Di Duepiu.net
Nel tuo libro, "La voce di Bob Dylan",
hai fatto un'analisi accuratissima, al microscopio della lingua
dylaniana tanto da poter osservare
sottili differenze linguistiche che
testimoniano di altrettanti differenti
stati d'animo. Come
riassumeresti la condizione interiore
di Bob Dylan rispetto all'amore?
Avverti delle contraddizioni o il
suo percorso è stato lineare?
È vero
che Dylan ha scritto anche canzoni di amore felice, soprattutto nei
primi anni di
vita familiare, ma le più originali sono le prime e quelle che ha
scritto negli
anni settanta, quando il matrimonio cominciava a entrare in crisi.
Tutto l'album
Blood on the Tracks, uscito nel gennaio del 1975, è una
dissezione impietosissima
e insieme commovente di una situazione
insostenibile,
dove una ricerca d'amore assolutamente ossessiva, degna di un
trovatore medievale
o di un poeta del dolce stil novo si scontra con la
radicale impossibilità
di mantenere un rapporto nel tempo. Anche molte
canzoni di Desire,
sempre del 1975, e quasi tutto Street-Legal del 1978,
non fanno altro
che chiedersi cosa c'è che non va e che non può andare
nell'amore,
e perché la stessa libertà - che ci siamo conquistati - di
cercare
l'amore al di
là delle convenzioni sociali non ci serve a niente nel momento in
cui lo troviamo.
Ultimamente Dylan è approdato a un territorio più
tradizionale,
perché a sessant'anni magari uno pensa più alle occasioni
mancate che
a mettersi ancora una volta il sacco in spalla. Le canzoni di
Time Out Of
Mind, del 1997, sono in gran parte di amore perduto e di
rimpianto per
la giovinezza, ma lo fanno anche in modo più impersonale, piu
"classico".
C'è però
una cosa da dire. Dylan ha affermato in un'intervista del 1991 che
lui non scrive
"canzoni d'amore".
Che cosa vuol dire, visto che ne ha scritte a centinaia?
Dylan spiega
che l'amore è un frutto dell'Albero della Conoscenza del Bene e
del Male. Ma
lui, che è ebreo (anche se a suo modo crede a Gesù Cristo),
preferisce rifarsi
alla nozione ebraica di Albero della Vita. Sull'Albero della
Vita l'amore
(hesed in ebraico, ma non corrisponde alla filìa greca o all'amor
latino) è
una forza cosmica, è l'amore di Dio per il mondo, non è l'amore
di
coppia. A suo
parere, l'amore di cui parlano le canzoni popolari (che sono
sempre il suo
punto di riferimento) è assoluto e impersonale, è l'amore
dell'Albero
della Vita, non quello dell'Albero della Conoscenza. Certamente
non è
l'amore di cui parlano le canzoni della musica leggera, con la quale
Dylan non vuole
essere confuso.
Secondo te su quale generazione ha
avuto maggiore influenza e in che
modo da un punto di vista psicologico?
Su più
di una generazione, e credo proprio che il suo approccio così radicale
alle questioni
di coppia, alla morale e alla religione abbia lasciato il segno.
Certo, Dylan
è un artista estremo, che per anni ha cercato di spingere se
stesso al limite
di quello che poteva fare e che poteva pensare. Ma
certamente,
chiunque abbia vissuto o viva un processo di separazione
dolorosa e ascolti
le canzoni di Blood on the Tracks (soprattutto quella
durissima, allucinata
requisitoria che è Idiot Wind, che termina con le parole:
"Siamo degli
idioti, amore mio, non so neanche come facciamo a respirare"),
trova una dose
di amara medicina, qualcosa che gli toglie per sempre, se mai
l'avesse, ogni
illusione new age.
La canzone italiana è nota soprattutto
per il suo sentimentalismo; tra
gli ultimi cantautori in Italia c'è
qualcuno a tuo parere che riesce a
scrivere canzoni di non amore?
Ci sono stati
soprattutto negli anni sessanta e settanta, quando l'influenza di
Dylan era più
forte. Basta citarle: Uno di questi giorni ti sposerò di Luigi
Tenco, Vedi
cara, Eskimo e Canzone quasi d'amore di Francesco Guccini,
Giugno '73 di
Fabrizio De Andrè, Dio mio no e Pensieri e parole di
Battisti e Mogol,
a suo modo anche Non c'è niente da capire di Francesco
De Gregori;
sono tutte canzoni di non amore. Ultimamente credo che questa
tematica si
sia affievolita, perché non c'è più la stessa urgenza
di stabilire quel
tipo di barriere
nel rapporto di coppia (o la coppia è più tradizionale, o
le dà
maggiormente
per scontate). Il problema è che nessuno, mi sembra, riesce a
scrivere delle
canzoni che siano veramente d'amore, che vengano da
qualcuno e parlino
a qualcuno, dove si possa percepire una storia, una
verità,
e non semplicemente l'eco di un genere letterario/musicale.
Quella di lavorare in America è
stata da parte tua una scelta molto
ponderata. Che cosa ti ha spinto a
questa scelta che si rinnova
nonostante tu sia profondamente legato
all'Italia?
Ci sono stati
tanti motivi: il desiderio di cambiare orizzonti, una sorda e anche
un po' inspiegabile
sensazione di mancanza di radici. Inspiegabile anche a me
stesso, perché
in realtà, come tu dici, sono legatissimo all'Italia, a Milano e
alla Bassa Padana
da dove provengo. Forse è perché sono cresciuto in una
periferia dove
tutto sembrava precario e costruito solo per essere sostituito
da qualcosa
di più definitivo che però non veniva mai. Il risultato è
che ho
passato lunghi
periodi in Germania e infine mi sono trasferito negli Stati Uniti.
L'Italia, è
chiaro, mi manca, anche perché scrivo soprattutto in italiano e
soprattutto
per un pubblico italiano, però il fatto di stare in America mi dà
una doppia prospettiva
anche sulle cose italiane un po' come la sensazione di
appartenere
a due tribù e di poter parlare all'una dell'altra e viceversa un
ibridismo culturale
ed esistenziale che trovo molto fecondo e al quale non
saprei più
rinunciare.
C'è continuità in questi
tuoi interessi così diversi? Al di là delle
spiegazioni razionali, credi ci sia
qualche altro motivo?
È vero,
mi sono occupato di cose molto diverse tra loro. Ho corso e corro il
rischio di essere
dispersivo, però, anche se scrivo racconti o poesie, saggi di
filosofia, di
letteratura, di musica classica o di musica popolare, cerco di fare
tutto nello
stesso modo, cioè con lo stesso tipo di impegno, prendendo tutto
molto sul serio
(la scommessa nello scrivere un saggio su Dylan consisteva
proprio in questo:
nel prenderlo assolutamente sul serio come artista e figura
della cultura
contemporanea, cosa che raramente si fa e si può fare con le
rock star ma
Dylan è molto più di una rock star). Forse alla base della
molteplicità
del mio lavoro sta una mancanza irrimediabile: la mancanza della
"musica", con
tutto quello che di simbolico e reale la musica può significare.
Potrei spiegarmi
meglio con il racconto di un sogno. All'età di otto anni, più
o
meno in coincidenza
con la nascita di mia sorella, ho sognato che a scuola era
arrivata una
bambina che mi portava via il posto di primo della classe perché
lei sapeva cantare
e io no. Allora, nel sogno, pensavo che dovevo trovare
qualcosa che
io sapevo fare e lei no. Così, sempre nel sogno, immaginavo
una poesia.
Quando mi sono svegliato l'avevo ancora tutta in mente, e l'ho
scritta. L'argomento
della poesia, però, era il suono delle campane. Una
musica, dunque,
che avevo cercato di trasferire in parole. Ma non si può
trasferire una
musica in parole. Questo è il problema.
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