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Solo la morte m'ha portato in collina... di Michele Murino |

Fabrizio Cristiano De Andrè
nasce il 18 febbraio del 1940 a Genova Pegli ma deve presto trasferirsi
con la famiglia (la madre Luisa Amerio, il fratello Mauro e le due nonne)
a Revignano D'Asti, paesino della Val Ciresa, allo scoppio della Seconda
Guerra Mondiale, anche se suo padre, antifascista, non è con lui
essendo costretto a fuggire dandosi alla macchia per evitare l'arresto.
Tornato a Genova alla fine della
guerra, Fabrizio frequenta il ginnasio poi il liceo classico Cristoforo
Colombo e si iscrive all'Università abbandonandola prima di laurearsi
in Giurisprudenza.
Nel giovane De Andrè nasce
la passione per la musica, in particolare per quella dei cantautori francesi
come Georges Brassens, i cui dischi venivano portati dalla Francia dal
padre di Fabrizio. Notevole influenza su di lui ha anche la musica trobadorica
medioevale
Durante il periodo degli studi
universitari questo suo amore nei confronti della musica si fa sempre più
forte grazie anche agli amici che Fabrizio frequenta presso il cabaret
di Genova chiamato La borsa d'Arlecchino. De Andrè è un assiduo
frequentatore del cabaret ed è proprio lì che egli fa il
suo esordio in un complesso a cavallo tra gli anni 50 e 60. Suona chitarra
e violino in concerti jazz e folk.
Nel 1960 viene pubblicato il 45
giri con "Nuvole Barocche" sul lato A e "E fu la notte" sul lato B. E'
il primo disco di Fabrizio, molto distante, in quanto a stile, voce e caratteristiche
delle liriche, rispetto a quello della maturità che gli permise
di imporsi all'attenzione di pubblico e critica a partire dalla fine degli
anni '60 fino alla sua prematura scomparsa.
"Nuvole barocche" ha un arrangiamento
ridondante ed un testo molto suggestivo per quanto lontano dal linguaggio
popolare che caratterizzerà i grandi successi di Fabrizio. Anche
la sua voce, impostata, quasi da cantante confidenziale, in questi primi
tentativi è a metà strada tra la classica canzone italiana
degli anni 40/50 ed un incerto accenno a sfumature cantautorali.
Poi un'altra giornata di luce
poi un altro di questi tramonti
e portali colonne fontane.
Tu mi hai insegnato a vivere
insegnami a partir.
Ma il cielo è tutto rosso
di nuvole barocche
sul fiume che si sciacqua
sotto l'ultimo sole.
(da "Nuvole Barocche")
In questo periodo, ancora incerto sulla propria identità musicale, Fabrizio è fortemente influenzato, oltre che dagli chansonniers francesi, anche dagli amici cantautori della scuola genovese che hanno iniziato un pò prima di lui ad avere successo, da Gino Paoli a Luigi Tenco, da Bruno Lauzi ad Umberto Bindi.
Un esercizio o poco più
sembra "E fu la notte". Da notare in questi primi brani l'assenza delle
rime (caratteristica imprescindibile per tutte le canzoni di Fabrizio da
una certa data in poi) e l'utilizzo di versi liberi oltre ad un ricorso
a certe atmosfere "antiche" anche grazie all'utilizzo di una prosa un pò
aulica.
E fu la notte
la notte per noi
notte profonda
sul nostro amore.
E fu la fine
di tutto per noi
resta il passato
e niente di più.
(da "E fu la notte")
Nel 1962 Fabrizio sposa Enrica
Rignon e nello stesso anno nasce il loro figlio Cristiano (oggi apprezzato
cantautore e che ha collaborato con il padre in lavori come "Anime Salve").
In questi suoi primi anni di attività
Fabrizio, timido fino all'estremo, si rifiuta di esibirsi in pubblico e
così sarà per moltissimi anni (fino al 1975).
Negli anni '60 la cifra stilistica
di De Andrè va sempre più puntualizzandosi e cominciano a
fare la loro comparsa nelle canzoni di Fabrizio le tematiche più
care al cantautore, la condanna della guerra (La guerra di Piero, La ballata
dell'eroe), lo schierarsi dalla parte degli emarginati e dei perdenti (La
Ballata del Michè - in cui parla di un carcerato suicida, Via del
campo - una prostituta, La Città Vecchia - i poveri, i ladri, gli
assassini dei vicoli di Genova).
"Ebbi ben
presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari:
l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l'illusione
di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda
si è sbriciolata ben presto, la prima rimane".
E mentre marciavi con l'anima in
spalle
vedesti un uomo in fondo alla
valle
che aveva il tuo stesso identico
umore
ma la divisa di un altro colore
Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo
sangue
E se gli spari in fronte o nel
cuore
soltanto il tempo avrà
per morire
ma il tempo a me resterà
per vedere
vedere gli occhi di un uomo che
muore
E mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha
paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
(da "La guerra di Piero")
Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano
E ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo
piano.
(da "Via del Campo")
De Andrè abbandona l'artificiosità di certi termini e di certi versi "alti" ed accademici e, pur utilizzando un linguaggio "colto" nella composizione e nell'abbinamento di talune parole, pesca direttamente dal linguaggio parlato dal popolo, spesso ricorrendo ad espressioni forti ed a termini "volgari" assolutamente inusitati nelle canzoncine dell'epoca (puttana, cornute, schifosa, donnaccia, porco di un cane, troia, buco del culo, battone, stratracannare, presi per il sedere). Termini spesso censurati in radio o in tv. E' il caso de "La città vecchia" che in una prima versione recitava:
Vecchio professore cosa vai cercando
in quel portone
forse quella che sola ti può
dare una lezione
Quella che di giorno chiami con
disprezzo "specie di troia"
quella che di notte stabilisce
il prezzo alla tua gioia
E che in una versione successiva censurata diventa:
Vecchio professore cosa vai cercando
in quel portone
forse quella che sola ti può
dare una lezione
quella che di giorno chiami con
disprezzo pubblica moglie
quella che di notte stabilisce
il prezzo alle tue voglie.
(da "La città vecchia")
Di questo primo periodo sono molte
belle versioni italiane realizzate da Fabrizio partendo dagli originali
di Georges Brassens: Delitto di paese (Assasinat), Il gorilla, La morte,
Nell'acqua della chiara fontana, Marcia nuziale.
Pur partendo dagli stilemi cari
al cantautore francese però, Fabrizio riesce già fin dai
questi suoi primi tentativi a sviluppare uno stile personale e maturo che
troverà piena realizzazione soprattutto in album come "Tutti morimmo
a stento" e "La buona novella".
Dedicata al suicidio di Luigi Tenco è la bellissima "Preghiera in gennaio". Luigi Tenco, cantautore, amico di De Andrè e di molti rappresentanti della scuola genovese dei cantautori, si toglie la vita a Sanremo nel 1967 nella stanza n. 219 dell'Hotel Savoy dopo l'esclusione della sua canzone "Ciao amore ciao" dalla fase finale del Festival.
Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.
Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.
Fate che giunga a voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.
Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.
Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento
(Preghiera
in gennaio)
Da sottolineare un verso coraggioso per una canzone dell'epoca come "L'inferno esiste solo per chi ne ha paura", illuminante della visione di De Andrè (Non c'è l'inferno nel mondo del buon Dio). Il verso dedicato ai "signori benpensanti" è un riferimento a coloro che all'epoca anche sui giornali ed in televisione liquidarono lo scomodo suicidio di Tenco. (Francesco De Gregori fotograferà altrettanto bene quest'immagine - con toni più acidi - in un suo brano dedicato al suicidio di Tenco dal titolo "Festival" : E l'uomo della televisione disse/Nessuna lacrima vada sprecata/In fin dei conti cosa c'è di più bello della vita/La primavera è quasi cominciata).
Si apre in questo periodo anche un filone trasversale che caratterizzerà qua e là la produzione di De Andrè, quello delle canzoni "umoristiche", per così dire, satiriche, spesso mordaci e piene di allusioni spesso sessuali, talvolta dissacranti ed irriverenti nei confronti del Potere, della Chiesa, dei ricchi, dell'ordine costituito (Fabrizio De Andrè sì è da sempre professato anarchico). Filone in cui va senz'altro inserita per prima la celebre "Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers", un velenoso spietato ritratto, vera e propria presa per i fondelli di un potente del passato, Carlo Martello, che dopo lunghissima astinenza sessuale, si vede costretto alle prese con una prostituta che, dopo che il re ha appagato i propri sensi, gli chiede cinquemila lire come parcella (da notare i toni talvolta quasi cabarettistici di alcune canzoni di questo filone come questa appena citata in cui il verso "fan zinquemila lire, è un prezzo di favor" viene cantato da De Andrè con spiccato accento romagnolo).
Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor
al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor
Il sangue del principe e del moro
arrossano il cimiero
d'identico color
ma più che del corpo le
ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d'amor
"Se ansia di gloria, sete d'onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per
fare all'amore
Chi poi impone alla sposa soave
di castità la cintura ahimè
è grave
in battaglia può correre
il rischio di perder la chiave"
Così si lamenta il Re cristiano
s'inchina intorno il grano
gli son corona i fior
lo specchio di chiara fontanella
riflette fiore in sella
dei Mori il vincitor
Quand'ecco nell'acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d'amor
nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol
"Mai non fu vista cosa più
bella
mai io non colsi siffatta pulzella"
disse Re Carlo scendendo veloce
di sella
"Deh, cavaliere non v'accostate
già d'altri è gaudio
quel che cercate
ad altra più facile fonte
la sete calmate"
Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s'arrestò
ma più dell'onor potè
il digiuno
fremente l'elmo bruno
il sire si levò
Codesta era l'arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà
Alla donna apparve un gran nasone
un volto da caprone
ma era Sua Maestà
"Se voi non foste il mio sovrano"
(Carlo si sfila il pesante spadone)
"non celerei il disio di fuggirvi
lontano,
Ma poiché siete il mio
signore"
(Carlo si toglie l'intero gabbione)
"debbo concedermi spoglia d' ogni
pudore"
Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d'onor si ricoprì
e giunto alla fin della tenzone
incerto sull'arcione
tentò di risalir
Veloce lo arpiona la pulzella
repente una parcella
presenta al suo signor
"Beh proprio perché voi
siete il sire
fan zinquemila lire
è un prezzo di favor"
"E' mai possibile o porco di un
cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi
puttane
Anche sul prezzo c'è poi
da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v'eran tariffe inferiori alle
tremila lire"
Ciò detto agì da
gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò
Frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò
Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor
Al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor
(Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers)
Da segnalare che la canzone in questione è stata scritta da De Andrè insieme a Paolo Villaggio, il che ne spiega ulteriormente la carica dissacratoria.
Nell'agosto
1948, a Pocol, sopra Cortina, Fabrizio incontrò per la prima volta
Paolo Villaggio, allora sedicenne. I due simpatizzarono subito, ma i sette
anni di differenza non permisero allora che quella simpatia sfociasse in
una vera e propria amicizia. Paolo e Fabrizio si persero così di
vista per ritrovarsi solo una decina di anni dopo sulle tavole di un palcoscenico;
e da quel momento divennero inseparabili.
(da www.giuseppecirigliano.it)
Con Paolo Villaggio Fabrizio scrive anche un'altra canzone meno nota, Il Fannullone.
Altre canzoni di questo filone "satirico" sono "Il testamento", "Bocca di rosa", "Nell'acqua della chiara fontana", "Il gorilla".
Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità
non maleditemi non serve a niente
tanto all'inferno ci sarò
già
Ai protettori delle battone
lascio un impiego da ragioniere
perché provetti nel loro
mestiere
rendano edotta la popolazione
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana
Voglio lasciare a Bianca Maria
che se ne frega della decenza
un attestato di benemerenza
che al matrimonio le spiani la
via
con tanti auguri per chi c'è
caduto
di conservarsi felice e cornuto
con tanti auguri per chi c'è
caduto
di conservarsi felice e cornuto
Sorella morte lasciami il tempo
di terminare il mio testamento
lasciami il tempo di salutare
di riverire di ringraziare
tutti gli artefici del girotondo
intorno al letto di un moribondo
Signor becchino mi ascolti un poco
il suo lavoro a tutti non piace
non lo consideran tanto un bel
gioco
coprir di terra chi riposa in
pace
ed è per questo che io
mi onoro
nel consegnarle la vanga d'oro
ed è per questo che io
mi onoro
nel consegnarle la vanga d'oro
Per quella candida vecchia contessa
che non si muove più dal
mio letto
per estirparmi l'insana promessa
di riservarle i miei numeri al
lotto
non vedo l'ora di andar fra i
dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati
non vedo l'ora di andar fra i
dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati
Quando la morte mi chiederà
di restituirle la libertà
forse una lacrima forse una sola
sulla mia tomba si spenderà
forse un sorriso forse uno solo
dal mio ricordo germoglierà
Se dalla carne mia già corrosa
dove il mio cuore ha battuto il
tempo
dovesse nascere un giorno una
rosa
la do alla donna che mi offrì
il suo pianto
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d'amore
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d'amore
A te che fosti la più contesa
la cortigiana che non si dà
a tutti
ed ora all'angolo di quella chiesa
offri le immagini ai belli ed
ai brutti
lascio le note di questa canzone
canto il dolore della tua illusione
a te che sei per tirare avanti
costretta a vendere Cristo e i
santi
Quando la morte mi chiamerà
nessuno al mondo si accorgerà
che un uomo è morto senza
parlare
senza sapere la verità
che un uomo è morto senza
pregare
fuggendo il peso della pietà
Cari fratelli dell'altra sponda
cantammo in coro già sulla
terra
amammo tutti l'identica donna
partimmo in mille per la stessa
guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore si muore
soli
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli.
(Il testamento)
La chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore, metteva l'amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena scesa alla stazione
del paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.
C'è chi l'amore lo fa per
noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l'uno
né l'altro
lei lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.
E fu così che da un giorno
all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.
Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva.
Si sa che la gente dà buoni
consigli
sentendosi come Gesù nel
tempio,
si sa che la gente dà buoni
consigli
se non può più dare
cattivo esempio.
Così una vecchia mai stata
moglie
senza mai figli, senza più
voglie,
si prese la briga e di certo il
gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole
argute:
"il furto d'amore sarà
punito-
disse- dall'ordine costituito".
E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"Quella schifosa ha già
troppi clienti
più di un consorzio alimentare".
Ed arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
ed arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Spesso gli sbirri e i carabinieri
al proprio dovere vengono meno
ma non quando sono in alta uniforme
e l'accompagarono al primo treno
Alla stazione c'erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello
in mano,
a salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese.
C'era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva "Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera".
Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.
E alla stazione successiva
molta più gente di quando
partiva
chi manda un bacio, chi getta
un fiore
chi si prenota per due ore.
Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano.
(Bocca di
rosa)
Il verso di satira feroce e di forte avversione al potere costituito (quello sugli "sbirri e i carabinieri") sarà dallo stesso De Andrè smorzato ed alleggerito in una versione successiva in cui la strofa suonerà:
Il cuore
tenero non è una dote
di cui sian
colmi i carabinieri
ma quella
volta a prendere il treno
l'accompagnaron
malvolentieri
Bocca di
rosa è un altro degli immortali personaggi tratteggiati da De Andrè
nella sua galleria di reietti, di umili, di deboli, di oppressi, di sconfitti,
di diversi, che costituiscono l'ossatura di tutta la sua poetica che in
questo senso è mirabilmente sintetizzata da una sorta di verso-manifesto
di Fabrizio: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".
Prostitute
(Bocca di rosa, Via Del Campo, La città vecchia, Carlo Martello,
A dumenega), zingari (Khorakhanè, Sally), ladri e banditi (Il testamento
di Tito, Geordie, Franziska), assassini (Delitto di paese, Avventura a
Durango), transessuali (Princesa), nani (Un giudice), matti (Un matto),
carcerati (La ballata del Michè, Nella mia ora di libertà),
omosessuali (Una storia sbagliata, Andrea), suicidi (Preghiera in gennaio,
Ballata dell'amore cieco, La ballata del Michè, Nancy), minoranze
etniche (Fiume Sand Creek, Verdi pascoli e altre da "L'indiano"), drogati
(Cantico dei drogati), minoranze culturali (Zirichiltaggia, Canto del servo
pastore, molti brani de "L'indiano" e di "Creuza de ma")
Dissacratoria ma anche amara è la "Ballata dell'amore cieco", un piccolo gioiello del primo De Andrè:
Un uomo onesto, un uomo probo,
tralalalalla tralallaleru
s'innamorò perdutamente
d'una che non lo amava niente.
Gli disse portami domani,
tralalalalla tralallaleru
gli disse portami domani
il cuore di tua madre per i miei
cani.
Lui dalla madre andò e l'uccise,
tralalalalla tralallaleru
dal petto il cuore le strappò
e dal suo amore ritornò.
Non era il cuore, non era il cuore,
tralalalalla tralallaleru
non le bastava quell'orrore,
voleva un'altra prova del suo
cieco amore.
Gli disse amor se mi vuoi bene,
tralalalalla tralallaleru
gli disse amor se mi vuoi bene,
tagliati dei polsi le quattro
vene.
Le vene ai polsi lui si tagliò,
tralalalalla tralallaleru
e come il sangue ne sgorgò
correndo come un matto da lei
tornò.
Fuori soffiava dolce il vento
tralalalalla tralallaleru
ma lei fu presa da sgomento
quando lo vide morir contento.
Morir contento e innamorato
quando a lei niente era restato
non il suo amore non il suo bene
ma solo il sangue secco delle
sue vene.
(Ballata dell'amore cieco)
Uno degli album capolavoro di De
Andrè esce nel 1970. Si tratta de "La Buona Novella". Ispirato ai
Vangeli apocrifi, è considerato da molti (critici e musicisti compresi)
uno dei migliori album mai prodotti. Il disco, uno dei primi concept-album
(insieme a "Tutti morimmo a stento" dello stesso De Andrè e di poco
precedente) è composto da un primo lato in cui viene raccontata
l'infanzia di Maria e la nascita di Gesù. Il secondo lato raccoglie
invece brani che raccontano la crocifissione e la morte di Cristo.
C'è
una forte attrazione in De Andrè per la figura di Gesù Cristo
(in fondo anche lui un emarginato, un umile, un reietto) fin dalle sue
primissime canzoni.
da"I nostri cantautori" (Thema
Editore)
In " Si
chiamava Gesù" la figura del Cristo viene rivisitata: questo Gesù
venuto da molto lontano a convertire bestie e gente.../ non si può
dire non sia servito a niente/ perchè prese la terra per mano dice
l'autore; quindi alcuni lo dissero santo.
Non intendo
cantare la gloria nè invocare la grazia o il perdono di chi penso
non fu altri che un uomo come Dio passato alla storia ma inumano è
pur sempre l'amore di chi rantola senza rancore, perdonando con l'ultima
voce chi lo uccide fra le braccia di una croce.
De Andre
riesce a darci una visione 'religiosa' di quest'uomo, che soffre umanamente
per gli altri, che accetta la preghiera, l'insulto e lo sputo e che muore
come tutti si muore fino al punto di essere inumano, soprannaturale.
Ne La buona
novella riprenderà l'argomento qui appena accennato, ribadito
in "Spiritual" e in "Preghiera in Gennaio".
Lo stesso
tema è presente in "Spiritual", un'invocazione ad un Dio che si
avverte lontano e che dovrebbe invece scendere dalle stelle: Dio del cielo
se mi vorrai/ in mezzo agli altri uomini mi troverai.
Proprio
quest'uomo, oppresso, sente bisogno di Dio, sente la necessità di
un contatto più umano perche è come una mosca cieca che non
sa più volare; il tema è universale.
Le liriche di De Andrè raggiungono ne "La buona novella" un livello altissimo, riuscendo ad essere evocative e suggestive come vere e proprie poesie.
Laudate dominum
Laudate dominum
Laudate dominum
Voce:
Forse fu all'ora terza forse alla
nona
cucito qualche giglio sul vestitino
alla buona
forse fu per bisogno o peggio
per buon esempio
presero i tuoi tre anni e li portarono
al tempio
presero i tuoi tre anni e li portarono
al tempio.
Non fu più il seno di Anna
fra le mura discrete
a consolare il pianto a calmarti
la sete
dicono fosse un angelo a raccontarti
le ore
a misurarti il tempo fra cibo
e Signore
a misurarti il tempo fra cibo
e Signore.
Coro:
Scioglie la neve al sole ritorna
l'acqua al mare
il vento e la stagione ritornano
a giocare
ma non per te bambina che nel
tempio resti china
ma non per te bambina che nel
tempio resti china.
Voce:
E quando i sacerdoti ti rifiutarono
alloggio
avevi dodici anni e nessuna colpa
addosso
ma per i sacerdoti fu colpa il
tuo maggio
la tua verginità che si
tingeva di rosso
la tua verginità che si
tingeva di rosso.
E si vuol dar marito a chi non
lo voleva
si batte la campagna si fruga
la via
popolo senza moglie uomini d'ogni
leva
del corpo d'una vergine si fa
lotteria
del corpo d'una vergine si fa
lotteria.
Coro:
Sciogli i capelli e guarda già
vengono...
Guardala guardala scioglie i capelli
sono più lunghi dei nostri
mantelli
guarda la pelle tenera lieve
risplende il sole come la neve
guarda le mani guardale il viso
sembra venuta dal paradiso
guarda le forme la proporzione
sembra venuta per tentazione.
Guardala guardala scioglie i capelli
sono più lunghi dei nostri
mantelli
guarda le mani guardale il viso
sembra venuta dal paradiso
guardale gli occhi guarda i capelli
guarda le mani guardale il collo
guarda la carne guarda il suo
viso
guarda i capelli del paradiso
guarda la carne guardale il collo
sembra venuta dal suo sorriso
guardale gli occhi guarda la neve
guarda la carne del paradiso.
Voce:
E fosti tu Giuseppe un reduce
del passato
falegname per forza padre per
professione
a vederti assegnata da un destino
sgarbato
una figlia di più senza
alcuna ragione
una bimba su cui non avevi intenzione.
E mentre te ne vai stanco d'essere
stanco
la bambina per mano la tristezza
di fianco
pensi "Quei sacerdoti la diedero
in sposa
a dita troppo secche per chiudersi
su una rosa
a un cuore troppo vecchio che
ormai si riposa".
(L'infanzia
di Maria)
Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell'insegnarti la notte.
Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.
Ai tuoi occhi, il deserto,
una distesa di segatura,
minuscoli frammenti
della fatica della natura.
Gli uomini della sabbia
hanno profili da assassini,
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.
Odore di Gerusalemme,
la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra,
intagliata nel legno.
"La vestirai, Maria,
ritornerai a quei giochi
lasciati quando i tuoi anni
erano così pochi."
E lei volò fra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso,
una volta ignorato,
la tenerezza d'un sorriso,
un affetto quasi implortato.
E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.
E a te, che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto.
(Il ritorno
di Giuseppe)
"Nel Grembo umido, scuro del tempio,
l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse
le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese - Conosci l'estate
-
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.
Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti, le
strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la
vite.
Scendemmo là, dove il giorno
si perde
a cercarsi da solo nascosto tra
il verde,
e lui parlò come quando
si prega,
ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia
schiena.
(... e l' angelo disse: "Non
temere, Maria, infatti hai
trovato grazia presso il
Signore e per opera Sua
concepirai un figlio...)
Le ombre lunghe dei sacerdoti
costrinsero il sogno in un cerchio
di voci.
Con le ali di prima pensai di
scappare
ma il braccio era nudo e non seppe
volare:
poi vidi l'angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili d'un altra
vita,
foglie le mani, spine le dita.
Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi
al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse
il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana
preghiera
dove forse era sogno ma sonno
non era
"Lo chiameranno figlio di Dio"
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse
nel ventre."
E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.
E tu, piano, posati le dita
all'orlo della sua fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo
forte.
(Il sogno
di Maria)
Il disco, che si era aperto con un "Laudate Dominum", dopo la crocifissione e la morte di Cristo viene "strategicamente" chiuso da De Andrè con l'invocazione opposta: "Laudate Hominem":
Laudate dominum
Laudate dominum
Gli umili, gli straccioni:
"Il potere che cercava
il nostro umore
mentre uccideva
nel nome d'un dio,
nel nome d'un dio
uccideva un uomo:
nel nome di quel dio
si assolse.
Poi, poi chiamò dio
poi chiamò dio
poi chiamò dio quell'uomo
e nel suo nome
nuovo nome
altri uomini,
altri, altri uomini
uccise ".
Non voglio pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo, fratello
anche mio.
Laudate dominum
Laudate dominum
Ancora una volta
abbracciamo la fede
che insegna ad avere
ad avere il diritto
al perdono, perdono
sul male commesso
nel nome d'un dio
che il male non volle, il male
non volle,
finché
restò uomo
uomo.
Non posso pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo, fratello
anche mio.
Qualcuno
qualcuno
tentò di imitarlo
se non ci riuscì
fu scusato
anche lui
perdonato
perché non s'imita
imita un dio,
un dio va temuto e lodato
lodato...
Laudate hominem
No, non devo pensarti figlio di
Dio
ma figlio dell'uomo, fratello
anche mio.
Ma figlio dell'uomo, fratello
anche mio.
Laudate hominem.
(Laudate
hominem)
Con questi album De Andrè, che era fino a quel momento un autore "per pochi intimi", conosciuto in un ristretto ambiente genovese e tra i colleghi, raggiunge finalmente il grande successo di pubblico ottenendo anche i vertici delle classifiche di vendita. Contribuisce al successo anche Mina che interpreta una bellissima versione de "La canzone di Marinella", la canzone più conosciuta di De Andrè a livello di massa.
"Mi arrivano seicentomila lire in un semestre (per quegli anni una somma davvero considerevole) - dichiarò Fabrizio in un'intervista. - Allora ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che era un quartiere chic di Genova. Quindi chiusa la storia con la laurea e con tutto il resto. Da quel momento, cominciai a pensare che forse le canzoni m'avrebbero reso di più e, soprattutto, divertito di più".
"Se una voce miracolosa non avesse interpretato la "Canzone di Marinella", con tutta probabilità avrei terminato gli Studi in Legge per dedicarmi all'avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore…".
Canzone,
quella di Marinella, ispirata a Fabrizio da un fatto reale di cronaca letto
su un giornale locale che faceva il resoconto della morte di una ragazza
caduta nel fiume e sul quale Fabrizio sviluppò la vicenda poetica
della canzone.
L'album successivo a "La Buona
Novella" è ispirato all'Antologia di Spoon River del poeta americano
Edgar Lee Masters. Il disco si intitola "Non al denaro non all'amore nè
al cielo". Fabrizio che nei suoi primi brani si rifaceva soprattutto ad
una certa musicalità alla francese, americanizza alquanto il suo
modo di scrivere canzoni, probabilmente influenzato già dalla scoperta
di Bob Dylan e Leonard Cohen di cui si riconosceranno in maniera evidente
le ascendenze soprattutto nei successivi "Canzoni", "Rimini", "Volume 8"
e nell'album omonimo del 1981 (il cosidetto "L'Indiano").
A partire da "Non all'amore..."
e per un certo periodo Fabrizio comincia ad avvalersi della collaborazione
di Nicola Piovani per le musiche e di Fabrizio Bentivoglio per i testi.
Ogni brano di "Non al denaro non
all'amore nè al cielo" è dedicato ad un diverso personaggio,
morto e "portato in collina": un matto, un giudice, un blasfemo, un malato
di cuore, un medico, un chimico, un ottico, il suonatore Jones:
Tu prova ad avere un mondo nel
cuore
e non riesci ad esprimerlo con
le parole,
e la luce del giorno si divide
la piazza
tra un villaggio che ride e te,
lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da
solo:
gli altri sognan se stessi e tu
sogni di loro
E sì, anche tu andresti
a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un
libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani
a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a
leggermi matto.
E senza sapere a chi dovessi la
vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei
miei pensieri,
qui nella penombra ora invento
parole
ma rimpiango una luce, la luce
del sole.
Le mie ossa regalano ancora alla
vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle
voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo
piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la
stessa ironia
"Una morte pietosa lo strappò
alla pazzia".
(Un matto)
Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
d'una ragazza irriverente
che vi avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.
Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo
troppo vicino al buco del culo.
Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d'una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d'un tribunale
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del
male.
E allora la mia statura
non dispensò più
buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva "Vostro Onore",
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell'ora dell'addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.
(Un giudice)
Daltonici, presbiti, mendicanti
di vista
il mercante di luce, il vostro
oculista,
ora vuole soltanto clienti speciali
che non sanno che farne di occhi
normali.
Non più ottico ma spacciatore
di lenti
per improvvisare occhi contenti,
perché le pupille abituate
a copiare
inventino i mondi sui quali guardare.
Seguite con me questi occhi volare,
fuggire dall'orbita e non voler
ritornare.
Primo cliente:
Vedo che salgo a rubare il sole
per non avere più notti,
perché non cada in reti
di tramonti,
l'ho chiuso nei miei occhi,
e chi avrà freddo
e chi avrà freddo
lungo il mio sguardo si dovrà
scaldare.
Secondo cliente:
Vedo i fiumi dentro le mie vene,
cercano cercano cercano cercano
il loro mare,
rompono gli argini, gli argini,
gli argini
trovano cieli cieli cieli cieli
da fotografare.
Sangue che scorre senza fantasia
porta tumori di malinconia.
Terzo cliente:
Vedo gendarmi pascolare
donne chine sulla rugiada,
rosse le lingue al polline dei
fiori
ma dov'è l'ape regina?
Forse è volata ai nidi
dell'aurora,
forse è volata, forse più
non vola.
Quarto cliente:
Vedo gli amici ancora sulla strada,
loro non hanno fretta,
rubano ancora al sonno l'allegria
all'alba un po' di notte:
e poi la luce, luce che trasforma
il mondo in un giocattolo.
Faremo gli occhiali così!
Faremo gli occhiali così!
(Un ottico)
Dall'intervista di Fernanda Pivano a De Andrè pubblicata sul retro copertina del disco:
P: Allora si può dire che questo è il messaggio che hai voluto trasmettere con questo disco? Perché siamo abituati a pensare che tutti i tuoi dischi hanno proposto un messaggio: quello libertario e non violento delle tue prime ballate, come nella Guerra di Piero, quello demistificatorio dei personaggi del Vangelo, come nel Testamento di Tito. Qual è il messaggio di questo Spoon River?
F: Direi, tutto sommato, che siamo usciti dall'atmosfera della morte per tentare un'indagine sulla natura umana, attraverso personaggi che esistono nella nostra realtà, anche se sono i personaggi di Masters.
Segue il disco forse più politico di De Andrè, "Storia di un impiegato".
Un impiegato ascolta, 5 anni dopo,
una delle canzoni del maggio francese 1968.
E' una canzone di lotta: ricorda
gli avvenimenti accaduti durante la rivolta nata dagli studenti e, rivolgendosi
a quelli che alla lotta non hanno partecipato, li accusa e ricorda loro
che chiunque, anche chi, in quelle giornate, si è chiuso in casa
per paura, è ugualmente coinvolto negli avvenimenti. La canzone
contiene l'affermazione che la rivolta non è finita ma ci sarà
nuovamente, in futuro, più forte. L 'impiegato paragona la sua vita
fatta di buonsenso, individualismo e paure, a quella dei ragazzi che hanno
avuto il coraggio di ribellarsi al sistema che li opprimeva.
Si rende conto, o così
presume di sè di non poter unirsi a loro, di non poterli seguire
nè affiancarsi in nessun modo. La realtà nella quale vive
lo ha condizionato, lo ha segnato irrimediabilmente.
C'è solo posto per la vendetta
e la presunzione di potercela fare da solo, di risolvere con un gesto solitario
tutti i problemi che lo incatenano al posto di lavoro. Decide così
di gettare una bomba ad un ballo mascherato al quale partecipano tutti
i miti, i valori della cultura e del potere borghese. E comincia a sognare.
Sogna di autoinvitarsi al ballo mascherato e di portare con sè la
bomba, gettarla ed assistere agli effetti dello scoppio su coloro che per
anni ha rispettato, gli hanno fatto paura, gli hanno imposto un comportamento.
La sua liberazione è totale,
alla fine; dopo aver assistito all'agonia di tutti, e del padre e della
madre, si libera anche dell'amico che gli ha insegnato il modo di ribellarsi
rendendo così all'individualismo di cui è vittima, il tributo
definitivo.
(Roberto Danè dalla prefazione
al disco)
L'influenza dylaniana di canzoni come Desolation Row è evidente nel brano "Al ballo mascherato":
Cristo drogato da troppe sconfitte
cede alla complicità
di Nobel che gli espone la praticità
di un'eventuale premio della bontà.
Maria ignorata da un Edipo ormai
scaltro
mima una sua nostalgia di natività,
io con la mia bomba porto la novità,
la bomba che debutta in società,
al ballo mascherato della celebrità.
Dante alla porta di Paolo e Francesca
spia chi fa meglio di lui:
lì dietro si racconta un
amore normale
ma lui saprà poi renderlo
tanto geniale.
E il viaggio all'inferno ora fallo
da solo
con l'ultima invidia lasciata
là sotto un lenzuolo,
sorpresa sulla porta d'una felicità
la bomba ha risparmiato la normalità,
al ballo mascherato della celebrità.
La bomba non ha una natura gentile
ma spinta da imparzialità
sconvolge l'improbabile intimità
di un'apparente statua della Pietà.
Grimilde di Manhattan, statua
della libertà,
adesso non ha più rivali
la tua vanità
e il gioco dello specchio non
si ripeterà
"Sono più bella io o la
statua della Pietà "
dopo il ballo mascherato della
celebrità.
Nelson strappato al suo carnevale
rincorre la sua identità
e cerca la sua maschera, l'orgoglio,
lo stile,
impegnati sempre a vincere e mai
a morire.
Poi dalla feluca ormai a brandelli
tenta di estrarre il consiglio
della sua Trafalgar
e nella sua agonia, sparsa di
qua, di là,
implora una Sant'Elena anche in
comproprietà,
al ballo mascherato della celebrità.
Mio padre pretende aspirina ed
affetto
e inciampa nella sua autorità,
affida a una vestaglia il suo
ultimo ruolo
ma lui esplode dopo, prima il
suo decoro.
Mia madre si approva in frantumi
di specchio,
dovrebbe accettare la bomba con
serenità,
il martirio è il suo mestiere,
la sua vanità,
ma ora accetta di morire soltanto
a metà
la sua parte ancora viva le fa
tanta pietà,
al ballo mascherato della celebrità.
Qualcuno ha lasciato la luna nel
bagno
accesa soltanto a metà
quel poco che mi basta per contare
i caduti,
stupirmi della loro fragilità
E adesso puoi togliermi i piedi
dal collo
amico che m'hai insegnato il "come
si fa"
se no ti porto indietro di qualche
minuto
ti metto a conversare, ti ci metto
seduto
tra Nelson e la statua della Pietà,
al ballo mascherato della celebrità
(Al ballo
mascherato)
Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.
Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più
forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
(Canzone
del Maggio)
Fabrizio
De Andrè
Il '68 io
l'ho vissuto a contatto con questi gruppi di estrema sinistra, partecipando
al tentativo di rinnovamento; non li ho seguiti, perché di solito
un artista, indipendentemente dall'ideologia, è un coniglio individualista.
Mai avrei fatto la lotta armata, ma condividevo quasi tutti quelli che
oggi vengono definiti gli eccessi sessantottini, anche perché li
avevo quasi promossi, attraverso le mie canzoni
Nella seconda metà degli
anni '70 De Andrè modifica alquanto il suo approccio compositivo
e le sue canzoni si fanno più ermetiche, surreali. Fabrizio abbandona
la narrazione lineare di canzoni come La guerra di Piero o Bocca di rosa
in cui ogni dettaglio veniva illustrato in un vero e proprio racconto musicato
e ricorre ad una tecnica basata sulle metafore, sulle allegorie, sulla
concatenazione di versi apparentemente slegati e privi di un'immediata
chiarezza.
Ne è un esempio illuminante
questa "Parlando del naufragio della London Valour" dall'album Rimini,
ispirata al vero naufragio della nave filippina London Valour che per una
manovra errata si andò a schiantare nel '70 contro un molo nel porto
di Genova.
I marinai foglie di coca digeriscono
in coperta
il capitano ha un amore al collo
venuto apposta dall'Inghilterra
il pasticcere di via Roma sta
scendendo le scale
ogni dozzina di gradini trova
una mano da pestare
ha una frusta giocattolo sotto
l'abito da tè.
E la radio di bordo è una
sfera di cristallo
dice che il vento si farà
lupo il mare si farà sciacallo
il paralitico tiene in tasca un
uccellino blu cobalto
ride con gli occhi al circo Togni
quando l'acrobata sbaglia il salto.
E le ancore hanno perduto la scommessa
e gli artigli
i marinai uova di gabbiano piovono
sugli scogli
il poeta metodista ha spine di
rosa nelle zampe
per far pace con gli applausi
per sentirsi più distante
la sua stella sì e oscurata
da quando ha vinto la gara di sollevamento pesi.
E con uno schiocco di lingua parte
il cavo dalla riva
ruba l'amore del capitano attorcigliandole
la vita
il macellaio mani di seta si è
dato un nome da battaglia
tiene fasciate dentro il frigo
nove mascelle antiguerriglia
ha un grembiule antiproiettile
tra il giornale e il gilè.
E il pasticciere e il poeta e il
paralitico e la sua coperta
si ritrovarono sul molo con sorrisi
da cruciverba
a sorseggiarsi il capitano che
si sparava negli occhi
e il pomeriggio a dimenticarlo
con le sue pipe e i suoi scacchi
e si fiutarono compatti nei sottintesi
e nelle azioni
contro ogni sorta di naufragi
o di altre rivoluzioni
e il macellaio mani di seta distribuì
le munizioni.
(Parlando
del naufragio della London Valour)
Non a caso in questo periodo Fabrizio decide di inserire in un suo disco (Canzoni) uno dei brani più visionari di Bob Dylan, quel "Desolation row" dall'album "Highway 61 Revisited" che Fabrizio traduce con Francesco De Gregori in "Via della povertà"
Il salone di bellezza in fondo
al vicolo
è affollatissimo di marinai
prova a chiedere a uno che ore
sono
e ti risponderà "Non l'ho
saputo mai".
Le cartoline dell'impiccagione
sono in vendita a cento lire l'una
il commissario cieco dietro la
stazione
per un indizio ti legge la sfortuna.
E le forze dell'ordine irrequiete
cercano qualcosa che non va
mentre io e la mia signora ci
affacciamo stasera
su via della povertà.
Cenerentola sembra così
facile
ogni volta che sorride ti cattura
ricorda proprio Bette Davis
con le mani appoggiate alla cintura.
Arriva Romeo trafelato
e le grida "il mio amore sei tu"
ma qualcuno gli dice di andar
via
e di non riprovarci più.
E l'unico suono che rimane
quando l'ambulanza se ne va
è Cenerentola che spazza
la strada
in via della povertà.
Mentre l'alba sta uccidendo la
luna
e le stelle si son quasi nascoste
la signora che legge la fortuna
se n'è andata in compagnia
dell'oste.
Ad eccezione di Abele e di Caino
tutti quanti sono andati a far
l'amore
aspettando che venga la pioggia
ad annacquare la gioia ed il dolore
E il buon samaritano
sta affilando la sua pietà
se ne andrà al carnevale
stasera
in via della povertà.
I tre Re Magi sono disperati
Gesù Bambino è diventato
vecchio
e Mister Hyde piange sconcertato
vedendo Jeckyll che ride nello
specchio.
Ofelia è dietro la finestra
mai nessuno le ha detto che è
bella
a soli ventidue anni
è già una vecchia
zitella.
La sua morte sarà molto
romantica
trasformandosi in oro se ne andrà
per adesso cammina avanti e indietro
in via della povertà.
Einstein travestito da ubriacone
ha nascosto i suoi appunti in
un baule
è passato di qui un'ora
fa
diretto verso l'ultima Thule
sembrava così timido e impaurito
quando ha chiesto di fermarsi
un po' qui
ma poi ha cominciato a fumare
e a recitare l'ABC
Ed a vederlo tu non lo diresti
mai
ma era famoso qualche tempo fa
per suonare il violino elettrico
in via della povertà.
Ci si prepara per la grande festa
c'è qualcuno che comincia
ad aver sete
il fantasma dell'Opera
si è vestito in abiti da
prete
sta ingozzando a viva forza Casanova
per punirlo della sua sensualità
lo ucciderà parlandogli
d'amore
dopo averlo avvelenato di pietà
e mentre il fantasma grida
tre ragazze si son spogliate già
Casanova sta per esser violentato
in via della povertà.
E bravo Nettuno mattacchione
il Titanic sta affondando nell'aurora
nelle scialuppe i posti letto
sono tutti occupati
e il capitano grida "Ce ne stanno
ancora",
e Ezra Pound e Thomas Eliot
fanno a pugni nella torre di comando
i suonatori di calipso ridono
di loro
mentre il cielo si sta allontanando
e affacciati alle loro finestre
nel mare
tutti pescano mimose e lillà
e nessuno deve più preoccuparsi
di via della povertà.
A mezzanotte in punto i poliziotti
fanno il loro solito lavoro
metton le manette intorno ai polsi
a quelli che ne sanno più
di loro,
i prigionieri vengon trascinati
su un calvario improvvisato lì
vicino
e il caporale Adolfo li ha avvisati
che passeranno tutti dal camino
e il vento ride forte
e nessuno riuscirà
a ingannare il suo destino
in via della povertà.
La tua lettera l'ho avuta proprio
ieri
mi racconti tutto quel che fai
ma non essere ridicola
non chiedermi "come stai",
questa gente di cui mi vai parlando
è gente come tutti noi
non mi sembra che siano mostri
non mi sembra che siano eroi
e non mandarmi ancora tue notizie
nessuno ti risponderà
se insisti a spedirmi le tue lettere
da via della povertà.
(Via della
povertà - di De Andrè/De Gregori)
(Una curiosità: di questo
brano Fabrizio de Andre' si diverti' a proporre una versione riveduta e
corretta inserendo al posto dei nomi dei personaggi dylaniani quelli di
politici e personaggi dell'Italia di quel periodo. Ecco una strofa esemplificativa:
E bravo Leone mattacchione, il paese sta affondando nella merda nelle scialuppe
i posti letto sono tutti occupati e gli anarchici tutti annegati, e Agnelli
e Indro Montanelli fanno a pugni nella torre di comando
i suonatori di calipso ridono
di loro mentre il cielo si sta allontanando e affacciati alle loro finestre
nel mare tutti han pescato voti qua e la' e nessuno deve più preoccuparsi
di Via della Poverta').
A contribuire a tale svolta stilistica in Fabrizio concorrono soprattutto i nuovi artisti quali, appunto, Francesco De Gregori, il veronese Massimo Bubola e più tardi Ivano Fossati, compagni di cui Fabrizio si circonda e dai quali si fa aiutare per le proprie canzoni per sopperire alla sua "balbuzie musicale" (parole di Fabrizio).
Con De Gregori, De Andrè realizza un bell'album generalmente sottovalutato e poco menzionato, il volume 8, in cui però ci sono delle vere perle come Oceano, Giugno '73, Amico Fragile e La cattiva strada (soprattutto nelle prime tre si possono notare i mutamenti dello stile compositivo delle liriche).
Quanti cavalli hai tu seduto alla
porta
tu che sfiori il cielo col tuo
dito più corto
la notte non ha bisogno
la notte fa benissimo a meno del
tuo concerto
ti offenderesti se qualcuno ti
chiamasse un tentativo.
Ed arrivò un bambino con
le mani in tasca
ed un oceano verde dietro le spalle
disse "Vorrei sapere, quanto è
grande il verde
come è bello il mare, quanto
dura una stanza
è troppo tempo che guardo
il sole, mi ha fatto male".
Prova a lasciare le campane al
loro cerchio di rondini
e non ficcare il naso negli affari
miei
e non venirmi a dire "Preferisco
un poeta,
preferisco un poeta ad un poeta
sconfitto".
Ma se ci tieni tanto puoi baciarmi
ogni volta che vuoi.
(Oceano
- De Andrè/De Gregori)
Giugno '73 è autobiografica e parla della prima moglie di Fabrizio, Enrica, di famiglia borghese che mal vedeva il legame della donna con il cantautore:
Tua madre ce l'ha molto con me
perché sono sposato e in
più canto
però canto bene e non so
se tua madre
sia altrettanto capace a vergognarsi
di me.
La gazza che ti ho regalato
è morta, tua sorella ne
ha pianto,
quel giorno non avevano fiori,
peccato,
quel giorno vendevano gazze parlanti.
E speravo che avrebbe insegnato
a tua madre
A dirmi "Ciao come stai", insomma
non proprio a cantare
per quello ci sono già
io come sai.
I miei amici sono tutti educati
con te
però vestono in modo un
po' strano
mi consigli di mandarli da un
sarto e mi chiedi
"Sono loro stasera i migliori
che abbiamo".
E adesso ridi e ti versi un cucchiaio
di mimosa
Nell'imbuto di un polsino slacciato.
I miei amici ti hanno dato la mano,
li accompagno, il loro viaggio
porta un po' più lontano.
E tu aspetta un amore più
fidato
il tuo accendino sai io l'ho già
regalato
e lo stesso quei due peli d'elefante
mi fermavano il sangue
li ho dati a un passante.
Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi aiuto saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio
lasciarci
che non esserci mai incontrati
(Giugno
'73)
Autobiografica è anche "Amico fragile". L'amico è lo stesso De Andrè che scrisse questo brano di ritorno da una cena con persone di mentalità borghese (nel senso più negativo del termine) che egli tratteggia amaramente nel brano non senza punte di ironia per le frasi di circostanza ed i luoghi comuni utilizzati (Lo sa che io ho perduto due figli? - Signora lei è una donna piuttosto distratta!):
Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della
notte
con un bisogno d'attenzione e
d'amore
troppo se mi vuoi bene piangi
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate
estive
con un semplicissimo "Mi ricordo":
per osservarvi affittare un chilo
d'erba
ai contadini in pensione e alle
loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai
in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno
i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla
prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di
voi.
E poi sorpreso dai vostri "Come
sta"
meravigliato da luoghi meno comuni
e più feroci,
tipo "Come ti senti amico, amico
fragile,
se vuoi potrò occuparmi
un'ora al mese di te"
"Lo sa che io ho perduto due figli"
"Signora lei è una donna
piuttosto distratta"
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell'ora in cui un mio sogno,
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale
avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove
finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare
una chitarra.
E poi seduto in mezzo ai vostri
arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.
Potevo stuzzicare i pantaloni della
sconosciuta
fino a vederne spalancarsi la
bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque
dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta
voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra
e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse
perderemo.
Potevo chiedere come si chiama
il vostro cane
Il mio è un po' di tempo
che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al
giorno
per farmi insegnare la mia distanza
dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri
di corallo
per raggiungere un posto che si
chiamasse arrivederci.
E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di
voi,
di essere molto più ubriaco
di voi
(Amico fragile)
Francesco De Gregori sul "Volume
8":
"Abbiamo
scritto questa canzone (Canzone per l'estate,
dal "Volume 8"), Fabrizio ed io, nel '74 o
forse addirittura nel '73. Lui stava preparando il disco che poi si sarebbe
chiamato Volume VIII e mi aveva proposto di lavorare insieme dopo avermi
conosciuto in un locale di Roma, il Folkstudio.
Passammo
quasi un mese da soli nella sua bellissima casa in Gallura, davanti ad
una spiaggia meravigliosa dove peraltro credo che non mettemmo mai piede:
in quel periodo avevamo tutti e due delle storie sentimentali assai burrascose
ed era più o meno inverno. Fabrizio beveva e fumava tantissimo e
io gli stavo dietro con un certo successo. Giocavamo a scacchi, a poker
in due: ogni tanto prendevo il suo motorino e me ne andavo in giro per
chilometri. Al mio ritorno spesso lo trovavo appena alzato che girava per
casa con la sigaretta e il bicchiere e la chitarra in mano e che aveva
buttato giù degli appunti, degli accordi. Era uno strano modo di
lavorare il nostro: non ci siamo mai messi seduti a dire "Adesso scriviamo
questa canzone". Semplicemente integravamo e correggevamo l'uno gli appunti
dell'altro, certe volte senza nemmeno parlarne, senza nemmeno incontrarci
magari, perché lui dormiva di giorno e lavorava di notte e io viceversa.
Le musiche
ci venivano abbastanza facilmente - Fabrizio era un eccezionale musicista
- e le registravamo su un piccolo registratore a pile.
Così
vennero fuori "La cattiva strada", "Canzone per l'estate", "Oceano".
Lui aveva
scritto da solo "Amico fragile" e poi aveva voluto inserire nel suo disco
"Le storie di ieri" che la RCA (la mia casa discografica di allora) si
era rifiutata di farmi incidere sulla "Pecora".
Fabrizio
era un uomo generoso e bellicoso, facile da amare e difficilissimo da andarci
d'accordo. Uno dei ricordi più belli che conservo di lui è
quando andammo all'Idroscalo di Milano sulle montagne russe del Luna Park,
insieme a Dori: scendemmo felici e ubriachi con lo stomaco in bocca e andammo
a finire la serata chissà dove".
Alla parata militare
sputò negli occhi a un
innocente
e quando lui chiese perché
lui gli rispose "Questo è
niente
e adesso è ora che io vada"
e l'innocente lo seguì,
senza le armi lo seguì
sulla sua cattiva strada.
Sui viali dietro la stazione
rubò l'incasso a una regina
e quando lei gli disse come
lui le risposte "Forse è
meglio è come prima
forse è ora che io vada"
e la regina lo seguì
col suo dolore lo seguì
sulla sua cattiva strada.
E in una notte senza luna
truccò le stelle ad un
pilota
quando l'aeroplano cadde
lui disse "È colpa di chi
muore
comunque è meglio che io
vada"
ed il pilota lo seguì
senza le stelle lo seguì
sulla sua cattiva strada.
A un diciottenne alcolizzato
versò da bere ancora un
poco
e mentre quello lo guardava
lui disse "Amico ci scommetto
stai per dirmi
adesso è ora che io vada"
l'alcolizzato lo capì
non disse niente e lo seguì
sulla sua cattiva strada.
Ad un processo per amore
baciò le bocche dei giurati
e ai loro sguardi imbarazzati
rispose "Adesso è più
normale
adesso è meglio, adesso
è giusto, giusto, è giusto
che io vada"
ed i giurati lo seguirono
a bocca aperta lo seguirono
sulla sua cattiva strada,
sulla sua cattiva strada.
E quando poi sparì del tutto
a chi diceva "È stato un
male"
a chi diceva "È stato un
bene"
raccomandò "Non vi conviene
venir con me dovunque vada"
ma c'è amore un po' per
tutti
e tutti quanti hanno un amore
sulla cattiva strada
sulla cattiva strada.
(La cattiva
strada - De Andrè/De Gregori)
In questo periodo finalmente Fabrizio,
che da sempre era stato contrario ad esibirsi sul palco, si decide anche
ad andare in tour. La decisione non era mai stata presa in precedenza perchè
per ammissione dello stesso Fabrizio lo terrorizzava letteralmente l'idea
di ritrovarsi davanti ad una folla ("Solo da ubriaco ci riuscivo...", dichiarerà).
Così a 35 anni suonati Fabrizio parte per la sua prima tournee scegliendo
inaspettatamente come luogo proprio quella Bussola di Viareggio che rappresentava
una musica commerciale di largo consumo che era agli antipodi rispetto
a quella di Fabrizio.
La leggenda vuole che poco prima
di entrare in scena fu assalito da una crisi di panico e che l'amico regista
Marco Ferreri avesse dovuto tirarlo a forza fuori dal camerino per spingerlo
sul palco completamente ubriaco ("Da allora, per anni, non riuscii a salire
sul palco se prima non avevo ingoiato un litro di whisky, per darmi coraggio",
racconterà Fabrizio in seguito).
Durante questi anni De Andrè getta anche le basi per un progetto a lungo cullato, ritirarsi a vivere in campagna (sogno che da sempre lo aveva accompagnato, fin dai tempi del soggiorno nelle campagne intorno a Revignano d'Asti quando era solo un bambino, durante la guerra). A questo scopo Fabrizio acquista una tenuta agricola in Sardegna nei pressi di Tempio Pausania, dal nome di "L’Agnata". Lì si ritirerà a vivere insieme alla sua compagna, la cantante Dori Ghezzi, affiancando alla sua professione di cantautore anche quella di agricoltore ed allevatore.

Nel 1980 con la collaborazione
di Massimo Bubola Fabrizio dedica una canzone alla morte di Pier Paolo
Pasolini, "Una storia sbagliata".
Lo scrittore, poeta e regista
Pier Paolo Pasolini viene ucciso nella notte tra il Primo e il 2 novembre
1975. Il suo corpo viene rinvenuto su di un tratto sterrato presso un campetto
di calcio sul lido di Ostia. Si autoaccusa dell'omicidio Pino Pelosi, giovane
borgataro romano, minorenne, che racconta di essere stato rimorchiato alla
Stazione Termini da Pasolini e condotto sul lido di Ostia dove lo scrittore
gli avrebbe chiesto di fare sesso.
In seguito ad un litigio in cui,
affermò Pelosi, il poeta lo avrebbe aggredito, il giovane avrebbe
colpito il poeta con una tavoletta di legno e sarebbe poi passato con l'auto
sul suo corpo, uccidendolo. Un delitto a sfondo sessuale, dunque (E' una
storia di periferia/è una storia da una botta e via, scrive De Andrè...
Ed ancora: E' una storia per parrucchieri...) anche se una delle ipotesi
fatte all'epoca fu quella che in realtà Pelosi ed altri balordi
del luogo fossero stati utilizzati da gruppi di estrema destra per uccidere
Pasolini (di sinistra e per di più dichiaratamente omosessuale),
se non addirittura assoldati da mandanti politici cui Pasolini dava fastidio
perchè, pur non avendo prove concrete, aveva dichiarato di conoscere
molti affari sporchi del mondo politico italiano dell'epoca (Strage di
Brescia, Bologna, Milano ed altri). Pasolini venne tra l'altro ucciso proprio
una settimana dopo aver scritto queste cose sui giornali (E' una storia
vestita di nero/è una storia da "basso impero" - scrive ancora De
Andrè - E' una storia mica male insabbiata/è una storia sbagliata.)
E' una storia da dimenticare
è una storia da non raccontare
è una storia un po' complicata
è una storia sbagliata.
Cominciò con la luna sul
posto
e finì con un fiume d'inchiostro
è una storia un poco scontata
è una storia sbagliata.
Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro vi serve da questa vite
ora che il cielo al centro le
ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha
scolpite.
E' una storia di periferia
è una storia da una botta
e via
è una storia sconclusionata
è una storia sbagliata.
Una spiaggia ai piedi del letto
stazione Termini ai piedi del
cuore
è una notte un po' concitata
una notte sbagliata.
Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro ti serve da questa vite
ora che il cielo al centro le
ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha
scolpite.
E' una storia vestita di nero
è una storia da "basso
impero"
è una storia mica male
insabbiata
è una storia sbagliata.
E' una storia da carabinieri
è una storia per parrucchieri
è una storia un po' sputtanata
o è una storia sbagliata.
Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro ti serve da questa vite
ora che il cielo al centro le
ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha
scolpite.
Per il segno che c'è rimasto
non ripeterci quanto ci spiace
non ci chiedere più come
è andata
tanto lo sai che è una
storia sbagliata
tanto lo sai che è una
storia sbagliata.
(Una storia
sbagliata - De Andrè/Bubola)
A proposito della differenza tra poeta e cantautore ebbe a dichiarare Fabrizio:
Benedetto Croce diceva che, fino all'età di diciotto anni, tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore. Per quanto riguarda l'ipotesi di differenza fra canzone e poesia, io non ho mai pensato che esistessero arti maggiori o arti minori ma, casomai, artisti maggiori e artisti minori. Quindi se si deve parlare di differenza tra poesia e canzone credo che la si dovrebbe ricercare soprattutto in dati tecnici.
Alla domanda se qualcuno nel campo musicale era riuscito a coniugare efficacemente poesia e canzone De Andrè rispose senza incertezze: "Solo Bob Dylan".
Lo stesso Bob Dylan si complimenta con De Andrè inviandogli una lettera per la sua bella resa della canzone "Romance in Durango" (Avventura a Durango) nell'album "Rimini", pubblicato nel 1978, uno dei suoi migliori.
"Fabrizio è colui che ha
cantato Cristo in croce e ha dato i dieci comandamenti al commento di Tito,
uno dei ladroni appesi. Lui ha messo in musica un prigioniero che non voleva
respirare la stessa aria dei
secondini. Lui cantava con voce
di pozzo l'amore dei giorni perduti a rincorrere il vento.
Lui è chi ha tradotto Leonard
Cohen, Georges Brassens, Bob Dylan in quell'impossibile, perfetta
versione di "Avventura a Durango",
capolavoro di trasferimento da una lingua a un'altra. (Erri De Luca)
Rimini è l'album che risente forse delle maggiori influenze dylaniane tra quelli di Fabrizio grazie anche al fatto che è realizzato in coppia con un "dylaniano doc" come Massimo Bubola.
Nell'album è presente un
brano in sardo, "Zirichiltaggia" (Lucertolaio), il primo di Fabrizio in
questo dialetto (ne seguiranno altri), la storia di un litigio tra due
pastori "per questioni di eredità", come lo presenterà lo
stesso Fabrizio in concerto. Un brano che è una delle prime testimonianze
dirette dell'avvicinarsi di De Andrè alla musica etnica e tradizionale
che porterà poi alle moltissime canzoni in dialetto genovese, sardo
e napoletano che saranno pubblicate sui suoi album successivi.
| Di chissu che babbu ci ha lacátu
la meddu palti ti sei presa
lu muntiggiu rúiu cu lu súaru li àcchi sulcini lu trau mannu e m'hai laccatu monti múccju e zirichèlti. Ma tu ti sei tentu lu riu e la
casa e tuttu chissu che v'era 'ndrentu
Ti ni sei andatu a campà
cun li signuri fènditi comandà da to mudderi
Ma me muddèri campa da signora
a me fiddòlu cunnosci più di milli paráuli
Candu tu sei paltutu suldatu piagnii
come unu stèddu
|
Di quello
che papà ci ha lasciato la parte migliore ti sei presa
la collina rosa con il sughero le vacche sorcine e il toro grande e m'hai lasciato pietre, cisto e lucertole. Ma tu ti
sei tenuto il ruscello e la casa e tutto quello che c'era dentro
Te ne sei
andato a vivere coi signori, facendoti comandare da tua moglie
Mia moglie
vive da signora e mio figlio conosce più di mille parole
E tu quando
sei partito soldato piangevi come un bambinetto
|
Nel disco è presente un altro brano con ascendenze dylaniane nella costruzione, Sally, la storia di un ragazzo che lascia la sua famiglia per seguire gli zingari (che può naturalmente essere letta in chiave allegorica).
Mia madre mi disse: "Non devi giocare
con gli zingari nel bosco".
Mia madre mi disse: "Non devi
giocare
con gli zingari nel bosco".
Ma il bosco era scuro l'erba già
verde
lì venne Sally con un tamburello
ma il bosco era scuro l'erba già
alta
dite a mia madre che non tornerò.
Andai verso il mare senza barche
per traversare
spesi cento lire per un pesciolino
d'oro.
Andai verso il mare senza barche
per traversare
spesi cento lire per un pesciolino
cieco.
Gli montai sulla groppa e sparii
in un baleno
andate a dire a Sally che non
tornerò.
Gli montai sulla groppa e sparii
in un momento
dite a mia madre che non tornerò.
Vicino alla città trovai
Pilar del mare
con due gocce d'eroina s'addormentava
il cuore.
Vicino alle roulottes trovai Pilar
dei meli
bocca sporca di mirtilli un coltello
in mezzo ai seni.
Mi svegliai sulla quercia l'assassino
era fuggito
dite al pesciolino che non tornerò.
Mi guardai nello stagno l'assassino
s'era già lavato
dite a mia madre che non tornerò.
Seduto sotto un ponte si annusava
il re dei topi
sulla strada le sue bambole bruciavano
copertoni.
Sdraiato sotto il ponte si adorava
il re dei topi
sulla strada le sue bambole adescavano
i signori.
Mi parlò sulla bocca mi
donò un braccialetto
dite alla quercia che non tornerò.
Mi baciò sulla bocca mi
propose il suo letto
dite a mia madre che non tornerò.
Mia madre mi disse - Non devi giocare
con gli zingari del bosco.
Ma il bosco era scuro l'erba già
verde
lì venne Sally con un tamburello
(Sally)
Così Fabrizio rispose a Vincenzo Mollica che gli chiese il motivo della sua scelta di ritirarsi a vivere nelle campagne della Sardegna in un'intervista:
Per molti motivi, primo dei quali
perché le varie etnie sarde, malgrado cospicue differenze di lingua
e di cultura, hanno in comune come minimo il rispetto di valori fondamentali
in cui credo anch'io.
Quindi con loro mi ci trovo bene,
parlo della generalità della gente sarda. Un altro motivo è
l'ambiente ed è inutile descriverlo, basta guardarsi attorno; credo
sia uno dei più spettacolari e dei più puliti d'Europa (anche
se io faccio di tutto per bilanciarlo).
Un altro motivo per cui io resto
in Sardegna è che qui ho sempre un'azienda agricola, che va in qualche
maniera seguita. Anche perché un domani io non posso dire ai miei
figli "Vi saluto e vi lascio cinquanta canzoni per uno", perché
nel mio repertorio non compaiono canzoni come Blue Moon, Star Dust né
tantomeno Bianco Natale; voglio dire canzoni che, dal punto di vista dei
diritti d'autore, riescono a rendere ricche due o tre generazioni.
Una tragica esperienza attende
Fabrizio proprio in Sardegna.
Il 28 agosto del 1979 Fabrizio
De Andre e Dori Ghezzi vengono rapiti da un gruppo di banditi dell'anonima
sarda che li tengono sequestrati per quattro mesi, nascosti in una zona
montuosa della Sardegna, incappucciati ed incatenati ad un albero.
In realtà i rapitori avrebbero
voluto portare via il solo Fabrizio ma trovarono una ferma opposizione
in Dori che minacciò decisa: "Se prendete lui, dovete prendere anche
me!".
L'episodio suscita molto scalpore
ed i media ne danno ampie notizie seguendo il caso per i lunghi mesi successivi
fino al rilascio dei due rapiti, probabilmente in seguito al pagamento
di un ingente riscatto. Il padre di De Andrè è infatti il
presidente di una delle maggiori aziende genovesi, l'industria zuccheriera
Eridania, ed era stato per un certo periodo anche vicesindaco di Genova.
Con lui Fabrizio avrà sempre un rapporto di amore ed odio per la
diversa visione della vita che li separava.
Durante il rapimento addirittura
scriverà una lettera al padre che recitava: "Caro papà, sono
passati più di tre mesi dal nostro sequestro e a quanto sembra tu
non hai la minima intenzione di tirarci fuori... Sembra che tu voglia più
bene ai soldi che a me, tuo figlio, e a Dori".
Dopo la cattura dei suoi rapitori
De Andrè si disse disposto a perdonarli, ma solo i rapitori, non
i loro mandanti. Dichiarò al loro riguardo:
Mi ha fatto effetto vederli in
quei gabbioni... Ma come si fa a distruggere un tale ricordo? O ammazzando
tutti quelli che hanno compiuto l'azione... o perdonandoli, dunque facendo
finta che non sia successo nulla... Visto che non sono violento di natura
ho scelto la seconda ipotesi, di oblio"
"Si, perchè non sono stato
rapito dalla mafia, ma da una banda di cherokee che, prima ancora di volere
i soldi, voleva dimostrare il coraggio di rapire una persona" .
E del resto proprio lui ne La città
vecchia aveva cantato così a proposito dei ladri e degli assassini
dei vicoli di Genova:
...Se tu penserai / se giudicherai
/ da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese
/ ma se capirai / se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son
pur sempre figli / vittime di questo mondo..."
Dall'esperienza traumatica del rapimento e dalla propria vita tra i pastori sardi Fabrizio trae l'ispirazione per un nuovo album molto amaro e riflessivo. Infatti ai sardi ed agli indiani d'America (non a caso definì "Cherokee" i suoi rapitori) in una sorta di parallelismo culturale e di vita Fabrizio dedica il suo disco del 1981, che non ha titolo e viene comunemente identificato come "Indiano" dal disegno di copertina che raffigura un pellerossa, un guerriero Cheyenne a cavallo, in un dipinto di Frederic Remington.
Fabrizio dedica una canzone al suo rapimento, ironicamente intitolata Hotel Supramonte (il Supramonte è la zona della Sardegna in cui Fabrizio e Dori Ghezzi vennero tenuti prigionieri)
E se vai all'Hotel Supramonte e
guardi il cielo
tu vedrai una donna in fiamme
e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa
di giorno
e poi scuse accuse e scuse senza
ritorno
e ora viaggi vivi ridi o sei perduta
col tuo ordine discreto dentro
il cuore
ma dove, dov'è il tuo amore,
ma dove è finito il tuo amore.
Grazie al cielo ho una bocca per
bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere
ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte
dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce
di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione
senza far male
passerà questa pioggia
sottile come passa il dolore
ma dove, dov'è il tuo amore,
ma dove è finito il tuo amore.
E ora siedo sul letto del bosco
che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore
distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura
ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se
sono lontano
perché domani sarà
un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà
un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove, dov'è il tuo cuore,
ma dove è finito il tuo cuore.
(Hotel Supramonte)
A proposito delle minoranze:
"E' la società che li emargina
e ne dà un'idea diversa da quella reale. Io ho avuto la fortuna
di viverci insieme e di averne un' immagine molto più vicina alla
realtà di quanto non lo sia quella della generalià delle
persone che parlano di cose che non conoscono.
Così, quando mi sono trasferito
in Sardegna, non ho preso una casa in Costa Smeralda, ma una casa al centro
della Gallura, dove vivono i pastori. E ho cercato di mettere su un'azienda
agricola e non un allevamento di aragoste".
E proprio ai pastori è dedicata "Canto del servo pastore":
Dove fiorisce il rosmarino c'è
una fontana scura
dove cammina il mio destino c'è
un filo di paura
qual'è la direzione nessuno
me lo imparò
qual'è il mio vero nome
ancora non lo so.
Quando la luna perde la lana e
il passero la strada
quando ogni angelo è alla
catena ed ogni cane abbaia
prendi la tua tristezza in mano
e soffiala nel fiume
vesti di foglie il tuo dolore
e coprilo di piume.
Sopra ogni cisto da qui al mare
c'è un po' dei miei capelli
sopra ogni sughera il disegno
di tutti i miei coltelli
l'amore delle case l'amore bianco
vestito
io non l'ho mai saputo e non l'ho
mai tradito.
Mio padre un falco mia madre un
pagliaio stanno sulla collina
i loro occhi senza fondo seguono
la mia luna
notte notte notte sola sola come
il mio fuoco
piega la testa sul mio cuore e
spegnilo poco a poco.
(Canto del
servo pastore)
Da ricordare che nel frattempo, nel 1979 e nel 1980, escono due bei live (parte 1 e parte 2) in cui Fabrizio con la determinante collaborazione della PFM, la Premiata Forneria Marconi, reinterpreta alcuni dei suoi maggiori successi, da Bocca di rosa a La canzone di Marinella, in una accattivante veste rock del tutto nuova per lui. I nuovi arrangiamenti danno nuova vita a quei brani vecchi di molti anni. Si tratta del primo tour in Italia di un cantautore accompagnato da una rock band.
Nel 1984 esce forse l'album più
bello dell'intera carriera di Fabrizio, "Creuza de ma", nato dalla collaborazione
con Mauro Pagani, ex Premiata Forneria Marconi.
De Andrè fa una scelta
coraggiosa decidendo di cantare l'album interamente in genovese, cosa assolutamente
improponibile da un punto di vista commerciale in quel periodo. Ma come
sempre Fabrizio si svincola dalle leggi del mercato e compone sette canzoni
che sono delle vere e proprie perle, dedicate a personaggi della vecchia
Genova, le prostitute de "A dumenega", l'esattore de "A pittima", i marinai
di "Creuza de ma", il marinaio catturato dagli Arabi e convertitosi all'Islam
"Sinan Capudàn Pascià", e ad una figura femminile indimenticabilmente
erotica "Jamin-a", sogno proibito dei pescatori.
| Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l'è ch'ané da 'n scitu duve a l'ûn-a a se mustra nûa e a neutte a n'à puntou u cutellu ä gua e a muntä l'àse gh'é restou Diu u Diàu l'é in çë e u s'è gh'è faetu u nìu ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria e a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria. E 'nt'a cä de pria chi ghe saià int'à cä du Dria che u nu l'è mainà gente de Lûgan facce da mandillä qui che du luassu preferiscian l'ä figge de famiggia udù de bun che ti peu ammiàle senza u gundun. E a 'ste panse veue cose che daià cose da beive, cose da mangiä frittûa de pigneu giancu de Purtufin çervelle de bae 'nt'u meximu vin lasagne da fiddià ai quattru tucchi paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi. E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi emigranti du rìe cu'i cioi 'nt'i euggi finché u matin crescià da puéilu rechéugge frè di ganeuffeni e dè figge bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä. (Creuza de ma) |
Ombre di
facce facce di marinai
da dove venite dov'è che andate da un posto dove la luna si mostra nuda e la notte ci ha puntato il coltello alla gola e a montare l'asino c'è rimasto Dio il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido usciamo dal mare per asciugare le ossa dell'Andrea alla fontana dei colombi nella casa di pietra E nella casa di pietra chi ci sarà nella casa dell'Andrea che non è marinaio gente di Lugano facce da tagliaborse quelli che della spigola preferiscono l'ala ragazze di famiglia, odore di buono che puoi guardarle senza preservativo E a queste pance vuote cosa gli darà cose da bere, cose da mangiare frittura di pesciolini, bianco di Portofino cervelli di agnello nello stesso vino lasagne da tagliare ai quattro sughi pasticcio in agrodolce di lepre di tegole E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli emigranti della risata con i chiodi negli occhi finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere fratello dei garofani e delle ragazze padrone della corda marcia d'acqua e di sale che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare (Mulattiera di mare) |
| Lengua 'nfeuga Jamin-a
lua de pelle scûa cu'a bucca spalancà morsciu de carne dûa stella neigra ch'a lûxe me veuggiu demuâ 'nte l'ûmidu duçe de l'amë dû teu arveà Ma seu Jamin-a
Destacchete Jamin-a
Dagghe cianìn Jamin-a
|
Lingua infuocata
Jamina
lupa di pelle scura con la bocca spalancata morso di carne soda stella nera che brilla mi voglio divertire nell'umido dolce del miele del tuo alveare Sorella mia
Jamina
Staccati
Jamina
Dacci piano
Jamina
|
Una sorta di Bocca di rosa degli
anni 80 è "A dumenega". Era costume della vecchia Genova che le
prostitute fossero relegate in un quartiere della città. Tra i diritti
ad esse riconosciuti vi era quello della passeggiata domenicale. Il Comune
era solito dare in appalto le case di tolleranza con i cui ricavi pare
riuscisse a coprire quasi per intero gli annuali lavori portuali.
| Quandu ä dumenega fan u gíu
cappellin neuvu neuvu u vestiu cu 'a madama a madama 'n testa o belin che festa o belin che festa a tûtti apreuvu ä pruccessiún d'a Teresin-a du Teresún tûtti a miâ ë figge du diàu che belin de lou che belin de lou e a stu luciâ de cheusce e de tettín ghe fan u sciätu anche i ciû piccin mama mama damme ë palanche veuggiu anâ a casín veuggiu anâ a casín e ciû s'addentran inta cittæ ciû euggi e vuxi ghe dan deré ghe dixan quellu che nu peúan dî de zeùggia sabbu e de lûnedì a Ciamberlinú sûssa belin ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe in Caignàn musse de tersa man e in Puntexellu ghe mustran l'öxellu e u direttú du portu c'u ghe vedde l'ou 'nte quelle scciappe a reposu da a lou pe nu fâ vedde ch'u l'è cuntentu ch'u meu-neuvu u gh'à u finansiamentu u se cunfunde 'nta confûsiún cun l'euggiu pin de indignasiún e u ghe cría u ghe cría deré bagasce sëi e ghe restè e ti che ti ghe sbraggi apreuvu mancu ciû u nasu gh'avei de neuvu bruttu galûsciu de 'n purtòu de Cristu nu t'è l'únicu ch'u se n'è avvistu che in mezzu a quelle creatúe che se guagnan u pan da nûe a gh'è a gh'è a gh'è a gh'è a gh'è anche teu muggè a Ciamberlin sûssa belin ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe in Caignàn musse de tersa man e in Puntexellu ghe mustran l'öxellu. (A dumenega) |
Quando alla
domenica fanno il giro
cappellino nuovo nuovo il vestito con la madama la madama in testa cazzo che festa cazzo che festa e tutti dietro alla processione della Teresina del Teresone tutti a guardare le figlie del diavolo che cazzo di lavoro che cazzo di lavoro e a questo dondolare di cosce e di tette gli fanno il chiasso anche i più piccoli mamma mamma dammi i soldi voglio andare a casino voglio andare a casino e più si addentrano nella città più occhi e voci gli danno dietro gli dicono quello che non possono dire di giovedì di sabato e di lunedì a Pianderlino succhia cazzi alla Foce cosce da schiaccianoci in Carignano fighe di terza mano e a Ponticello gli mostrano l'uccello E il direttore del porto che ci vede l'oro in quelle chiappe a riposo dal lavoro per non fare vedere che è contento che il molo nuovo ha il finanziamento si confonde nella confusione con l'occhio pieno di indignazione e gli grida gli grida dietro bagasce siete e ci restate E tu che gli sbraiti appresso "Neanche più il naso avete di nuovo", brutto stronzo di un portatore di Cristo non sei l'unico che se ne è accorto che in mezzo a quelle creature che si guadagnano il pane da nude c'è c'è c'è c'è c'è anche tua moglie A Pianderlino succhia cazzi alla Foce cosce da schiaccianoci in Carignano fighe di terza mano e a Ponticello gli mostrano l'uccello. (La domenica) |
Sinan Capudan Pascià è
la storia di un marinaio di nome Cicala che fu catturato alle isole Gerbe
dai Mori in una battaglia tra la flotta della Repubblica di Genova e quella
dei Turchi nella seconda metà del XV secolo. Egli diventò
poi Gran Visir e Serraschiere del Sultano con il nome di Sinan Capudan
Pascià.
| Teste fascië 'nscià
galéa
ë sciabbre se zeugan a lûn-a a mæ a l'è restà duv'a a l'éa pe nu remenalu ä furtûn-a intu mezu du mä gh'è 'n pesciu tundu che quandu u vedde ë brûtte u va 'nsciù fundu intu mezu du mä gh'è 'n pesciu palla che quandu u vedde ë belle u vegne a galla E au postu d'i anni ch'ean dedexenueve se sun piggiaë ë gambe e a mæ brasse neuve d'allua a cansún l'à cantà u tambûu e u lou s'è gangiou in travaggiu dûu vuga t'è da vugâ prexuné e spuncia spuncia u remu fin au pë vuga t'è da vugâ turtaiéu e tia tia u remmu fin a u cheu e questa a l'è a ma stöia e t'ä veuggiu cuntâ 'n po' primma ch'à vegiàià a me peste 'ntu murtä e questa a l'è a memöia a memöia du Cigä ma 'nsci libbri de stöia Sinán Capudán Pasciá E suttu u timun du gran cäru c'u muru 'nte 'n broddu de fàru 'na neutte ch'u freidu u te morde u te giàscia u te spûa e u te remorde e u Bey assettòu u pensa ä Mecca e u vedde ë Urì 'nsce 'na secca ghe giu u timùn a lebecciu sarvàndughe a vitta e u sciabeccu amü me bell'amü a sfurtûn-a a l'è 'n grifun ch'u gia 'ngiu ä testa du belinun amü me bell'amü a sfurtûn-a a l'è 'n belin ch'ù xeua 'ngiu au cû ciû vixín e questa a l'è a ma stöia e t'ä veuggiu cuntâ 'n po' primma ch'à a vegiàià a me peste 'ntu murtä e questa a l'è a memöia a memöia du Cigä ma 'nsci libbri de stöia Sinán Capudán Pasciá. E digghe a chi me ciamma rénegôu che a tûtte ë ricchesse a l'argentu e l'öu Sinán gh'a lasciòu de luxî au sü giastemmandu Mumä au postu du Segnü intu mezu du mä gh'è 'n pesciu tundu che quandu u vedde ë brûtte u va 'nsciù fundu intu mezu du mä gh'è 'n pesciu palla che quandu u vedde ë belle u vegne a galla. (Sinan Capudan Pascià) |
Teste fasciate
sulla galea
le sciabole si giocano la luna la mia è rimasta dov'era per non stuzzicare la fortuna In mezzo al mare c'è un pesce tondo che quando vede le brutte va sul fondo in mezzo al mare c'è un pesce palla che quando vede le belle viene a galla E al posto degli anni che erano diciannove si sono presi le gambe e le mie braccia da allora la canzone l'ha cantata il tamburo e il lavoro è diventato fatica Voga devi vogare prigioniero e spingi spingi il remo fino al piede voga devi vogare imbuto e tira tira il remo fino al cuore E questa è la mia storia e te la voglio raccontare un po' prima che la vecchiaia mi pesti nel mortaio e questa è la memoria la memoria del Cicala ma sui libri di storia Sinán Capudán Pasciá E sotto il timone del gran carro con la faccia in un brodo di farro una notte che il freddo ti morde ti mastica ti sputa e ti rimorde e il Bey seduto pensa alla Mecca e vede le Uri su una secca gli giro il timone a libeccio salvandogli la vita e lo sciabecco Amore mio bell'amore la sfortuna è un avvoltoio che gira intorno alla testa dell'imbecille Amore mio bell'amore la sfortuna è un cazzo che vola intorno al culo più vicino E questa è la mia storia e te la voglio raccontare un po' prima che la vecchiaia mi pesti nel mortaio e questa è la memoria la memoria di Cicala ma sui libri di storia Sinán Capudán Pasciá E digli a chi mi chiama rinnegato che a tutte le ricchezze all'argento e all'oro Sinán ha concesso di luccicare al sole bestemmiando Maometto al posto del Signore In mezzo al mare e c'è un pesce tondo che quando vede le brutte va sul fondo in mezzo al mare c'è un pesce palla che quando vede le belle viene a galla (Sinan Capudan Pascià) |
L'album viene riconosciuto in base a due referendum indetti tra i critici musicali come il migliore dell'anno (naturalmente) ma anche il migliore dell'intero decennio. A nostro avviso, insieme a "La buona novella", è tra i primi dieci album italiani più belli di tutti i tempi.
Anche musicalmente si tratta di una vera e propria svolta, con l'utilizzo di strumenti della tradizione nordafricana, greca, occitana della musica etnica accanto ai quali convivono quelli elettrici più propri della musica leggera in una commistione tra sonorità mediterranee (spesso più vicine all'Oriente) legate al folklore di paesi europei ed arabi e musicalità cantautorali più moderne. Anche il linguaggio genovese è utilizzato da Fabrizio con eccezionali risultati poetici.
"Intanto non è dialetto, casomai un idioma. In ogni caso i dialetti assurgono a dignità di lingua e le lingue decadono a indegnità di dialetto, tra parentesi, solo per motivi politici. Le lingue che parliamo sono i dialetti dell'Impero. Il genovese o il napoletano hanno una tale quantità di vocaboli, di costruzioni linguistiche, possiedono delle sonorità così belle da farmeli preferire a qualsiasi lingua imperiale. Si sente sempre parlare di cultura mediterranea, da contrapporre in qualche maniera al modo di fare musica e di cantare dell'Impero...Ne sento parlare da vent'anni, e non ho ancora sentito un disco che rappresenti o che esprima questo suono, questa policromia mediterranea".
Il 1988 è l'anno del matrimonio tra Fabrizio e Dori Ghezzi, sua compagna già da molti anni.

L'anno successivo De Andrè, dopo De Gregori e Bubola, inizia a collaborare con un altro dei "nuovi" cantautori, quelli della generazione successiva alla sua, Ivano Fossati, con cui compone "Questi posti davanti al mare" e successivamente alcuni brani di Le Nuvole del 1990 (liberamente ispirato ad Aristofane ed eletto miglior album dell'anno) ed Anime Salve del 1996 (anch'esso miglior disco dell'anno). Quest'ultimo doveva in realtà uscire come album cofirmato da Fossati e De Andrè ma per contrasti tra i due alla fine vide la luce come album del solo De Andrè (con la collaborazione di Fossati in alcuni brani).
Ne "La domenica della salme" (da Le Nuvole) De Andrè dipinge un inquietante quadro di una società senza più ideali:
Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla
sua barba
un pettirosso da combattimento.
I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie
di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel
giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del "tua culpa"
affollarono i parrucchieri.
Nell’assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego" che era
il primo
"Si può fare domani sul
far del mattino"
E furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l’amputazione della
gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le
mani sui coglioni
"Voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo"
A tarda sera io e il mio illustre
cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città
civile
perché avevamo un cannone
nel cortile
un cannone nel cortile
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
"Quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare"
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono
cantare
per una mezz’oretta
poi ci mandarono a cagare
"Voi che avete cantato sui trampoli
e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla vestiti
da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi
e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
Voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo".
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
Mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.
(La domenica
delle salme)
La canzone più conosciuta
del disco è Don Raffaè. Protagonisti un secondino del carcere
campano di Poggioreale ed un detenuto d'eccellenza, Don Raffaè (Raffaele
Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata?). Scritta con Bubola la canzone
rimanda nella costruzione e nell'atmosfera alle canzoni scomode del primo
De Andrè:
| Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiero del carcere oiné io mi chiamo Cafiero Pasquale sto a Poggio Reale dal '53 e al centesimo catenaccio alla sera mi sento uno straccio per fortuna che al braccio speciale c'è un uomo geniale che parla co' me. Tutto il giorno con quattro infamoni
Ah, che bell 'o café
Prima pagina venti notizie
Un galantuomo che tiene sei figli
Ah, che bell 'o café
`Cca ci sta l'inflazione, la svalutazione
Voi tenete un cappotto cammello
Ah, che bell 'o café
Qui non c'è più decoro,
le carceri d'oro
A proposito, tengo nu frate
|
Io mi chiamo
Pasquale Cafiero
e sono brigadiere del carcere Io mi chiamo Cafiero Pasquale sto a Poggio Reale dal '53 e al centesimo catenaccio alla sera mi sento uno straccio per fortuna che al braccio speciale c'è un uomo geniale che parla con me Tutto il
giorno con quattro infamoni
Ah, che bella
cosa il caffè
Prima pagina
venti notizie
Un galantuomo
che ha sei figli
Ah, che bella
cosa il caffè
Ora c'è
l'inflazione, la svalutazione
Voi avete
un cappotto di cammello
Ah, che bella
cosa il caffè
Qui non c'è
più decoro, le carceri d'oro
A proposito,
ho un fratello
|
Anime Salve
Chi sono le anime salve di cui
parla De Andrè? Lo stesso cantautore lo spiegò in un'intervista:
"Le anime salve sono i solitari , i diversi, quelli che stanno ai margini,
perchè ce li ha cacciati il sistema o perchè lo hanno scelto
loro. Sono salvi perchè soli, perchè liberi, perchè
lontani da questa civiltà da basso impero dove i bambini vengono
stuprati e gli adulti si arrabbiano solo quando gli rubi l'argenteria a
casa".
E' stato scritto al riguardo:
Si puo' definire Anime Salve,
usando le stesse parole del cantautore, come l'osservazione di una serie
di diverse solitudini, alla riscoperta dunque del valore di questo modo
di essere e dell'individualità in sè, da parte di un osservatore,
il poeta, volutamente estraniatosi dal contesto sociale e politico. Estraniamento
necessario nel tentativo di dare una testimonianza che tenga conto non
solo di una solitudine basata su di una libera scelta originaria o di una
originale diversità, ma anche di una solitudine "costretta", proprio
in virtù di quella libera scelta, dal mondo circostante ignaro e
intollerante nei confronti appunto delle diversità. Solitudini vissute
diversamente: con orgoglio e a testa alta, oppure con uno sconforto disperato.
"Anime Salve" annuncia questo suo
carattere fin dal titolo dell'album, in cui mantiene l'etimo tanto di
ANIMO quanto di SALVO, ovvero
SPIRITO SOLITARIO. "Mi sono visto di spalle che partivo",
recita un verso della canzone
omonima (in cui con Fabrizio De Andre' canta Ivano Fossati): un netto
rifiuto dell'identità anagrafica,
dell'uomo costruito da una autorità-stato che vuole imporre a ciascuno
dove e come stare al mondo. La
solitudine e' dunque cercata, voluta, libera scelta che consente di non
stare nel mucchio, di non venire
impressi da marchi della società.
(Alberto Mingardi)
L'interesse della chiesa per i
messaggi contenuti in "Anime Salve" spinge a qualche doverosa
specificazione. Anime salve contiene
testi che hanno come filo conduttore il diritto a esistere di tutti
coloro che vengono considerati
minoranze. La solitudine raccontata non è solo filosofica ma ha
precise
motivazioni sociali che vengono
lette da De André ognuna nella sua richiesta particolare di non
emarginazione e di solidarietà.
Da "Prinçesa" a "Khorakhané" a "Smisurata preghiera", le
parole dei due
cantautori genovesi, uniti dall'intento
di dare voce a chi viene tacitato, trovano l'intensità che unisce
la
rabbia e i silenzi di un proprio
personale tragitto vitale. (Valeria Viganò)
Una delle "anime salve" è Princesa. La canzone racconta la storia di Fernandino, un ragazzino brasiliano che cambia sesso (ispirata dall'omonimo racconto-intervista di Maurizio Iannelli).
Sono la pecora sono la vacca
che agli animali si vuol giocare
sono la femmina camicia aperta
piccole tette da succhiare.
Sotto le ciglia di questi alberi
nel chiaroscuro dove son nato
che l'orizzonte prima del cielo
ero lo sguardo di mia madre
"Che Fernandino è come
una figlia
mi porta a letto caffè
e tapioca
e a ricordargli che è nato
maschio
sarà l'istinto sarà
la vita"
e io davanti allo specchio grande
mi paro gli occhi con le dita
a immaginarmi tra le gambe
una minuscola fica
Nel dormiveglia della corriera
lascio l'infanzia contadina
corro all'incanto dei desideri
vado a correggere la fortuna
Nella cucina della pensione
mescolo i sogni con gli ormoni
ad albeggiare sarà magia
saranno seni miracolosi
perchè Fernanda è
proprio una figlia
come una figlia vuol far l'amore
ma Fernandino resiste e vomita
e si contorce dal dolore
e allora il bisturi per seni e
fianchi
una vertigine di anestesia
finché il mio corpo mi
rassomigli
sui lungomare di Bahia
Sorriso tenero di verdefoglia
dai suoi capelli sfilo le dita
quando le macchine puntano i fari
sul palcoscenico della mia vita
dove tra ingorghi di desideri
alle mie natiche un maschio s'appende
nella mia carne tra le mie labbra
un uomo scivola l'altro si arrende
che Fernandino mi è morto
in grembo
Fernanda è una bambola
di seta
sono le braci di un'unica stella
che squilla di luce di nome Princesa
A un avvocato di Milano
ora Princesa regala il cuore
e un passeggiare recidivo
nella penombra di un balcone
o matu
o cèu
a senda
a escola
a igreja
a desonra
a saia
o esmalte
o espelho
o baton
o medo
a rua
a bombadeira
a vertigem
o encanto
a magia
os carros
a policia
a canseira
o brio
o noivo
o capanga
o fidalgo
o porcalhao
o azar
a bebedeira
as pancadas
os carinhos
a falta
o nojo
a formusura
viver
(la campagna
il cielo
il sentiero
la scuola
la chiesa
la vergogna
la gonna
lo smalto
lo specchio
il rossetto
la paura
la strada
la modellatrice
la vertigine
l'incantesimo
la magia
le macchine
la polizia
la stanchezza
la dignità
il fidanzato
lo sgherro
il gransignore
lo sporcaccione
la sfortuna
la sbronza
le botte
le carezze
il fallimento
lo schifo
la bellezza
vivere)
(Princesa)
Nel 1997 Fabrizio De Andrè fa il suo esordio anche come scrittore firmando insieme ad Alessandro Gennari il romanzo intitolato "Un destino ridicolo". Il libro è in parte autobiografico con molti episodi legati alla Genova degli anni '60 che videro il giovane Fabrizio, di famiglia ricca ed altolocata, frequentare le zone più misere della città a contatto con quei personaggi di cui spesso parlerà nelle sue canzoni.
Il romanzo "Un destino ridicolo" era anche al centro di un progetto per una trasposizione cinematografica. Lo stesso De Andrè avrebbe supervisionato il film.
Un film incentrato sulla figura
di Fabrizio viene comunque realizzato. Si tratta di "Faber" di Bruno Bigoni
e Romano Giuffrida, presentato al Festival di Torino e prodotto da Tele+.
Fabrizio non compare nel film
e di lui si sente solo la voce fuori campo ("Gli artisti sono gli anticorpi
che la società ha contro il potere. L'artista non deve integrarsi.
Se si integra, noi ce l'abbiamo nel...").
Prima della sua morte Fabrizio
stava lavorando ad un nuovo disco con la collaborazione di Oliviero Malaspina.
Tema del disco sarebbe stata la notte e l'ispirazione era venuta dalla
vita (e dalla morte) di un amico sardo di De Andrè che amava la
notte.
Dichiarò Oliviero Malaspina:
"La prima suite era incentrata
sulla notte intesa come paura del giorno. Il punto di partenza è
stata la
passione per la notte per ricordare
un amico di Fabrizio scomparso che aveva la fobia del giorno.
Il secondo notturno era dedicato
alla notte intesa come cecità del potere vista come una malattia
contagiosa. La terza come momento
per la morte e per l'uomo votato alle estreme conseguenze del
male. La più incredibile
era l'ultima, la notte vista come fenomeno fisico e atmosferico....".
Le ultime incisioni di Fabrizio prima della sua prematura scomparsa costituiscono più annotazioni a livello di curiosità che tappe fondamentali di un percorso artistico, come nel caso del nostalgico duetto con Mina nel 1997. I due artisti interpretano a due voci La canzone di marinella portata al successo oltre trent'anni prima dalla cantante di Cremona. Il duetto viene pubblicato sull'album antologico M'innamoravo di tutto.
Nel 1998 Fabrizio, accompagnato sul palco dal figlio Cristiano e dalla figlia Luvi, porta il proprio spettacolo nei teatri d'Italia ottenendo un grande successo di pubblico e di critica ma le sue condizioni di salute si fanno preoccupanti.
In un'intervista mandata in onda sulla RAI non molto tempo prima della sua morte Fabrizio aveva dichiarato alla domanda a proposito di cosa avesse paura: "Sicuramente della morte. Non tanto la mia che in ogni caso, quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili".
Il tour di Fabrizio successivo
all'album "Anime Salve" viene così interrotto nel corso dell'estate
del 1998. Le condizioni di salute di De Andrè peggiorano. Comunica
agli amici di avere più di un'ernia ma una tac del 25 agosto non
lascia più speranze. La causa delle gravi condizioni è un
tumore ai polmoni.
Fabrizio viene ricoverato presso
l'Istituto per i tumori di Milano dove si spegne l'11 gennaio del 1999
alle 2.15 di notte. Viene assistito fino all'ultimo dalla moglie Dori,
dai figli Cristiano e Luvi e dai suoi cari.
Cristiano De Andrè racconterà
che il padre è morto serenamente tenendo loro la mano fino alla
fine.
I suoi funerali si svolgono il
13 gennaio nella sua Genova, nella Basilica di Carignano, davanti ad una
folla oltremodo commossa di oltre diecimila persone tra le bandiere del
Genoa, la squadra di calcio di cui Fabrizio era tifoso, e quella con il
simbolo anarchico.
Un funerale rigorosamente pubblico
perché, dice Dori Ghezzi, "Fabrizio appartiene non solo alla famiglia,
ma a tutti quelli che lo hanno amato", ed al quale partecipano molti colleghi
cantautori e naturalmente l'amico fraterno Paolo Villaggio che avrà
parole toccanti per l'amico scomparso.
Fabrizio De Andrè viene sepolto nella cappella di famiglia del cimitero di Staglieno.
Michele Serra
da La repubblica del 12 gennaio 1999
Noi ragazzi
degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, splendenti
di solitudine.
E ridevamo
dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici
spietati, beghine pavide.
Quella stessa
potente, preziosa materia la percezione che il mondo è ingiusto
e ottuso che la politica, di lì
a poco,
avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva
una luce incantevole, la
mite e durevole
luce dell’arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano
nell’animo,
corrispondeva
all’intuizione che l’arte e la poesia fossero la più radicale delle
rivolte.
Cesare G.
Romana
E' sempre
stato un tema caro a Fabrizio, quello dell' uomo scrutato - e amato - nei
capitoli più amari, nei
risvolti
fallimentari della sua storia. Che è essenzialmente, per lui, storia
di agognati ma tanto spesso
irraggiunti
traguardi, di fronte alla evidenza diventa inutile la speranza illusoria
e la ribellione
pigmeiforme
di chi vorrebbe opporre la propria fragile volontà alla violenza
gigantesca del destino.
Sempre pronto,
quest'ultimo, a dissolvere con un colpo di spugna i poveri fantasmi che
colorano i sogni
dell'uomo
con le luci di un impossibile paradiso.
Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie
al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza
sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine
Per chi viaggia in direzione ostinata
e contraria
col suo marchio speciale di speciale
disperazione
e tra il vomito dei respinti muove
gli ultimi passi
per consegnare alla morte una
goccia di splendore
di umanità di verità
Per chi ad Aqaba curò la
lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio
di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti
di tango
in un vasto programma di eternità
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la
fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere.
(Fabrizio De Andrè - "Le Nuvole")
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un corpo fra i tanti a dar fosforo all'aria per bivacchi di fuochi che dicono fatui che non lasciano cenere non sciolgon la brina solo la morte m'ha portato in collina |

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