Materiali di età neroniana:
ovvero ero un chitarrista,
sarò un albergatore!

di Davide "The Saint"

Decisi di fare un nuovo reportage quando ero già un critico fallito. Da cinque anni non mi sentivo più in forma. In quegli anni, ero caduto in preda dei vizi: fumavo tre pacchetti al giorno, dovevo andare almeno una volta la settimana con una puttana, bevevo senza scrupoli, e soprattutto amavo strafarmi di tranquillanti, antidepressivi e sonniferi. Prima che cadessi nella mia paranoica e ipocondriaca depressione, ero un affermato giornalista, critico musicale e cinematografico. Scrivevo su diverse testate, e spesso i miei articoli erano reportage di concerti. M’inviavano in giro per l’Italia e anche per l’Europa, andavo ad ascoltare i concerti per poi scrivere i servizi sulla serata.
I concerti furono sempre la mia passione. Ma oltre al giornalista, circa due anni prima del mio periodo di fuori forma, avevo riscosso un discreto successo, scrivendo una biografia su Madonna.
Questo lavoro mi è sempre piaciuto, ma la mia carriera fu stroncata per colpa di un articolo che scrissi su un concerto degli Oasis, che si teneva a Londra. La redazione del settimanale mi aveva pagato come sempre: alloggio, biglietto aereo, albergo, ristorante. Il mio compito era quello di sempre, ascoltare il concerto e scriverci un pezzo.Gli Oasis però non mi sono mai piaciuti, così la sera del concerto, prima di uscire per recarmi al palasport, avevo adocchiato nella Hall dell’albergo una ragazza bellissima. Si chiamava Morgana, aveva ventisette anni, ed era una lucciola da cinquecento sterline a notte, decisi di gonfiare le spese del mio soggiorno, e portarmi al letto quella stupenda ragazza, attribuendo il conto alla mia redazione (in tanti anni di reportage, con spese pagate, quando ritornavo nessuno aveva mai badato a controllare le ricevute). Passai una notte stupenda, in compagnia di quella creatura.
     Quando mi svegliai la mattina, mi ricordai che dovevo scrivere l’articolo sul concerto che non avevo visto, così improvvisai. Scrissi un reportage fittizio, dicendo che il concerto sicuramente non era stato uno dei migliori, ma comunque le canzoni più celebri avevano regalato grandi emozioni, ma ciò che m’incastrò fu quando dissi che la parte finale dello spettacolo era stata la più sensazionale e divertente. Inviai l’articolo tramite fax alla redazione. Poco dopo ricevetti una risposta. Era il mio capo. Il quale, mi diceva, che aveva saputo dalla televisione che il concerto della sera prima (al quale io avrei dovuto assistere), si era strasformato in tragedia, visto che alcune transenne poste sulla tribuna del palasport, si erano staccate, cadendo di sotto e colpendo in testa alcuni ragazzi che erano ricoverati in prognosi riservata, così avevano interrotto l’esibizione, e tutto questo era avvenuto nella parte finale, proprio in quella parte che io da buon spettatore avevo definito “sensazionale e divertente”. Fui licenziato! La mia fama di fancazzista, si diffuse in tutto l’ambito giornalistico. Quello fu il motivo e l’inizio del mio dissoluto periodo, che si sarebbe propagato per cinque anni.
     Ma con quale diritto mi avevano potuto licenziare, l’unica colpa che avevo, era di non essere andato ad un concerto degli Oasis. Ma in fondo io sono sempre Attilio Salituro, colui che nel 1985 intervistò Bruce Springsteen, la leggenda, dopo l’esibizione di S. Siro (dico il “Boss” non gli Oasis), colui che scrisse un articolo su Bob Dylan dal titolo “L’angelo sterminatore dal naso pronunciato”, colui che fu invitato a cena da Bono dopo l’intervista che gli fece a seguire del concerto di Napoli del’93, colui che definì Tom Waits “Il portaborse del demonio, il maggiordomo di San Pietro”, colui che fu contestato da tutti i critici musicali italiani, per aver definito “Desire” di Dylan, il più grande album della storia della musica rock!
     Passai cinque anni davvero brutti, scrivendo sporadicamente qualche trafiletto per testate di terzo ordine. Per fortuna potevo mantenermi visto che riscuotevo l’affitto di un magazzino, che ereditai da mio padre, e visto che è situato in pieno centro città riscuotevo abbastanza. Le mie giornate erano monotematiche, mi svegliavo alle tre del pomeriggio, scendevo al bar in vestaglia per bere il mio caffè corretto, poi passavo il pomeriggio ad ascoltare musica, mi preparavo qualche schifezza in scatola, e poi iniziavo a bere fino alle quattro di mattina, riducendomi privo di dignità. Una volta la settimana chiamavo qualche lucciola, ogni tanto avevo la compagnia di vecchi compagni di bottiglia. Se si finisce in questi periodi, l’unico modo per riprenderti è trovare qualcosa che possa farti scattare quella scintilla in grado di riaccenderti. E quella scintilla, mi scattò un giorno, mentre me ne stavo seduto sul divano di casa, a bere Ballantine e a sfogliare un catalogo turistico. Ero interessato a concedermi una vacanza, quello stile di vita mi stava massacrando, avrei voluto passare qualche settimana al mare, solo, senza tristi pensieri, cercando di disintossicarmi dall’alcool, ma le condizioni economiche non mi permettevano di andare troppo lontano. Così stavo guardando delle offerte per trascorrere una settimana in qualche isola delle Eolie.  Guardando il catalogo fui improvvisamente colpito dal nome di un albergo, si chiamava “Romance in Vulcango”, quel nome, ovviamente, mi ricordò subito il titolo di una delle mie canzoni preferite di Dylan dal titolo “Romance in Durango”. Lessi che l’albergo era dotato solo di sette stanze e possedeva anche una piscina. Decisi di chiamare. Mi rispose la voce di una ragazza con accento est europeo, mi disse di attendere e poi mi passò il proprietario. Dalla voce sembrava un uomo di una certa età, disse di chiamarsi Andrea, prese la mia prenotazione per due settimane dopo. Poi mi disse di mandargli un fax di conferma presso l’albergo “Romance in Vulcango” d’Andrea Parigi. La mia mente malata, aveva già elaborato qualcosa di perverso, quel nome era balzato nella mia testa, carico d’euforia. Senza esitare, senza contenermi e rischiando di fare una pessima figura chiesi: “ Mi scusi ma lei è il chitarrista Andrei Paris che nel 1988 fece una sublime cover di “Romance in Durango”?”. Alle mie parole, quell’uomo rimase in silenzio per una decina di secondi e poi cambiando tonalità di voce disse “ Si, sono io, ma lei…ma lei…come fa a sapere…”. Era lui. Era Andrea Parigi, in arte Ardrei Paris. Mi sentii di nuovo vivo.
     Le due settimane prima di partire, non facevo altro che pensare a quell’individuo, e al perché adesso si trovasse nelle Isole Eolie a gestire un albergo. La vita è strana. Inizialmente il mio scopo era di andare qualche giorno in vacanza a rilassarmi. Ma poi alla notizia che ricevetti, misi la vacanza come secondo scopo, come primo scopo avevo quello di recarmi a Vulcano e conoscere Andrea Parigi in arte Andrei Paris.
     Due settimane dopo m’imbarcai dal porto di Napoli, destinazione: isola di Vulcano. Con me avevo portato tutti gli strumenti del mestiere che non usavo da un tempo: il mio porta block notes di pelle, registratore a cassetta, una cara penna che non scriveva più, però la portavo in ricordo dei vecchi tempi (era la penna che aveva scritto le domande che poi feci a John Lee Hooker), ed infine indossai il mio vestito di panama con cappello abbinato, li avevo comprati entrambi in Florida. Rimanevo a bere un caffè sul ponte del traghetto, ripensando alla vita d’Andrea Parigi, sapevo davvero poco di quel personaggio. Sapevo solo che Andrea Parigi era d’origine calabrese, e all’età di venticinque anni aveva lasciato l’Italia, recandosi negli Stati Uniti. Arrivò a Chicago, dove per più di sette anni fece il cameriere, ma Andrea era un ottimo chitarrista rock. E nello stesso locale dove lavorava come cameriere, una volta la settimana si esibiva come cantante e chitarrista. Intratteneva la clientela per circa un’ora, suonando la sua cara chitarra acustica e l’armonica, rivisitando il repertorio di Dylan, Guthrie, Cash. Quando il giovedì si esibiva, riscuoteva molto successo. Fin quando una sera fu ascoltato da un noto produttore di Chicago, il quale gli propose di partecipare ad un concorso: avrebbe dovuto gareggiare contro altri musicisti, suonando un pezzo di Dylan. Il produttore gli disse che infine sarebbero stati selezionati i migliori dodici pezzi, che in seguito sarebbero stati incisi, e sarebbero diventati un tributo al grande maestro. Andrea decise di partecipare. Da anni si esercitava a suonare una versione chitarra, voce e armonica di “Romance in Durango”. Al concorso parteciparono circa cinquanta artisti. La canzone d’Andrea fu selezionata, e poi incisa sull’album tributo. Decise di farsi chiamare Andrei Paris (il nome avrebbe dato un’idea più internazionale). Ma ciò che mi ha sempre colpito della vicenda d’Andrei (ed era proprio per questo che io volevo intervistarlo), fu di quando egli ebbe l’onore di suonare con Bob Dylan in persona, il quale dopo aver sentito la versione, decise di andare a trovare Andrea nel locale in cui si esibiva e di suonarci insieme. Avevo letto questa storia molti anni fa, narrata in un trafiletto, pubblicato sul Rolling Stone. La vicenda mi aveva colpito, così avevo deciso di comprare il disco tributo. Tutti i pezzi non erano male, ma quando ascoltai la versione d’Andrei, fui colpito dalla commozione. Era il lontano 1988.
     Arrivai a Vulcano. Era un pomeriggio di metà settembre. L’aria era calda. Prima di cercare l’albergo, vidi un chiosco, così decisi di farmi una birra alla spina. Chiesi al gestore del chiosco, le indicazioni per l’albergo.
     Vidi a distanza la scritta “Romance in Vulcango Hotel”. Era una piccola struttura di colore blu e bianca. Entrai nella piccola hall. Dietro al banco, una ragazza bionda, e con accento straniero mi accolse molto gentilmente. Dopo aver mostrato documenti, e dopo avermi dato le chiavi della mia camera, le chiesi dove avrei potuto trovare il proprietario dell’albergo, il signor Andrea Parigi. La ragazza disse che il signore era in piscina, e che la piscina si trovava dalla parte posteriore dell’albergo. Ringraziai.
     Mi recai nella mia camera. Era piccola ma accogliente. Dopo aver disfatto la mia ventiquattrore, e dopo essermi sciacquato decisi di andare subito a trovare il mio caro personaggio. Era le cinque e quaranta di uno splendido pomeriggio settembrino. Arrivai alla piscina. Un bel posto con vista verso il mare. Dentro la piscina c’era una ragazza di colore. A bordo piscina, non c’era quasi nessuno, tranne un uomo che rimaneva steso su una sdraio, con in mano un bicchiere di rum. La ragazza sorrideva e rivolgeva spesso la parola a quell’uomo. Non avevo mai visto Andrei Paris, quindi non sapevo come fosse fatto. Mi avvicinai a quell’uomo. Era sopra i quaranta, ma portati davvero male: fisicamente “sfatto”! Di carnagione chiara, con capelli castani di media altezza. Rimaneva sdraiato, con gli occhi chiusi, a sorseggiare la sua bevuta, mentre nelle orecchie aveva conficcato due cuffie collegate ad un walkman. Mi avvicinai. Si accorse della mia presenza, dopo qualche istante, si tolse le cuffie, mi guardò da capo a piedi e con aria ironica disse: “ Prego? “. Risposi dicendo: “ è lei Andrei Paris? “. Era lui. In un primo istante non mi diede molta confidenza, rimanendo leggermente diffidente, ma dopo avergli raccontato la mia storia, e dopo essermi scolato tre rum di fila. Si tranquillizzò e iniziò a parlare. Rimanevamo entrambi seduti su due comode sedie di vimini a bordo piscina, dentro ad essa oltre alla ragazza di colore si erano aggiunte altre due ragazze una rossiccia, l’altra mora. Tutte e tre si dimostravano molto gentili, e spesso rivolgevano sorrisi ad Andrea. Mi disse che erano tre puttane. Non andava con una donna che non fosse a pagamento da oltre dieci anni: “sai preferisco pagarle. È triste ronzare intorno alle donne, come se fossimo cani. Poi se ti affezioni ad una donna, e lei ti lascia rischi di starci davvero male, guarda Dylan, quando scrisse “Sara”, stava davvero male!”. Gli dissi che avrei voluto fare un reportage su di lui, e che quindi avrebbe potuto dirmi tutto quello che voleva, cosa avesse fatto da giovane, la sua carriera da chitarrista, l’esibizione con Dylan, e soprattutto il perché avesse iniziato a fare l’albergatore.
     Mi disse che all’età di quattordici anni suo padre gli regalò una chitarra, e lui abilmente e senza prendere alcuna lezione imparò a suonarla. Passò un’adolescenza da scapestrato. Finita la scuola superiore decise di iscriversi alla facoltà d’Archeologia. L’archeologia non era stata mai la sua passione, ma disse che una sera seguì in televisione una trasmissione sulla civiltà etrusca, da quel momento s’interessò all’archeologia, e pochi mesi più tardi s’iscrisse all’università. Frequentò l’università passando tutti gli esami col massimo dei voti, aveva abbandonato la chitarra, e le sue passioni le aveva trasferite sull’archeologia e sulla sua fidanzata Augusta. In realtà non era attratto da Augusta per i suoi modi, o per il suo aspetto fisico, bensì si era innamorato del suo nome perchè gli ricordava l’imperatore romano. Prima di laurearsi stava scrivendo la sua tesi dal titolo “Materiali di età neroniana”, ma prima che si potesse laureare, la sua dolce metà (Augusta) decise di lasciarlo. Non lo amava più. Andrea cadde in depressione e decise di mollare l’università e partire: “ mi sentivo privo di tutto, dell’amore, della vita, da un giorno all’altro dissi ai miei che avrei abbandonato gli studi e che sarei partito per l’America. I miei caddero a loro volta in depressione, mia madre morì sette mesi dopo, io ero già a Chicago, quindi mi persi anche i funerali. In un primo momento mi ero trasferito nel New Jersey, poi decisi di andarmene. Arrivato a Chicago, iniziai a lavorare come manovale in un cantiere. Poi, qualche mese più tardi, iniziai a lavorare come cameriere in un ristorante. Nel locale spesso si esibivano cantanti e musicisti. Così mi proposi al proprietario come cantante, avrei voluto suonare il giovedì, visto che era il mio giorno di pausa, avrei suonato anche gratis, infatti così fu! “.
     Quando Andrea parlava, lo faceva con voce carica di una rassegnata malinconia. Il mio registratore compiva il suo lavoro. La mia penna annotava piccoli dettagli, apparentemente insignificanti. Accanto a lui c’era una bottiglia di rum che andava man mano svanendo. “ Mi esibivo, suonando vecchi classici del country e del rock. Mi accompagnavo con la mia vecchia Martin acustica e le mie armoniche. Ricordo la sera in cui quel produttore mi propose di partecipare al concorso, era un uomo tozzo e basso, mi consigliò il concorso e mi diede il suo biglietto da visita. Feci il concorso, e alla notizia di essere stato selezionato, non stetti più in me. Sentivo tutte le speranze perse risalire il fiume dei miei rancori. Andai a registrare la canzone. Quando arrivai nello studio d’incisione, scoprii che tra i partecipanti al tributo c’era anche John Mellencamp. Beh!la sua versione di “Mama, you been on my mind“, era sublime. Incise il pezzo, e mesi dopo uscì l’ LP, decisi di farmi chiamare Andrei Paris, volevo staccarmi dal vecchio nome, poi non ho mai capito il perché! Ero soddisfatto della mia canzone. Continuai a fare il cameriere, e ad esibirmi il giovedì sera. Ma circa otto mesi dopo, proprio il grande Bob Dylan, veniva a fare un concerto a Chicago, avrei voluto andarci, ma quello stronzo del proprietario non mi concedeva la serata. Così lavorai tutta la sera. Era un sabato. Ma quando arrivò circa l’una della notte, avevamo chiuso il locale, io con un altro collega stavamo sparecchiando, quando ad un tratto sentimmo entrare delle persone. In coro e tutti incazzati e senza vedere chi fosse dicemmo “il locale è chiuso, grazie!”, ma sentimmo quelle persone avanzare. Quando alzammo gli occhi, rischiai di farmi prendere un infarto. C’erano circa sette persone, ed una di loro, rimaneva al centro, vestiva con un abito scuro, stivali marroni, cappello da cowboy bianco, era lui, il padre di noi tutti, il nuovo messia in pelle e ossa, avevo dinanzi Bob Dylan. Per un attimo ebbi un leggero malore, e caddi a terra, mi svegliai circa un quarto d’ora dopo, lui c’era ancora, rimaneva seduto col suo sguardo da iguana, ad aspettare che mi rianimassi. Tutti i dipendenti del locale rimanevano in fila a guardarlo. Poi il mio capo, mi disse sussurrando “è qui per te! Vuole suonare conte!”, nuovamente svenni. Ci volle un altro quarto d’ora per rinvenire. Lui rimaneva a guardarmi, e non disse una sola parola, io balbettando e pensando di essere in un sogno, dissi che non avevo né chitarra né armonica. Ma non ci fu problema, improvvisamente vennero fuori due chitarre. Dylan chiamò uno di quei tipi, era il suo manager, gli disse sussurrando di fare accendere le luci del palchetto, in fondo al locale. Si accesero le luci, e Lui salì su quel rialzo della sala, c’erano due sedie. Mi ripresi e salii sul palchetto. Dopo che imbracciò la chitarra, mi guardò e mi fece cenno di accomodarmi accanto a lui. Il suo manager mi porse una chitarra. Ero stravolto, devastato. Dylan iniziò il primo giro di note. Era quello di “Romance in Durango”, iniziai ad accompagnarlo, alla prima strofa mi bloccai. Lui mi guardò, mi fece un cenno col capo e poi ripartì col primo giro, iniziò a cantare, e mi fece cenno di seguirlo. Iniziai a cantare con voce flebile. Le nostre voci sovrastavano l’immensità. Di fronte a noi c’erano tavoli sparecchiati, ed un pubblico composto, dallo staff del ristorante, circa quindici persone, più i sei accompagnatori di Dylan, tra loro c’era anche un giornalista del Rolling stone, colui che scrisse il trafiletto che fece il girò del mondo, si intitolava “Il Messia e il Miracolato”. Mentre cantavamo, io lo guardavo, ero sicuro di sognare, lui imperterrito guardava diritto di fronte a se. Finita l’esibizione, Dylan si alzò in piedi e mi rivolse la mano. La strinsi. Poi con passo cauto, continuando a tenere la chitarra in mano, uscì dal locale. I suoi accompagnatori lo seguirono, nel silenzio. Mentre io rimanevo, ancora seduto, sentendomi come un uomo che è stato travolto da un treno merci. La chitarra mi è rimasta come ricordo. “
     Nel frattempo che Andrei finì la sua narrazione si era fatto scuro. Le ragazze era rientrate. Guardai Andrea, i suoi occhi rimaneva stracolmi di commozione. La sera mi invitò a mangiare insieme a lui. Continuammo a parlare, mi narrò come andarono poi le cose. Dopo l’esperienza con Dylan, e dopo la pubblicazione dell’articolo, fu invitato per qualche esibizione, in qualche club. Ma oltre a quello non andò. Prima di ritornare in Italia fece un lungo viaggio attraversando gli Stati Uniti da Est ad Ovest. Si fermò per qualche mese a Los Angeles lavorando in un supermercato. Due anni dopo ritornò in Italia, dove iniziò a dare lezioni private di chitarra e banjo, ma il mestiere non fruttava. Nel frattempo anche il padre era morto, lasciandogli in eredità la sua vecchia casa. Vendette la sua casa paterna e con i soldi del guadagno, più un mutuo, decise di comprarsi quell’albergo sull’isola di Vulcano. Era da sei anni che possedeva quell’albergo e da allora non aveva più lasciato l’isola.
     Dopo aver cenato, la sera ci recammo in giardino. Mi lasciò li per qualche istante, poi ritornò, aveva in mano una chitarra acustica. Mi disse: “è lei, è proprio la stessa chitarra”. Suonò la sua cover di “Romance in Durango”, dopo l’esibizione, rimanemmo in giardino a scolarci un’altra bottiglia. Con noi avevamo la compagnia del rum e di quella cara amica che il profeta Dylan definì “la regina Maria“ (Queen Mary). Fu una serata straordinaria. Ed anche gli altri cinque giorni a seguire, furono straordinari, negli altri giorni, Andrea non parlò più della sua esperienza con Dylan, ci divertivamo a raccontarci fatti e persone conosciute. Furono dei giorni sensazionali. In fine non volle esser pagato per il soggiorno, e non volle nemmeno che io pagassi le ragazze che nelle sere precedenti mi avevano aiutato a riscaldare il letto.
     Partii. Il traghetto si staccò dal molo. Lasciavo alle mie spalle Andrea, in arte Andrei Paris, lasciavo quella vita, lasciavo quella persona, che per un momento aveva visto una luce abbagliare il proprio cammino. E’ difficile ammetterlo, ma spesso si finisce con l’essere impotenti con noi stessi, finiamo per essere gente priva di dinamismo. E quasi come per magia, arriviamo in un pomeriggio di metà settembre e ci rendiamo conto che i nostri anni sono volati via, consapevoli che forse avremmo potuto fare di più, avremmo potuto tirare al massimo il nostro amplificatore, e invece, invece ci siamo accontentati di poco, ci siamo accontentati di conoscere dei diseredati, che con parole semplici e prive di presunzione ci hanno mostrato una strada. Ed è proprio in queste giornate di fittizia consapevolezza, ci troviamo più che mai a bussare alle porte del paradiso, cercando un briciolo di giustizia, cercando un riconoscimento alle nostre azioni, cercando quel qualcosa che non c’è concesso. Ma il perché di tutto ciò non ci spetta, sarebbe come sapere la vera distinzione che c’è tra sacro e profano, tra realtà e immaginazione, tra vita e sogno, sarebbe come sapere il perché di tutto quest’orrore contenuto in tutta questa bellezza.