Bob Dylan, indagatore delle relazioni di coppia
intervista ad Alessandro Carrera

Di Duepiu.net

    Nel tuo libro, "La voce di Bob Dylan", hai fatto un'analisi accuratissima, al microscopio della lingua
    dylaniana tanto da poter osservare sottili differenze linguistiche che
    testimoniano di altrettanti differenti stati d'animo. Come
    riassumeresti la condizione interiore di Bob Dylan rispetto all'amore?
    Avverti delle contraddizioni o il suo percorso è stato lineare?

    È vero che Dylan ha scritto anche canzoni di amore felice, soprattutto nei
    primi anni di vita familiare, ma le più originali sono le prime e quelle che ha
    scritto negli anni settanta, quando il matrimonio cominciava a entrare in crisi.
    Tutto l'album Blood on the Tracks, uscito nel gennaio del 1975, è una
    dissezione impietosissima e insieme commovente di una situazione
    insostenibile, dove una ricerca d'amore assolutamente ossessiva, degna di un
    trovatore medievale o di un poeta del dolce stil novo si scontra con la
    radicale impossibilità di mantenere un rapporto nel tempo. Anche molte
    canzoni di Desire, sempre del 1975, e quasi tutto Street-Legal del 1978,
    non fanno altro che chiedersi cosa c'è che non va e che non può andare
    nell'amore, e perché la stessa libertà - che ci siamo conquistati - di cercare
    l'amore al di là delle convenzioni sociali non ci serve a niente nel momento in
    cui lo troviamo. Ultimamente Dylan è approdato a un territorio più
    tradizionale, perché a sessant'anni magari uno pensa più alle occasioni
    mancate che a mettersi ancora una volta il sacco in spalla. Le canzoni di
    Time Out Of Mind, del 1997, sono in gran parte di amore perduto e di
    rimpianto per la giovinezza, ma lo fanno anche in modo più impersonale, piu
    "classico".
    C'è però una cosa da dire. Dylan ha affermato in un'intervista del 1991 che
    lui non scrive "canzoni d'amore".

    Che cosa vuol dire, visto che ne ha scritte a centinaia?

    Dylan spiega che l'amore è un frutto dell'Albero della Conoscenza del Bene e
    del Male. Ma lui, che è ebreo (anche se a suo modo crede a Gesù Cristo),
    preferisce rifarsi alla nozione ebraica di Albero della Vita. Sull'Albero della
    Vita l'amore (hesed in ebraico, ma non corrisponde alla filìa greca o all'amor
    latino) è una forza cosmica, è l'amore di Dio per il mondo, non è l'amore di
    coppia. A suo parere, l'amore di cui parlano le canzoni popolari (che sono
    sempre il suo punto di riferimento) è assoluto e impersonale, è l'amore
    dell'Albero della Vita, non quello dell'Albero della Conoscenza. Certamente
    non è l'amore di cui parlano le canzoni della musica leggera, con la quale
    Dylan non vuole essere confuso.

    Secondo te su quale generazione ha avuto maggiore influenza e in che
    modo da un punto di vista psicologico?

    Su più di una generazione, e credo proprio che il suo approccio così radicale
    alle questioni di coppia, alla morale e alla religione abbia lasciato il segno.
    Certo, Dylan è un artista estremo, che per anni ha cercato di spingere se
    stesso al limite di quello che poteva fare e che poteva pensare. Ma
    certamente, chiunque abbia vissuto o viva un processo di separazione
    dolorosa e ascolti le canzoni di Blood on the Tracks (soprattutto quella
    durissima, allucinata requisitoria che è Idiot Wind, che termina con le parole:
    "Siamo degli idioti, amore mio, non so neanche come facciamo a respirare"),
    trova una dose di amara medicina, qualcosa che gli toglie per sempre, se mai
    l'avesse, ogni illusione new age.

    La canzone italiana è nota soprattutto per il suo sentimentalismo; tra
    gli ultimi cantautori in Italia c'è qualcuno a tuo parere che riesce a
    scrivere canzoni di non amore?

    Ci sono stati soprattutto negli anni sessanta e settanta, quando l'influenza di
    Dylan era più forte. Basta citarle: Uno di questi giorni ti sposerò di Luigi
    Tenco, Vedi cara, Eskimo e Canzone quasi d'amore di Francesco Guccini,
    Giugno '73 di Fabrizio De Andrè, Dio mio no e Pensieri e parole di
    Battisti e Mogol, a suo modo anche Non c'è niente da capire di Francesco
    De Gregori; sono tutte canzoni di non amore. Ultimamente credo che questa
    tematica si sia affievolita, perché non c'è più la stessa urgenza di stabilire quel
    tipo di barriere nel rapporto di coppia (o la coppia è più tradizionale, o le dà
    maggiormente per scontate). Il problema è che nessuno, mi sembra, riesce a
    scrivere delle canzoni che siano veramente d'amore, che vengano da
    qualcuno e parlino a qualcuno, dove si possa percepire una storia, una
    verità, e non semplicemente l'eco di un genere letterario/musicale.

    Quella di lavorare in America è stata da parte tua una scelta molto
    ponderata. Che cosa ti ha spinto a questa scelta che si rinnova
    nonostante tu sia profondamente legato all'Italia?

    Ci sono stati tanti motivi: il desiderio di cambiare orizzonti, una sorda e anche
    un po' inspiegabile sensazione di mancanza di radici. Inspiegabile anche a me
    stesso, perché in realtà, come tu dici, sono legatissimo all'Italia, a Milano e
    alla Bassa Padana da dove provengo. Forse è perché sono cresciuto in una
    periferia dove tutto sembrava precario e costruito solo per essere sostituito
    da qualcosa di più definitivo che però non veniva mai. Il risultato è che ho
    passato lunghi periodi in Germania e infine mi sono trasferito negli Stati Uniti.
    L'Italia, è chiaro, mi manca, anche perché scrivo soprattutto in italiano e
    soprattutto per un pubblico italiano, però il fatto di stare in America mi dà
    una doppia prospettiva anche sulle cose italiane un po' come la sensazione di
    appartenere a due tribù e di poter parlare all'una dell'altra e viceversa un
    ibridismo culturale ed esistenziale che trovo molto fecondo e al quale non
    saprei più rinunciare.

    C'è continuità in questi tuoi interessi così diversi? Al di là delle
    spiegazioni razionali, credi ci sia qualche altro motivo?

    È vero, mi sono occupato di cose molto diverse tra loro. Ho corso e corro il
    rischio di essere dispersivo, però, anche se scrivo racconti o poesie, saggi di
    filosofia, di letteratura, di musica classica o di musica popolare, cerco di fare
    tutto nello stesso modo, cioè con lo stesso tipo di impegno, prendendo tutto
    molto sul serio (la scommessa nello scrivere un saggio su Dylan consisteva
    proprio in questo: nel prenderlo assolutamente sul serio come artista e figura
    della cultura contemporanea, cosa che raramente si fa e si può fare con le
    rock star ma Dylan è molto più di una rock star). Forse alla base della
    molteplicità del mio lavoro sta una mancanza irrimediabile: la mancanza della
    "musica", con tutto quello che di simbolico e reale la musica può significare.
    Potrei spiegarmi meglio con il racconto di un sogno. All'età di otto anni, più o
    meno in coincidenza con la nascita di mia sorella, ho sognato che a scuola era
    arrivata una bambina che mi portava via il posto di primo della classe perché
    lei sapeva cantare e io no. Allora, nel sogno, pensavo che dovevo trovare
    qualcosa che io sapevo fare e lei no. Così, sempre nel sogno, immaginavo
    una poesia. Quando mi sono svegliato l'avevo ancora tutta in mente, e l'ho
    scritta. L'argomento della poesia, però, era il suono delle campane. Una
    musica, dunque, che avevo cercato di trasferire in parole. Ma non si può
    trasferire una musica in parole. Questo è il problema. 



 
 
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