che lui
avesse mai fatto, e infatti erano bellissimi. Aveva davvero ritrovato grinta
ed era accompagnato da un chitarrista eccezionale, G. E. Smith. Purtroppo
temo che nella tournée ci si sia messo di mezzo l’alcool, per cui
nei due-tre anni successivi la voce si era deteriorata, ma quell’intuizione
avuta nell’88, che la gente andava a sentire lui, non a vedere lo show,
era rimasta: lui doveva avere il coraggio di presentarsi per quello che
era. Tutto sommato è così che si presenta ancora oggi, e
dal ’92 non ha fatto che migliorare: Dylan fa solo canzoni, non fa nient’altro,
ha scelto di fare una musica da camera, sostanzialmente.
Negli anni ‘90, poi, ha preso a rallentare i tempi: allunga le canzoni,
fa assoli di chitarra. Ecco, credo che anche lì ci sia stata l’influenza
di Jerry Garcia. Sapete che l’idea dei Grateful Dead dal vivo è
quella di dilatare la canzone più che si può, di tirar fuori
tutto quello che si può da due, tre accordi, che, poi, è
la stessa cosa che, al di là delle sue follie, faceva Miles Davis
negli anni ‘70, creando strutture estremamente dilatate in cui improvvisare
su un accordo per venti minuti. C’è, in effetti, una linea che unisce
Dylan, Miles Davis e i Grateful Dead: tutti hanno cercato di tirare fuori
tutto il possibile da strutture semplici.
Così anche Dylan si è messo a fare assoli di chitarra.
I suoi non sono belli, ma non sono fatti per essere belli (per quello lui
avrebbe chitarristi bravissimi), lui spesso vuole proprio imbruttire un
po’ il tema, è come se dicesse: “Guardate che questa cosa qui non
deve essere fatta troppo bene, adesso vi faccio vedere io come si fa a
farla male”. Infatti certe volte usa la chitarra sotto tono, come se fosse
un po’ scordata, altre volte - e questo me l’ha proprio detto Baxter che
ha suonato con lui - comincia volutamente in un’altra tonalità,
cioè stonando e poi, pian piano, arriva a quella giusta. Perché
fa questo? Beh, un po’ perché magari non ci sta pensando, un po’
perché lo fa apposta di inserire il granello di sabbia nel meccanismo.
Infatti Baxter mi diceva che quando stonava si guardava in giro come per
dire: “Cosa ho fatto! Vi ho fregato, voi credevate…”. Ma devo dire che
con la sua ultima band non ha nemmeno bisogno di queste durezze. Ora è
arrivato al di là del suonare bene o male.
C’è una fascinazione soprattutto nella voce, che ti prende, sembra abbia qualcosa di subliminale. Cos’ha la sua voce?
Sì, ogni voce è unica e quindi per dire che cosa la differenzia
da un’altra bisognerebbe avventurarsi in descrizioni che sono sempre manchevoli.
Certamente la voce di Dylan è speciale: nel libro dico che non è
bianca e non è nera; Wilfrid Mellers l’ha definita come black jewish
e white amerindian, cioè una mescolanza di nativo, ebraico, bianco,
nero, un frutto quindi di tantissimi influssi. Ma quello che rende Dylan
unico, è che lui non ha una voce, ne ha tante. In genere i cantanti
non hanno tante voci, ne hanno una, per quanto bella, ricca, mobile, è
quella insomma; Dylan no, è come se avesse più registri vocali,
ha cantato in 5 o 6 registri vocali diversi. Nel ’60, nei pochi bootlegs
che ci sono delle primissime registrazioni, si sente una voce abbastanza
dolce, un po’ come quella di Nashville Skyline. Poi, dopo che sente Woody
Guthrie, e che lo sente parlare, gli viene la voce di Woody Guthrie, ma
non quella del Guthrie dei dischi, ma quella di Guthrie ammalato, e che
parlava ansando. E come se Dylan fosse rimasto colpito da quella voce,
perché quando canta comincia a mangiarsi le parole, spesso la sua
pronuncia è strana, è modificata, è distorta. Questa
è una cosa che Woody Guthrie non faceva mai, perché era estremamente
limpido quando cantava, aveva il suo accento, quello dell’Oklahoma, però
non è che non volesse far capire le parole, tutt’altro. Invece sembra
che Dylan voglia riprodurre la voce un po’ moribonda del Woody Guthrie
ammalato.
Poi nei The Basement Tapes, del ’67, a volte canta come il vecchietto
del west in Ombre Rosse, ma con un tono impercettibilmente ironico, come
dire: ti sto facendo questa voce perché devo farti capire delle
cose per cui non ci sono le parole.
C’è un incredibile pezzo del ’67, intitolato Sign on the Cross,
(purtroppo inedito perché alcune delle cose di Dylan, anche delle
più belle, non sono ancora disponibili; il testo c’è nel
libro delle Lyrics, ma la musica ufficialmente non è mai uscita),
che è una canzone-monologo di qualcuno che guarda una croce cristiana
e che si dice: “Io sono perplesso dal segno che c’è su questa croce,
non so cosa pensare del segno che c’è su questa croce; questo vecchio
segno mi tormenta...” e così via. Puoi interpretare questa canzone
come vuoi; può essere la domanda che si fa un ebreo rispetto al
cristianesimo: l’ebraismo, il messianismo, la figura del Cristo, sono stati
temi fondamentali per Dylan. Però, ecco, ancor prima c’è
il fatto che lui canta, o recita, questa canzone con la voce diciamo da
burino. È una voce che ha usato rarissime volte; è come se
dicesse: guarda, il personaggio che sto interpretando in questo momento
è il contadino dell’Alabama davanti al mistero della religione;
te lo faccio non con la mia voce, ma con la sua.
Voglio dire che lui, in realtà, è un attore, uno che
interpreta vari personaggi; è come certi attori che riescono a modificare
la voce. Quando canta I Believe in You, una canzone del ’79, dove dice:
“They’’d like to drive me from this town”, e poi “mi cacciano di casa perché
credo in te”, ecco, a prescindere se la canzone sia per una donna o per
Gesù Cristo, non si sa, di certo lui sta interpretando un personaggio,
sta interpretando il personaggio del perseguitato religioso; ha deciso
di entrare in quell’anima e ci entra, e ci crede pure, una volta che ci
è entrato, perché Dylan va per ossessioni, per immersioni
totali.
C’è anche, mi sembra in Highway 61, quel modo di cantare molto nasale: che cosa voleva dire?
Quella è la voce del ’65, è il suo modo di cantare il
blues. Highway 61 Revisited in fondo è un blues, abbastanza modificato,
ma è un blues. Lì Dylan tira fuori un archivio di voci,
di inflessioni diverse, gutturali, molto nasali, esattamente il contrario
di quello che un cantante dovrebbe fare. Un cantante non dovrebbe cantare
col naso, perché tutti i suoni diventano monotoni. Però moltissima
musica popolare viene cantata attraverso il naso perché fai meno
fatica: se canti di gola ti stanchi, se canti di naso puoi andare avanti
ore. Quindi è un’inflessione vista come una bestemmia dai maestri
di canto, ma usata tranquillamente in tantissima musica popolare.
C’è una vena di anti-intellettualismo in Dylan?
Ma l’anti-intellettualismo fa parte della cultura americana. Chiaramente
Dylan è un anti intellettuale, e però l’anti-intellettualismo
in America è una corrente intellettuale, non è un’aggressione
rispetto alla cultura americana, qualcosa che venga da fuori. In America
c’è un proverbio che dice: “Chi sa fa e chi non sa insegna”. È
una forma di disprezzo, di presa in giro del sapere accademico: se tu davvero
sai fare una cosa la fai, non insegni ad altri come farla. L’anti-intellettuale
dice: “Non mi interessa crearmi una cultura, mi interessa fare delle cose
e nel farle userò la cultura che trovo, mi adatterò ad essa,
la modificherò…”.
Per chi entra in quest’ottica dell’anti-intellettualismo l’essenziale
è non avere pudori o gerarchie, il che, poi, non significa non fare
opera di cultura, bensì mettere l’accento sul fare e non sul pensare
o
sul sapere esattamente cosa si sta facendo. D’altra parte grandissimi registi
o scrittori americani non erano degli intellettuali…
Dylan, quando continuavano a chiedergli che messaggio c’era nelle sue
canzoni, una volta disse: “La prossima volta invece di fare un concerto
metto in scena trenta postini che vi porteranno tutti i messaggi che vorrete”.
Però, l’origine di questa battuta è, se non vado errato,
Billy Wilder: “Se volete il messaggio, andate all’ufficio postale, che
ne trovate”. E Billy Wilder è un regista raffinatissimo, solo che
non gli interessa assolutamente presentarsi come tale.
Comunque il rapporto di Dylan con la cultura scritta, diciamo così,
con la letteratura, la poesia, è sempre stato conflittuale. Sono
rimasto sorpreso nel sapere che nel ’93 la rivista “Rolling Stone” aveva
fatto un’inchiesta presso i vari musicisti rock chiedendo loro chi fossero
i loro scrittori preferiti. La risposta di Dylan fu piuttosto singolare:
per primo fece il nome di Tacito, poi quelli di Tolstoj e Checov. Ora,
passi per questi ultimi, ma Tacito? Voglio dire, non ti può venire
in mente se non l’hai letto. Questo vuol dire che le sue letture sono più
complicate di quello che possiamo pensare. Si sa che legge libri religiosi,
la Bibbia regolarmente; altrettanto regolarmente, pare, legge Shakespeare.
Quindi è un lettore abbastanza appassionato, ma come tutti gli autodidatti
in genere legge i classici. L’autodidatta non è stato rovinato dalla
scuola o da una certa comunità di intellettuali, poeti o professori,
dove si finisce per leggere i libri dei colleghi perché poi bisogna
recensirli in cambio della recensione dei propri. Ecco, l’autodidatta,
siccome non ha di questi problemi, va dritto ai classici e capisce quello
che capisce. In un certo senso rimane sempre un po’ un adolescente che,
se deve leggere della poesia, non legge il libro dell’ultimo poetucolo,
legge Baudelaire o Leopardi o Whitman. Dylan è rimasto un autodidatta,
quindi abbastanza vergine. E allora puoi trovarlo a leggere Tacito, oltre
a Shakespeare e alla Bibbia.
Tutt’altro discorso per la musica degli anni ’20 e ’30: quella la conosce
assolutamente alla perfezione. Del resto lo dicevano i musicisti che hanno
suonato con lui, che conosce migliaia di canzoni a memoria. Il blues del
Delta, il blues rurale, il country, sono cose che lui veramente conosce
alla perfezione.
Tu dedichi un intero capitolo del tuo libro a Blind Willie McTell. Perché?
Ci sarebbe tantissimo da dire su quella canzone, partendo dal fatto
più ovvio, e cioè che Dylan non ha voluto pubblicarla per
9 anni. L’ha scritta nell’‘83, non l’ha inclusa nel disco Infidels, ne
aveva fatto due versioni e non ha voluto metterla, e poi alla fine ha messo
una delle due versioni nel cofanetto del ‘91, The Bootleg Series Vols 1-3.
È una decisione incomprensibile, perché quella era la più
bella canzone del disco, non c’è il minimo dubbio. Perché
non l’ha messa? Perché non ci ha lavorato sopra? Greil Marcus ha
scritto che, essendo troppo bella, in quel disco avrebbe oscurato tutte
le altre. Che un po’ è vero, ma lui lo dice in un altro senso: Infidels
era pieno di canzoni di protesta, perché la gente si aspettava quello
da Dylan; c’erano canzoni come Man of Peace, Union Sundown, canzoni, cioè,
dove si dice che la guerra è cattiva, che il capitalismo è
cattivo, tutto quello che la gente si aspettava che Dylan dicesse. Invece
Blind Willie McTell è tutta un’altra cosa, è come se dichiarasse
che le canzoni di protesta non hanno capito niente. Penso che Marcus un
po’ avesse ragione.
Quello che poi ho cercato di dire nel libro è che Blind Willie
McTell si confronta non solo con la fine dei tempi, ma con la fine di un
mondo, con la fine di una tradizione, di quel mondo che ha generato il
blues, il country, il rock and roll, che ha davvero cambiato il mondo perché
ne ha cambiato l’orizzonte artistico. E probabilmente con quella canzone
Dylan si stava chiedendo: primo, che rapporto esiste ancora con quella
tradizione; secondo: che diritto aveva di continuare a cantarla, di portarla
avanti, di ritenersi in qualche modo un seguace di quella tradizione. Infatti
poi, per tutti gli anni ’80, fino a quell’illuminazione degli ultimi concerti
dell’87, Dylan ha cercato di fare la rockstar, cosa che prima non aveva
mai fatto; e ha lottato molto tempo prima di ammettere che quello non era
il suo ruolo, che lui doveva fare un’altra cosa, che lui in realtà
è l’erede di Blind Willie McTell, che lo voglia o non lo voglia.
Ormai è così, perché non c’è nessun altro che
fa quelle cose. Con tutto il rispetto che si può avere per Eric
Clapton, Dylan è un’altra cosa; a Dylan è come se qualcuno
avesse messo una mano sulla spalla e avesse detto: “Adesso vai avanti tu”.
Né Clapton, né Van Morrison hanno avuto questo tipo di investitura.
Dylan l’ha avuta, e non è una cosa leggera. Credo che quando lui
ha scritto Blind Willie McTell se ne sia reso conto e ne abbia avuto paura,
così ha messo da parte la canzone, ha fatto finta di non averla
mai scritta o che non fosse importante. Per molto tempo non l’ha mai cantata
infatti; ha cominciato a cantarla in pubblico solo nel ‘97.
Viene in mente Coleridge che non voleva pubblicare Kubla Khan, perché
non la considerava importante e sono stati gli altri, i lettori, i critici,
a dirgli: “Guarda che questo è un capolavoro”. Succede. Credo che
Dylan si sia trovato precisamente nella condizione di dire: “Ho scritto
questa cosa, ma non so cosa farmene, non so come usarla”. Invece aveva
scritto un capolavoro.
Concludiamo con un aspetto secondario, la sua amicizia con Johnny Cash, che fece tanto discutere… C’era anche un intento provocatorio verso il suo pubblico?
Mah, no! Guarda che Dylan aveva una vera e propria adorazione per Johnny
Cash. Intanto Johnny Cash l’aveva appoggiato ai tempi del primo disco,
nel ‘62, che aveva venduto molto poco, 5000 copie: tante per un folk singer,
ma poche per la Cbs. E questa era pronta a segarlo. Fu Johnny Cash a intervenire
a difenderlo.
Poi, attenzione: Johnny Cash non era fascista, come si diceva da noi
all’epoca; Johnny Cash era completamente pazzo e lo è rimasto. Ho
letto una biografia di Johnny Cash e veramente era un violento, uno schizofrenico,
ma veniva da una tragedia familiare che l’aveva traumatizzato per tutta
la vita. La sua era una famiglia poverissima di agricoltori del Tennessee,
proprio white trash, quella che viene detta “spazzatura bianca”, al fondo,
cioè, della scala sociale; aveva un fratello che all’età
di 12-13 anni era morto nella maniera più orrenda, tranciato da
una sega elettrica, e dopo una settimana di terribile agonia. Johnny Cash
si è sempre sentito responsabile perché non era lì
con suo fratello quando era successa la disgrazia; di quel senso di colpa,
anche se in realtà non aveva alcuna responsabilità, non se
ne liberò più.
Dopodiché Cash fece i lavori più strani, senza minimamente
pensare di diventare un musicista; fece anche il decifratore di messaggi
segreti per l’esercito americano durante la Guerra Fredda, perché
era soldato in Germania: decifrò per primo l’annuncio della morte
di Stalin; sì, Johnny Cash fu il primo in Occidente a sapere che
Stalin era morto. In America era costantemente povero in canna, e cominciò
a suonare per raggranellare due soldi; inizio così a scrivere canzoni.
Il problema di Johnny Cash è che lui ha scritto 15 grandi canzoni,
e poi basta. Ha esaurito tutta la sua creatività nei primi due-tre
anni, dopo non ha fatto nient’altro che continuare a riprodurre quelle
canzoni, mettendoci altre cose che comunque non erano allo stesso livello,
o a suonare canzoni di altri. Il suo grande periodo era stato quello. Per
il resto lui era completamente matto, era animato da una furia incredibile
contro il resto del mondo. Andava in giro a suonare, dopodiché sfasciava
regolarmente le camere degli alberghi. Senza alcun motivo; proprio prendeva
i mobili e li gettava in strada. Era pericoloso avvicinarsi a Johnny Cash,
anche perché era costantemente sotto anfetamina. Molto peggio di
Dylan. Lo si vede in Don’t Look Back, il film della tournée del
‘65, quando Cash raggiunge Dylan a Londra, quindi molto prima di Nashville
Skyline: sono lì a provare una canzone assieme e Johnny Cash ha
l’aria di uno che sta per morire da un momento all’altro, completamente
fatto. E poi è stato in prigione per spaccio di droga, per uso di
qualunque cosa. Col tempo è sopravvissuto, perché poi è
un omone grande e grosso, insomma ce l’ha fatta.
Comunque non era un fascista. Tra l’altro è parzialmente di
razza indiana; ha dei tratti Cherokee, ne ha anche il fisico. Infatti una
delle cose che lui ha sempre fatto è stato di intervenire in difesa
dei diritti degli indiani. Sulla guerra del Vietman credo anche che lui
abbia fatto delle dichiarazioni non completamente a favore. L’idea che
Johnny Cash fosse fascista nacque perché noi, ignoranti com’eravamo,
pensavamo che tutta la musica country fosse di destra. Mentre la musica
country è il liscio. È molte altre cose, naturalmente, ma
è anche l’equivalente del liscio; e non tutti quelli che facevano
il liscio erano democristiani o fascisti. Spesso, sto parlando dell’America,
era gente ignorantissima, venivano dalla campagna, non si consideravano
nemmeno degli artisti. Johnny Cash era uno che sostanzialmente cercava
di sopravvivere. E adesso, sì, è diventato un po’ il monumento
di se stesso, ma sai non era gente che allora pensava di diventare ricca
e famosa.
C’è un disco che si chiama The Million Dollar Quartet, che è
una jam session di Carl Perkins, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis. Nella
foto in copertina c’è anche Johnny Cash. Ma lui non c’è nel
disco, perché mentre gli altri suonavano, era andato fuori a mangiare.
Questo per dire che allora non pensavano che sarebbero diventati quello
che sono diventati. Ecco, mentre lui è andato a mangiare gli altri
hanno inciso un intero disco. E poi siccome li avevano fotografati tutti
e quattro c’era anche lui in copertina.
Sì, Dylan aveva un’adorazione nei confronti di Johnny Cash e
questi ammirava moltissimo Dylan. Ma ciò era vero fin dai primi
anni ’60. In un periodo in cui Bob Dylan era un po’ perplesso rispetto
alla direzione che voleva prendere, Johnny Cash fu per lui un punto di
riferimento, una specie di ancora di salvezza. D’altra parte Cash aveva
voluto lui nel suo programma televisivo del 1969, non Ramblin’ Jack Elliot,
anche se era il pupillo di Woody Guthrie. Malgrado Dylan chiaramente non
fosse il classico cantante country da portare a una tv di Nashville, Johnny
Cash volle assolutamente lui...
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