________________
La storia
attraverso i dischi
di Vito Morawetz
..........................................................


BOB DYLAN (Columbia, 1962)
È il disco, se così si può dire, del "thanksgiving". Un ringraziamento ai suoi padri ispiratori (Woody Guthrie, Cisco Houston, Leadbelly) e ai suoi nuovi genitori adottivi, che avevano reso meno scioccante il suo arrivo a New York e meno in salita la strada per il successo (Dave Van Ronk, Pete Seeger, Joan Baez}. Dylan li ripaga con un album che mette in mostra quanto abbia imparato dalla tradizione più che il suo estro personale: House Of The Rising Sun, Baby Let Me Follow You Down, Man Of Constant Sorrow, See That My Grave Is Kept Clean sono splendidi riarrangiamenti di traditionals che lasceranno di stucco i colleghi molto più esperti e critici severi. I primi esperimenti di songwriting non sono comunque da disprezzare: è molto divertente il racconto del Dylan campagnolo spaesato all'arrivo in città (Talkin' New York} e toccante è l'omaggio al suo "primo ed ultimo idolo" (Song To Woody)
.
THE FREEWHEELIN' BOB DYLAN (Columbia, 1963)
È il primo "classico" di Dylan, l'album di Blowin' In The Wind, Girl From The North Country, A Hard Rain's A-Gonna Fall, Don't Think Twice It's Alright, generalmente considerato il vertice artistico della prima parte della sua carriera. Brani un po' trascurati ma comunque notevolissimi sono l'esilarante Talking World War III Blues e Down The Highway. Il successo di Freewheelin' ed in particolare di Blowin' In The Wind, portata nei Top 40 da Peter, Paul and Mary, e Hard Rain cuce addosso a Bob l'abito del poeta impegnato, del cantante "di protesta", definizione che Dylan ha più volte mostrato di detestare.
.
THE TIMES THEY ARE A-CHANGIN' (Columbia, 1963)
È il disco politicamente più esplicito di Dylan, dove alle immagini tutto sommato concilianti di Blowin' In The Wind e al lirismo di Hard Rain si sostituiscono la disperazione di Ballad Of Hollis Brown, la rabbia di The Lonesome Death Of Hattie Carroll e i chiari slogan di The Times They Are A-Changin' e When The Ship Comes In. La copertina ci regala una foto di Dylan mai così somigliante a Woody Guthrie. Il tutto non fa che alimentare l'equivoco che fa considerare Dylan, per anni, un folk-singer militante alla Pete Seeger e non, nonostante i suoi reiterati tentativi di chiarirlo, un anarco-punk. Politicamente, infatti, Dylan è espresso meglio da Maggie's Farm e pezzi simili, ferocemente ironici, che da The Times They're A-Changin'.
.
ANOTHER SIDE OF BOB DYLAN (Columbia, 1964)
Un disco molto più intimistico dei precedenti, dal punto di vista dei testi forse il suo migliore in assoluto: l'inno alla libertà universale Chimes Of Freedom, il gioiello I Don't Believe You, il folk-pop It Ain't Me Babe, la comica Motorpsycho Nightmare sono quanto di meglio sia mai uscito dalla penna dei molti poeti-rockers (o rockers-poeti) degli ultimi 30 anni. Ma il brano più importante è My Back Pages, un'amara riflessione sulle sue recenti esperienze, che segna il distacco definitivo dal manicheo giro folk di New York che l'aveva allevato: "le mie guardie rimasero ferme quando astratte minacce troppo nobili per essere ignorate mi fecero credere che avevo qualcosa da proteggere. Buono o cattivo, definivo questi termini senza dubbi, chiaramente, non so come ma ero molto più vecchio allora, sono più giovane adesso".
BRINGING IT ALL BACK HOME (Columbia, 1965)
È il disco della svolta, primo di una trilogia che porterà il nostro, in poco più di un anno, a ridefinire il concetto di rock'n'roll. Già qualche mese prima i Byrds avevano portato in testa alle classifiche un'ancora inedita Mr. Tambourine Man e Dylan comincia a frequentare personaggi come Robbie Robertson, Al Kooper e Mike Bloomfield. Bringing It AlI Back Home è l' album di Maggie's Farm, Subterranean Homesick Blues, It's Alright Ma I'm Only Bleeding, il disco dell'indipendenza col quale Dylan si assicura l'ingresso nei libri di storia, non più "influenzato", ma "influenza" di generazioni di musicisti.
..
HIGHWAY 61 REVISITED (Columbia, 1965)
Preceduto dalla "scandalosa" esibizione al festival folk di Newport del 1965 con tanto di chitarra elettrica e Butterfield Blues Band a spalleggiarlo e anticipato dalla sua canzone-manifesto Like A Rolling Stone, esce in agosto il massimo capolavoro di Bob Dylan: Highway 61 Revisited è perfetto dall'inizio alla fine. Il rock-blues acido è la forma musicale prescelta per sostenere una poetica non più fatta di slogan e buoni sentimenti ma di poesia visionaria, di disagio urbano, di ironia caustica. I modelli letterari non sono più Walt Whitman o Robert Frost, ma Allen Ginsberg e Rimbaud, la musica non viene più da Guthrie o Leadbelly ma dagli Stones e dalla scena acid-blues. Grandissimo.
BLONDE ON BLONDE (2 Lp, Columbia, 1966)
Nel maggio del 1966 viene dato alle stampe Blonde On Blonde, scritto e registrato da un Dylan anfetaminico, in due settimane. È il suo album d'amore e di angoscia. Vi sono donne incontrate (Just Like A Woman), lasciate (Most Likely You Go Your Way And I'll Go Mine, Sooner Or Later One Of Us Must Know), disprezzate (Leopard-SkiPill-Box Hat), implorate (Pledging My time, Absolutely Sweet Marie), adorate (I Want You, Sad Eyed Lady Of the Lowlands). E c'è il sentimento di stanchezza, di angoscia claustrofobica che ricorre: "Stiamo qui seduti, pieni di problemi/ anche se tutti facciamo del nostro meglio per negarlo" {Visions Of Johanna); Dylan si sente chiuso in "una gabbia vuota che si corrode" {Visions Of Johanna) o in "una stanza così soffocante/che non riesco a respirare" (Pledging My time). Musicalmente è uno degli album più ricchi ed esaltanti di Dylan, che a 25 anni di distanza si lascia ascoltare come se fosse nuovo. Poche settimane dopo, il famoso incidente motociclistico interrompe, provvidenzialmente, la carriera di Dylan ormai lanciata ad una velocità insostenibile: in tredici mesi Bob Dylan aveva cambiato il rock'n'roll, suonato oltre 250 concerti in tre continenti, inciso tre lp fondamentali di cui uno doppio, portato nei Top 40 sette singoli, si era drogato, sposato, e aveva dovuto abituarsi allo status di massima rock-star americana. Due anni di pausa ci restituiranno un Dylan diverso.
THE BASEMENT TAPES (2 Lp, 1967, pubblicazione Columbia, 1975)
Probabilmente l'incidente non fu grave come si disse all'epoca se Dylan, durante i mesi di convalescenza trascorsi in una fattoria nei pressi di Woodstock, trovò il modo di scrivere e registrare insieme agli amici della Band una caterva di canzoni nuove, una esigua parte delle quali furono pubblicate in un doppio Lp del 1975. Vi si trovano, a rappresentare quelle session spensierate, una eterogenea raccolta di brani che oggi si chiamerebbero "roots-rock": traditionals riarrangiati {Crash On The Leevee), boogie alla Chuck Berry (Long Distance Operator), musica del border (Goin' To Acapulco) oltre ad alcuni pezzi fondamentali per comprendere la nuova filosofia, musicale e lirica, di Dylan (Too Much Of Nothing, This Wheel's On Fire).
..
JOHN WESLEY HARDING (Columbia, 1968)
John Wesley Harding fu una sorpresa per tutti. La musica abbandona le caratteristiche acide dei tre album precedenti ed il linguaggio diviene meno allusivo, forse un po' oscuro ma guidato da una sorta di "dirittura morale": le parabole di The Ballad Of Frankie Lee And Judas Priest, John Wesley Harding, I Pity The Poor Immigrant, Drifter's Escape, i riferimenti religiosi di I Dreamed I Saw St. Augustine, The Wicked Messenger e, soprattutto l'allegoria sullo stato morale dell'uomo in All Along The Watchtower ne sono esempi evidenti. Uno dei dischi più ermetici (il che è tutto dire) di Dylan, che necessita di molti ascolti e attenta riflessione per essere apprezzato".
NASHVILLE SKYLINE (Columbia, 1969)
Bob si avvicina al country più tradizionale, con un disco che, pur essendo tutto sommato mediocre, gli darà una popolarità immensa. Non tutto l' album è da buttare comunque: vi sono una bella versione di Girl From The North Country con Johnny Cash, e brani mal suonati ma scritti benissimo (come dimostreranno successive versioni) come I Threw It All Away, I'll Be Your Baby Tonight e Lay Lady Lay.
SELF PORTRAIT (2 Lp, Columbia, 1970)
Album pazzesco: accozzaglia di cover senza senso con l'aggiunta di vecchi suoi brani registrati nella svogliata esibizione al festival dell'Isola di Wight. Si salvano (e per poco) Alberta e Days Of  '49. Il resto fa schifo.
NEW MORNING (Columbia, 1970)
Immediata ripresa, si ritrova l'atmosfera campagnola rilassata e gioiosa di Nashville Skyline, ma con una produzione più asciutta e pezzi migliori: If Not For You, Went To See The Gipsy, Sign On The Window e The Man In Me si sono persi nell'immensità della discografia dylaniana, ma sono dei piccoli gioielli.
PAT GARRETT AND BILLY THE KID (Columbia, 1973)
Colonna sonora dell'omonimo film di Sam Peckinpah, abbastanza al di fuori dei consueti canoni stilistici. Contiene uno dei suoi pezzi più famosi nella sua prima e insuperata versione: Knockin' On Heaven's Door.
DYLAN (Columbia, 1974)
Raccolta di tagli, ritagli e frattaglie pubblicata dalla Columbia come ritorsione contro la rottura del contratto da parte di Bob. Pessimo.
PLANET WAVES (Asylum, 1974)
Un ottimo disco, con Dylan supportato dalla Band al gran completo, con il sound potente di Tough Mama, l'allegria di On A Night Like This, i ricordi di Something There is About You, la dolcezza di Hazel. Due pezzi diverranno degli evergreen: Going, Going, Gone e Forever Young.
BEFORE THE FLOOD (2 Lp live, Asylum, 1974)
Il primo disco ufficiale dal vivo di Dylan, che immortala i concerti finali della grande tournee (insieme alla Band) del 1974 con un Bob vigoroso e dalla voce potente ed espressiva come non mai, nonche' la migliore versione di Like A Rolling Stone mai pubblicata.
.
BLOOD ON THE TRACKS (Columbia, 1975)
Blood On The Tracks è il miglior disco di Dylan dai tempi di Blonde On Blonde, centrato sul dolore per la separazione, dopo 9 anni di matrimonio e 5 figli, dalla moglie Sara. Benche' Dylan abbia negato che questo sia l'argomento del disco, versi come "E un dolore che va e viene / come un cavatappi conficcato nel cuore / da quando ci siamo separati" (You're A Big Giri Now), lasciano pochi dubbi. È anche il disco di Tangled Up In Blue, Simple Twist Of Fate, Idiot Wind, Shelter From The Storm, diventati classici del repertorio live.
DESIRE (Columbia, 1975)
Disco famoso e forse un tantino sopravvalutato, che ha il pregio di introdurre sonorità nuove nel repertorio dylaniano: il violino di Scarlet Rivera è quasi onnipresente e il sapore latino di Romance In Durango e Mozambique sorprendono piacevolmente, cosl come il ritorno alle tematiche sociali di Hurricane.
HARD RAIN (Live, Columbia, 1976)
Registrato durante il tour con la Rolling Thunder Revue (con RogerMc Guinn, T-Bone Burnette, Ramblin' Jack Elliot, Allen Ginsberg, Sam Shepard, Joan Baez, ecc.) Grandi arrangiamenti di vecchi brani: One Too Many Mornings e I Threw It All Away lasciano di stucco.
STREET LEGAL (Columbia, 1978)
Un disco molto amato e popolare ma secondo il sottoscritto caratterizzato da un eccessivo "affollamento sonoro" , con tanto di cori, fiati, e sovraproduzione. I brani sono comunque ottimi, a cominciare da Changin' Of The Guard e Where Are You Tonight? per finire all'oscura e affascinante Senor e all'ipnotica New Pony.
BOB DYLAN AT BUDOKAN (2 Lp live, Columbia, 1978)
Suono levigato ed elaborato, con arrangiamenti che stravolgono gli originali, alcuni in bene, altri in male: buona la versione elettrica di Mr. Tambourine Man e quella hard rock di It's Alright Ma I'm Only Bleeding. Lasciano invece perplessi Don't Think Twice It's Alright e Knockin' On Heaven's Door in chiave reggae.
SLOW TRAIN COMING (Columbia, 1979)
Primo episodio della sbornia religiosa di Dylan. La musica non è male, con la chitarra di Mark Knopfler a impreziosire il suono di Precious Angel e Slow Train, ma i testi sono di un conservatorismo allucinante, roba da John Birch Society.
SAVED (Columbia, 1980). Questa volta non è buona neanche la musica. Album da dimenticare.
SHOT OF LOVE (Columbia, 1981)
Comincia la risalita: due brani (Every Grain Of Sand, Lenny Bruce) su undici sono molto buoni, e un'ombra di dubbio sulle certezze accumulate nei due dischi precedenti sembra affiorare.
INFIDELS (Columbia, 1983)
Il disco fu osannato, forse al di sopra dei suoi meriti, per il senso di sollievo che diede ai fans. Dylan torna potente (Neigh-Bourhood Bully), ispirato (Jokerman), laico (Don't Fall Apart On Me Tonight) e ad occuparsi delle cose del mondo (Union Sundown, License To Kill). A parte l'ironia, il "tiro" si riaggiusta verso un sano rock-blues e i testi finalmente rendono giustizia al talento poetico dell'autore.
REAL LIVE (Live, Columbia, 1984)
Non molto da segnalare, se non che le foto di copertina sono scattate a Verona e che c'è una potente versione di Tombstone Blues, con un Carlos Santana che finalmente ha trovato qualcuno che lo mette al suo posto, cioè a suonare la chitarra come si deve.
EMPIRE BURLESQUE (Columbia, 1985)
Disco acclamato in America e ingiustamente sottovalutato in Europa, è uno dei lavori più vari e interessanti dell'ultimo scorcio della carriera di Bob. Tight Connection To My Heart ha un testo bellissimo, Clean Cut Kid sembra una outtake di Highway 61, Seeing The Real You At Last ha dei debiti con Willy De Ville e Dark Eyes è il miglior "chitarra e armonica" da Another Side. Da avere per capire il Dylan degli 80's.
KNOCKED OUT LOADED (Columbia, 1986)
Album un po' confuso e raffazzonato. Brownsville Girl, scritta insieme a Sam Shepard, è in assoluto uno dei migliori pezzi di Dylan e da sola vale il disco.
DOWN IN THE GROOVE (Columbia, 1987)
Disco collage, probabilmente assemblato senza troppo dannarsi l'anima. C'è una bellissima cover dell'hit di Wilbert Harrison Let's Stick Together e alcune canzoni scritte a quattro mani con il Grateful Dead Robert Hunter. Quasi inutile.
DYLAN AND THE DEAD (Live, Columbia, 1987)
Disco dal vivo con i Grateful Dead, interessante perche' propone versioni di pezzi raramente proposti nei concerti, come Queen Jane Approximately e Joey. I Dead ci sono, ma non si sentono troppo. Ulteriore dimostrazione della forte, quasi dittatoriale, personalità musicale di Dylan alla quale solo The Band e gli Heartbreakers sono riusciti negli ultimi trent' anni ad adeguarsi.
OH MERCY! (Columbia, 1989)
Disco finalmente ragionato e "compiuto", prodotto da Danid Lanois e suonato da ottimi musicisti del giro di New Orleans. Si stagliano grandissimi Man In The Long Black Coat, la Mr. Jones degli anni '90, Where Teardrops Fall e Most Of The rime, ma tutto l'album è a livelli altissimi e segna il ritorno di Dylan in prima fila sulla scena mondiale.
UNDER THE RED SKY (Columbia, 1990)
Frutto di una supersession con i fratelli Vaughan, Elton John, Slash dei Guns'n'Roses, Kenny Aronoff della band di John Cougar e, soprattutto, i cori di David Crosby nei pezzi migliori del disco, Born In time e 2 x 2.
VITO MORAWETZ


da "Bob Dylan - 50th Anniversary 1941 - 1991" (Quaderni del disastro - Supplemento al n. 165 - ottobre 1991 - della rivista Il Mucchio Selvaggio)
 
 


E' UNA PRODUZIONE
TIGHT CONNECTION