FABRIZIO DE ANDRE'
Solo la morte m'ha portato in collina...
di Michele Murino
L'11 gennaio del 1999 moriva Fabrizio De Andrè lasciando un patrimonio inestimabile di canzoni entrate di diritto nei testi scolastici del nostro Paese e nelle antologie poetiche.
Fabrizio De Andrè era un poeta, oltre che un cantautore dalla incredibile capacità compositiva dei testi e delle musiche, secondo Fernanda Pivano uno dei pochi veri poeti del mondo della musica.
Ha scritto al suo riguardo proprio la Pivano: "Con poeti così non si può neanche fare delle date, perchè sono esistiti da sempre ed esisteranno sempre. Non ha date la proposta di gente libera, fuori dai sepolcri imbiancati, incapace di discriminazioni, con gli occhi spalancati sulle ingiustizie del mondo, con ironia bruciante per i falsi poteri e tenerezza senza confini per le debolezze degli uomini, con inorriditi pensieri per la guerra e ostinate speranze di non violenza e di pace, con amori incapaci di regole e inerme pazienza per disgrazie e dolori".

Fabrizio Cristiano De Andrè nasce il 18 febbraio del 1940 a Genova Pegli ma deve presto trasferirsi con la famiglia (la madre Luisa Amerio, il fratello Mauro e le due nonne) a Revignano D'Asti, paesino della Val Ciresa, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, anche se suo padre, antifascista, non è con lui essendo costretto a fuggire dandosi alla macchia per evitare l'arresto.
Tornato a Genova alla fine della guerra, Fabrizio frequenta il ginnasio poi il liceo classico Cristoforo Colombo e si iscrive all'Università abbandonandola prima di laurearsi in Giurisprudenza.
Nel giovane De Andrè nasce la passione per la musica, in particolare per quella dei cantautori francesi come Georges Brassens, i cui dischi venivano portati dalla Francia dal padre di Fabrizio. Notevole influenza su di lui ha anche la musica trobadorica medioevale
Durante il periodo degli studi universitari questo suo amore nei confronti della musica si fa sempre più forte grazie anche agli amici che Fabrizio frequenta presso il cabaret di Genova chiamato La borsa d'Arlecchino. De Andrè è un assiduo frequentatore del cabaret ed è proprio lì che egli fa il suo esordio in un complesso a cavallo tra gli anni 50 e 60. Suona chitarra e violino in concerti jazz e folk.
Nel 1960 viene pubblicato il 45 giri con "Nuvole Barocche" sul lato A e "E fu la notte" sul lato B. E' il primo disco di Fabrizio, molto distante, in quanto a stile, voce e caratteristiche delle liriche, rispetto a quello della maturità che gli permise di imporsi all'attenzione di pubblico e critica a partire dalla fine degli anni '60 fino alla sua prematura scomparsa.
"Nuvole barocche" ha un arrangiamento ridondante ed un testo molto suggestivo per quanto lontano dal linguaggio popolare che caratterizzerà i grandi successi di Fabrizio. Anche la sua voce, impostata, quasi da cantante confidenziale, in questi primi tentativi è a metà strada tra la classica canzone italiana degli anni 40/50 ed un incerto accenno a sfumature cantautorali.

Poi un'altra giornata di luce
poi un altro di questi tramonti
e portali colonne fontane.

Tu mi hai insegnato a vivere
insegnami a partir.

Ma il cielo è tutto rosso
di nuvole barocche
sul fiume che si sciacqua
sotto l'ultimo sole.

(da "Nuvole Barocche")


In questo periodo, ancora incerto sulla propria identità musicale, Fabrizio è fortemente influenzato, oltre che dagli chansonniers francesi, anche dagli amici cantautori della scuola genovese che hanno iniziato un pò prima di lui ad avere successo, da Gino Paoli a Luigi Tenco, da Bruno Lauzi ad Umberto Bindi.

Un esercizio o poco più sembra "E fu la notte". Da notare in questi primi brani l'assenza delle rime (caratteristica imprescindibile per tutte le canzoni di Fabrizio da una certa data in poi) e l'utilizzo di versi liberi oltre ad un ricorso a certe atmosfere "antiche" anche grazie all'utilizzo di una prosa un pò aulica.
 

E fu la notte
la notte per noi
notte profonda
sul nostro amore.

E fu la fine
di tutto per noi
resta il passato
e niente di più.

(da "E fu la notte")


Nel 1962 Fabrizio sposa Enrica Rignon e nello stesso anno nasce il loro figlio Cristiano (oggi apprezzato cantautore e che ha collaborato con il padre in lavori come "Anime Salve").
In questi suoi primi anni di attività Fabrizio, timido fino all'estremo, si rifiuta di esibirsi in pubblico e così sarà per moltissimi anni (fino al 1975).

Negli anni '60 la cifra stilistica di De Andrè va sempre più puntualizzandosi e cominciano a fare la loro comparsa nelle canzoni di Fabrizio le tematiche più care al cantautore, la condanna della guerra (La guerra di Piero, La ballata dell'eroe), lo schierarsi dalla parte degli emarginati e dei perdenti (La Ballata del Michè - in cui parla di un carcerato suicida, Via del campo - una prostituta, La Città Vecchia - i poveri, i ladri, gli assassini dei vicoli di Genova).
"Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l'illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane".

E mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

E se gli spari in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

E mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia

(da "La guerra di Piero")

Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

E ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

(da "Via del Campo")


De Andrè abbandona l'artificiosità di certi termini e di certi versi "alti" ed accademici e, pur utilizzando un linguaggio "colto" nella composizione e nell'abbinamento di talune parole, pesca direttamente dal linguaggio parlato dal popolo, spesso ricorrendo ad espressioni forti ed a termini "volgari" assolutamente inusitati nelle canzoncine dell'epoca (puttana, cornute, schifosa, donnaccia, porco di un cane, troia, buco del culo, battone, stratracannare, presi per il sedere). Termini spesso censurati in radio o in tv. E' il caso de "La città vecchia" che in una prima versione recitava:

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
Quella che di giorno chiami con disprezzo "specie di troia"
quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia

E che in una versione successiva censurata diventa:

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

(da "La città vecchia")


Di questo primo periodo sono molte belle versioni italiane realizzate da Fabrizio partendo dagli originali di Georges Brassens: Delitto di paese (Assasinat), Il gorilla, La morte, Nell'acqua della chiara fontana, Marcia nuziale.
Pur partendo dagli stilemi cari al cantautore francese però, Fabrizio riesce già fin dai questi suoi primi tentativi a sviluppare uno stile personale e maturo che troverà piena realizzazione soprattutto in album come "Tutti morimmo a stento" e "La buona novella".

Dedicata al suicidio di Luigi Tenco è la bellissima "Preghiera in gennaio". Luigi Tenco, cantautore, amico di De Andrè e di molti rappresentanti della scuola genovese dei cantautori, si toglie la vita a Sanremo nel 1967 nella stanza n. 219 dell'Hotel Savoy dopo l'esclusione della sua canzone "Ciao amore ciao" dalla fase finale del Festival.

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento

(Preghiera in gennaio)


Da sottolineare un verso coraggioso per una canzone dell'epoca come "L'inferno esiste solo per chi ne ha paura", illuminante della visione di De Andrè (Non c'è l'inferno nel mondo del buon Dio). Il verso dedicato ai "signori benpensanti" è un riferimento a coloro che all'epoca anche sui giornali ed in televisione liquidarono lo scomodo suicidio di Tenco. (Francesco De Gregori fotograferà altrettanto bene quest'immagine - con toni più acidi - in un suo brano dedicato al suicidio di Tenco dal titolo "Festival" : E l'uomo della televisione disse/Nessuna lacrima vada sprecata/In fin dei conti cosa c'è di più bello della vita/La primavera è quasi cominciata).

Si apre in questo periodo anche un filone trasversale che caratterizzerà qua e là la produzione di De Andrè, quello delle canzoni "umoristiche", per così dire, satiriche, spesso mordaci e piene di allusioni spesso sessuali, talvolta dissacranti ed irriverenti nei confronti del Potere, della Chiesa, dei ricchi, dell'ordine costituito (Fabrizio De Andrè sì è da sempre professato anarchico). Filone in cui va senz'altro inserita per prima la celebre "Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers", un velenoso spietato ritratto, vera e propria presa per i fondelli di un potente del passato, Carlo Martello, che dopo lunghissima astinenza sessuale, si vede costretto alle prese con una prostituta che, dopo che il re ha appagato i propri sensi, gli chiede cinquemila lire come parcella (da notare i toni talvolta quasi cabarettistici di alcune canzoni di questo filone come questa appena citata in cui il verso "fan zinquemila lire, è un prezzo di favor" viene cantato da De Andrè con spiccato accento romagnolo).

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor
al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor

Il sangue del principe e del moro
arrossano il cimiero
d'identico color
ma più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d'amor

"Se ansia di gloria, sete d'onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all'amore
Chi poi impone alla sposa soave
di castità la cintura ahimè è grave
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave"

Così si lamenta il Re cristiano
s'inchina intorno il grano
gli son corona i fior
lo specchio di chiara fontanella
riflette fiore in sella
dei Mori il vincitor

Quand'ecco nell'acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d'amor
nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol

"Mai non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella"
disse Re Carlo scendendo veloce di sella
"Deh, cavaliere non v'accostate
già d'altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate"

Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s'arrestò
ma più dell'onor potè il digiuno
fremente l'elmo bruno
il sire si levò

Codesta era l'arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà
Alla donna apparve un gran nasone
un volto da caprone
ma era Sua Maestà

"Se voi non foste il mio sovrano"
(Carlo si sfila il pesante spadone)
"non celerei il disio di fuggirvi lontano,
Ma poiché siete il mio signore"
(Carlo si toglie l'intero gabbione)
"debbo concedermi spoglia d' ogni pudore"

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d'onor si ricoprì
e giunto alla fin della tenzone
incerto sull'arcione
tentò di risalir

Veloce lo arpiona la pulzella
repente una parcella
presenta al suo signor
"Beh proprio perché voi siete il sire
fan zinquemila lire
è un prezzo di favor"

"E' mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane
Anche sul prezzo c'è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v'eran tariffe inferiori alle tremila lire"

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò
Frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor
Al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor

(Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers)


Da segnalare che la canzone in questione è stata scritta da De Andrè insieme a Paolo Villaggio, il che ne spiega ulteriormente la carica dissacratoria.

Nell'agosto 1948, a Pocol, sopra Cortina, Fabrizio incontrò per la prima volta Paolo Villaggio, allora sedicenne. I due simpatizzarono subito, ma i sette anni di differenza non permisero allora che quella simpatia sfociasse in una vera e propria amicizia. Paolo e Fabrizio si persero così di vista per ritrovarsi solo una decina di anni dopo sulle tavole di un palcoscenico; e da quel momento divennero inseparabili.
(da www.giuseppecirigliano.it)

Con Paolo Villaggio Fabrizio scrive anche un'altra canzone meno nota, Il Fannullone.

Altre canzoni di questo filone "satirico" sono "Il testamento", "Bocca di rosa", "Nell'acqua della chiara fontana", "Il gorilla".

Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità
non maleditemi non serve a niente
tanto all'inferno ci sarò già

Ai protettori delle battone
lascio un impiego da ragioniere
perché provetti nel loro mestiere
rendano edotta la popolazione
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana

Voglio lasciare a Bianca Maria
che se ne frega della decenza
un attestato di benemerenza
che al matrimonio le spiani la via
con tanti auguri per chi c'è caduto
di conservarsi felice e cornuto
con tanti auguri per chi c'è caduto
di conservarsi felice e cornuto

Sorella morte lasciami il tempo
di terminare il mio testamento
lasciami il tempo di salutare
di riverire di ringraziare
tutti gli artefici del girotondo
intorno al letto di un moribondo

Signor becchino mi ascolti un poco
il suo lavoro a tutti non piace
non lo consideran tanto un bel gioco
coprir di terra chi riposa in pace
ed è per questo che io mi onoro
nel consegnarle la vanga d'oro
ed è per questo che io mi onoro
nel consegnarle la vanga d'oro

Per quella candida vecchia contessa
che non si muove più dal mio letto
per estirparmi l'insana promessa
di riservarle i miei numeri al lotto
non vedo l'ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati
non vedo l'ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati

Quando la morte mi chiederà
di restituirle la libertà
forse una lacrima forse una sola
sulla mia tomba si spenderà
forse un sorriso forse uno solo
dal mio ricordo germoglierà

Se dalla carne mia già corrosa
dove il mio cuore ha battuto il tempo
dovesse nascere un giorno una rosa
la do alla donna che mi offrì il suo pianto
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d'amore
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d'amore

A te che fosti la più contesa
la cortigiana che non si dà a tutti
ed ora all'angolo di quella chiesa
offri le immagini ai belli ed ai brutti
lascio le note di questa canzone
canto il dolore della tua illusione
a te che sei per tirare avanti
costretta a vendere Cristo e i santi

Quando la morte mi chiamerà
nessuno al mondo si accorgerà
che un uomo è morto senza parlare
senza sapere la verità
che un uomo è morto senza pregare
fuggendo il peso della pietà

Cari fratelli dell'altra sponda
cantammo in coro già sulla terra
amammo tutti l'identica donna
partimmo in mille per la stessa guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore si muore soli
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli.

(Il testamento)



 

La chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore, metteva l'amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.

Appena scesa alla stazione
del paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.

C'è chi l'amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l'uno né l'altro
lei lo faceva per passione.

Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.

E fu così che da un giorno all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.

Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva.

Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.

Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.

E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
"il furto d'amore sarà punito-
disse- dall'ordine costituito".

E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"Quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare".

Ed arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
ed arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.

Spesso gli sbirri e i carabinieri
al proprio dovere vengono meno
ma non quando sono in alta uniforme
e l'accompagarono al primo treno

Alla stazione c'erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano,

a salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese.

C'era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva "Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera".

Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.

E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi manda un bacio, chi getta un fiore
chi si prenota per due ore.

Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.

E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano.
(Bocca di rosa)


Il verso di satira feroce e di forte avversione al potere costituito (quello sugli "sbirri e i carabinieri") sarà dallo stesso De Andrè smorzato ed alleggerito in una versione successiva in cui la strofa suonerà:

Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnaron malvolentieri

Bocca di rosa è un altro degli immortali personaggi tratteggiati da De Andrè nella sua galleria di reietti, di umili, di deboli, di oppressi, di sconfitti, di diversi, che costituiscono l'ossatura di tutta la sua poetica che in questo senso è mirabilmente sintetizzata da una sorta di verso-manifesto di Fabrizio: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".
Prostitute (Bocca di rosa, Via Del Campo, La città vecchia, Carlo Martello, A dumenega), zingari (Khorakhanè, Sally), ladri e banditi (Il testamento di Tito, Geordie, Franziska), assassini (Delitto di paese, Avventura a Durango), transessuali (Princesa), nani (Un giudice), matti (Un matto), carcerati (La ballata del Michè, Nella mia ora di libertà), omosessuali (Una storia sbagliata, Andrea), suicidi (Preghiera in gennaio, Ballata dell'amore cieco, La ballata del Michè, Nancy), minoranze etniche (Fiume Sand Creek, Verdi pascoli e altre da "L'indiano"), drogati (Cantico dei drogati), minoranze culturali (Zirichiltaggia, Canto del servo pastore, molti brani de "L'indiano" e di "Creuza de ma")

Dissacratoria ma anche amara è la "Ballata dell'amore cieco", un piccolo gioiello del primo De Andrè:

Un uomo onesto, un uomo probo,
tralalalalla tralallaleru
s'innamorò perdutamente
d'una che non lo amava niente.

Gli disse portami domani,
tralalalalla tralallaleru
gli disse portami domani
il cuore di tua madre per i miei cani.

Lui dalla madre andò e l'uccise,
tralalalalla tralallaleru
dal petto il cuore le strappò
e dal suo amore ritornò.

Non era il cuore, non era il cuore,
tralalalalla tralallaleru
non le bastava quell'orrore,
voleva un'altra prova del suo cieco amore.

Gli disse amor se mi vuoi bene,
tralalalalla tralallaleru
gli disse amor se mi vuoi bene,
tagliati dei polsi le quattro vene.

Le vene ai polsi lui si tagliò,
tralalalalla tralallaleru
e  come il sangue ne sgorgò
correndo come un matto da lei tornò.

Fuori soffiava dolce il vento
tralalalalla tralallaleru
ma lei fu presa da sgomento
quando lo vide morir contento.

Morir contento e innamorato
quando a lei niente era restato
non il suo amore non il suo bene
ma solo il sangue secco delle sue vene.

(Ballata dell'amore cieco)


Uno degli album capolavoro di De Andrè esce nel 1970. Si tratta de "La Buona Novella". Ispirato ai Vangeli apocrifi, è considerato da molti (critici e musicisti compresi) uno dei migliori album mai prodotti. Il disco, uno dei primi concept-album (insieme a "Tutti morimmo a stento" dello stesso De Andrè e di poco precedente) è composto da un primo lato in cui viene raccontata l'infanzia di Maria e la nascita di Gesù. Il secondo lato raccoglie invece brani che raccontano la crocifissione e la morte di Cristo.
C'è una forte attrazione in De Andrè per la figura di Gesù Cristo (in fondo anche lui un emarginato, un umile, un reietto) fin dalle sue primissime canzoni.


da"I nostri cantautori" (Thema Editore)
In " Si chiamava Gesù" la figura del Cristo viene rivisitata: questo Gesù venuto da molto lontano a convertire bestie e gente.../ non si può dire non sia servito a niente/ perchè prese la terra per mano dice l'autore; quindi alcuni lo dissero santo.
Non intendo cantare la gloria nè invocare la grazia o il perdono di chi penso non fu altri che un uomo come Dio passato alla storia ma inumano è pur sempre l'amore di chi rantola senza rancore, perdonando con l'ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce.
De Andre riesce a darci una visione 'religiosa' di quest'uomo, che soffre umanamente per gli altri, che accetta la preghiera, l'insulto e lo sputo e che muore come tutti si muore fino al punto di essere inumano, soprannaturale.

Ne La buona novella  riprenderà l'argomento qui appena accennato, ribadito in "Spiritual" e in "Preghiera in Gennaio".
Lo stesso tema è presente in "Spiritual", un'invocazione ad un Dio che si avverte lontano e che dovrebbe invece scendere dalle stelle: Dio del cielo se mi vorrai/ in mezzo agli altri uomini mi troverai.
Proprio quest'uomo, oppresso, sente bisogno di Dio, sente la necessità di un contatto più umano perche è come una mosca cieca che non sa più volare; il tema è universale.



 

Le liriche di De Andrè raggiungono ne "La buona novella" un livello altissimo, riuscendo ad essere evocative e suggestive come vere e proprie poesie.

Laudate dominum
Laudate dominum
Laudate dominum

Voce:
Forse fu all'ora terza forse alla nona
cucito qualche giglio sul vestitino alla buona
forse fu per bisogno o peggio per buon esempio
presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio
presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio.

Non fu più il seno di Anna fra le mura discrete
a consolare il pianto a calmarti la sete
dicono fosse un angelo a raccontarti le ore
a misurarti il tempo fra cibo e Signore
a misurarti il tempo fra cibo e Signore.

Coro:
Scioglie la neve al sole ritorna l'acqua al mare
il vento e la stagione ritornano a giocare
ma non per te bambina che nel tempio resti china
ma non per te bambina che nel tempio resti china.

Voce:
E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio
avevi dodici anni e nessuna colpa addosso
ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio
la tua verginità che si tingeva di rosso
la tua verginità che si tingeva di rosso.

E si vuol dar marito a chi non lo voleva
si batte la campagna si fruga la via
popolo senza moglie uomini d'ogni leva
del corpo d'una vergine si fa lotteria
del corpo d'una vergine si fa lotteria.

Coro:
Sciogli i capelli e guarda già vengono...
Guardala guardala scioglie i capelli
sono più lunghi dei nostri mantelli
guarda la pelle tenera lieve
risplende il sole come la neve
guarda le mani guardale il viso
sembra venuta dal paradiso
guarda le forme la proporzione
sembra venuta per tentazione.
Guardala guardala scioglie i capelli
sono più lunghi dei nostri mantelli
guarda le mani guardale il viso
sembra venuta dal paradiso
guardale gli occhi guarda i capelli
guarda le mani guardale il collo
guarda la carne guarda il suo viso
guarda i capelli del paradiso
guarda la carne guardale il collo
sembra venuta dal suo sorriso
guardale gli occhi guarda la neve
guarda la carne del paradiso.

Voce:
E fosti tu Giuseppe un reduce del passato
falegname per forza padre per professione
a vederti assegnata da un destino sgarbato
una figlia di più senza alcuna ragione
una bimba su cui non avevi intenzione.

E mentre te ne vai stanco d'essere stanco
la bambina per mano la tristezza di fianco
pensi "Quei sacerdoti la diedero in sposa
a dita troppo secche per chiudersi su una rosa
a un cuore troppo vecchio che ormai si riposa".
(L'infanzia di Maria)
 



Secondo l'ordine ricevuto Giuseppe portò la bambina nella propria casa e subito se ne partì per dei lavori che lo attendevano fuori dalla Giudea. Rimase lontano quattro anni.

Stelle, già dal tramonto,
si contendono il cielo a frotte,
luci meticolose
nell'insegnarti la notte.

Un asino dai passi uguali,
compagno del tuo ritorno,
scandisce la distanza
lungo il morire del giorno.

Ai tuoi occhi, il deserto,
una distesa di segatura,
minuscoli frammenti
della fatica della natura.

Gli uomini della sabbia
hanno profili da assassini,
rinchiusi nei silenzi
d'una prigione senza confini.

Odore di Gerusalemme,
la tua mano accarezza il disegno
d'una bambola magra,
intagliata nel legno.

"La vestirai, Maria,
ritornerai a quei giochi
lasciati quando i tuoi anni
erano così pochi."

E lei volò fra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso,
una volta ignorato,
la tenerezza d'un sorriso,
un affetto quasi implortato.

E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

E a te, che cercavi il motivo
d'un inganno inespresso dal volto,
lei propose l'inquieto ricordo
fra i resti d'un sogno raccolto.
(Il ritorno di Giuseppe)



 

"Nel Grembo umido, scuro del tempio,
l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese - Conosci l'estate -
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti, le strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la vite.

Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

(... e l' angelo disse: "Non
temere, Maria, infatti hai
trovato grazia presso il
Signore e per opera Sua
concepirai un figlio...)

Le ombre lunghe dei sacerdoti
costrinsero il sogno in un cerchio di voci.
Con le ali di prima pensai di scappare
ma il braccio era nudo e non seppe volare:
poi vidi l'angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili d'un altra vita,
foglie le mani, spine le dita.

Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era
"Lo chiameranno figlio di Dio"
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse nel ventre."

E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.

E tu, piano, posati le dita
all'orlo della sua fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo forte.
(Il sogno di Maria)


Il disco, che si era aperto con un "Laudate Dominum", dopo la crocifissione e la morte di Cristo viene "strategicamente" chiuso da De Andrè con l'invocazione opposta: "Laudate Hominem":

Laudate dominum
Laudate dominum

Gli umili, gli straccioni:
"Il potere che cercava
il nostro umore
mentre uccideva
nel nome d'un dio,
nel nome d'un dio
uccideva un uomo:
nel nome di quel dio
si assolse.

Poi, poi chiamò dio
poi chiamò dio
poi chiamò dio quell'uomo
e nel suo nome
nuovo nome
altri uomini,
altri, altri uomini
uccise ".

Non voglio pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.

Laudate dominum
Laudate dominum

Ancora una volta
abbracciamo la fede
che insegna ad avere
ad avere il diritto
al perdono, perdono
sul male commesso
nel nome d'un dio
che il male non volle, il male non volle,
finché
restò uomo
uomo.

Non posso pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.

Qualcuno
qualcuno
tentò di imitarlo
se non ci riuscì
fu scusato
anche lui
perdonato
perché non s'imita
imita un dio,
un dio va temuto e lodato
lodato...

Laudate hominem

No, non devo pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.
Ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.

Laudate hominem.
(Laudate hominem)


Con questi album De Andrè, che era fino a quel momento un autore "per pochi intimi", conosciuto in un ristretto ambiente genovese e tra i colleghi, raggiunge finalmente il grande successo di pubblico ottenendo anche i vertici delle classifiche di vendita. Contribuisce al successo anche Mina che interpreta una bellissima versione de "La canzone di Marinella", la canzone più conosciuta di De Andrè a livello di massa.

"Mi arrivano seicentomila lire in un semestre (per quegli anni una somma davvero considerevole) - dichiarò Fabrizio in un'intervista. - Allora ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che era un quartiere chic di Genova. Quindi chiusa la storia con la laurea e con tutto il resto. Da quel momento, cominciai a pensare che forse le canzoni m'avrebbero reso di più e, soprattutto, divertito di più".

"Se una voce miracolosa non avesse interpretato la "Canzone di Marinella", con tutta probabilità avrei terminato gli Studi in Legge per dedicarmi all'avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore…".

Canzone, quella di Marinella, ispirata a Fabrizio da un fatto reale di cronaca letto su un giornale locale che faceva il resoconto della morte di una ragazza caduta nel fiume e sul quale Fabrizio sviluppò la vicenda poetica
della canzone.

L'album successivo a "La Buona Novella" è ispirato all'Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Masters. Il disco si intitola "Non al denaro non all'amore nè al cielo". Fabrizio che nei suoi primi brani si rifaceva soprattutto ad una certa musicalità alla francese, americanizza alquanto il suo modo di scrivere canzoni, probabilmente influenzato già dalla scoperta di Bob Dylan e Leonard Cohen di cui si riconosceranno in maniera evidente le ascendenze soprattutto nei successivi "Canzoni", "Rimini", "Volume 8" e nell'album omonimo del 1981 (il cosidetto "L'Indiano").
A partire da "Non all'amore..." e per un certo periodo Fabrizio comincia ad avvalersi della collaborazione di Nicola Piovani per le musiche e di Fabrizio Bentivoglio per i testi.
Ogni brano di "Non al denaro non all'amore nè al cielo" è dedicato ad un diverso personaggio, morto e "portato in collina": un matto, un giudice, un blasfemo, un malato di cuore, un medico, un chimico, un ottico, il suonatore Jones:

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro

E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
"Una morte pietosa lo strappò alla pazzia".
(Un matto)



 

Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
d'una ragazza irriverente
che vi avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.

Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo
troppo vicino al buco del culo.

Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d'una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d'un tribunale
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.

E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva "Vostro Onore",
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell'ora dell'addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.
(Un giudice)



 

Daltonici, presbiti, mendicanti di vista
il mercante di luce, il vostro oculista,
ora vuole soltanto clienti speciali
che non sanno che farne di occhi normali.

Non più ottico ma spacciatore di lenti
per improvvisare occhi contenti,
perché le pupille abituate a copiare
inventino i mondi sui quali guardare.
Seguite con me questi occhi volare,
fuggire dall'orbita e non voler ritornare.

Primo cliente:
Vedo che salgo a rubare il sole
per non avere più notti,
perché non cada in reti di tramonti,
l'ho chiuso nei miei occhi,
e chi avrà freddo
e chi avrà freddo
lungo il mio sguardo si dovrà scaldare.

Secondo cliente:
Vedo i fiumi dentro le mie vene,
cercano cercano cercano cercano il loro mare,
rompono gli argini, gli argini, gli argini
trovano cieli cieli cieli cieli da fotografare.
Sangue che scorre senza fantasia
porta tumori di malinconia.

Terzo cliente:
Vedo gendarmi pascolare
donne chine sulla rugiada,
rosse le lingue al polline dei fiori
ma dov'è l'ape regina?
Forse è volata ai nidi dell'aurora,
forse è volata, forse più non vola.

Quarto cliente:
Vedo gli amici ancora sulla strada,
loro non hanno fretta,
rubano ancora al sonno l'allegria
all'alba un po' di notte:
e poi la luce, luce che trasforma
il mondo in un giocattolo.

Faremo gli occhiali così!
Faremo gli occhiali così!
(Un ottico)


Dall'intervista di Fernanda Pivano a De Andrè pubblicata sul retro copertina del disco:

P: Allora si può dire che questo è il messaggio che hai voluto trasmettere con questo disco? Perché siamo abituati a pensare che tutti i tuoi dischi hanno proposto un messaggio: quello libertario e non violento delle tue prime ballate, come nella Guerra di Piero, quello demistificatorio dei personaggi del Vangelo, come nel Testamento di Tito. Qual è il messaggio di questo Spoon River?

F: Direi, tutto sommato, che siamo usciti dall'atmosfera della morte per tentare un'indagine sulla natura umana, attraverso personaggi che esistono nella nostra realtà, anche se sono i personaggi di Masters.

Segue il disco forse più politico di De Andrè, "Storia di un impiegato".

Un impiegato ascolta, 5 anni dopo, una delle canzoni del maggio francese 1968.
E' una canzone di lotta: ricorda gli avvenimenti accaduti durante la rivolta nata dagli studenti e, rivolgendosi a quelli che alla lotta non hanno partecipato, li accusa e ricorda loro che chiunque, anche chi, in quelle giornate, si è chiuso in casa per paura, è ugualmente coinvolto negli avvenimenti. La canzone contiene l'affermazione che la rivolta non è finita ma ci sarà nuovamente, in futuro, più forte. L 'impiegato paragona la sua vita fatta di buonsenso, individualismo e paure, a quella dei ragazzi che hanno avuto il coraggio di ribellarsi al sistema che li opprimeva.
Si rende conto, o così presume di sè di non poter unirsi a loro, di non poterli seguire nè affiancarsi in nessun modo. La realtà nella quale vive lo ha condizionato, lo ha segnato irrimediabilmente.
C'è solo posto per la vendetta e la presunzione di potercela fare da solo, di risolvere con un gesto solitario tutti i problemi che lo incatenano al posto di lavoro. Decide così di gettare una bomba ad un ballo mascherato al quale partecipano tutti i miti, i valori della cultura e del potere borghese. E comincia a sognare. Sogna di autoinvitarsi al ballo mascherato e di portare con sè la bomba, gettarla ed assistere agli effetti dello scoppio su coloro che per anni ha rispettato, gli hanno fatto paura, gli hanno imposto un comportamento.

La sua liberazione è totale, alla fine; dopo aver assistito all'agonia di tutti, e del padre e della madre, si libera anche dell'amico che gli ha insegnato il modo di ribellarsi rendendo così all'individualismo di cui è vittima, il tributo definitivo.
(Roberto Danè dalla prefazione al disco)

L'influenza dylaniana di canzoni come Desolation Row è evidente nel brano "Al ballo mascherato":

Cristo drogato da troppe sconfitte
cede alla complicità
di Nobel che gli espone la praticità
di un'eventuale premio della bontà.

Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro
mima una sua nostalgia di natività,
io con la mia bomba porto la novità,
la bomba che debutta in società,
al ballo mascherato della celebrità.

Dante alla porta di Paolo e Francesca
spia chi fa meglio di lui:
lì dietro si racconta un amore normale
ma lui saprà poi renderlo tanto geniale.

E il viaggio all'inferno ora fallo da solo
con l'ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo,
sorpresa sulla porta d'una felicità
la bomba ha risparmiato la normalità,
al ballo mascherato della celebrità.

La bomba non ha una natura gentile
ma spinta da imparzialità
sconvolge l'improbabile intimità
di un'apparente statua della Pietà.
Grimilde di Manhattan, statua della libertà,
adesso non ha più rivali la tua vanità
e il gioco dello specchio non si ripeterà
"Sono più bella io o la statua della Pietà "
dopo il ballo mascherato della celebrità.

Nelson strappato al suo carnevale
rincorre la sua identità
e cerca la sua maschera, l'orgoglio, lo stile,
impegnati sempre a vincere e mai a morire.
Poi dalla feluca ormai a brandelli
tenta di estrarre il consiglio della sua Trafalgar
e nella sua agonia, sparsa di qua, di là,
implora una Sant'Elena anche in comproprietà,
al ballo mascherato della celebrità.

Mio padre pretende aspirina ed affetto
e inciampa nella sua autorità,
affida a una vestaglia il suo ultimo ruolo
ma lui esplode dopo, prima il suo decoro.
Mia madre si approva in frantumi di specchio,
dovrebbe accettare la bomba con serenità,
il martirio è il suo mestiere, la sua vanità,
ma ora accetta di morire soltanto a metà
la sua parte ancora viva le fa tanta pietà,
al ballo mascherato della celebrità.

Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno
accesa soltanto a metà
quel poco che mi basta per contare i caduti,
stupirmi della loro fragilità
E adesso puoi togliermi i piedi dal collo
amico che m'hai insegnato il "come si fa"
se no ti porto indietro di qualche minuto
ti metto a conversare, ti ci metto seduto
tra Nelson e la statua della Pietà,
al ballo mascherato della celebrità
(Al ballo mascherato)



 

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
(Canzone del Maggio)

Fabrizio De Andrè
Il '68 io l'ho vissuto a contatto con questi gruppi di estrema sinistra, partecipando al tentativo di rinnovamento; non li ho seguiti, perché di solito un artista, indipendentemente dall'ideologia, è un coniglio individualista. Mai avrei fatto la lotta armata, ma condividevo quasi tutti quelli che oggi vengono definiti gli eccessi sessantottini, anche perché li avevo quasi promossi, attraverso le mie canzoni



 

Nella seconda metà degli anni '70 De Andrè modifica alquanto il suo approccio compositivo e le sue canzoni si fanno più ermetiche, surreali. Fabrizio abbandona la narrazione lineare di canzoni come La guerra di Piero o Bocca di rosa in cui ogni dettaglio veniva illustrato in un vero e proprio racconto musicato e ricorre ad una tecnica basata sulle metafore, sulle allegorie, sulla concatenazione di versi apparentemente slegati e privi di un'immediata chiarezza.
Ne è un esempio illuminante questa "Parlando del naufragio della London Valour" dall'album Rimini, ispirata al vero naufragio della nave filippina London Valour che per una manovra errata si andò a schiantare nel '70 contro un molo nel porto di Genova.

I marinai foglie di coca digeriscono in coperta
il capitano ha un amore al collo venuto apposta dall'Inghilterra
il pasticcere di via Roma sta scendendo le scale
ogni dozzina di gradini trova una mano da pestare
ha una frusta giocattolo sotto l'abito da tè.

E la radio di bordo è una sfera di cristallo
dice che il vento si farà lupo il mare si farà sciacallo
il paralitico tiene in tasca un uccellino blu cobalto
ride con gli occhi al circo Togni quando l'acrobata sbaglia il salto.

E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli
i marinai uova di gabbiano piovono sugli scogli
il poeta metodista ha spine di rosa nelle zampe
per far pace con gli applausi per sentirsi più distante
la sua stella sì e oscurata da quando ha vinto la gara di sollevamento pesi.

E con uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva
ruba l'amore del capitano attorcigliandole la vita
il macellaio mani di seta si è dato un nome da battaglia
tiene fasciate dentro il frigo nove mascelle antiguerriglia
ha un grembiule antiproiettile tra il giornale e il gilè.

E il pasticciere e il poeta e il paralitico e la sua coperta
si ritrovarono sul molo con sorrisi da cruciverba
a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi
e il pomeriggio a dimenticarlo con le sue pipe e i suoi scacchi
e si fiutarono compatti nei sottintesi e nelle azioni
contro ogni sorta di naufragi o di altre rivoluzioni
e il macellaio mani di seta distribuì le munizioni.
(Parlando del naufragio della London Valour)

Non a caso in questo periodo Fabrizio decide di inserire in un suo disco (Canzoni) uno dei brani più visionari di Bob Dylan, quel "Desolation row" dall'album "Highway 61 Revisited" che Fabrizio traduce con Francesco De Gregori in "Via della povertà"

Il salone di bellezza in fondo al vicolo
è affollatissimo di marinai
prova a chiedere a uno che ore sono
e ti risponderà "Non l'ho saputo mai".

Le cartoline dell'impiccagione
sono in vendita a cento lire l'una
il commissario cieco dietro la stazione
per un indizio ti legge la sfortuna.

E le forze dell'ordine irrequiete
cercano qualcosa che non va
mentre io e la mia signora ci affacciamo stasera
su via della povertà.

Cenerentola sembra così facile
ogni volta che sorride ti cattura
ricorda proprio Bette Davis
con le mani appoggiate alla cintura.

Arriva Romeo trafelato
e le grida "il mio amore sei tu"
ma qualcuno gli dice di andar via
e di non riprovarci più.

E l'unico suono che rimane
quando l'ambulanza se ne va
è Cenerentola che spazza la strada
in via della povertà.

Mentre l'alba sta uccidendo la luna
e le stelle si son quasi nascoste
la signora che legge la fortuna
se n'è andata in compagnia dell'oste.

Ad eccezione di Abele e di Caino
tutti quanti sono andati a far l'amore
aspettando che venga la pioggia
ad annacquare la gioia ed il dolore

E il buon samaritano
sta affilando la sua pietà
se ne andrà al carnevale stasera
in via della povertà.

I tre Re Magi sono disperati
Gesù Bambino è diventato vecchio
e Mister Hyde piange sconcertato
vedendo Jeckyll che ride nello specchio.

Ofelia è dietro la finestra
mai nessuno le ha detto che è bella
a soli ventidue anni
è già una vecchia zitella.

La sua morte sarà molto romantica
trasformandosi in oro se ne andrà
per adesso cammina avanti e indietro
in via della povertà.

Einstein travestito da ubriacone
ha nascosto i suoi appunti in un baule
è passato di qui un'ora fa
diretto verso l'ultima Thule

sembrava così timido e impaurito
quando ha chiesto di fermarsi un po' qui
ma poi ha cominciato a fumare
e a recitare l'ABC

Ed a vederlo tu non lo diresti mai
ma era famoso qualche tempo fa
per suonare il violino elettrico
in via della povertà.

Ci si prepara per la grande festa
c'è qualcuno che comincia ad aver sete
il fantasma dell'Opera
si è vestito in abiti da prete

sta ingozzando a viva forza Casanova
per punirlo della sua sensualità
lo ucciderà parlandogli d'amore
dopo averlo avvelenato di pietà

e mentre il fantasma grida
tre ragazze si son spogliate già
Casanova sta per esser violentato
in via della povertà.

E bravo Nettuno mattacchione
il Titanic sta affondando nell'aurora
nelle scialuppe i posti letto sono tutti occupati
e il capitano grida "Ce ne stanno ancora",

e Ezra Pound e Thomas Eliot
fanno a pugni nella torre di comando
i suonatori di calipso ridono di loro
mentre il cielo si sta allontanando

e affacciati alle loro finestre nel mare
tutti pescano mimose e lillà
e nessuno deve più preoccuparsi
di via della povertà.

A mezzanotte in punto i poliziotti
fanno il loro solito lavoro
metton le manette intorno ai polsi
a quelli che ne sanno più di loro,

i prigionieri vengon trascinati
su un calvario improvvisato lì vicino
e il caporale Adolfo li ha avvisati
che passeranno tutti dal camino

e il vento ride forte
e nessuno riuscirà
a ingannare il suo destino
in via della povertà.

La tua lettera l'ho avuta proprio ieri
mi racconti tutto quel che fai
ma non essere ridicola
non chiedermi "come stai",

questa gente di cui mi vai parlando
è gente come tutti noi
non mi sembra che siano mostri
non mi sembra che siano eroi

e non mandarmi ancora tue notizie
nessuno ti risponderà
se insisti a spedirmi le tue lettere
da via della povertà.
(Via della povertà - di De Andrè/De Gregori)

(Una curiosità: di questo brano Fabrizio de Andre' si diverti' a proporre una versione riveduta e corretta inserendo al posto dei nomi dei personaggi dylaniani quelli di politici e personaggi dell'Italia di quel periodo. Ecco una strofa esemplificativa: E bravo Leone mattacchione, il paese sta affondando nella merda nelle scialuppe i posti letto sono tutti occupati e gli anarchici tutti annegati, e Agnelli  e Indro Montanelli fanno a pugni nella torre di comando
i suonatori di calipso ridono di loro mentre il cielo si sta allontanando e affacciati alle loro finestre nel mare tutti han pescato voti qua e la' e nessuno deve più preoccuparsi di Via della Poverta').

A contribuire a tale svolta stilistica in Fabrizio concorrono soprattutto i nuovi artisti quali, appunto, Francesco De Gregori, il veronese Massimo Bubola e più tardi Ivano Fossati, compagni di cui Fabrizio si circonda e dai quali si fa aiutare per le proprie canzoni per sopperire alla sua "balbuzie musicale" (parole di Fabrizio).

Con De Gregori, De Andrè realizza un bell'album generalmente sottovalutato e poco menzionato, il volume 8, in cui però ci sono delle vere perle come Oceano, Giugno '73, Amico Fragile e La cattiva strada (soprattutto nelle prime tre si possono notare i mutamenti dello stile compositivo delle liriche).

Quanti cavalli hai tu seduto alla porta
tu che sfiori il cielo col tuo dito più corto
la notte non ha bisogno
la notte fa benissimo a meno del tuo concerto
ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo.

Ed arrivò un bambino con le mani in tasca
ed un oceano verde dietro le spalle
disse "Vorrei sapere, quanto è grande il verde
come è bello il mare, quanto dura una stanza
è troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male".

Prova a lasciare le campane al loro cerchio di rondini
e non ficcare il naso negli affari miei
e non venirmi a dire "Preferisco un poeta,
preferisco un poeta ad un poeta sconfitto".
Ma se ci tieni tanto puoi baciarmi ogni volta che vuoi.
(Oceano - De Andrè/De Gregori)

Giugno '73 è autobiografica e parla della prima moglie di Fabrizio, Enrica, di famiglia borghese che mal vedeva il legame della donna con il cantautore:

Tua madre ce l'ha molto con me
perché sono sposato e in più canto
però canto bene e non so se tua madre
sia altrettanto capace a vergognarsi di me.

La gazza che ti ho regalato
è morta, tua sorella ne ha pianto,
quel giorno non avevano fiori, peccato,
quel giorno vendevano gazze parlanti.

E speravo che avrebbe insegnato a tua madre
A dirmi "Ciao come stai", insomma non proprio a cantare
per quello ci sono già io come sai.

I miei amici sono tutti educati con te
però vestono in modo un po' strano
mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi
"Sono loro stasera i migliori che abbiamo".

E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa
Nell'imbuto di un polsino slacciato.

I miei amici ti hanno dato la mano,
li accompagno, il loro viaggio porta un po' più lontano.

E tu aspetta un amore più fidato
il tuo accendino sai io l'ho già regalato
e lo stesso quei due peli d'elefante
mi fermavano il sangue
li ho dati a un passante.

Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi aiuto saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarci
che non esserci mai incontrati
(Giugno '73)

Autobiografica è anche "Amico fragile". L'amico è lo stesso De Andrè che scrisse questo brano di ritorno da una cena con persone di mentalità borghese (nel senso più negativo del termine) che egli tratteggia amaramente nel brano non senza punte di ironia per le frasi di circostanza ed i luoghi comuni utilizzati (Lo sa che io ho perduto due figli? - Signora lei è una donna piuttosto distratta!):

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d'attenzione e d'amore
troppo se mi vuoi bene piangi
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo "Mi ricordo":
per osservarvi affittare un chilo d'erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri "Come sta"
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo "Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te"
"Lo sa che io ho perduto due figli"
"Signora lei è una donna piuttosto distratta"

E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell'ora in cui un mio sogno,
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederne spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po' di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi,
di essere molto più ubriaco di voi
(Amico fragile)
 

Francesco De Gregori sul "Volume 8":
"Abbiamo scritto questa canzone (Canzone per l'estate, dal "Volume 8"), Fabrizio ed io, nel '74 o forse addirittura nel '73. Lui stava preparando il disco che poi si sarebbe chiamato Volume VIII e mi aveva proposto di lavorare insieme dopo avermi conosciuto in un locale di Roma, il Folkstudio.
Passammo quasi un mese da soli nella sua bellissima casa in Gallura, davanti ad una spiaggia meravigliosa dove peraltro credo che non mettemmo mai piede: in quel periodo avevamo tutti e due delle storie sentimentali assai burrascose ed era più o meno inverno. Fabrizio beveva e fumava tantissimo e io gli stavo dietro con un certo successo. Giocavamo a scacchi, a poker in due: ogni tanto prendevo il suo motorino e me ne andavo in giro per chilometri. Al mio ritorno spesso lo trovavo appena alzato che girava per casa con la sigaretta e il bicchiere e la chitarra in mano e che aveva buttato giù degli appunti, degli accordi. Era uno strano modo di lavorare il nostro: non ci siamo mai messi seduti a dire "Adesso scriviamo questa canzone". Semplicemente integravamo e correggevamo l'uno gli appunti dell'altro, certe volte senza nemmeno parlarne, senza nemmeno incontrarci magari, perché lui dormiva di giorno e lavorava di notte e io viceversa.

Le musiche ci venivano abbastanza facilmente - Fabrizio era un eccezionale musicista - e le registravamo su un piccolo registratore a pile.
Così vennero fuori "La cattiva strada", "Canzone per l'estate", "Oceano".
Lui aveva scritto da solo "Amico fragile" e poi aveva voluto inserire nel suo disco "Le storie di ieri" che la RCA (la mia casa discografica di allora) si era rifiutata di farmi incidere sulla "Pecora".

Fabrizio era un uomo generoso e bellicoso, facile da amare e difficilissimo da andarci d'accordo. Uno dei ricordi più belli che conservo di lui è quando andammo all'Idroscalo di Milano sulle montagne russe del Luna Park, insieme a Dori: scendemmo felici e ubriachi con lo stomaco in bocca e andammo a finire la serata chissà dove".
 

Alla parata militare
sputò negli occhi a un innocente
e quando lui chiese perché
lui gli rispose "Questo è niente
e adesso è ora che io vada"
e l'innocente lo seguì,
senza le armi lo seguì
sulla sua cattiva strada.

Sui viali dietro la stazione
rubò l'incasso a una regina
e quando lei gli disse come
lui le risposte "Forse è meglio è come prima
forse è ora che io vada"
e la regina lo seguì
col suo dolore lo seguì
sulla sua cattiva strada.

E in una notte senza luna
truccò le stelle ad un pilota
quando l'aeroplano cadde
lui disse "È colpa di chi muore
comunque è meglio che io vada"
ed il pilota lo seguì
senza le stelle lo seguì
sulla sua cattiva strada.

A un diciottenne alcolizzato
versò da bere ancora un poco
e mentre quello lo guardava
lui disse "Amico ci scommetto stai per dirmi
adesso è ora che io vada"
l'alcolizzato lo capì
non disse niente e lo seguì
sulla sua cattiva strada.

Ad un processo per amore
baciò le bocche dei giurati
e ai loro sguardi imbarazzati
rispose "Adesso è più normale
adesso è meglio, adesso è giusto, giusto, è giusto
che io vada"
ed i giurati lo seguirono
a bocca aperta lo seguirono
sulla sua cattiva strada,
sulla sua cattiva strada.

E quando poi sparì del tutto
a chi diceva "È stato un male"
a chi diceva "È stato un bene"
raccomandò "Non vi conviene
venir con me dovunque vada"
ma c'è amore un po' per tutti
e tutti quanti hanno un amore
sulla cattiva strada
sulla cattiva strada.
(La cattiva strada - De Andrè/De Gregori)

In questo periodo finalmente Fabrizio, che da sempre era stato contrario ad esibirsi sul palco, si decide anche ad andare in tour. La decisione non era mai stata presa in precedenza perchè per ammissione dello stesso Fabrizio lo terrorizzava letteralmente l'idea di ritrovarsi davanti ad una folla ("Solo da ubriaco ci riuscivo...", dichiarerà). Così a 35 anni suonati Fabrizio parte per la sua prima tournee scegliendo inaspettatamente come luogo proprio quella Bussola di Viareggio che rappresentava una musica commerciale di largo consumo che era agli antipodi rispetto a quella di Fabrizio.
La leggenda vuole che poco prima di entrare in scena fu assalito da una crisi di panico e che l'amico regista Marco Ferreri avesse dovuto tirarlo a forza fuori dal camerino per spingerlo sul palco completamente ubriaco ("Da allora, per anni, non riuscii a salire sul palco se prima non avevo ingoiato un litro di whisky, per darmi coraggio", racconterà Fabrizio in seguito).

Durante questi anni De Andrè getta anche le basi per un progetto a lungo cullato, ritirarsi a vivere in campagna (sogno che da sempre lo aveva accompagnato, fin dai tempi del soggiorno nelle campagne intorno a Revignano d'Asti quando era solo un bambino, durante la guerra). A questo scopo Fabrizio acquista una tenuta agricola in Sardegna nei pressi di Tempio Pausania, dal nome di "L’Agnata". Lì si ritirerà a vivere insieme alla sua compagna, la cantante Dori Ghezzi, affiancando alla sua professione di cantautore anche quella di agricoltore ed allevatore.

Dalla relazione con Dori nasce nel 1977 una bambina cui i genitori danno il nome di Luisa Vittoria detta Luvi.

Nel 1980 con la collaborazione di Massimo Bubola Fabrizio dedica una canzone alla morte di Pier Paolo Pasolini, "Una storia sbagliata".
Lo scrittore, poeta e regista Pier Paolo Pasolini viene ucciso nella notte tra il Primo e il 2 novembre 1975. Il suo corpo viene rinvenuto su di un tratto sterrato presso un campetto di calcio sul lido di Ostia. Si autoaccusa dell'omicidio Pino Pelosi, giovane borgataro romano, minorenne, che racconta di essere stato rimorchiato alla Stazione Termini da Pasolini e condotto sul lido di Ostia dove lo scrittore gli avrebbe chiesto di fare sesso.
In seguito ad un litigio in cui, affermò Pelosi, il poeta lo avrebbe aggredito, il giovane avrebbe colpito il poeta con una tavoletta di legno e sarebbe poi passato con l'auto sul suo corpo, uccidendolo. Un delitto a sfondo sessuale, dunque (E' una storia di periferia/è una storia da una botta e via, scrive De Andrè... Ed ancora: E' una storia per parrucchieri...) anche se una delle ipotesi fatte all'epoca fu quella che in realtà Pelosi ed altri balordi del luogo fossero stati utilizzati da gruppi di estrema destra per uccidere Pasolini (di sinistra e per di più dichiaratamente omosessuale), se non addirittura assoldati da mandanti politici cui Pasolini dava fastidio perchè, pur non avendo prove concrete, aveva dichiarato di conoscere molti affari sporchi del mondo politico italiano dell'epoca (Strage di Brescia, Bologna, Milano ed altri). Pasolini venne tra l'altro ucciso proprio una settimana dopo aver scritto queste cose sui giornali (E' una storia vestita di nero/è una storia da "basso impero" - scrive ancora De Andrè - E' una storia mica male insabbiata/è una storia sbagliata.)

E' una storia da dimenticare
è una storia da non raccontare
è una storia un po' complicata
è una storia sbagliata.
Cominciò con la luna sul posto
e finì con un fiume d'inchiostro
è una storia un poco scontata
è una storia sbagliata.
Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro vi serve da questa vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
E' una storia di periferia
è una storia da una botta e via
è una storia sconclusionata
è una storia sbagliata.
Una spiaggia ai piedi del letto
stazione Termini ai piedi del cuore
è una notte un po' concitata
una notte sbagliata.
Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro ti serve da questa vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
E' una storia vestita di nero
è una storia da "basso impero"
è una storia mica male insabbiata
è una storia sbagliata.
E' una storia da carabinieri
è una storia per parrucchieri
è una storia un po' sputtanata
o è una storia sbagliata.
Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro ti serve da questa vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
Per il segno che c'è rimasto
non ripeterci quanto ci spiace
non ci chiedere più come è andata
tanto lo sai che è una storia sbagliata
tanto lo sai che è una storia sbagliata.
(Una storia sbagliata - De Andrè/Bubola)
 

A proposito della differenza tra poeta e cantautore ebbe a dichiarare Fabrizio:

Benedetto Croce diceva che, fino all'età di diciotto anni, tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore. Per quanto riguarda l'ipotesi di differenza fra canzone e poesia, io non ho mai pensato che esistessero arti maggiori o arti minori ma, casomai, artisti maggiori e artisti minori. Quindi se si deve parlare di differenza tra poesia e canzone credo che la si dovrebbe ricercare soprattutto in dati tecnici.

Alla domanda se qualcuno nel campo musicale era riuscito a coniugare efficacemente poesia e canzone De Andrè rispose senza incertezze: "Solo Bob Dylan".

Lo stesso Bob Dylan si complimenta con De Andrè inviandogli una lettera per la sua bella resa della canzone "Romance in Durango" (Avventura a Durango) nell'album "Rimini", pubblicato nel 1978, uno dei suoi migliori.

"Fabrizio è colui che ha cantato Cristo in croce e ha dato i dieci comandamenti al commento di Tito, uno dei ladroni appesi. Lui ha messo in musica un prigioniero che non voleva respirare la stessa aria dei
secondini. Lui cantava con voce di pozzo l'amore dei giorni perduti a rincorrere il vento.
Lui è chi ha tradotto Leonard Cohen, Georges Brassens, Bob Dylan in quell'impossibile, perfetta
versione di "Avventura a Durango", capolavoro di trasferimento da una lingua a un'altra. (Erri De Luca)

Rimini è l'album che risente forse delle maggiori influenze dylaniane tra quelli di Fabrizio grazie anche al fatto che è realizzato in coppia con un "dylaniano doc" come Massimo Bubola.

Nell'album è presente un brano in sardo, "Zirichiltaggia" (Lucertolaio), il primo di Fabrizio in questo dialetto (ne seguiranno altri), la storia di un litigio tra due pastori "per questioni di eredità", come lo presenterà lo stesso Fabrizio in concerto. Un brano che è una delle prime testimonianze dirette dell'avvicinarsi di De Andrè alla musica etnica e tradizionale che porterà poi alle moltissime canzoni in dialetto genovese, sardo e napoletano che saranno pubblicate sui suoi album successivi.
 
 
 

Di chissu che babbu ci ha lacátu la meddu palti ti sei presa
lu muntiggiu rúiu cu lu súaru li àcchi sulcini lu trau mannu
e m'hai laccatu monti múccju e zirichèlti.

Ma tu ti sei tentu lu riu e la casa e tuttu chissu che v'era 'ndrentu
li piri butìrro e l'oltu cultiato e dapói di sei mesi che mi n'era 'ndatu
parìa un campusantu bumbaldatu.

Ti ni sei andatu a campà cun li signuri fènditi comandà da to mudderi
e li soldi di babbu l'hai spesi tutti in cosi boni, midicini e giornali
che to fiddòlu a cattr'anni aja jà l'ucchjali.

Ma me muddèri campa da signora a me fiddòlu cunnosci più di milli paráuli
la tòja è mugnedi di la manzàna a la sera
e li toi fiddòli so brutti di tarra e di lozzu
e andaràni a cuiuàssi a calche ziràccu.

Candu tu sei paltutu suldatu piagnii come unu stèddu
e da li babbi di li toi amanti t'ha salvatu tu fratèddu
e si lu curàggiu che t'è filmatu è sempre chiddu
chill'èmu a vidi in piazza ca l'ha più tostu lu murro
e pa lu stantu ponimi la faccia in culu.
(Zirichiltaggia - Baddu tundu)

Di quello che papà ci ha lasciato la parte migliore ti sei presa
la collina rosa con il sughero le vacche sorcine e il toro grande
e m'hai lasciato pietre, cisto e lucertole.

Ma tu ti sei tenuto il ruscello e la casa e tutto quello che c'era dentro
le pere butirre e l'orto coltivato e dopo sei mesi che me n'ero andato
sembrava un cimitero bombardato.

Te ne sei andato a vivere coi signori, facendoti comandare da tua moglie
e i soldi di papà li hai spesi tutti in dolciumi, medicine e giornali
che tuo figliolo a quattro anni aveva già gli occhiali.

Mia moglie vive da signora e mio figlio conosce più di mille parole
la tua munge da mattina a sera e le tue figlie sono sporche di terra e di letame
e andranno a sposarsi a qualche servo pastore.

E tu quando sei partito soldato piangevi come un bambinetto
e dai padri delle tue amanti t'ha salvato tuo fratello
e se il coraggio che ti è rimasto è sempre quello
ce la vedremo in piazza chi ha la testa più dura
e nel frattempo mettimi la faccia in culo

Nel disco è presente un altro brano con ascendenze dylaniane nella costruzione, Sally, la storia di un ragazzo che lascia la sua famiglia per seguire gli zingari (che può naturalmente essere letta in chiave allegorica).

Mia madre mi disse: "Non devi giocare
con gli zingari nel bosco".
Mia madre mi disse: "Non devi giocare
con gli zingari nel bosco".

Ma il bosco era scuro l'erba già verde
lì venne Sally con un tamburello
ma il bosco era scuro l'erba già alta
dite a mia madre che non tornerò.

Andai verso il mare senza barche per traversare
spesi cento lire per un pesciolino d'oro.
Andai verso il mare senza barche per traversare
spesi cento lire per un pesciolino cieco.

Gli montai sulla groppa e sparii in un baleno
andate a dire a Sally che non tornerò.
Gli montai sulla groppa e sparii in un momento
dite a mia madre che non tornerò.

Vicino alla città trovai Pilar del mare
con due gocce d'eroina s'addormentava il cuore.
Vicino alle roulottes trovai Pilar dei meli
bocca sporca di mirtilli un coltello in mezzo ai seni.

Mi svegliai sulla quercia l'assassino era fuggito
dite al pesciolino che non tornerò.
Mi guardai nello stagno l'assassino s'era già lavato
dite a mia madre che non tornerò.

Seduto sotto un ponte si annusava il re dei topi
sulla strada le sue bambole bruciavano copertoni.
Sdraiato sotto il ponte si adorava il re dei topi
sulla strada le sue bambole adescavano i signori.

Mi parlò sulla bocca mi donò un braccialetto
dite alla quercia che non tornerò.
Mi baciò sulla bocca mi propose il suo letto
dite a mia madre che non tornerò.

Mia madre mi disse - Non devi giocare
con gli zingari del bosco.
Ma il bosco era scuro l'erba già verde
lì venne Sally con un tamburello
(Sally)

Così Fabrizio rispose a Vincenzo Mollica che gli chiese il motivo della sua scelta di ritirarsi a vivere nelle campagne della Sardegna in un'intervista:

Per molti motivi, primo dei quali perché le varie etnie sarde, malgrado cospicue differenze di lingua e di cultura, hanno in comune come minimo il rispetto di valori fondamentali in cui credo anch'io.
Quindi con loro mi ci trovo bene, parlo della generalità della gente sarda. Un altro motivo è l'ambiente ed è inutile descriverlo, basta guardarsi attorno; credo sia uno dei più spettacolari e dei più puliti d'Europa (anche se io faccio di tutto per bilanciarlo).
Un altro motivo per cui io resto in Sardegna è che qui ho sempre un'azienda agricola, che va in qualche maniera seguita. Anche perché un domani io non posso dire ai miei figli "Vi saluto e vi lascio cinquanta canzoni per uno", perché nel mio repertorio non compaiono canzoni come Blue Moon, Star Dust né tantomeno Bianco Natale; voglio dire canzoni che, dal punto di vista dei diritti d'autore, riescono a rendere ricche due o tre generazioni.

Una tragica esperienza attende Fabrizio proprio in Sardegna.
Il 28 agosto del 1979 Fabrizio De Andre e Dori Ghezzi vengono rapiti da un gruppo di banditi dell'anonima sarda che li tengono sequestrati per quattro mesi, nascosti in una zona montuosa della Sardegna, incappucciati ed incatenati ad un albero.
In realtà i rapitori avrebbero voluto portare via il solo Fabrizio ma trovarono una ferma opposizione in Dori che minacciò decisa: "Se prendete lui, dovete prendere anche me!".
L'episodio suscita molto scalpore ed i media ne danno ampie notizie seguendo il caso per i lunghi mesi successivi fino al rilascio dei due rapiti, probabilmente in seguito al pagamento di un ingente riscatto. Il padre di De Andrè è infatti il presidente di una delle maggiori aziende genovesi, l'industria zuccheriera Eridania, ed era stato per un certo periodo anche vicesindaco di Genova. Con lui Fabrizio avrà sempre un rapporto di amore ed odio per la diversa visione della vita che li separava.
Durante il rapimento addirittura scriverà una lettera al padre che recitava: "Caro papà, sono passati più di tre mesi dal nostro sequestro e a quanto sembra tu non hai la minima intenzione di tirarci fuori... Sembra che tu voglia più bene ai soldi che a me, tuo figlio, e a Dori".

Dopo la cattura dei suoi rapitori De Andrè si disse disposto a perdonarli, ma solo i rapitori, non i loro mandanti. Dichiarò al loro riguardo:
Mi ha fatto effetto vederli in quei gabbioni... Ma come si fa a distruggere un tale ricordo? O ammazzando tutti quelli che hanno compiuto l'azione... o perdonandoli, dunque facendo finta che non sia successo nulla... Visto che non sono violento di natura ho scelto la seconda ipotesi, di oblio"
"Si, perchè non sono stato rapito dalla mafia, ma da una banda di cherokee che, prima ancora di volere i soldi, voleva dimostrare il coraggio di rapire una persona" .

E del resto proprio lui ne La città vecchia aveva cantato così a proposito dei ladri e degli assassini dei vicoli di Genova:
...Se tu penserai / se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai / se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo..."

Dall'esperienza traumatica del rapimento e dalla propria vita tra i pastori sardi Fabrizio trae l'ispirazione per un nuovo album molto amaro e riflessivo. Infatti ai sardi ed agli indiani d'America (non a caso definì "Cherokee" i suoi rapitori) in una sorta di parallelismo culturale e di vita Fabrizio dedica il suo disco del 1981, che non ha titolo e viene comunemente identificato come "Indiano" dal disegno di copertina che raffigura un pellerossa, un guerriero Cheyenne a cavallo, in un dipinto di Frederic Remington.

Fabrizio dedica una canzone al suo rapimento, ironicamente intitolata Hotel Supramonte (il Supramonte è la zona della Sardegna in cui Fabrizio e Dori Ghezzi vennero tenuti prigionieri)

E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa di giorno
e poi scuse accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi vivi ridi o sei perduta
col tuo ordine discreto dentro il cuore
ma dove, dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.

Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove, dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.

E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove, dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore.
(Hotel Supramonte)

A proposito delle minoranze:
"E' la società che li emargina e ne dà un'idea diversa da quella reale. Io ho avuto la fortuna di viverci insieme e di averne un' immagine molto più vicina alla realtà di quanto non lo sia quella della generalià delle persone che parlano di cose che non conoscono.
Così, quando mi sono trasferito in Sardegna, non ho preso una casa in Costa Smeralda, ma una casa al centro della Gallura, dove vivono i pastori. E ho cercato di mettere su un'azienda agricola e non un allevamento di aragoste".

E proprio ai pastori è dedicata "Canto del servo pastore":

Dove fiorisce il rosmarino c'è una fontana scura
dove cammina il mio destino c'è un filo di paura
qual'è la direzione nessuno me lo imparò
qual'è il mio vero nome ancora non lo so.

Quando la luna perde la lana e il passero la strada
quando ogni angelo è alla catena ed ogni cane abbaia
prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume
vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume.

Sopra ogni cisto da qui al mare c'è un po' dei miei capelli
sopra ogni sughera il disegno di tutti i miei coltelli
l'amore delle case l'amore bianco vestito
io non l'ho mai saputo e non l'ho mai tradito.

Mio padre un falco mia madre un pagliaio stanno sulla collina
i loro occhi senza fondo seguono la mia luna
notte notte notte sola sola come il mio fuoco
piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco.
(Canto del servo pastore)

Da ricordare che nel frattempo, nel 1979 e nel 1980, escono due bei live (parte 1 e parte 2) in cui Fabrizio con la determinante collaborazione della PFM, la Premiata Forneria Marconi, reinterpreta alcuni dei suoi maggiori successi, da Bocca di rosa a La canzone di Marinella, in una accattivante veste rock del tutto nuova per lui. I nuovi arrangiamenti danno nuova vita a quei brani vecchi di molti anni. Si tratta del primo tour in Italia di un cantautore accompagnato da una rock band.

Nel 1984 esce forse l'album più bello dell'intera carriera di Fabrizio, "Creuza de ma", nato dalla collaborazione con Mauro Pagani, ex Premiata Forneria Marconi.
De Andrè fa una scelta coraggiosa decidendo di cantare l'album interamente in genovese, cosa assolutamente improponibile da un punto di vista commerciale in quel periodo. Ma come sempre Fabrizio si svincola dalle leggi del mercato e compone sette canzoni che sono delle vere e proprie perle, dedicate a personaggi della vecchia Genova, le prostitute de "A dumenega", l'esattore de "A pittima", i marinai di "Creuza de ma", il marinaio catturato dagli Arabi e convertitosi all'Islam "Sinan Capudàn Pascià", e ad una figura femminile indimenticabilmente erotica "Jamin-a", sogno proibito dei pescatori.
 
 
 

Umbre de muri muri de mainé 
dunde ne vegnì duve l'è ch'ané 
da 'n scitu duve a l'ûn-a a se mustra nûa 
e a neutte a n'à puntou u cutellu ä gua 
e a muntä l'àse gh'é restou Diu 
u Diàu l'é in çë e u s'è gh'è faetu u nìu 
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria 
e a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria. 
E 'nt'a cä de pria chi ghe saià 
int'à cä du Dria che u nu l'è mainà 
gente de Lûgan facce da mandillä 
qui che du luassu preferiscian l'ä 
figge de famiggia udù de bun 
che ti peu ammiàle senza u gundun. 
E a 'ste panse veue cose che daià 
cose da beive, cose da mangiä 
frittûa de pigneu giancu de Purtufin 
çervelle de bae 'nt'u meximu vin 
lasagne da fiddià ai quattru tucchi 
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi. 
E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi 
emigranti du rìe cu'i cioi 'nt'i euggi 
finché u matin crescià da puéilu rechéugge 
frè di ganeuffeni e dè figge 
bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä 
che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä. 
(Creuza de ma) 
Ombre di facce facce di marinai 
da dove venite dov'è che andate 
da un posto dove la luna si mostra nuda 
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola 
e a montare l'asino c'è rimasto Dio 
il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido 
usciamo dal mare per asciugare le ossa dell'Andrea 
alla fontana dei colombi nella casa di pietra 
E nella casa di pietra chi ci sarà 
nella casa dell'Andrea che non è marinaio 
gente di Lugano facce da tagliaborse 
quelli che della spigola preferiscono l'ala 
ragazze di famiglia, odore di buono 
che puoi guardarle senza preservativo 
E a queste pance vuote cosa gli darà 
cose da bere, cose da mangiare 
frittura di pesciolini, bianco di Portofino 
cervelli di agnello nello stesso vino 
lasagne da tagliare ai quattro sughi 
pasticcio in agrodolce di lepre di tegole 
E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli 
emigranti della risata con i chiodi negli occhi 
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere 
fratello dei garofani e delle ragazze 
padrone della corda marcia d'acqua e di sale 
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare
(Mulattiera di mare)

 
 
 
Lengua 'nfeuga Jamin-a 
lua de pelle scûa 
cu'a bucca spalancà 
morsciu de carne dûa 
stella neigra ch'a lûxe 
me veuggiu demuâ 
'nte l'ûmidu duçe 
de l'amë dû teu arveà 

Ma seu Jamin-a 
ti me perdunié 
se nu riûsciò a ésse porcu 
cumme i teu pensë 

Destacchete Jamin-a 
lerfe de ûga spin-a 
fatt'ammiâ Jamin-a 
roggiu de mussa pin-a 
e u muru 'ntu sûù 
sûgu de sä de cheusce 
duve gh'è pei gh'è amù 
sultan-a de e bagasce 

Dagghe cianìn Jamin-a 
nu navegâ de spunda 
primma ch'à cuæ ch'à munta e a chin-a 
nu me se desfe 'nte l'unda 
e l'ûrtimu respiu Jamin-a 
regin-a muaé de e sambe 
me u tegnu pe sciurtï vivu 
da u gruppu de e teu gambe. 
(Jamin-a) 

Lingua infuocata Jamina 
lupa di pelle scura 
con la bocca spalancata 
morso di carne soda 
stella nera che brilla 
mi voglio divertire 
nell'umido dolce 
del miele del tuo alveare 

Sorella mia Jamina 
mi perdonerai 
se non riuscirò a essere porco 
come i tuoi pensieri 

Staccati Jamina 
labbra di uva spina 
fatti guardare Jamina 
getto di fica sazia 
e la faccia nel sudore 
sugo di sale di cosce 
dove c'è pelo c'è amore 
sultana delle troie 

Dacci piano Jamina 
non navigare di sponda 
prima che la voglia che sale e scende 
non mi si disfi nell'onda 
e l'ultimo respiro Jamina 
regina madre delle sambe 
me lo tengo per uscire vivo 
dal nodo delle tue gambe
(Jamin-a) 

Una sorta di Bocca di rosa degli anni 80 è "A dumenega". Era costume della vecchia Genova che le prostitute fossero relegate in un quartiere della città. Tra i diritti ad esse riconosciuti vi era quello della passeggiata domenicale. Il Comune era solito dare in appalto le case di tolleranza con i cui ricavi pare riuscisse a coprire quasi per intero gli annuali lavori portuali.
 
 

Quandu ä dumenega fan u gíu 
cappellin neuvu neuvu u vestiu 
cu 'a madama a madama 'n testa 
o belin che festa o belin che festa
a tûtti apreuvu ä pruccessiún 
d'a Teresin-a du Teresún 
tûtti a miâ ë figge du diàu 
che belin de lou che belin de lou 
e a stu luciâ de cheusce e de tettín 
ghe fan u sciätu anche i ciû piccin 
mama mama damme ë palanche 
veuggiu anâ a casín veuggiu anâ a casín 
e ciû s'addentran inta cittæ 
ciû euggi e vuxi ghe dan deré 
ghe dixan quellu che nu peúan dî 
de zeùggia sabbu e de lûnedì 
a Ciamberlinú sûssa belin 
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe 
in Caignàn musse de tersa man 
e in Puntexellu ghe mustran l'öxellu 
e u direttú du portu c'u ghe vedde l'ou 
'nte quelle scciappe a reposu da a lou 
pe nu fâ vedde ch'u l'è cuntentu 
ch'u meu-neuvu u gh'à u finansiamentu 
u se cunfunde 'nta confûsiún 
cun l'euggiu pin de indignasiún 
e u ghe cría u ghe cría deré 
bagasce sëi e ghe restè 
e ti che ti ghe sbraggi apreuvu 
mancu ciû u nasu gh'avei de neuvu 
bruttu galûsciu de 'n purtòu de Cristu 
nu t'è l'únicu ch'u se n'è avvistu 
che in mezzu a quelle creatúe 
che se guagnan u pan da nûe
a gh'è a gh'è a gh'è a gh'è 
a gh'è anche teu muggè 
a Ciamberlin sûssa belin 
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe 
in Caignàn musse de tersa man 
e in Puntexellu ghe mustran l'öxellu. 
(A dumenega) 
Quando alla domenica fanno il giro 
cappellino nuovo nuovo il vestito 
con la madama la madama in testa 
cazzo che festa cazzo che festa 
e tutti dietro alla processione 
della Teresina del Teresone 
tutti a guardare le figlie del diavolo 
che cazzo di lavoro che cazzo di lavoro 
e a questo dondolare di cosce e di tette 
gli fanno il chiasso anche i più piccoli 
mamma mamma dammi i soldi 
voglio andare a casino voglio andare a casino 
e più si addentrano nella città 
più occhi e voci gli danno dietro 
gli dicono quello che non possono dire 
di giovedì di sabato e di lunedì 
a Pianderlino succhia cazzi 
alla Foce cosce da schiaccianoci 
in Carignano fighe di terza mano 
e a Ponticello gli mostrano l'uccello 
E il direttore del porto che ci vede l'oro 
in quelle chiappe a riposo dal lavoro 
per non fare vedere che è contento 
che il molo nuovo ha il finanziamento 
si confonde nella confusione 
con l'occhio pieno di indignazione 
e gli grida gli grida dietro 
bagasce siete e ci restate 
E tu che gli sbraiti appresso 
"Neanche più il naso avete di nuovo", 
brutto stronzo di un portatore di Cristo 
non sei l'unico che se ne è accorto 
che in mezzo a quelle creature 
che si guadagnano il pane da nude 
c'è c'è c'è c'è 
c'è anche tua moglie 
A Pianderlino succhia cazzi 
alla Foce cosce da schiaccianoci 
in Carignano fighe di terza mano 
e a Ponticello gli mostrano l'uccello. 
(La domenica)

Sinan Capudan Pascià è la storia di un marinaio di nome Cicala che fu catturato alle isole Gerbe dai Mori in una battaglia tra la flotta della Repubblica di Genova e quella dei Turchi nella seconda metà del XV secolo. Egli diventò poi Gran Visir e Serraschiere del Sultano con il nome di Sinan Capudan Pascià.
 
 

Teste fascië 'nscià galéa 
ë sciabbre se zeugan a lûn-a 
a mæ a l'è restà duv'a a l'éa 
pe nu remenalu ä furtûn-a 
intu mezu du mä 
gh'è 'n pesciu tundu 
che quandu u vedde ë brûtte 
u va 'nsciù fundu 
intu mezu du mä 
gh'è 'n pesciu palla 
che quandu u vedde ë belle 
u vegne a galla 
E au postu d'i anni ch'ean dedexenueve 
se sun piggiaë ë gambe e a mæ brasse neuve 
d'allua a cansún l'à cantà u tambûu 
e u lou s'è gangiou in travaggiu dûu 
vuga t'è da vugâ prexuné 
e spuncia spuncia u remu fin au pë 
vuga t'è da vugâ turtaiéu 
e tia tia u remmu fin a u cheu 
e questa a l'è a ma stöia 
e t'ä veuggiu cuntâ 
'n po' primma ch'à vegiàià 
a me peste 'ntu murtä 
e questa a l'è a memöia 
a memöia du Cigä 
ma 'nsci libbri de stöia 
Sinán Capudán Pasciá 
E suttu u timun du gran cäru 
c'u muru 'nte 'n broddu de fàru 
'na neutte ch'u freidu u te morde 
u te giàscia u te spûa e u te remorde 
e u Bey assettòu u pensa ä Mecca 
e u vedde ë Urì 'nsce 'na secca 
ghe giu u timùn a lebecciu 
sarvàndughe a vitta e u sciabeccu 
amü me bell'amü 
a sfurtûn-a a l'è 'n grifun 
ch'u gia 'ngiu ä testa du belinun 
amü me bell'amü 
a sfurtûn-a a l'è 'n belin 
ch'ù xeua 'ngiu au cû ciû vixín 
e questa a l'è a ma stöia 
e t'ä veuggiu cuntâ 
'n po' primma ch'à a vegiàià 
a me peste 'ntu murtä 
e questa a l'è a memöia 
a memöia du Cigä 
ma 'nsci libbri de stöia 
Sinán Capudán Pasciá. 
E digghe a chi me ciamma rénegôu 
che a tûtte ë ricchesse a l'argentu e l'öu 
Sinán gh'a lasciòu de luxî au sü 
giastemmandu Mumä au postu du Segnü 
intu mezu du mä 
gh'è 'n pesciu tundu 
che quandu u vedde ë brûtte 
u va 'nsciù fundu 
intu mezu du mä 
gh'è 'n pesciu palla 
che quandu u vedde ë belle 
u vegne a galla. 
(Sinan Capudan Pascià)
Teste fasciate sulla galea 
le sciabole si giocano la luna 
la mia è rimasta dov'era 
per non stuzzicare la fortuna 
In mezzo al mare 
c'è un pesce tondo 
che quando vede le brutte 
va sul fondo 
in mezzo al mare 
c'è un pesce palla 
che quando vede le belle 
viene a galla 
E al posto degli anni che erano diciannove 
si sono presi le gambe e le mie braccia 
da allora la canzone l'ha cantata il tamburo 
e il lavoro è diventato fatica 
Voga devi vogare prigioniero 
e spingi spingi il remo fino al piede 
voga devi vogare imbuto 
e tira tira il remo fino al cuore 
E questa è la mia storia 
e te la voglio raccontare 
un po' prima che la vecchiaia 
mi pesti nel mortaio 
e questa è la memoria 
la memoria del Cicala 
ma sui libri di storia 
Sinán Capudán Pasciá 
E sotto il timone del gran carro 
con la faccia in un brodo di farro 
una notte che il freddo ti morde 
ti mastica ti sputa e ti rimorde 
e il Bey seduto pensa alla Mecca 
e vede le Uri su una secca 
gli giro il timone a libeccio 
salvandogli la vita e lo sciabecco 
Amore mio bell'amore 
la sfortuna è un avvoltoio 
che gira intorno alla testa dell'imbecille 
Amore mio bell'amore 
la sfortuna è un cazzo 
che vola intorno al culo più vicino 
E questa è la mia storia 
e te la voglio raccontare 
un po' prima che la vecchiaia 
mi pesti nel mortaio 
e questa è la memoria 
la memoria di Cicala 
ma sui libri di storia 
Sinán Capudán Pasciá 
E digli a chi mi chiama rinnegato 
che a tutte le ricchezze all'argento e all'oro 
Sinán ha concesso di luccicare al sole 
bestemmiando Maometto al posto del Signore 
In mezzo al mare 
e c'è un pesce tondo 
che quando vede le brutte 
va sul fondo 
in mezzo al mare 
c'è un pesce palla 
che quando vede le belle 
viene a galla 
(Sinan Capudan Pascià) 

L'album viene riconosciuto in base a due referendum indetti tra i critici musicali come il migliore dell'anno (naturalmente) ma anche il migliore dell'intero decennio. A nostro avviso, insieme a "La buona novella", è tra i primi dieci album italiani più belli di tutti i tempi.

Anche musicalmente si tratta di una vera e propria svolta, con l'utilizzo di strumenti della tradizione nordafricana, greca, occitana della musica etnica accanto ai quali convivono quelli elettrici più propri della musica leggera in una commistione tra sonorità mediterranee (spesso più vicine all'Oriente) legate al folklore di paesi europei ed arabi e musicalità cantautorali più moderne. Anche il linguaggio genovese è utilizzato da Fabrizio con eccezionali risultati poetici.

"Intanto non è dialetto, casomai un idioma. In ogni caso i dialetti assurgono a dignità di lingua e le lingue decadono a indegnità di dialetto, tra parentesi, solo per motivi politici. Le lingue che parliamo sono i dialetti dell'Impero. Il genovese o il napoletano hanno una tale quantità di vocaboli, di costruzioni linguistiche, possiedono delle sonorità così belle da farmeli preferire a qualsiasi lingua imperiale. Si sente sempre parlare di cultura mediterranea, da contrapporre in qualche maniera al modo di fare musica e di cantare dell'Impero...Ne sento parlare da vent'anni, e non ho ancora sentito un disco che rappresenti o che esprima questo suono, questa policromia mediterranea".

Il 1988 è l'anno del matrimonio tra Fabrizio e Dori Ghezzi, sua compagna già da molti anni.

"Sarei forse morto: di amarezza, di alcol, di autodistruzione, di pessimismo, di dolore. Ma Dori è una fonte perenne di creatività, ottimismo, positività e confronto con la vita. L'ho sposata, sì, dopo quasi vent'anni, per motivi giuridici, perchè la legge italiana non equipara ancora completamente i diritti della convivente a quelli delle mogli. Ma c'eravamo già sposati sull'addiaccio del Supramonte. Una comunione ad occhi chiusi. Vivere fianco a fianco per ventiquattro ore al giorno. Che stupenda metafora! Nessuno conosce l'altro come ci conosciamo noi."

L'anno successivo De Andrè, dopo De Gregori e Bubola, inizia a collaborare con un altro dei "nuovi" cantautori, quelli della generazione successiva alla sua, Ivano Fossati, con cui compone "Questi posti davanti al mare" e successivamente alcuni brani di Le Nuvole del 1990 (liberamente ispirato ad Aristofane ed eletto miglior album dell'anno) ed Anime Salve del 1996 (anch'esso miglior disco dell'anno). Quest'ultimo doveva in realtà uscire come album cofirmato da Fossati e De Andrè ma per contrasti tra i due alla fine vide la luce come album del solo De Andrè (con la collaborazione di Fossati in alcuni brani).

Ne "La domenica della salme" (da Le Nuvole) De Andrè dipinge un inquietante quadro di una società senza più ideali:

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del "tua culpa"
affollarono i parrucchieri.
Nell’assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego" che era il primo
"Si può fare domani sul far del mattino"
E furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l’amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
"Voglio vivere in una città
dove all’ora dell’aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo"
A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile
un cannone nel cortile
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
"Quant’è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare"
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta
poi ci mandarono a cagare
"Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
Voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo".
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
Mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.
(La domenica delle salme)

La canzone più conosciuta del disco è Don Raffaè. Protagonisti un secondino del carcere campano di Poggioreale ed un detenuto d'eccellenza, Don Raffaè (Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata?). Scritta con Bubola la canzone rimanda nella costruzione e nell'atmosfera alle canzoni scomode del primo De Andrè:
 
 

Io mi chiamo Pasquale Cafiero 
e son brigadiero del carcere oiné 
io mi chiamo Cafiero Pasquale 
sto a Poggio Reale dal '53 
e al centesimo catenaccio 
alla sera mi sento uno straccio 
per fortuna che al braccio speciale 
c'è un uomo geniale che parla co' me. 

Tutto il giorno con quattro infamoni 
briganti, papponi, cornuti e lacchè 
tutte l'ore co' 'sta fetenzia 
che sputa minaccia e s' 'a piglia co' me 
ma alla fine m'assetto papale 
mi sbottono e mi leggo 'o giurnale 
mi consiglio con don Raffae' 
mi spiega che penso e bevimm' 'o cafè. 

Ah, che bell 'o café 
pure in carcere 'o sanno fà 
co' 'a ricetta ch'a Ciccirinella 
compagno di cella ci ha dato mammà. 

Prima pagina venti notizie 
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa 
si costerna, s'indigna, s'impegna 
poi getta la spugna con gran dignità. 
Mi scervello e mi asciugo la fronte 
per fortuna c'è chi mi risponde 
a quell'uomo sceltissimo e immenso 
io chiedo consenso, a don Raffaè. 

Un galantuomo che tiene sei figli 
ha chiesto una casa e ci danno consigli 
l'assessore che Dio lo perdoni 
'ndentro 'a roulotte ci alleva i visoni. 
Voi vi basta una mossa, una voce 
c'a `stu Cristo ci levano 'a croce. 
Con rispetto, s'è fatto le tre 
vulite 'a spremuta o vulite 'o caffè? 

Ah, che bell 'o café 
pure in carcere 'o sanno fà 
co' 'a ricetta ch'a Ciccirinella 
compagno di cella ci ha dato mammà. 

`Cca ci sta l'inflazione, la svalutazione 
e la borsa ce l'ha chi c'è l'ha 
io non tengo compendio che chillo stipendio 
è un ambo se sogno a papà 
Aggiungete mia figlia Innocenza 
vuò 'o marito, nun tiene pazienza 
non vi chiedo la grazia pé 'mmè 
vi faccio la barba o la fate da sè? 

Voi tenete un cappotto cammello 
che al maxi-processo eravate 'o cchiu bello, 
un vestito gessato marrone 
così ci è sembrato alla televisione 
pe `ste nozze vi prego Eccellenza 
mi prestasse pé ffare presenza 
io già tengo le scarpe e 'o gilè 
gradite 'o Campari o vulite 'o ccafè? 

Ah, che bell 'o café 
pure in carcere 'o sanno fà 
co' 'a ricetta ch'a Ciccirinella 
compagno di cella ci ha dato mammà. 

Qui non c'è più decoro, le carceri d'oro 
ma chi ll'ha mai viste, chissà 
cheste sò fatiscenti pé cchisto 'e fetienti 
si tengono l'immunità 
don Raffaè voi politicamente 
io vi giuro sarebbe 'nu santo 
ma 'cca dinto voi state a pagà 
e fora chist'atre se stanno a spassà. 

A proposito, tengo nu frate 
che da quindici anni sta disoccupato 
chill' ha fatto cinquanta concorsi 
novanta domande e duecento ricorsi 
voi che date conforto e lavoro, 
Eminenza, vi bacio e v'imploro 
chillo dorme cu mamma e cu me 
che crema d'Arabia ch'è cchistu cafè. 
(Don Raffaè)

Io mi chiamo Pasquale Cafiero 
e sono brigadiere del carcere 
Io mi chiamo Cafiero Pasquale 
sto a Poggio Reale dal '53 
e al centesimo catenaccio 
alla sera mi sento uno straccio 
per fortuna che al braccio speciale 
c'è un uomo geniale che parla con me 

Tutto il giorno con quattro infamoni 
briganti, papponi, cornuti e lacchè 
tutto il tempo con questo sudiciume 
che sputa minaccia e se la prende con me 
ma alla fine mi siedo papale 
mi sbottono e mi leggo il giornale 
mi consiglio con Don Raffaele 
mi spiega che penso e beviamo il caffè 

Ah, che bella cosa il caffè 
anche in carcere lo sanno fare 
con la ricetta che a Cicirinella 
compagno di cella gli ha dato la mamma 

Prima pagina venti notizie 
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa 
si costerna, s'indigna, s'impegna 
poi getta la spugna con gran dignità 
Mi scervello e mi asciugo la fronte 
per fortuna c'è chi mi risponde 
a quell'uomo sceltissimo e immenso 
io chiedo consenso, a Don Raffaele 

Un galantuomo che ha sei figli 
ha chiesto una casa e gli danno consigli 
l'assessore che Dio lo perdoni 
dentro la roulotte ci alleva i visoni 
A voi basta una mossa, una parola 
e a questo Cristo gli levano la croce 
Con rispetto si son fatte le tre 
volete la spremuta o volete il caffè 

Ah, che bella cosa il caffè 
anche in carcere lo sanno fare 
con la ricetta che a Cicirinella 
compagno di cella gli ha dato la mamma 

Ora c'è l'inflazione, la svalutazione 
e la borsa ce l'ha chi ce l'ha 
io non ho compendio che quello stipendio 
ed un ambo se sogno papà 
Aggiungete mia figlia Innocenza 
vuol marito, non ha pazienza 
non vi chiedo la grazia per me 
vi faccio la barba o la fate da solo? 

Voi avete un cappotto di cammello 
che al maxi-processo eravate il più bello 
un vestito gessato marrone 
così ci è sembrato in televisione 
per queste nozze vi prego Eccellenza 
me li presti per fare bella figura 
io ho già le scarpe ed il gilet 
gradite il Campari o volete il caffè? 

Ah, che bella cosa il caffè 
anche in carcere lo sanno fare 
con la ricetta che a Cicirinella 
compagno di cella gli ha dato la mamma 

Qui non c'è più decoro, le carceri d'oro 
ma chi le ha mai viste, chissà 
queste son fatiscenti, per questo motivo i delinquenti 
si tengono l'immunità 
Don Raffaele voi politicamente 
ve lo giuro sareste un santo 
ma qua dentro scontate la pena 
e fuori quegli altri se la spassano 

A proposito, ho un fratello 
che è disoccupato da quindici anni 
Ha fatto cinquanta concorsi 
novanta domande e duecento ricorsi 
Voi che date conforto e lavoro 
Eminenza vi bacio vi imploro 
Quello dorme con mamma e con me 
che crema d'Arabia che è questo caffè 
(Don Raffaele)

Anime Salve
Chi sono le anime salve di cui parla De Andrè? Lo stesso cantautore lo spiegò in un'intervista: "Le anime salve sono i solitari , i diversi, quelli che stanno ai margini, perchè ce li ha cacciati il sistema o perchè lo hanno scelto loro. Sono salvi perchè soli, perchè liberi, perchè lontani da questa civiltà da basso impero dove i bambini vengono stuprati e gli adulti si arrabbiano solo quando gli rubi l'argenteria a casa".

E' stato scritto al riguardo:
Si puo' definire Anime Salve, usando le stesse parole del cantautore, come l'osservazione di una serie di diverse solitudini, alla riscoperta dunque del valore di questo modo di essere e dell'individualità in sè, da parte di un osservatore, il poeta, volutamente estraniatosi dal contesto sociale e politico. Estraniamento necessario nel tentativo di dare una testimonianza che tenga conto non solo di una solitudine basata su di una libera scelta originaria o di una originale diversità, ma anche di una solitudine "costretta", proprio in virtù di quella libera scelta, dal mondo circostante ignaro e intollerante nei confronti appunto delle diversità. Solitudini vissute diversamente: con orgoglio e a testa alta, oppure con uno sconforto disperato.

"Anime Salve" annuncia questo suo carattere fin dal titolo dell'album, in cui mantiene l'etimo tanto di
ANIMO quanto di SALVO, ovvero SPIRITO SOLITARIO. "Mi sono visto di spalle che partivo",
recita un verso della canzone omonima (in cui con Fabrizio De Andre' canta Ivano Fossati): un netto
rifiuto dell'identità anagrafica, dell'uomo costruito da una autorità-stato che vuole imporre a ciascuno
dove e come stare al mondo. La solitudine e' dunque cercata, voluta, libera scelta che consente di non
stare nel mucchio, di non venire impressi da marchi della società.
(Alberto Mingardi)

L'interesse della chiesa per i messaggi contenuti in "Anime Salve" spinge a qualche doverosa
specificazione. Anime salve contiene testi che hanno come filo conduttore il diritto a esistere di tutti
coloro che vengono considerati minoranze. La solitudine raccontata non è solo filosofica ma ha precise
motivazioni sociali che vengono lette da De André ognuna nella sua richiesta particolare di non
emarginazione e di solidarietà. Da "Prinçesa" a "Khorakhané" a "Smisurata preghiera", le parole dei due
cantautori genovesi, uniti dall'intento di dare voce a chi viene tacitato, trovano l'intensità che unisce la
rabbia e i silenzi di un proprio personale tragitto vitale. (Valeria Viganò)

Una delle "anime salve" è Princesa. La canzone racconta la storia di Fernandino, un ragazzino brasiliano che cambia sesso (ispirata dall'omonimo racconto-intervista di Maurizio Iannelli).

Sono la pecora sono la vacca
che agli animali si vuol giocare
sono la femmina camicia aperta
piccole tette da succhiare.
Sotto le ciglia di questi alberi
nel chiaroscuro dove son nato
che l'orizzonte prima del cielo
ero lo sguardo di mia madre
"Che Fernandino è come una figlia
mi porta a letto caffè e tapioca
e a ricordargli che è nato maschio
sarà l'istinto sarà la vita"
e io davanti allo specchio grande
mi paro gli occhi con le dita
a immaginarmi tra le gambe
una minuscola fica

Nel dormiveglia della corriera
lascio l'infanzia contadina
corro all'incanto dei desideri
vado a correggere la fortuna

Nella cucina della pensione
mescolo i sogni con gli ormoni
ad albeggiare sarà magia
saranno seni miracolosi
perchè Fernanda è proprio una figlia
come una figlia vuol far l'amore
ma Fernandino resiste e vomita
e si contorce dal dolore
e allora il bisturi per seni e fianchi
una vertigine di anestesia
finché il mio corpo mi rassomigli
sui lungomare di Bahia

Sorriso tenero di verdefoglia
dai suoi capelli sfilo le dita
quando le macchine puntano i fari
sul palcoscenico della mia vita
dove tra ingorghi di desideri
alle mie natiche un maschio s'appende
nella mia carne tra le mie labbra
un uomo scivola l'altro si arrende
che Fernandino mi è morto in grembo
Fernanda è una bambola di seta
sono le braci di un'unica stella
che squilla di luce di nome Princesa

A un avvocato di Milano
ora Princesa regala il cuore
e un passeggiare recidivo
nella penombra di un balcone

o matu
o cèu
a senda
a escola
a igreja
a desonra
a saia
o esmalte
o espelho
o baton
o medo
a rua
a bombadeira
a vertigem
o encanto
a magia
os carros
a policia
a canseira
o brio
o noivo
o capanga
o fidalgo
o porcalhao
o azar
a bebedeira
as pancadas
os carinhos
a falta
o nojo
a formusura
viver

(la campagna
il cielo
il sentiero
la scuola
la chiesa
la vergogna
la gonna
lo smalto
lo specchio
il rossetto
la paura
la strada
la modellatrice
la vertigine
l'incantesimo
la magia
le macchine
la polizia
la stanchezza
la dignità
il fidanzato
lo sgherro
il gransignore
lo sporcaccione
la sfortuna
la sbronza
le botte
le carezze
il fallimento
lo schifo
la bellezza
vivere)

(Princesa)

Nel 1997 Fabrizio De Andrè fa il suo esordio anche come scrittore firmando insieme ad Alessandro Gennari il romanzo intitolato "Un destino ridicolo". Il libro è in parte autobiografico con molti episodi legati alla Genova degli anni '60 che videro il giovane Fabrizio, di famiglia ricca ed altolocata, frequentare le zone più misere della città a contatto con  quei personaggi di cui spesso parlerà nelle sue canzoni.

Il romanzo "Un destino ridicolo" era anche al centro di un progetto per una trasposizione cinematografica. Lo stesso De Andrè avrebbe supervisionato il film.

Un film incentrato sulla figura di Fabrizio viene comunque realizzato. Si tratta di "Faber" di Bruno Bigoni e Romano Giuffrida, presentato al Festival di Torino e prodotto da Tele+.
Fabrizio non compare nel film e di lui si sente solo la voce fuori campo ("Gli artisti sono gli anticorpi che la società ha contro il potere. L'artista non deve integrarsi. Se si integra, noi ce l'abbiamo nel...").

Prima della sua morte Fabrizio stava lavorando ad un nuovo disco con la collaborazione di Oliviero Malaspina. Tema del disco sarebbe stata la notte e l'ispirazione era venuta dalla vita (e dalla morte) di un amico sardo di De Andrè che amava la notte.
Dichiarò Oliviero Malaspina:
"La prima suite era incentrata sulla notte intesa come paura del giorno. Il punto di partenza è stata la
passione per la notte per ricordare un amico di Fabrizio scomparso che aveva la fobia del giorno.
Il secondo notturno era dedicato alla notte intesa come cecità del potere vista come una malattia
contagiosa. La terza come momento per la morte e per l'uomo votato alle estreme conseguenze del
male. La più incredibile era l'ultima, la notte vista come fenomeno fisico e atmosferico....".

Le ultime incisioni di Fabrizio prima della sua prematura scomparsa costituiscono più annotazioni a livello di curiosità che tappe fondamentali di un percorso artistico, come nel caso del nostalgico duetto con Mina nel 1997. I due artisti interpretano a due voci La canzone di marinella portata al successo oltre trent'anni prima dalla cantante di Cremona. Il duetto viene pubblicato sull'album antologico M'innamoravo di tutto.

Nel 1998 Fabrizio, accompagnato sul palco dal figlio Cristiano e dalla figlia Luvi, porta il proprio spettacolo nei teatri d'Italia ottenendo un grande successo di pubblico e di critica ma le sue condizioni di salute si fanno preoccupanti.

In un'intervista mandata in onda sulla RAI non molto tempo prima della sua morte Fabrizio aveva dichiarato alla domanda a proposito di cosa avesse paura: "Sicuramente della morte. Non tanto la mia che in ogni caso, quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili".

Il tour di Fabrizio successivo all'album "Anime Salve" viene così interrotto nel corso dell'estate del 1998. Le condizioni di salute di De Andrè peggiorano. Comunica agli amici di avere più di un'ernia ma una tac del 25 agosto non lascia più speranze. La causa delle gravi condizioni è un tumore ai polmoni.
Fabrizio viene ricoverato presso l'Istituto per i tumori di Milano dove si spegne l'11 gennaio del 1999 alle 2.15 di notte. Viene assistito fino all'ultimo dalla moglie Dori, dai figli Cristiano e Luvi e dai suoi cari.
Cristiano De Andrè racconterà che il padre è morto serenamente tenendo loro la mano fino alla fine.

I suoi funerali si svolgono il 13 gennaio nella sua Genova, nella Basilica di Carignano, davanti ad una folla oltremodo commossa di oltre diecimila persone tra le bandiere del Genoa, la squadra di calcio di cui Fabrizio era tifoso, e quella con il simbolo anarchico.
Un funerale rigorosamente pubblico perché, dice Dori Ghezzi, "Fabrizio appartiene non solo alla famiglia, ma a tutti quelli che lo hanno amato", ed al quale partecipano molti colleghi cantautori e naturalmente l'amico fraterno Paolo Villaggio che avrà parole toccanti per l'amico scomparso.

Fabrizio De Andrè viene sepolto nella cappella di famiglia del cimitero di Staglieno.

Michele Serra da La repubblica del 12 gennaio 1999
Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, splendenti di solitudine.
E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide.
Quella stessa potente, preziosa materia la percezione che il mondo è ingiusto e ottuso che la politica, di lì
a poco, avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole, la
mite e durevole luce dell’arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano nell’animo,
corrispondeva all’intuizione che l’arte e la poesia fossero la più radicale delle rivolte.

Cesare G. Romana
E' sempre stato un tema caro a Fabrizio, quello dell' uomo scrutato - e amato - nei capitoli più amari, nei
risvolti fallimentari della sua storia. Che è essenzialmente, per lui, storia di agognati ma tanto spesso
irraggiunti traguardi, di fronte alla evidenza diventa inutile la speranza illusoria e la ribellione
pigmeiforme di chi vorrebbe opporre la propria fragile volontà alla violenza gigantesca del destino.
Sempre pronto, quest'ultimo, a dissolvere con un colpo di spugna i poveri fantasmi che colorano i sogni
dell'uomo con le luci di un impossibile paradiso.


Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta

recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

Per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere.



"...io sono un principe libero
e ho altrettanta autorità di fare guerra
al mondo intero quanto colui
che ha cento navi in mare."
SAMUEL BELLAMY
(Pirata alle Antille nel XVIII secolo)

(Fabrizio De Andrè -  "Le Nuvole")


Solo la morte m'ha portato in collina 
un corpo fra i tanti a dar fosforo all'aria 
per bivacchi di fuochi che dicono fatui 
che non lasciano cenere non sciolgon la brina 
solo la morte m'ha portato in collina



 
 
MAGGIE'S FARM

sito italiano di Bob Dylan

HOME PAGE
Clicca qui

 

--------------------
è  una produzione
TIGHT CONNECTION
--------------------