“Ecco ad esempio un giovane, anzi due: uno stordito ventitreenne e una strana ragazza di nome Viola”

di Ercole Speranza   Darksoul   &   Dario Twist of Fate



Sottotesto “Benvenuti nella nostra Idioteca: aprite le porte!”

Che cos’è l’idioteca?

“L’idioteca è un luogo dell’anima che risiede in ognuno di noi” (D.G)

“Chi c'è nel bunker? Prima donne e bambini! Riderò finchè non mi cade la testa.
Ingoio finchè non scoppio.
Chi c'è nel bunker? Ho visto troppo. Non ho visto abbastanza. Tu non hai visto abbastanza.
Riderò finchè non mi cade la testa. Prima donne e bambini!
Qui sono ammesso, ogni cosa in ogni momento.
L'era glaciale sta arrivando. Fammi sentire entrambe le campane.
L'era glaciale sta arrivando. Gettami nel fuoco.
Non stiamo facendo allarmismi. Questo sta succedendo davvero, sta succedendo!
I cellulari funzionano. I cellulari cinguettano. Prendi i soldi e scappa!
Qui sono ammesso, ogni cosa in ogni momento…
Il primo dei bambini”
                                                                                               (Radiohead   “Idioteque”)
 

L’Idioteca

“Un posto abitato da veline, paparazzi, scandali fast food, hot line, tele promozioni, notizie futili, direttori di Novella 2000, Isole dei Famosi, televisionari, moralizzatori alla Sgarbi, censori alla Costanzo, dotti medici & sapienti, criminologi, sociologi, massmediologi alla Klaus Davi, tuttologi, cazzologi, cardinali, preti, suore, tossici, pusher, nani, ballerine, panettieri & portinai, leccaculi, puttanieri, mignotte, viados, visagisti, designer, curatori del look di Madonna, esperti nel marketing dell’immondizia, giullari, dame di corte, corruttibili idealisti & intellettuali prezzolati, abitatori di fogne infestate da rettili albini, domatori di belve feroci mediatiche, Stati di tele-dipendenti non ancora costituiti, Pippo Baudo biondo platino con pizzetto fashion, odore di zolfo coperto da profumo Calvin Klein, presenzialismi del tubo catodico, resistenza passiva sedata e sedentaria, digestivi a merenda, elmetti per pacifiche farfalle & solitarie chimere nel mistico giardino, artisti che fanno la spesa al supermercato, arte da discount, serial killer universitari, gaglioffi d’alta classe.

Dylan: un Guru da Idioteca?

Sembrerà strano, ma un posto lo riserviamo a Bob Dylan! Poiché guru preveggente su tutto quello che sarebbe accaduto, sul modo di comportarsi e di attirare l’attenzione con abile mestiere e sopraffina capacità di far parlare di se a volte anche col silenzio.
Unico vero gallo da combattimento in questo cortile infestato da oche e galline.

C’è del marcio a Mosciopoli

Uno Studente X

Siamo di pomeriggio, con il consueto palinsesto televisivo. Volume a palla e la mamma in ipnotico ascolto. Raggi subliminali irradiano dalla TV. Lo studente legge saggistica di tipo massmediologica. Si alza, va al telefono e compone un numero misterioso. Dopo qualche tempo compaiono in casa due agenti tipo X Files, che imbavagliano lo studente e lo costringono a guardare la televisione sequestrando il libro e ammonendolo di non leggere più quel tipo di libri.
Arrivano informazioni radio nel programma Tv. Si gioca una fantomatica partita di calcio: Medici vs Avvocati. Le notizie che arrivano son sconcertanti.
 

“Uno stordito ventitreenne”
 

“Così ora sto tornando di nuovo indietro: devo raggiungerla in qualche modo. Tutte le persone che conoscevamo sono un'illusione per me ora. Alcuni sono matematici altre sono mogli di panettieri. Non so come sia iniziato tutto non so cosa facciano delle proprie vite. Ma io sono sempre sulla strada diretto verso un altro incrocio. Abbiamo sempre provato le stesse cose solo che  le vedevamo da un punto di vista differente aggrovigliati nella tristezza”
 

“Uno stordito ventitreenne osserva le luci del suo paese. Hinterland di Mosciopoli. Catena Costiera Tirrenica. Aprile 2007. Fa caldo: sono le due di notte, ma lui non dorme. Ascolta musica e legge con menefreghismo e gusto sopraffino. Come spesso capita, la sua mente prorompe nella materia letterale. Certo leggere la Santacroce non aiuta di certo. Non è sempre stato così scialbo, c’è stato un altro tempo e un’altra musica, ancora vissuta e suonata a pelo. Un tempo in cui un Durex Vibration te lo sognavi. Un tempo fatto di cosce lingue e cazzi, quelli che la sua amica Marica gli raccontava con superficialità e sciatteria ruspante da contadinotta civilizzata, quale era. Il ventitreenne, tutt’altro che sveglio, ascoltava con rabbia interesse e passione: la stessa passione che gli ribolliva nelle mutande e implorava di venire a galla. Marica osava anche prenderlo per i fondelli: - Ma tu per far eccitare una ragazza come ti comporti? – E che cazzo ne so, avrebbe dovuto rispondere, invece di scivolare sulle sue polacchine blu scure. Imbranato e basso, il nostro amico, ancora minorenne, viaggiava in autostop sulla strada dell’amore, di delusione in delusione, alimentando odio e voglia di rivalsa verso l’istituzione Passera. Il Paese d’Orgasmolandia si poteva raggiungere solo con le ruote e lui avrebbe volentieri scambiato le sue ali con due buone ruote. Nessun’amica invece avrebbe scambiato volentieri la sua saliva col nostro antieroe.

Aveva una banda scalcinata d’amici, tutti patiti di musica d’autore. C’era chi aveva marchiato a fuoco il sound di Van Morrison, chi gli preferiva Neil Young o Leonard Cohen e chi, come il nostro aveva una sconfinata ammirazione per Bob Dylan, e in particolare per i pezzi struggenti degli anni settanta. Su tutte le canzoni, le sue preferite erano quelle tratte da “Blood on the tracks”.

Un giorno di finta primavera però, forse incoraggiato dall’alcool, preso da un audace desiderio, si presentò da una svampita e recalcitrante pulzella e senza farsi tanto pregare iniziò a strofinarle i capezzoli, meccanicamente, ma con insolita tecnica, data la sua inesperienza. Un breve attimo di piacere. Dopo dieci minuti e dopo aver strusciato ciò che c’era da strusciare, si accasciò nel suo vomito. Lo portarono a casa in tre, mentre delirava d’avere tutti contro, da Marte a Saturno, fino a Che Guevara! L’indomani, a scuola, rivide quella svampita, ma non ebbe il coraggio di rivolgerle nemmeno uno sguardo, per la figuraccia della sera precedente. Era in grave errore, perché la ragazza, una darkettona fan dei Sisters of Mercy, era cotta di lui, glielo disse un amico comune. Il Nostro sapeva che senza il combustibile non avrebbe retto il colpo, così con coraggio si recò dal suo amico alcolizzato che se ne stava, abbandonato a se stesso, walkman a palla nelle orecchie, ascoltando Fabrizio De Andrè a scolarsi una fiasca di vinaccio da supermercato. Diede, con disgusto due lunghe sorsate di quel pessimo vino, poi si avvicinò alla darkettona, che strano a dirsi gli appariva vestita con colori a fantasia d’arcobaleno. Però, nonostante il calore etilico, non scompariva la scritta Sisters of Mercy. Lui, preso dall’imbarazzo azzardò un: - Ti piace Leonard Cohen? - E lei con passione e voce sensuale: - No, chi è? Un cantante o uno scrittore? – Lui era sbiancato, forse in un camaleontico tentativo di simulare un Ego dark che la sua maglia rosso vermiglio azzerava.
- In realtà tutte e due le cose, ma vedi… Sisters of mercy è una sua canzone, quindi…-
  -No, io in realtà adoro i Sisters of mercy, il gruppo, conosci?-
- Certo, beh, quello lo davo per scontato, ma che fai, voglio dire dopo scuola… - Era troppo imbarazzato, il suo colore era passato dal cadaverico dark al “RossoFestadell’Unità”.
 - Se ti va… possiamo vederci in sala giochi: sai, da Marcello! Alle cinque, ok?
- Beh, si… ehm, certo da Marcello, come no!…
Il nostro ventitreenne, tutt’altro che sveglio, ma in preda ad estemporanea audacia, torna con la mente al presente. Si accorge di aver letto inutilmente le pagine della Santacroce, poiché la mente gioca brutti scherzi e tende a divagare. Era tornato per un attimo alla sua prima volta, quando, in effetti, aveva cercato in ogni modo di far eccitare una ragazza che non n’aveva per nulla bisogno. Essendo lei più avanti nelle esperienze, se l’era svestito, spupazzato e chiavato con tanto professionismo, che lui ad un certo punto se ne uscì con un geniale: - Sai la prossima settimana vada a controllo dal ginecologo! – E lei era scoppiata a ridere. Una tenera storia durata un paio di mesi. Dopo era tornato ad essere il fesso di prima. Anzi, una variabile c’era stata, aveva smesso di ascoltare Bob Dylan e Leonard Cohen ed era diventato un fan dei Sisters of mercy, chissà perché?
Finite le superiori si era iscritto ad Economia e dopo un paio d’anni aveva mollato tutto per inseguire le sue bislacche convinzioni. Aveva sempre gli stessi amici che quella sera di tanti anni fa l’avevano portato a casa in spalla. Un paio di ragazze c’erano state pure, ma niente di intenso, kafkiano e devastante come la svampita darkettona. Lei aveva lasciato segno indelebile nella vita del nostro ventitreenne, che a dir il vero era tutt’altro che sveglio, ma onesto, simpatico e un po’ carismatico. Quel tipico carisma del fallimento, ereditato forse da uno zio materno o forse preso durante l’infanzia, quando tutti avevano altri e alti modelli di riferimento, mentre il suo mito era un venditore ambulante di frutta che imperversava con lo stereo a palla e il cotone nelle orecchie, sulle note di un vecchio hit di Sabrina Salerno.

“Non è degli agili la corsa né dei forti la guerra poiché il tempo e il caso raggiungono ogni uomo”

                                                                                         (dal film “Munich” di Steven Spielberg)

“E se io passassi ancora per quella strada, puoi stare sicuro, farei sempre del mio meglio per lei.
Su questo do la mia parola, in un mondo di morte con gli occhi d'acciaio e uomini che combattono per un posto al caldo. Entra - disse lei - Ti darò riparo dalla tempesta”

“Una strana ragazza di nome Viola – Un cuore di cartavelina”

“Lei accese la stufa e mi offrì una pipa "Pensavo che non avresti mai detto ciao", disse "Sembri un tipo taciturno" Poi aprì un libro di poesie e me lo porse. Era scritto da un poeta italiano del Duecento, ed ognuna di quelle parole suonò vera e splendente come un carbone ardente, trasudando da ogni pagina, come fosse scritto nella mia anima, da me per te, aggrovigliato nella tristezza”

Un tempo conoscevo una strana ragazza: Viola. Era nata in una mattina di marzo, alle prime luci dell’alba, quando il cielo della notte incomincia a schiarirsi in un luminoso mattino. Era come se questa dualità fosse scritta nel suo destino. Luci e ombre a rendere affascinante una personalità ancor più complessa.
Sin da bambina, Viola si era divisa fra le due opposte fazioni del suo cuore. Gli anni passarono, ma la sua indole non mutò. Il periodo del liceo passava lento e assonnato, un po’ grigio, un po’ rischiarato da amicizie, in parte profonde. Viola era additata dalla maggior parte dei suoi vuoti e frivoli coetanei come una “strana ragazza solitaria”, ma a lei di ciò non importava un granché, anzi un po’ ci sguazzava perché così facendo si allontanava dall’insulsa massa di lobotomizzati, e se ne distingueva. La nauseava l’idea di essere scambiata ed omologata con tutti quegli imbecilli che durante l’intervallo a scuola parlavano di fighe e cellulari e gossip e che si esercitavano nell’ultimo ballo di gruppo uscito in discoteca.
In questi frangenti chi non avrebbe voluto un lanciafiamme al napalm per sterminare quest’idiozia?
Tuttavia ciò era visto “normale” rispetto ad una “ragazza immaginaria”, perennemente nerovestita, che leggeva Poe e Lovecraft, e che passava interi pomeriggi tra fumetti, libri d’arte e d’astronomia, Sale Prova con gli Ampli-A-Palla o solo a sognare di andar via.
Viola aveva pochi amici, quasi tutti simili a lei, tranne uno: il più caro, con cui divideva le fughe scolastiche in motorino, una certa tipologia di film noir, e scorte di cioccolato mangiate in macchina sotto una pioggia scrosciante, davanti ai cancelli del parco più antico della sua piccola città.
Lui era una delle poche persone, uno degli “eletti”, che conoscevano il cuore di Viola veramente, cui ella aveva deciso di aprirsi, di levare la maschera.
E sul finire di un’estate particolarmente calda, la loro amicizia subì un crollo. Lui trovò lavoro lontano, si fidanzò e il distacco avvenne forzatamente. Non senza lacrime. Tangled up in blue.

“C'era musica nei caffè la notte e la rivoluzione era nell'aria. Poi lui iniziò a trattare con gli schiavi e qualcosa dentro di lui morì. Lei dovette vendere tutto quello che possedeva e gelò dentro.
E quando alla fine il fondo cedette io mi tirai indietro in buon ordine. La sola cosa che sapevo fare era tirare a campare come un uccello che vola aggrovigliato nella tristezza.”

Viola cercava di riprendersi ascoltando vinili jazz ereditati da un suo zio patito del genere, fumando e guardando il sole che in lontananza tramontava ad Ovest del nulla, seduta sul balcone della sua camera.
O ancora amava ascoltare i Pink Floyd e Bob Dylan in particolari frangenti. Le luci spente, incenso, qualche candela e la maestosa musica di “The Dark Side of the Moon” o “Oh Mercy” di sottofondo.
A Viola piaceva chiudere gli occhi. Proiezioni acide riempivano la stanza creando giochi lisergici silenziosi. Solo così riusciva a non pensare alla sua strampalata vita, passata ad innamorarsi sempre del tipo sbagliato, sebbene lei fosse stata disposta a fare di tutto per un sorriso dell’amato bene.
Desiderava fortemente una storia pulita, diurna, dopo il buio sempre troppo sfrenato. Ma era pur vero che solo nella notte Viola ritrovava le sue radici, la sua essenza: era la notte l’unica cosa in grado di rigenerarla. E solo la notte riusciva a consolarla, ispirarla e donarle intuizioni geniali.
In fondo amava la notte, tuttavia avvertiva che a volte essa la soffocava, o forse era tutto quello che la circondava a spingerla a compiere il “grande volo”. Staccare la spina per un po’, cercando di ritrovare se stessa, lontano da tutto e da tutti coloro che, nonostante la sua riluttanza, l’avevano fatta piangere nelle lunghe notti di un lento inverno.

“This town don’t feel mine, I’m fast too, get away……Fast!!”

Con l’arrivo della primavera decise di dare ascolto al suo sangue nomade. Lasciò la sua piccola e ottusa città per recarsi nel mondo: libertà ed indipendenza, sto arrivando! Pensava fra se e se. Per Viola questo fu un periodo di riflessione su ciò che realmente desiderava dalla sua vita. C’erano però alcune sere in cui si ritrovava a pensare al romantico come a qualcosa di violento, ciò avveniva quando si sentiva sola. Viola avrebbe voluto incontrare un fantasma cui aveva voluto bene, avrebbe voluto baciarlo, avrebbe voluto da lui uno di quegli abbracci che sanno di braccia intorno che stringono forte e che fanno scivolare via le lacrime. Where Teardrops Fall. Sebbene fosse quasi estate, Viola sentiva freddo e la sua nuova vita non le regalava i brividi d’amore che avrebbe voluto. Decise così di ritornare al punto di partenza, per affrontare tutti i fantasmi del passato. Non si poteva scappare in eterno.
Al suo ritorno trovò i brandelli della vita che aveva lasciato. Molte cose erano cambiate intorno a lei e forse anche dentro di lei. Sentiva di non appartenere a niente, le sembrava di fluttuare. Doveva ricominciare tutto daccapo. La sua lunga permanenza all’estero le era stata più che utile, ma era pur vero che non aveva previsto il deserto spirituale che trovò al suo ritorno. Della sua precedente vita erano rimaste solo due o tre vecchie facce: fiacche e sorridenti. Viola non aveva più legami, il suo cuore infine era libero, doveva ricominciare daccapo, questa cosa non la scoraggiava, anzi la rendeva elettrizzata!

“Lontano dove il vento leggero soffia, lontano da tutto, c'è il posto dove cadono le lacrime.  Nella notte tempestosa, oltre il muro, c’è una luce lampeggiante, dove cadono le lacrime. Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente: tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramonto, fra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare. Mi sono strappato i vestiti e ho vuotato la coppa spogliandomi completamente, pensando a te, mentre sorge un nuovo sole, dove cadono le lacrime”

“Colpisci il passato al cuore, le illusioni si, sempre….”

A volte si trovava sola e spaesata a rincorrere vecchie chimere, a ricordare antichi tramonti arancioni e blu, parole dette e promesse non mantenute. E poi. E poi tutti gli stronzi cui aveva regalato un pezzettino del suo cuore incrinato. Viola aveva una teoria sul tempo che passa e che rimargina tutte le ferite: secondo lei su ogni piaga e/o rottura del muscolo cardiaco ogni giorno si posava uno strato sottile come carta velina che, giorno dopo giorno, richiudeva le ferite e riordinava i lembi di tessuto. Lei stessa credeva fosse una teoria stramba, ma ci credeva. Così come credeva che quando finisce un amore, le persone sviluppano gli “anticorpi” che vanno a distruggere i legami fisici e psicologici con l’altra persona. Miravano alla testa delle farfalle nello stomaco. Elmetti per pacifiche farfalle e solitarie chimere, erano in arrivo, nel Mistico Giardino. Viola pensava che le sue storie avevano il fottuto timer puntato sulla data di scadenza: senza futuro!
Ma lei non si abbatteva, si rifugiava nel suo fantasticare, che spesso l’aveva salvata dall’orlo del baratro, dal suicidio, cosa cui spesso aveva pensato, ma non aveva mai attuato per mancanza di fegato. Ritornò poi la primavera, e con lei: colori, profumi e nuove speranze.
Viola si trovò spesso sulla riva del mare, ad ascoltare il rumore delle onde, ad annusare l’aria salmastra e fresca, a chiudere gli occhi e a desiderare che un nuovo amore la travolgesse. Il mare la assecondò. Era un giorno di festa, Viola girava stordita, incazzata, con lo stereo sparato a mille nelle orecchie e i cattivi pensieri che giravano turbinosi e dannosi nella sua strana anima. Quando conobbe un ragazzo sorridente, tutto da conoscere. Solare, sognatore, con i capelli rasati al punto giusto, occhi scurissimi e un modo di guardare elettrizzante. Viola ne fu subito catturata. Ma la cosa che più la stupiva era il fatto che lei gli piacesse così, senza trucco e senza maschera.
Non aveva mai pensato ad un possibile fascino così crudo. Era la sua prima volta così naturale.
Era come tornare indietro e ritrovare l’adolescenza con i suoi buffi riti. Poi è finita, ancora un volta il timer era scattato.
E Viola ne era uscita a pezzi. Ricordava ogni istante con lui. C’erano stati dei pomeriggi in cui l’aveva desiderato con una forza da fargli male. Ma non voleva cedere le armi e ammettere di aver perso contro la Grande Illusione che molti chiamano “amore”.
Amore… mah, che pena!
A tal proposito, nei periodi di maggiore sconforto, quando si sentiva più dazed e confused del solito, le ritornavano alla mente alcuni versi di Dylan che dicevano:”…and it ain’t no use in turning on your light babe, that light I never knowed, and it ain’t no use in turning on your light babe, I’m on the dark side of the road, but I wish there was something you would do or say to try and make me change my mind and stay…”.

Forse, pensava, anche lei non aveva mai conosciuto quella luce, forse, perché la paura che il sogno divenisse incubo era grande. La passione scaturisce in odio, un giorno dopo l’altro e un altro ancora, l’abitudine che uccide il sentimento. Non sopportarsi più, quando un tempo non si viveva senza.
No, questo Viola non poteva sopportarlo, forse non ne sarebbe neanche sopravissuta.
Ora aveva solo bisogno di leccarsi le ferite, prendersi una pausa con il mondo, fingere gioia e partecipazione mentre dentro si sentiva morire. Per ovviare alle difficoltà aveva inserito il pilota automatico, quello privo d’emozioni, quello che ti aiuta a sopravvivere, ma non a vivere.
C’erano giorni grigi e ottusi in cui non desiderava altro che dormire. Chiudere gli occhi e riaprirli quando tutto era già finito. Uno stupefacente e magico sonno, come quello che regala l’oppio. Perdersi e non tornare più.
 

“Vivo in un paese straniero ma sto per attraversare il confine. La bellezza cammina sul filo del rasoio, un giorno la farò mia. Se solo potessi tornare indietro all'ora in cui Dio e lei nacquero
"Entra" - disse lei - "Ti darò riparo dalla tempesta”
 

Postilla dell’Idioteca

Rivendichiamo la nostra Anima Pop. Contrari ad ogni tipo di snobismo, che ci fa osservare la società attraverso un contenitore o un punto di vista univoco.
Il nostro background folk, unito all’esser cresciuti, negli anni che per antonomasia sono stati caratterizzati da una cultura pop molto consumistica, (gli Ottanta) rappresentavano un mix difficile da demolire. In buona sostanza lo siamo, pop. E non ci vergogniamo di ciò.
Conosciamo Michele Cucuzza e Knut Hamsun e li apprezziamo entrambi, ma per motivi differenti.
 
 

Canzoni di Bob Dylan estrapolate nel racconto
 

Tangled up in blue    -     Shelter from the storm

Don’t think twice it’s all right   -    Where Teardrops Fall

Idioteque  dei Radiohead
 

Special thanks to Michele Murino per l’ispirazione e l’appropriazione d’alcuni suoi concetti inseriti nel monologo “Benvenuti nella nostra Idioteca: aprite le porte”