VADEMECUM PER NEO-DYLANIANI
di Michele Murino
Come può un "neo-dylaniano",
un neofita cioè, che magari ha sempre sentito parlare di Bob Dylan
ma non ne ha mai ascoltato le canzoni in maniera continuativa e sistematica,
come può - dicevo - avvicinarsi alla sterminata opera di questo
artista senza rimanere alquanto disorientato dalle mille facce, meglio,
dalle mille sfaccettature, della suddetta opera?
In questo breve "excursus" traccerò
a grandi linee una sorta di "identikit" delle differenti produzioni di
Bob Dylan, sempre diverse di anno in anno eppure tutte collegate e caratterizzate
da un unico fil rouge, un "marchio di fabbrica" distintivo che accomuna
i diversi periodi.
Periodi. Un pò come quelli
di un pittore, ad esempio. Magari Picasso. Non a caso Dylan è stato
definito, tra le tante, anche con la frase "Picasso della musica".
Dunque il "neo-dylaniano" di cui parlavo
all'inizio, che magari vorrebbe iniziare a collezionare le opere di Bob
Dylan (o anche solo conoscerle in maniera più approfondita) ma si
perde nel mare magnum della sterminata produzione quasi quarantennale del
"poeta di Duluth" (altra celebre "etichetta"), potrà quanto meno
discernere nella sua composita opera che, tra l'altro, è una delle
più vaste della Storia del Rock.
Bisogna prima di tutto bisogna tenere presente che la carriera musicale di Bob Dylan è quanto mai variegata essendo egli passato da un genere all'altro (sia per quanto riguarda la musica che i testi) mantenendo comunque un livello altissimo di produzione (salvo pochissime eccezioni).
Un primo "periodo dylaniano" è
quello delle cosiddette "protest songs", ovvero delle canzoni di protesta,
spesso anche canzoni politiche o con contenuti politici e sociali che copre
il periodo 1961/1964.
Dylan in seguito disconoscerà
il termine "protest song" in maniera decisa e lo stesso farà nei
confronti del termine "canzone politica" affermando di non scrivere nè
di aver mai scritto canzoni di protesta nè tantomeno canzoni "politiche".
A questo proposito riportiamo di seguito
uno scambio di battute tra un giornalista italiano e Bob nel corso di una
conferenza stampa tenuta prima di una esibizione di Dylan all'Arena di
Verona:
GIORNALISTA:
"Joan Baez ha affermato che tu non ha mai scritto una sola canzone politica..."
DYLAN: "Joan
ha ragione!"
Ad ogni modo la prima produzione dylaniana
è indiscutibilmente ricca di canzoni su temi sociali ed in parte
anche politici.
Il disconoscimento dell'etichetta
da parte di Dylan è tuttavia più che giustificato dal fatto
che tale etichetta, in quanto tale, risultava, e risulta, assolutamente
riduttiva del valore universale dei suoi primi testi che, qualora strumentalizzati
e collegati per ragioni di comodo da questo o quel partito politico, da
questo o quel movimento ideologico, perderebbero il 90 per cento della
loro importanza. Il fatto stesso che Dylan non si sia mai legato ad alcun
movimento o partito di qualsivoglia corrente politica la dice lunga sul
suo approccio a quel tipo di testi.
Bob Dylan: Nelle mie intenzioni
"Masters of war" non è affatto una canzone politica. Per dirle ciò
che penso fino in fondo, non ne so niente di politica. Sono incapace di
distinguere quello che è di destra da quello che è di sinistra.
Non ragiono in questi temini. Un
giorno potrò difendere un idea che verrebbe qualificata come di
destra ed il giorno dopo, su un altro argomento potrei sostenere una posizione
che si qualificherebbe di sinistra. Capisce? Quando ho un'opinione non
mi chiedo se è di destra o di sinistra. Posso restare della stessa
idea su uno stesso argomento ma con angolature diverse
Canzoni importanti di questo primo
periodo sono brani come "The lonesome death of Hattie Carroll", ad esempio,
nella quale Dylan racconta la storia realmente accaduta di una cameriera
negra uccisa da un certo William Zanzinger, ricco rampollo di una potente
famiglia con "relazioni con le alte cariche della politica del Maryland"
il quale l'aveva colpita con un bastone durante un diverbio. Nella canzone,
pubblicata sull'album "The times they are a-changin'", Dylan si scaglia
in maniera aperta contro l'assassino e con accenti di sdegno sottolinea
l'infamia della sentenza che lo vide condannato a soli sei mesi di reclusione.
Canzoni come "Only a pawn in their
game" nella quale, rifacendosi ad un altro episodio di cronaca, Dylan racconta
dell'omicidio di Medgar W. Evers, leader negro del movimento per i diritti
civili e segretario dell'Associazione nazionale per il progresso della
gente di colore, ucciso, dice Dylan, da qualcuno che era in realtà
solo una pedina nello sporco gioco dei potenti politicanti degli Stati
del Sud.
O come "The ballad of Donald White"
in cui Dylan, nei panni di Donald White, ladro condannato a morte mediante
impiccagione, canta "Se avessi avuto un'educazione
che mi desse un avvio decente avrei potuto essere un dottore o un artista,
ma ho usato le mani per rubare quand'ero ancora un ragazzo (...) Ma ho
solo una domanda da farvi prima che mi uccidano (...) I ragazzi finiti
su di una strada come la mia sono nemici o vittime della vostra società?".
Come si vede, quindi, canzoni che
prendevano una precisa posizione in difesa dei negri (da ricordare ancora
"The death of Emmet Till" ragazzo di colore ucciso dai bianchi per aver
rivolto la parola ad una ragazza bianca) e delle minoranze in genere, dagli
hobos, ai ladri, ai poveri, agli zingari. O ancora canzoni che prendevano
in giro determinate classi sociali o schieramenti politici come nel caso
di "Playboys and Playgirls" o "Talkin' John Birch Paranoid Blues" nella
quale Dylan si faceva beffe di una associazione di destra che vedeva il
pericolo comunista dappertutto ("Ora noi tutti siamo
d'accordo con il punto di vista di Hitler, sebbene abbia ammazzato sei
milioni di Ebrei. Non importa se era un Fascista almeno non si può
dire che fosse un Comunista! (...) Bè, li ho cercati dappertutto
questi dannati comunisti. Mi alzavo la mattina e guardavo sotto il letto,
guardavo nel lavandino, dietro la porta, guardavo nel cruscotto della mia
auto ma non sono riuscito a trovarli...").
O canzoni come "Blowin' in the wind",
"Masters of war", "When the ship comes in", "The times they are a-changin'"
e "With God on our side" che lanciavano messaggi più universali
ma pur sempre legati a tematiche sociali.
I dischi che rientrano in questo primo
periodo sono "The freewheelin' Bob Dylan" e
"The times they are a-changin'".
Da un punto di vista musicale è
un periodo fortemente caratterizzato dai talkin' blues (blues parlati),
da motivi tradizionali rielaborati da Dylan (che spesso utilizzava lo stesso
motivo per più di una canzone), da melodie sostanzialmente folk
e blues.

La canzone che fa da "spartiacque"
tra questo primo periodo di canzoni dalle tematiche "sociali" o "universali"
ed il successivo è "It ain't me, babe", pubblicata sull'album "Another
side of Bob Dylan".
In questa canzone Dylan, il quale
ormai non sopportava più l'etichetta di cantante di protesta che
gli era stata appiccicata da pubblico e media e che rischiava di bruciarlo
come artista relegandolo per sempre ad un ruolo che lo avrebbe presto fatto
dimenticare, gridava al proprio pubblico "Non sono
io quello!" ("It ain't me", appunto) tirandosi fuori dalla mischia
e rinnegando il proprio ruolo di difensore dei diritti civili, ruolo da
lui mai richiesto nè accettato e rinnegato fin quasi da subito.
In questo secondo periodo che va dal
1964 al 1967 Dylan cambia completamente il modo di scrivere canzoni affrontando
tematiche personali ed introspettive e solo raramente trattando temi sociali.
E' il periodo del Dylan più
ermetico che abbina alla sua musica (diventata nel frattempo elettrica
e "psichedelica") testi al limite dell'incomprensibilità, usando
un linguaggio per iniziati, ricco di metafore, di citazioni poetiche e
letterarie, di visioni poetiche per lo più surreali, di giochi di
parole, un linguaggio che molto doveva anche alla corrente letteraria della
cosiddetta "scrittura automatica".
E' anche il periodo delle "drug songs"
(canzoni scritte presumibilmente sotto l'effetto di sostanze stupefacenti
e che metaforicamente parlano di droga), altro termine mai accettato da
Dylan il quale dichiarò di non scrivere "drug songs" e di non aver
mai composto canzoni sotto l'effetto di droghe ma piuttosto di essersi
servito di queste ultime solo per caricarsi durante le esecuzioni dal vivo.
Le canzoni che maggiormente rappresentano
questo secondo periodo sono "Visions of Johanna", "Mr. Tambourine man",
"Like a rolling stone", "Subterranean homesick blues", "Chimes of freedom",
"Ballad of a thin man", "Gates of Eden", "Desolation row" ed altre presenti
sugli albums "Bringing it all back home", "Highway 61 revisited", "Blonde
on blonde" ed in parte su "Another side of Bob Dylan".


Chiuso anche questo secondo periodo
Dylan ne apre un altro che, generalmente, è quello più contestato
dalla critica, un periodo in cui Bob abbandona il modo di scrivere ermetico
ed adotta uno stile più lineare con frasi molto brevi, semplici
e sufficientemente chiare anche se spesso con toni di parabola e riferimenti
e citazioni bibliche.
Anche la sua musica cambia ed il nervosismo
degli arrangiamenti elettrici e del suono "mercuriale" degli albums del
periodo 64/67 lascia il posto a dolci ballate spesso in stile country.
I temi sono spesso personali con canzoni
d'amore come "Lay lady lay", "I'll be your baby tonight", "Tonight I'll
be staying here with you" e "Peggy Day".
I dischi di questo periodo sono "John
Wesley Harding", "Nashville skyline", "Self portrait", "New morning" ed
in parte anche "The basement tapes".
Dylan cambia anche modo di cantare
e la sua stessa voce si fa differente. I toni rochi degli inizi o quelli
arrabbiati ed acidi degli album elettrici lasciano il posto ad una voce
da "crooner", da cantante confidenziale (quasi alla Johnny Cash o alla
Elvis, per intenderci), molto nasale e profonda ma non per questo meno
bella di quella dei primi album.


Un quarto periodo (a mio avviso il
migliore) si apre con l'album "Planet waves" e prosegue con "Blood on the
tracks" e "Desire".
Dylan abbandona il "miele" del terzo
periodo e passa al "veleno" col quale ridà vigore alla sua musica
ed ai suoi testi scrivendo alcune delle sue migliori canzoni di sempre.
Sono spesso la testimonianza di un
uomo ferito, arrabbiato, reduce tra le altre cose da un'esperienza matrimoniale
difficile che sfociò nel divorzio dalla moglie Sara Lowndes.
Canzoni come "Idiot wind", "Dirge"
ed "Hurricane" (con la quale Dylan torna all'antico prendendo le difese
del pugile negro Rubin "Hurricane" Carter" ingiustamente accusato di omicidio).
Dylan torna in molti casi alla struttura
della ballata folk modernizzandola.
E' anche un periodo in cui i testi
delle sue canzoni cominciano sempre di più a somigliare a dei quadri,
o a dei film. Lo stesso Dylan affermerà che il suo intento era quello
di scrivere testi che contenessero diversi piani di lettura, in cui egli
riuscisse a fermare il tempo facendo in modo che l'azione si svolgesse
contemporaneamente nel passato e nel presente.
Tangled up in blue, dall'album "Blood
on the tracks" è l'esempio più celebre (e più riuscito)
di questo tipo di canzoni. Brani molto "narrativi", "descrittivi", sorta
di sceneggiature cinematografiche o di quadri tridimensionali.
In questo ambito è doveroso
ricordare canzoni come "Lily, Rosemary and the Jack of Hearts", "Black
Diamond Bay", "Isis", "Romance in Durango", "Simple twist of fate", "Hurricane"
(provate a guardare l'omonimo film ed assisterete quasi alla trasposizione
su pellicola della canzone di Dylan), Joey ed altre, tutte accomunate da
testi dalla straordinaria forza descrittiva ed evocativa che avvincono
l'ascoltatore costringendolo a prestare attenzione al racconto per "sapere
come va a finire"...


Con "Street legal" si apre un nuovo
periodo dylaniano che da un punto di vista musicale presenta una repentina
sterzata verso il rythm and blues, il gospel ed il rock.
Cori femminili diventano una costante
delle canzoni di questo periodo che presentano anche la novità della
presenza dei fiati.
Ma la principale novità è
costituita dai testi che trattano quasi esclusivamente temi religiosi.
E' di questo periodo, infatti, la conversione di Dylan che, Ebreo di nascita,
abbraccia la fede dei Cristiani Rinati. Le canzoni del Dylan di questo
periodo sono quasi dei sermoni nei quali Bob predica il Verbo minacciando
l'Inferno per i peccatori e prospettando il Paradiso per coloro che vedranno
la Luce. Canzoni che parlano della Fine dei Tempi, dell'Armageddon, lo
scontro finale tra il Bene ed il Male, del ritorno di Gesù Cristo
sulla Terra e di altri temi per lo più ripresi dalla Bibbia o dai
Vangeli.
Sebbene anche questo sia un periodo
molto discusso (molti critici musicali misero in dubbio la sincerità
della Fede di Dylan) Bob scrisse in questi anni alcuni capolavori quali
"I believe in you" (uno dei più potenti testi di Dylan da un punto
di vista poetico), "Gotta serve somebody", "Every grain of sand", "Slow
train", "The groom's still waitin' at the altar", "Saved", "When He returns",
"Caribbean wind" e "Angelina" ed il periodo è da un punto di vista
dell'ispirazione musicale uno dei più ricchi dell'intera carriera
di Dylan.
Gli album di questo periodo sono "Slow
train coming", vero e proprio capolavoro, "Saved" e "Shot of love".


Il periodo che segue a quello del cosiddetto
"Dylan predicatore" è caratterizzato dall'incertezza ed è
generalmente considerato il peggiore della sua intera produzione.
Fatta eccezione per l'ottimo "Infidels"
è un periodo caratterizzato da album contraddittorii, discontinui
e talvolta mediocri, come "Knocked-out loaded", "Empire Burlesque" e "Down
in the groove", costituiti anche da covers o da canzoni scritte in collaborazione
con altri. La vena compositiva di Dylan sembra inaridirsi in questi anni
sebbene non manchino delle perle come "Brownsville girl" e "Tight connection
to my heart (Has anybody seen my love)".
E' quasi un Dylan che cerca di indossare
i panni della rockstar, che cerca di "svecchiare" la propria immagine adeguandola
ai tempi. Strizzate d'occhi ad un certo tipo di musica più commerciale
se pur filtrata dall'estro poetico e dalle capacità musicali indiscutibili
di un artista che forse comincia a sentirsi superato e comincia ad accettare
qualche compromesso per restare in vetta (in questo senso è sintomatico
il fatto che il sound di questi anni è forse il meno "dylaniano"
di sempre con arrangiamenti che spaziano dalla "disco" al "reggae"...)
A questo proposito va inserito in
questo ambito anche il live "Bob Dylan at Budokan".


Il periodo che va dalla fine degli
anni 80 ai primi anni del 2000 è meno produttivo dal punto di vista
della quantità ma fa registrare un livello qualitativo altissimo.
Gli album di questo periodo sono "Oh
Mercy", "Under the red sky", "Time out of mind" e "Love and Theft" con
l'aggiunta del singolo "Things have changed" (Premio Oscar) e dei due album
di covers tradizionali "Good as I been to you" e "World gone wrong".
In linea di massima Dylan torna al
passato recuperando gli stilemi della musica blues e folk e tornando ai
fasti di un tempo con canzoni di nuovo personali e, da un punto di vista
musicale, molto crepuscolari, blueseggianti e "notturne", nel caso di "Time
out of mind", o memori delle radici della musica Americana di fine 800
e dei primi del 900, nel caso dei due dischi di covers prima citati e dell'acclamato
"Love and Theft", album del 2001, vero e proprio viaggio alla riscoperta
della tradizione e delle radici musicali americane e che riproietta Dylan
in vetta alle classifiche di tutto il mondo dopo decenni di scarso successo
commerciale e che vede la critica internazionale compatta nel riconoscere
l'arte di nuovo rigenerata di un artista che a 60 anni dimostra di essere
all'apice della propria creatività.



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