Paolo Vites mi invia questo suo articolo scritto 
per l'Eco di Bergamo

 
 
di Paolo Vites


Il Guerra & Pace del rock’n’roll si è svolto in due atti, le scorse serate del 9 e 10 luglio. 
Luogo dello svolgimento Brescia, Piazza Paolo VI (ex Piazza Duomo), l’ambito: il Brescia Summer festival, ottima rassegna che ha portato per la prima volta nella 
città diversi mostri sacri. 
Mark Knopfler, ad esempio, lo scorso 7 luglio, poi sarà la volta di Alanis
Morrisette.
In mezzo a loro due giganti, due titani, e lo si è visto nel modo in cui hanno drammatizzato le loro esibizioni, al di là di ogni possibile nostalgia per reduci del rock. 
I protagonisti dell’epico dramma
svoltosi a Brescia sono stati Neil Young il primo, il 9 luglio, e Bob Dylan il secondo, il 10.
Potevi essere lì, tra gli oltre 6mila presenti per Dylan e gli oltre 9mila per Young, per mille motivi:
ci potevi essere perché hai quindici anni (e ce n'erano moltissimi di giovanissimi in queste due serate) per vedere, prima che sia troppo tardi, quei due mostri
sacri di cui padri e fratelli maggiori ti hanno fatto una testa così; potevi avere cinquant’anni ed essere lì perché avevi bisogno di un tuffo nostalgico nella
tua giovinezza, quando i sogni erano ancora tutti interi (e ce ne erano tanti di professionisti incanutiti con moglie  a fianco); o potevi essere uno yuppie con tanto di affascinante fidanzata in abito
quasi da sera a fianco, lì solo perché quelle erano le due serate di grido quest’anno a Brescia, e bisognava esserci. 
O sei solo un appassionato di rock, 
classic rock come li si definiscono questi due sessantenni del rock, che non si perde ogni loro calata in Italia (moltissimi, naturalmente).
Ma loro hanno suonato praticamente per loro stessi, come se in quelle due serate ne fosse andato della loro vita stessa, più che per gli spettatori (intendiamoci, due concerti assolutamente splendidi),
perché a quella età, 60 anni Dylan, 56 Young, cos’altro ti spinge a sbatterti sui palcoscenici di tutto il mondo? 
A suonare per la milionesima volta quella canzone, se non per cercare in essa significati che a te stesso che l’hai composta non sono ancora chiari? 
A cercare di entrare ancora e più
profondamente in un linguaggio dell’anima, che la musica non è altro che questo, un linguaggio in cui si sono imbatutti entrambi, quasi per caso, quarant’anni fa, e con cui hanno cercato 
di esprimere lotte, dolori e gioie della 
loro vita.
Neil Young a sbatterti in faccia un muro 
del suono di chitarre elettriche di potenza devastante (Like A Hurricane è il momento chiave: venti minuti di chitarre impazzite a lanciare strali verso il cielo e a rimbalzare contro il silenzioso Duomo di Brescia, a
combattere con angeli e demoni che osservano anche loro, stasera, e poi quasi dieci minuti di feedback assordanti, con l’artista che osserva stupito tutto
quel rumore che lui stesso ha scatenato). 
E vedi l’uomo solo sul palco e davanti quasi diecimila volti a bocca aperta, e quando ricambia lo sguardo, dopo l’orgia di feedback, verso il pubblico, ha un ghigno che è un sorriso di soddisfazione. Allora capisci che Neil Young ha vinto una nuova battaglia, è passato attraverso una mole indicibile di emozioni e ha
compiuto un nuovo passo avanti.
Dylan, invece, è più confuso; per la prima parte del concerto vaga, disperatamente implorando che la sua musa si faccia viva, si muove sul palco nervoso, sbatte giù le braccia più volte e smette di suonare
quella chitarra, con le melodie che sembra gli si torcano contro, stasera. 
Anche lui sta ingaggiando una battaglia, cercando in mezzo a quelle sue canzoni il
senso di se stesso e del suo lavoro, prima di rilasciarlo ancora una volta al pubblico che è lì  in totale adorazione come solo con Bob Dylan puoi vedere, una folla così estasiata della sua sola presenza fisica.
 

Alcune volte ci riesce, e la musa torna a lui in uno spiritualismo poetico di livelli shakesperiani, come durante l’epica Desolation Row, momento eccelso della
serata, più spesso gli sfugge di mano, gli si ritorce contro con rabbia, e il momento chiave della serata è quando canta, stupendamente, Positively 4th Street e
un urlo gli fuoriesce gettato con sprezzo 
in faccia a quel pubblico: “Se solo una volta tu potessi essere al mio posto, capiresti che strazio è guardarti in faccia”
 
 

Una rabbia che poco dopo si tramuta in gioia folle, quando Like A Rolling Stone gli fuoriesce meravigliosamente come non gli accadeva forse da vent’anni. 
Canzoni antiche, misteriose, parlano una
nuova vita, prima di tutto per lui che per il pubblico davanti.
È stato guerra & pace, dunque, così lontano dai festival bar e dalle banalità dei finti eroi musicali a cui siamo abituati ogni giorno, il cui unico problema è che i conti (e il conto in banca) tornino sempre… 
Per Neil Young e Bob Dylan si tratta di una
guerra, con battaglie che alcune volte finiscono in vittoria, come nel caso di Young, o invece di sconfitta, nel caso di Dylan. 
Ma, lui lo sa, si perde stasera e si vincerà domani, perché quando la scommessa è la vita intera l’importante è combattere
la buona battaglia.

Paolo Vites
 
 
 


 
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