DYLAN ON DYLAN



Intervista a Bob tratta da "Il mucchio selvaggio" 282/283 (1997)
 
 


Domanda: Di tutti i musicisti leggendari degli anni '60 lei è quello che suona di più, che fa più concerti. Cos'è che la motiva ancora?

Bob Dylan: Le canzoni! Nessuno oggi suona il mio tipo di canzoni. E' indubbiamente la stessa cosa per i Rolling Stones. Non sono forse in tournee al momento?

Domanda: Ma loro lo fanno ogni sei anni. Lei, lei è sempre sulla strada, come un vagabondo...

Bob Dylan: (risate) Potete presentare le cose in questo modo, ma non è esattamente così. Piuttosto lo vedo come un mestiere, un artigianato, un piccolo commercio. Fare dei concerti è la mia piccola attività, il mio piccolo business.

Domanda: Ai suoi concerti, si possono vedere delle persone di cinquanta anni e dei ragazzini di diciotto. Che effetto fa radunare così diverse generazioni?

Bob Dylan: Non vedo che migliaia di teste... Gli esseri umani formano una sola ed unica razza. Per me tutti si somigliano. Non faccio distinzioni. Sapete, vedo gente che ha l'aria anziana e che è molto giovane di spirito. Ne vedo altra che h a vent'anni ma che ne potrebbe avere sessanta (risate). Non sono in grado di dirle chi è chi o quale sia l'età di chi mi ascolta.

Domanda: Continua a fare dischi perchè i giovani possiedano le "loro" canzoni di Dylan piuttosto che ascoltare i suoi dischi vecchi che sono la musica dei loro genitori?

Bob Dylan: Può darsi. Ma questa attività è anche un commercio. Io sono cantante come lei è giornalista. Giorno dopo giorno corre dietro la storia seguente, la seguente intervista. Io faccio la stessa cosa, vado verso il concerto seguente, il disco seguente.

Domanda: Ha dichiarato in un articolo di sentirsi a volte un magnaccia.

Bob Dylan: Purtroppo la natura di questo mestiere ricopre in parte questo aspetto. Sì, lo penso veramente, lo percepisco... Tutti coloro che fanno spettacolo sono uguali. Quando sei in scena e guardi la folla e vedi tutti quegli sguardi puntati su di te non puoi evitare di pensare di essere al centro di uno spettacolo carnevalesco, di un circo, di un cabaret... Sei una attrazione. Non una puttana. C'è differenza tra una puttana e un magnaccia (risate)

Domanda: Ma anche se c'è un aspetto di transazione finanziaria nel suo mestiere questo non impedisce necessariamente di farlo con "soul"...

Bob Dylan: Non so cosa voglia dire la parola "soul". Garantisci i tuoi spettacoli con il talento che Dio ha voluto accordarti. Non so se questo è in relazione con il fatto di essere "soulful".

Domanda: Perchè ha sempre rifiutato il suo statuto di icona, il suo ruolo di leader di generazione?

Bob Dylan: Non lo prendo come un complimento. Per me le parole "leggenda" o "icona" non sono che sinonimi educati per "è stato fatto fuori".

Domanda: Meglio un "è stato" che un "non è mai stato"...

Bob Dylan: Non è detto.

Domanda: A volte è un fardello per lei essere Bob Dylan?

Bob Dylan: E' piu facile per me essere me che essere lei. Essere qualcun'altro, di questo, credo non sarei capace. Ma a un certo punto la gloria può essere un handicap. La gloria, la celebrità, sarebbe bello a volte disfarsene. Tutte le persne famose condividono questa sensazione: ci piacerebbe che non ci si rompessero le scatole. Che ci si lasciasse tranquilli.

Domanda: Si interessa di quello che succede al di fuori della musica? E' sempre coinvolto da quello che è, diciamo, lo stato del mondo?

Bob Dylan: No! Sarebbe mentire sostenere il contrario.

Domanda: Però negli anni sessanta lo era... Ha scritto alcune canzoni politicamente impegnate...

Bob Dylan: Può darsi, ma credo che quello che conta per me riguarda il mio lavoro e i miei spettacoli in quanto musicista e cantante. Quello che mi interessa è il tipo di musica che mi piace. Tutto gira intorno a questo.

Domanda: Oggi pensa che la musica popolare non sia più il giusto mezzo per far passare informazioni?...

Bob Dylan: No! Per fare questo esistono i giornali e la televisione.

Domanda: Ma è un atteggiamento molto passivo...

Bob Dylan: Indubbiamente, ma è nella nautra del mondo essere passivi. Quando vai a vedere una partita di calcio non sei tu a giocare sul campo.

Domanda: In primo luogo lei stesso suona in scena e in secondo luogo proviene da una generazione che pensava che si potesse agire sull'evoluzione delle cose e che, infatti, ha un pò cambiato le cose...

Bob Dylan: Può darsi... Può darsi, non so... Io non ho mai pensato che uno dei miei dischi potesse influenzare il corso delle cose. Se avessi voluto agire sulla società avrei fatto altre cose... Sarei stato ad Harvard o a Yale per diventare un politico o una roba del genere.

Domanda: Allora perchè avere scritto canzoni come "Masters of war"?

Bob Dylan: Nelle mie intenzioni "Masters of war" non è affatto una canzone politica. Per dirle ciò che penso fino in fondo, non ne so niente di politica. Sono incapace di distinguere quello che è di destra da quello che è di sinistra.
Non ragiono in questi temini. Un giorno potrò difendere un idea che verrebbe qualificata come conservatrice ed il giorno dopo, su un altro argomento potrei sostenere una posizione che si qualificherebbe di sinistra. Capisce? Quando ho un'opinione non mi chiedo se è di destra o di sinistra. Posso restare della stessa idea su uno stesso argomento ma con angolature diverse.

Domanda: Crosby, Still e Nash pensano di avere contribuito a fermare la guerra del Viet-Nam...

Bob Dylan: Sì, hanno messo fine alla guerra...(risate). Nelle loro intenzioni non c'è dubbio. Facevano quel genere di spettacoli.

Domanda: Ha mantenuto dei contatti amichevoli con i suoi colleghi degli anni sessanta? Gente come i Beatles, gli Stones, Joan Baez?

Bob Dylan: Sì, ci vediamo ancora occasionalmente. Tutti quelli che ci sono ancora si vedono più o meno regolarmente. Conosco tutti quegli artisti che hanno debuttato alla mia epoca. Gli Stones, Crosby, Still, Nash e così via... Ma non parliamo degli anni sessanta o settanta, che idea! Credo che tutto questo sia più importante per il pubblico che per noi. Forse che i giovani parlano di quell'epoca? Si interessano a quello che è avvenuto trenta anni fa? Ne dubito.

Domanda: I giovani sono affascinati dagli anni sessanta perchè era un epoca in cui si potevano cambiare le cose, mentre adesso ci si sente più impotenti.

Bob Dylan: Credo che negli anni sessanta ci fosse "l'idea" che si poteva cambiare il mondo. Questa idea era più importante dell' azione concreta. La sensazione di poter agire era più importante che agire veramente. Oggi è essenzialmente questa idea che manca. Le idee sono una cosa molto potente. Le idee non possono essere uccise.

Domanda: Perchè ha scelto Daniel Lanois come produttore del suo nuovo album "Time out of mind"?

Bob Dylan: Diciamo piuttosto che ci siamo scelti reciprocamente. Avevamo già lavorato insieme sull'album "Oh mercy" ed era andata abbastanza bene. Siamo più o meno sulla stessa lunghezza d'onda per quel che riguarda gli obiettivi da raggiungere, il modo in cui vogliamo che le canzoni suonino.

Domanda: Concretamente, cosa si aspetta da un produttore?

Bob Dylan: Che sia capace di distinguere quello che bisogna suonare e quello che non va suonato. Quello che va tenuto e quello che va buttato via. Che sia capace di sentire che tipo di arrangiamenti richiede un determinato tipo di canzone. Il buon produttore deve essere capace di partorire una canzone nella sua forma definitiva, ideale. Non deve nè mandare la canzone in corto circuito nè sovraprodurla.

Domanda: Il suono di "Time out of mind" è più vivo, più mordace, più vicino ad un suono dal vivo di quello che Lanois aveva ottenuto per "Oh mercy".

Bob Dylan: E' vero. I miei spettacoli dal vivo sono spesso poco aprezzati. I critici che vengono ad ascoltare i miei concerti hanno orecchie vecchie di vent'anni o più. Si aspettano le versioni di vent'anni fa. Paragonare i mei concerti attuali a quelli di vent'anni fa non è un buon approccio. Non c'è niente da paragonare. Non li si può neanche paragonare al paesaggio musicale contemporaneo perchè le mie influenze non hanno niente a che vedere con quello che influenza la musica popolare oggi.

Domanda: Quali sono le sue influenze?

Bob Dylan: Sono molto semplici, molto basilari. La musica degli anni '20, '30, '40, persino '50.
E' un campo molto limitato, molto preciso: alla grande quella che si chiama la musica folk americana. Un pò anche il rockabilly, ma non il rock 'n' roll. Non penso di essere stato influenzato dal rock genere Larry Williams o Little Richard.

Domanda: Sul nuovo album una canzone come Highlands sembra molto improvvisata. Qual è il suo livello di preparazione prima di entrare in uno studio di registrazione?

Bob Dylan: Highlands è un lungo talkin' blues. Ho già registrato questo tipo di pezzo piu volte nei miei dischi precedenti, in particolare all' inizio della mia carriera. In questa forma di musica un cantante può fare quello che vuole, quello che gli passa per la testa, perchè è una forma estremamente semplice. Allora tutti dicono che quel pezzo è stato improvvisato. C'era una base scritta, poi diversi pensieri e idee sono arrivati ad aggiungersi durante la registrazione ed all'arrivo il pezzo non è esattamente quello che era sulla carta.

Domanda: Ma, entrando in studio di registrazione, ha già un'idea precisa di come saranno le canzoni, oppure improvvisa nel corso della registrazione?

Bob Dylan: Con Highlands è stata una miscela delle due con una parte di improvvisazione dal vivo. E' un dodici battute classico. Avrebbe potuto durare più a lungo o essere più breve. Avrebbe potuto prendere un'altra direzione. Avrebbe potuto essere cantato o parlato.

Domanda: Per questo tipo di blues improvvisato, l'aiuto di un collaboratore come Sam Shepard rende le cose più facili?

Bob Dylan: Più facili no ma le rende meno... prive di senso (risate)... Quando trovi un'anima gemella con la quale riesci a scrivere, puoi andare più in fretta e in maniera più efficace di quando sei lasciato a te stesso.

Domanda: Perchè non ripetere l'esperienza?

Bob Dylan: Sam porta avanti la sua carriera, è un autore di teatro; e io sono quasi sempre sulla strada: non abbiamo tutte queste occasioni di vederci.

Domanda: Su questo nuovo album la sua voce sembra forte, sicura, solida.

Bob Dylan: Ho sempre avuto problemi con la registrazione dei dischi. La mia idea di un buon disco, è di registrare le canzoni giuste, con il giusto suono, la giusta strumentazione, la giusta interpretazione... Mettere insieme questa serie di parametri affinchè la canzone mi commuova. Purtroppo sinceramente la tecnologia non mi è amica. Spesso la tecnologia volgarizza il mio stile di musica. Impasta le mie canzoni, le modella in maniera tale da dominarmi completamente. La tecnologia serve agli altri musicisti, i rockers contemporanei, ma per me è un ostacolo.

Domanda: Ma ha l'assistenza di produttori buoni come Tom Wilson ieri, o Daniel Lanois oggi, per dominare la tecnologia.

Bob Dylan: Ogni produttore può fare un disco che suona alla sua maniera, ma suonare alla sua maniera non sarà necessariamente di servizio a ognuno. Funzionerà per la maggior parte dei musicisti, ma non per me. Io ho un campo d'azione molto limitato, circoscritto. Tento sempre di capire una canzone al meglio prima di cantarla e di registrarla. Non mi piace registrare una canzone se non sento che fa parte di me.

Domanda: Si annoia presto in studio?

Bob Dylan: Ah, sì...

Domanda: Nell'album canta "I wish that someone would come and back the clock for me". E' nostalgico della sua gioventù?

Bob Dylan: Ma non condividiamo tutti questo sentimento? Voler ringiovanire è un desiderio tanto bizzarro, una cosa strana che è soltanto mia? Non c'è nessun altro al mondo che a volte ha voglia di rimettere il pendolo indietro? Io so che io ne ho voglia (risate)... Mi piacerebbe ricominciare la mia vita dall'inizio. Se ne avessi la possibilità ritornerei al punto di partenza a partire da adesso.

Domanda: E della sua carriera che ne farebbe?

Bob Dylan: Diamine, non lo so. Se ricominci una vita nuova immagino che sei una persona diversa: vivrei in un posto diverso, imparerei un altro mestiere, sposerei una donna diversa (risate)...

Domanda: Ma nel corso della sua carriera, è passato dal folk all'elettricità, dall'elettricità al country e così via. Si è già reinventato diverse volte.

Bob Dylan: Ma questa è la natura umana (risate)... In ogni vita umana ci sono degli avvenimenti, delle svolte. Non è premeditato. Le cose succedono, la vita scorre, è tutto. C'è forse un grande senso divino dietro tutto questo... In effetti, ne sono persino sicuro.

Domanda: Vorrebbe dire che lei non ha "scritto" le sue canzoni ma che navigavano nell'universo e che lei se ne è impossessato?

Bob Dylan: E' quello che diceva Woody Guthrie. Questa concezione della creazione viene da lui. E in un certo modo penso sia molto corretta.

Domanda: Un cantante impegnato come Guthrie pensava che le sue canzoni fossero di essenza divina.

Bob Dylan: Woody era un autore di canzoni molto prolifico. In alcune biblioteche, si possono trovare dei libretti di canzoni che non aveva registrato: pezzi di testi, canzoni che ancora non avevano una melodia, poemi... Era un artigiano stakanovista.

Domanda: Ormai i suoi testi sono molto semplici, diretti, uno stile molto lontano dal suo stile barocco degli anni '60.

Bob Dylan: I miei testi si sono evoluti già da un certo periodo. Non è una cosa nuova.

Domanda: Questi sono molto melanconici, molto cupi.

Bob Dylan: C'è sempre una grande differenza tra i miei album e me. Ma non sono d'accordo, non trovo affatto che i testi di "Time out of mind" siano disperati. Se vuoi la vera tristezza, la vera disperazione, apri i giornali, guarda quello che succede in Bosnia, in America Latina, nel Medio Oriente... Lì si può parlare di tonalità cupe.

Domanda: Però il disco parla soltanto di rapporti amorosi falliti, di paesaggi deserti e di strade morte. E' un album molto spopolato, molto solitario.

Bob Dylan: Cantavo già degli amori persi nel mio primo album. In definitiva questo nuovo album è molto legato al mio primo album, il cerchio è chiuso (risate)...

Domanda: Quando per esempio scrive, "My sense of humanity is going down the drain", esprime la sua condizione esistenziale, la sua sensazione sull'umanità in genere?

Bob Dylan: Le dirò, quella frase, è come quando Elvis canta "I ain't nothing but a hound dog". Non andrà a chiedere a Elvis se si sente come un cane (risate)... Non sono che parole. Si cambia da un minuto all'altro, mi capisce? Un testo cattura il tuo stato d'animo in un momento preciso della giornata. ma si può molto facilmente cambiare il minuto, l'ora o il giorno seguente. Allora, tutto quello che ha letto intorno a quell'album, tutte quelle esegesi, tutte quelle analisi, bene, sono tutte vere, tutti hanno ragione (risate)...

Domanda: La infastidiscono tutte queste interpretazioni, tutte queste persone che ascoltano i suoi testi e ci trovano una quantità di significati?

Bob Dylan: No, non mi disturba. Devo essere probabilmente l'unico cantante che ha questo atteggiamento.

Domanda: Il suo nuovo album ha ricevuto delle critiche di elogio. Le critiche la colpiscono ancora?

Bob Dylan: Ne ho scorsa qualcuna, ma sinceramente, non le leggo molto. Ho pubblicato talmente tanti dischi... Spero che vengano ricevuti bene. Quando succede ci si dice che valeva la pena lavorarci sopra.

Domanda: Lei dice che il rock è qualcosa di duro, che va veloce... Qual è la sua definizione del blues?

Bob Dylan: Il blues ha sempre una struttura molto semplice. E' un formato ideale per dire tutto quello che vuoi dire. Una forma pura. Non so chi ha il senso innato del blues e chi non ce l'ha. non sono neanche sicuro che qualcuno si identifichi fortemente nel blues nel nostro mondo moderno. Per me il blues è una cosa rurale, agreste, e anche quando è stato portato nelle grandi città, il blues è rimasto una forma campagnola, primitiva, malgrado l'elettricità. Ma il problema è tutto là: tutte le musiche che si sentono oggi, non sono che elettricità, o persino elettronica. Non si sente più respirare il cantante dietro quel muro elettrico, non si sente più battere un cuore. Più ci si rifugia nella tecnologia e nelle macchine, meno si è legati al blues.

Domanda: Come è successo che un Bianco del Minnesota, come lei, si sia orientato sul blues?

Bob Dylan: Quando crescevo, le diverse regioni dell'America erano legate tra loro attraverso la radio. All'epoca i DJ erano più liberi di oggi, passavano i dischi che volevano. I trasmettitori erano potenti, si potevano captare delle stazioni lontane. Prenda l'esempio di Hendrix. E' cresciuto a Seattle, non particolarmente una regione di blues. Ma ha indubbiamente vissuto la stessa esperienza che ho vissuto io, la scoperta del blues attraverso la radio. La radio collegava le persone tra loro. Non è più così oggi. Non so quando tutto questo sia cambiato esattamente ma adesso le radio sono molto omologate.

Domanda: Si ricorda della sua prima esperienza della radio, della prima volta in cui il blues l'ha segnata?

Bob Dylan: Quando l'ho scoperto, è stato come una rivelazione. Ma non mi ricordo esattamente della prima volta, non mi ricordo più molto bene chi fosse famoso all'epoca. Sì, mi ricordo del cantante Johnny Ray. Si sapeva che era diverso, dinamico, che aveva del cuore e del soul. Ray è un'anomalia tra i cantanti di successo un pò insipidi come Perry Como, Patty Page. Mi ricordo di avere pensato che era uno dei pochi a farmi provare qualcosa di profondo. Più tardi mi sono messo ad ascoltare del country, gente come Hank Williams. Nel Minnesota, sa, si poteva anche captare il Grand Ole Opry. La radio legava gli americani tra loro, era il cemento del paese - soprattutto negli anni'50.

Domanda: Ascoltando la radio in quel periodo, cercava già di esercitare la voce, di cantare alla maniera dei bluesmen?

Bob Dylan: Non proprio. Mi sono messo ad ascoltare moltissimo folk rurale e penso che ho sviluppato il mio stile ascoltando Woody Guthrie. Ma è stato un processo inconscio, non intenzionale.

Domanda: Si ricorda di quando, come e perchè ha deciso di diventare cantante, musicista, autore?

Bob Dylan: Non me ne ricordo. I miei ricordi non sono abbastanza precisi. Non mi ricordo di avere fatto altra cosa nella vita che il cantante e l'autore (risate)...

Domanda: Cosa significa un musicista come Jimmie Rodgers per lei?

Bob Dylan: Mi sono identificato moltissimo con lui. Persino Woody Guthrie è stato influenzato da Jimmie Rodgers. La sua voce era una di quelle voci emblematiche che sorvolano e segnano un'epoca. Mi piacerebbe cantare più spesso del Jimmie Rodgers, ma la gente mi identifica con le mie canzoni, non come interprete di canzoni che sono già state scritte. Le covers sono un terreno che non ho mai potuto sviluppare enormemente perchè la gente si aspetta da me che registri le mie proprie canzoni. E' il mio dilemma.

Domanda: Ciò non dimeno, ha registrato recentemente due album di covers folk, "Good as I been to you" e "World gone wrong", piuttosto ben accolti.

Bob Dylan: Due album folk composti di canzoni che fanno parte del dominio pubblico. Di nuovo, niente di nuovo per me, è quello che facevo quando ho iniziato: il mio primo album era già un disco di covers folk. Ho fatto "Good as I been to you" e "World gone wrong" per ricordare alla gente - nel caso lo avesse dimenticato - da dove veniva la mia musica, quali fossero le radici delle mie canzoni.

Domanda: Quei due album di covers le hanno permesso di caricare l'orologio, di guadagnare del tempo in attesa che ritornasse l'ispirazione?

Bob Dylan: Indubbiamente, perchè bisogna ammettere che non avevo gran che di nuovo da registrare. Avevo dei frammenti sparsi di testi o di melodie ma niente di completo, niente di solido. Ho fatto quei due album anche per ritrovare la semplicità e la libertà di fare un disco completamente da solo, senza nessun altro. Per me è stata una sfida necessaria. Mi piacerebbe ricominciare, soprattutto con il suono che oramai si può ottenere. Non si aveva il suono ottimale. Quello che abbiamo provato sull'ultimo disco, è stato di registrare un cd contemporaneo, cioè utilizzando a fondo tutta la tecnologia attuale. Non bisogna nasconderselo: tutti i dischi degli anni '20 o '30 sono stati corretti per essere trasferiti su cd. Quando ascolti uno di questi cd oggi, non puoi misurare l'impatto che hanno avuto alla loro epoca, non ti rendi conto dell'effetto che hanno prodotto quando li abbiamo ascoltati per la prima volta, quando facevamo girare una rotella di vinile su un giradischi a puntina. I cd non hanno quel tipo di impatto... ed è un pò colpa della tecnologia. Tutti quei gruppi con chitarre che suonano come seghe elettriche, con batteristi che strisciano sotto le casse e i piatti, tutto ciò è talmente rumoroso, stridulo. Non si possono controllare, trattenere suoni simili. Dopo, metti il cd e non senti che un baccano informe. Tutto ciò non è naturale, non è la riproduzione di un suono umano. Vai in qualsiasi bar a sentire un gruppo di blues e sarai toccato, commosso: in seguito lo ascolti su cd e ti chiedi dove è andato a finire il suono che hai sentito nel bar.

Domanda: Non ascolta i suoi vecchi dischi su cd?

Bob Dylan: Non ascolto mai i miei vecchi dischi.

Domanda: Perchè no?

Bob Dylan: Non voglio essere influenzato da me stesso... Non voglio guardare il mio passato, voglio andare in avanti. Forever young (risate)

Domanda: In compenso si rivolge sempre verso la vecchia musica degli altri.

Bob Dylan: Sempre. Semplicemente perchè non credo che sia stato fatto di meglio.

Domanda: Un'idea che non corrisponde a una frase come "the times they are a-changin'".

Bob Dylan: But they are changing back...

Domanda: Dipinge sempre?

Bob Dylan: Ci provo. La pittura è un'attività esigente, molto intensa perchè dipingo cose della vita vera. Questo mi richiede una preparazione molto impegnativa.

Domanda: Qual è la condizione del suo rapporto con la letteratura. E' stato nominato per il premio Nobel.

Bob Dylan: Peccato che non lo abbia ottenuto (risate)... So che il Nobel è una delle onorificenze più elevate. Nobel, non è il tipo che ha inventato la dinamite? (risate)...

Domanda: Il suo amico Allen Ginsberg era un grande poeta. Lei stesso non si considera come un poeta. Qual è la distinzione tra un poeta e un autore di canzoni?

Bob Dylan: Una canzone può celare degli elementi poetici, ma la differenza, credo, è che una poesia non ha bisogno di essere definita, limitata, catalogata, mentre una canzone deve ubbidire a determinate regole. Il formato canzone è molto più restrittivo e limitato. Una poesia è una cosa libera, il cui campo è infinito. Una cosa importante sull'inizio degli anni '60: si arrivava alla fine dell'era della musica folk e questo forse permetteva di collegarsi alla poesia perchè la televisione non era ancora tanto dominante. D'improvviso le persone ascoltavano ancora il contenuto di una canzone, come delle storie che potevano prendere il posto delle informazioni. Woody Guthrie era uno dei migliori detentori di questo stile: le sue canzoni parlavano di quello che succedeva qui e lui le cantava là... Prima che la tv e i media si impossessassero di ogni cosa, le persone si informavano attraverso le canzoni, le ascoltavano attentamente e questo le metteva al corrente di quello che succedeva lontano da casa loro. Se ascolta il lungo lignaggio di canzoni folk, vedrà che questo è ciò che si verifica: tutta la storia recente degli Stati Uniti appare in filigrana nelle canzoni folk. Adesso è finita; una canzone non ha più questo potere o questa funzione perchè le persone sanno tutto istantaneamente. E la poesia ha conosciuto un declino parallelo. Credo che oggi ancora si possa scrivere della grande poesia, secondo delle angolazioni diverse, e che un grande poema possa nascondere un senso più importante che i telegiornali. non è invece più vero per le canzoni.

Domanda: L'era della comunicazione di massa avrebbe distrutto l'essenza della musica popolare?

Bob Dylan: In ogni caso ha distrutto l'essenza delle canzoni folk. Non sostengo che tutta la musica non sia più la stessa, parlo adesso di un campo molto particolare. Se ascolti le canzoni dell'inizio del secolo, che erano anche poesia amara, ne troverai, per esempio, una ventina sul naufragio del Titanic. Ognuna ti dà un punto di vista diverso, ognuna è provata nel fondo del cuore. E non si limita al Titanic: troverai anche delle canzoni sull'assassinio di James A. Garfield, su un disastro nelle miniere di carbone... C'erano delle canzoni su tutti gli argomenti e secondo tutte le angolazioni. I media hanno distrutto tutto questo.

Domanda: Le piacerebbe che si conservasse di lei l'immagine di colui che ha introdotto la poesia nel rock?

Bob Dylan: Non penso a questo tipo di questioni. Se non l'avessi fatto io, in ogni modo qualcun altro l'avrebbe fatto al mio posto. Quello che ho aggiunto al rock, è soprattutto la musica folk, ho aiutato a far conoscere una musica semplice. All'epoca in cui ho iniziato, questa conoscenza non era così diffusa; la gente non sapeva chi fosse Leadbelly, non aveva mai sentito parlare di Blind Willie McTell, non ascoltava Woody Guthrie... Era come oggi. La musica pop è più o meno nelle stesse condizioni di quando ho iniziato. I musicisti contemporanei non ascoltano molto Woody Guthrie. Io, ascoltavo persone come Leadbelly perchè sapevo che dicevano la verità. Ancora oggi non ascolto la musica nello stesso modo di un consumatore medio: per me la musica non è una semplice distrazione.

Domanda: Si ricorda della prima volta in cui ha sentito l'antologia folk di Harry Smith?

Bob Dylan: L'ho sentita molto presto, quando era ancora difficile trovare quel tipo di canzoni. All'epoca quell'antologia folk non era in vendita, non era disponibile in negozio, solamente nelle biblioteche. Credo di averla sentita da qualcun altro, una persona più vecchia di me che ce l'aveva. Tutto il tesoro della musica folk era su quel disco. Quando l'ho sentito, mi sono detto che lì avevo molte canzoni da imparare. Anche il linguaggio mi aveva colpito, era un linguaggio poetico. Ognuna di quelle canzoni non era che poesia pura, senza il minimo dubbio. E' quel linguaggio, diverso dal linguaggio quotidano parlato, che mi aveva sedotto per primo.

Domanda: Un disco simile potrebbe avere lo stesso impatto oggi?

Bob Dylan: Se capisci bene quelle canzoni, se sei capace di interpretarle bene, allora puoi andare ovunque in quanto musicista autore di canzoni. Qualsiasi sia il tuo campo di attività, bisogna sempre cominciare dalle basi - se puoi avere accesso a quelle basi.

Domanda: Le persone hanno voglia di sentirla suonare le sue canzoni al modo in cui suonavano trenta anni fa, e lei non lo fa mai.

Bob Dylan: Secondo me le canzoni sono delle entità viventi. Non mi annoio mai a suonare quelle canzoni perchè contengono una verità, una vita autonoma. Le versioni non sono mai esattamente le stesse da un concerto all'altro. Le registrazioni originali sono come dei prototipi. Non posso riprodurre quei prototipi, non posso suonare delle versioni sempre identiche perchè ogni disco è stato registrato con dei musicisti diversi, dei gruppi diversi, degli arrangiamenti diversi... Bisognerebbe che riunissi ogni sera un centinaio di musicisti per riprodurre le mie canzoni in maniera identica (risate)... Non vado in tournee per promuovere un disco, vado in tournee per suonare e i miei dischi sono disponibili nei negozi come eventuale ricordo del concerto. In effetti, non mi considero in tournee: suono un certo numero di concerti ogni anno, è tutto, non è una tournee. Potrei smettere dall'oggi al domani. Una parte di me vuole continuare, un'altra parte vorrebbe farla finita una volta per tutte.

Domanda: Se Woody Guthrie fosse vivo, pensa che andrebbe avanti in questo modo: fare dei concerti quasi continuamente, come un artigiano del palcoscenico?

Bob Dylan: Viveva e suonava in un'epoca ben diversa da oggi. Non esisteva una massificazione della sua musica: non era conosciuta istantaneamente nel mondo intero, come succede oggi.

Domanda: Suona sempre più da chitarra solista, in uno stile che è una specie di incrocio tra Link Wray e Django Reinhardt.

Bob Dylan: (scoppia di risate) ...E' una definizione simpatica, interessante. Beh, per quello che riguarda il mio stile non so neanche se lo si possa chiamare uno stile. Deriva dalla scuola folk, in particolare per il suo ritmo. Ma al di fuori di questi canoni, il mio stile si accontenta di seguire il ritmo del batterista; siamo assestati sulle stesse strutture ritmiche. Ed è tutto. In ogni caso, non vorrei essere conosciuto in quanto chitarrista solista - sarei peraltro decisamente incapace di farmi carico di una reputazione simile. Ma nessuno vuole suonare al mio posto quella partitura di chitarra ritmica che ci tengo a sentire. Per anni ho tentato di reclutare quel tipo di musicista ma nessuno ha voluto proseguire. Forse perchè quello che richiede questo ruolo è troppo semplice, troppo facile.

Domanda: La sua tournee con i Grateful Dead, negli anni '80, ha trasformato il suo approccio ai concerti.

Bob Dylan: Suonare con i Dead è stata una svolta cruciale per me. Mi hanno insegnato a guardare le mie vecchie canzoni in profondità, canzoni che ero incapace di cantare all'epoca. Avevo delle difficoltà a cogliere il loro senso esatto, perchè contenevano talmente tanti livelli di lettura... Erano troppo complesse per me. Ma per i Dead (risate)... Per loro quelle canzoni avevano un senso molto importante. Questo mi ha incuriosito: perchè loro capivano le mie canzoni ed io no? Credo che fosse una questione di tecnica musicale e strumentale, una questione di concentrazione, una questione di comprensione dei testi - non alla lettera ma nel loro spirito. Lo spirito generale di quelle canzoni si era allonantato da me nel corso degli anni. Forse perchè avevo suonato quelle canzoni con molti gruppi diversi. E può darsi che tutti quei gruppi diversi non avessero veramente capito bene tutte quelle canzoni. Questo mi ha influenzato. Fino a che non suono con i Dead e non mi accorgo che loro capivano quelle canzoni meglio di me stesso. Questo mi ha permesso di sbloccare alcuni meccanismi.

Domanda: Questo allontanamento dalle sue vecchie canzoni corrispondeva anche ad un allontanamento di se stesso rispetto al giovane Dylan?

Bob Dylan: Avevo dimenticato il mio passato ben prima di quel periodo (risate)...

Domanda: E' importante per lei interessare le nuove generazioni?

Bob Dylan: No. I giovani sono di un'epoca e di una cultura diversa dalla mia. I miei nipoti si interessano a gruppi ed a cantanti che non conosco; sono i loro gruppi. Io suono per la generazione che capisce i miei sentimenti, il mio stato d'animo.

Domanda: Ascolta la radio contemporanea?

Bob Dylan: Molto occasionalmente. Personalmente, mi piace ascoltare i programmi radio all'antica - sembra che quel tipo di trasmissioni ritorni un pò. E' persino il tipo di programma che ascoltavo da ragazzino: della roba genere gruppo di teatro che suona della musica ma che racconta anche delle storie...

Domanda: Ma ammettiamo che capita su un successo di Bon Jovi o di Springsteen: sa di cosa si tratta?

Bob Dylan: Bon Jovi, non lo saprei riconoscere (risate)... Bruce è diverso, è come un fratellino per me. Ha costruito una musica che si differenzia da quell' hard rock grossolano che si sente dappertutto ma che io non ascolto mai. Invece trovo che il rap sia legato in maniera più pura al blues delle musiche che pretendono di discendere dal blues. Non mi piace neanche tanto il nuovo soul, i cantanti che derivano da Marvin Gaye o da Stevie Wonder... Per quello stile di musica, è ancora lui il migliore, non vale la pena andare a cercare altrove.

Domanda: Un giorno, quando le si chiedeva dei suoi cantanti preferiti, ha risposto Charles Aznavour.

Bob Dylan: Dicevo veramente sul serio. Adoro Aznavour. Tutta questa storia è cominciata quando ho visto quel film "Tirate sul pianista" (di Francois Truffaut, n.d.r.). L'ho persino visto più volte perchè adoravo particolarmente tutta l'ultima parte nella neve: mi ricordava tanto la regione della mia infanzia. Ma anche il tono del film mi piaceva enormemente. E' semplice, mi sono completamente identificato in tutti gli aspetti di quel film. Qualche mese più tardi Charles Aznavour è venuto a suonare a New York ed io ero il primo nella coda per i biglietti.

Domanda: Le piacciono i Wallflowers, il gruppo di suo figlio, Jakob Dylan?

Bob Dylan: Assolutamente. Suonano in un'epoca diversa dalla mia, ma è la loro epoca.

Domanda: E' coinvolto dalla carriera musicale di suo figlio o piuttosto indifferente?

Bob Dylan: Il mio primo riflesso, la mia prima sensazione, è stata di sperare che non si facesse strapazzare in quanto figlio di Dylan. Ci sono molti cantanti i cui genitori sono nello stesso business, ed è a volte difficile per loro.

Domanda: Può parlare della sua esperienza bolognese?

Bob Dylan: Oh, era un mega spettacolo... Credo di aver suonato "Forever young" (risate)...

Domanda. Non è strano vederla stringere la mano al Papa quando negli anni '60 lei era l'emblema della contro cultura?

Bob Dylan: All'epoca era indubbiamente un Papa diverso.

Domanda: Pensa che l'animo umano possa capire l'idea di passato e di futuro? Oppure queste idee non sono che illusioni che possono essere manipolate?

Bob Dylan: Ecco una grande questione insondabile. In un certo modo, tutto quello che conosciamo oggi esiste dall'epoca di Dante e risale persino ai tempi di Mosè. C'è qualcosa di eterno in terra, che sta lì, che fa parte del mondo invisibile - invisibile ai nostri occhi. Non percepiamo che quello che riusciamo a vedere, ma non possiamo vedere il mondo invisibile. E non mi sorprenderebbe se in questo mondo invisibile quello che esisteva secoli fa esistesse ancora oggi. Alla base le persone sono sempre le stesse no? Vivono in epoche diverse, in culture diverse, ma i sentimenti umani profondi in realtà non cambiano.

Domanda: L'anno scorso, The times they are a-changin' è stato utilizzato in uno spot pubblicitario per una banca canadese. E' un problema?

Bob Dylan: Ah, no, non per me (risate)... I miei problemi non si collocano in quel campo li.

Domanda: Dove si collocano allora?

Bob Dylan: In qualche posto, dall'altra parte.
 
 

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