Newsweek ha pubblicato un estratto in anteprima dalla attesissima autobiografia di Bob Dylan,
"Chronicles: Volume One".

Ecco un commento riassuntivo di Michele "Napoleon in rags"

In questo estratto da "Chronicles", Bob inizia ricordando l'incidente motociclistico in cui fu coinvolto ed in cui rimase ferito e dice che la verità era che voleva uscire da quella frenetica attività che lo vedeva sempre più pressato in quel periodo (seconda metà degli anni '60). "Rat race" è la parola che Dylan usa. Dice che la sua vita era stata cambiata dalla nascita dei figli e che al di fuori della propria famiglia, la moglie Sara ed i bambini, nulla gli interessava al mondo e vedeva tutte le cose con occhi diversi, persino eventi come le morti di Kennedy, Martin Luther King e Malcolm X. Bob dice che non li vedeva come leader politici uccisi ma come padri di famiglia che lasciavano mogli e figli feriti. Dylan sottolinea che l'essere nato e cresciuto in America, il paese della libertà e dell'indipendenza, gli aveva inculcato ideali e valori di eguaglianza e libertà e che egli era determinato a far crescere i propri figli con quegli stessi ideali.
Poi Dylan rievoca una presentazione che Ronnie Gilbert del gruppo dei The Weavers aveva fatto di lui ad uno dei Festival Folk di Newport. Gilbert, ricorda Dylan, lo aveva presentato dicendo alla folla "è vostro!". Dylan dice che quella presentazione non aveva senso per lui, Elvis non era mai stato presentato in quel modo, e che le parole di Gilbert gli sembravano folli. Io, dice Bob, non appartenevo a nessuno nè allora ne mai... se non a sua moglie ed ai suoi bambini che erano la cosa che egli più amava al mondo e per i quali egli cercava di provvedere al meglio tenendoli lontano dai guai, cosa difficile perchè la stampa lo presentava come "portavoce di una generazione", o persino "coscienza di una generazione", scrive Bob con meraviglia mista a divertimento. Era veramente ridicolo, dice, tutto quello che io facevo o avevo mai fatto era scrivere canzoni ed avevo pochissimo se non nulla a che fare con quella generazione di cui i giornali supponevano io fossi il portavoce.
Poi Dylan scrive che la gente crede che la fama e la ricchezza portino potere ma non sempre è così, e dice che era bloccato a Woodstock, vulnerabile e con una famiglia da proteggere ma che la stampa continuava a dipingerlo in maniera differente. Dylan si paragona ad un "capro espiatorio"; sempre il mondo ha avuto bisogno di un capro espiatorio, scrive, qualcuno che guidasse la carica contro l'Impero Romano, ma - scrive Bob - l'America non era l'Impero Romano. Io ero solo un cantante folk e non un predicatore che faceva miracoli.
Poi Dylan scrive a proposito della zona di Woodstock che egli aveva scoperto essere molto ospitale e confortevole per viverci tanto che ne aveva parlato al suo manager Albert Grossman durante un viaggio da Syracuse dopo uno show. Si recarono lì e Grossman acquistò una casa. In seguito anche Bob ne comprò una vicino e ricorda che fu quella la casa in cui cominciarono i guai, con gente che si introduceva abusivamente notte e giorno. La pace - scrive Dylan - sparì immediatamente e quello che era stato un tranquillo rifugio non lo fu più con vere e proprie mappe che venivano utilizzate da ogni sorta di drogati e dropouts per raggiungere la sua abitazione. All'inizio - scrive Dylan - erano solo i vagabondi che facevano ingresso illegale per trovare un posto in cui ripararsi, ma poi vennero i "teppisti radicali" che cercavano il Principe della Protesta. Dylan ricorda che Peter LaFarge, un suo amico folksinger, gli aveva dato un paio di pistole Colt a ripetizione e che egli possedeva anche un fucile Winchester ma che le autorità gli avevano detto che se qualcuno fosse rimasto colpito accidentalmente o anche solo se egli avesse sparato dei colpi di avvertimento per tenere lontano gli intrusi sarebbe stato arrestato. Non solo, ricorda Dylan, ma persino se qualcuno di quelli che si arrampicava sul tetto di casa sua per penetrare fosse cascato giù egli sarebbe finito davanti ad un tribunale. Questa cosa rendeva Dylan sconvolto ed egli avrebbe voluto "dare fuoco a questa gente". Il mondo era assurdo ed io ero in un angolo, scrive, e poi ricorda un giorno di mezza estate in cui stava viaggiando in macchina con Robbie Robertson, il chitarrista di The Band, e si sentiva come se vivesse in un'altra parte del sistema solare e si sentisse vittima di una cospirazione per cui non esisteva un posto abbastanza lontano dove scappare e realizzare i propri sogni che, scrive Bob, erano quelli di una vita con orari normali, una casa con degli alberi ed uno steccato bianco intorno e rose nel giardino. E invece Woodstock si era trasformato in un vero e proprio incubo. Allora, dice Dylan, tornammo a New York dove iniziai un'opera per demolire la mia identità ma lì fu anche peggio con tutti i pazzi che andavano a dimostrare davanti casa sua dopo che ne avevano scoperto l'indirizzo (qui il riferimento di Dylan al folle A.J.Weberman è evidente) e che cominciavano a gridare, cantare e fare schiamazzi chiedendogli di uscire e guidarli da qualche parte. Questa cosa - scrive Dylan - fece sì che i suoi vicini cominciassero ad odiare lui e la sua famiglia sicchè si trasferirono ad Ovest ma anche lì i giornalisti li rintracciarono e, qui Dylan scrive una bella frase molto significativa, "speravano di poter scoprire qualche segreto o forse che io confessassi qualche peccato". Ma se anche fossero entrati in casa cosa avrebbero trovato? Solo giocattoli rotti, seggioloni e tavoli per bimbi, puzzles e tamburi giocattolo, scrive Bob. In questo punto Dylan sottolinea ancora una volta come tutto quello che gli interessava fosse sua moglie ed i bambini e poi ricorda che Joan Baez aveva in quel periodo registrato una "canzone di protesta" (Dylan non ne cita il titolo ma è chiaro che si riferisce a "To Bobby") in cui lo invitava a guidare le masse, essere il capo di una crociata e - scrive Bob con ironia - quando egli sentiva la canzone alla radio gli sembrava che fosse un comunicato di pubblica utilità.
Quando ogni tanto concedeva qualche intervista (perchè non mi buttassero giù la porta, scrive sarcastico) e diceva ai giornalisti che: "non sono il portavoce di niente e di nessuno..." mi guardavano negli occhi come se cercassero la prova di bourbon e di anfetamine" e poi scrivevano titoli come: "Spokesman Denies That He's a Spokesman." (Il Portavoce nega di essere un Portavoce), ed egli si sentiva come un pezzo di carne che qualcuno aveva tirato ai cani soprattutto quando riviste come Esquire mettevano ad esempio in copertina il suo viso affiancato a quello di altre tre persone, Malcolm X, Kennedy e Fidel Castro (Che diavolo significava?, scrive Dylan). Poi Dylan fa un accenno a Sara lasciando trasparire una sorta di rammarico (almeno a me così sembra) per averla coinvolta in una cosa che quando la ragazza l'aveva sposato non avrebbe mai lontantamente immaginato.
Poi Dylan scrive un pezzo alquanto lungo in cui si lamenta di come le parole delle sue canzoni venissero estrapolate, sovvertite nel significato e poi di come fosse incazzato nel sentirsi definire "the Big Bubba of Rebellion, High Priest of Protest, the Czar of Dissent, the Duke of Disobedience, Leader of the Freeloaders, Kaiser of Apostasy, Archbishop of Anarchy, the Big Cheese", tutti appellativi che lo dipingevano come un Fuorilegge.
Il terreno gli scottava sotto i piedi e doveva continuamente scappare così decise di "prendere il toro per le corna e rimodellare la propria immagine, o comunque modificare la percezione di essa, creando impressioni differenti".
All'inizio - scrive comicamente Bob - era in grado di fare solo piccole cose come versarsi una bottiglia di whiskey sulla testa ed entrare in un supermercato sapendo che appena ne fosse uscito tutti avrebbero parlato della cosa. Dylan cercava insomma di creare di se stesso un'immagine confusa, persino noiosa, il che avrebbe concesso più spazio alla propria famiglia ("...e che l'intero spettrale mondo andasse all'inferno!").
Dylan racconta poi di come fosse contrariato per il fatto che appena usciva di casa anche solo per recarsi al negozio all'angolo c'era gente che lo osservava e che poi correva in cerca di un telefono, o di come il tizio in macchina che passava di fianco al cortile dove egli stava seduto lo puntava col dito e poi correva via e di come un sacco di "vedette" lo circondassero (A volte in un ristorante - il mio nome era universalmente conosciuto ma non così la mia faccia - qualcuno degli avventori mi riconosceva andava alla cassa e poi mi indicava col dito sussurrando qualcosa. "E' quello lì". La notizia si spargeva nel locale che era come se improvvisamente si illuminasse. Tutti i colli si torcevano verso di me. Gente che sputava il boccone che aveva appena masticato e che guardava il proprio vicino dicendo: "E' lui? Vuoi dire quel tizio che se ne sta seduto a quel tavolo con quel gruppo di ragazzini?").
Poi Dylan ricorda di quando si recò a Gerusalemme e fu fotografato vicino al Muro del pianto con in testa uno zucchetto e di come questo significò trasformarlo in un Sionista (questa cosa mi aiutò alquanto, scrive), di come poi registrò un disco di country-western in cui usò una voce differente dalla sua solita e di cui la stampa non sapeva cosa scrivere, di come avesse sparso la voce di lasciare la musica e di andare al college, la Rhode Island School of Design, di come la stampa si chiedesse che ne era stato del vecchio Dylan e di come egli pensasse nel frattempo che se ne potevano andare all'inferno con le loro storie di "Dylan alla continua ricerca di qualcosa, assillato da un tormento interiore". Tutte cose che alle mie orecchie suonavano ottime, scrive Bob, che si paragona ad Herman Melville, l'autore di Moby Dick, caduto nel dimenticatoio dopo quel romanzo, dicendo che era quello che pensava succeddesse a lui dopo che la stampa lo aveva finalmente abbandonato (Vivevo nell'oscurità e la mia famiglia era la luce che volevo proteggere ad ogni costo).
Poi Dylan elenca quali erano le cose che amava fare: il baseball, feste di compleanno, portare i miei figli a scuola, campeggio, andare in barca, in zattera, in canoa, andare a pesca... e sottolinea come egli vivesse solo con le royalties dei dischi (non mi importava se mai avrei scritto più canzoni). L'importante, conclude, è che ero fuori da quella cappa di influenza maligna e che ora quei nomi che gli venivano affibbiati non lo ferivano più: "Leggenda, Icona, Enigma (Buddha vestito alla Europea era il mio favorito), Profeta, Messia, Redentore".
Michele Murino 


Grazie ad Alessandro Carrera che ci invia questa scheda di
CHRONICLES - VOLUME 1 - Clicca qui
il primo volume dell'autobiografia di Bob Dylan in uscita a Gennaio 2005 per Feltrinelli


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