
C’è chi dice che nel varesotto si respira l’aria
della frontiera americana, c’è chi dice invece che loro sono più
americani degli americani, certo è che hanno energia da vendere.
Davide Buffoli & The Habladors sono un’altra scoperta importante nel
panorama roots italiano, hanno talento da vendere ma soprattutto si sbattono
come pochi per suonare fuckin’ loud. Ringrazio, anche a nome di Michele
Murino, Davide Buffoli che ci ha concesso questa intervista.
Salvatore Esposito
L’INTERVISTA
Ci puoi raccontare la tua folgorazione sulla via del rock? Com'è avvenuta e quali erano i tuoi sogni di rock n' roll tanto per citare uno che rocker lo è sempre meno?
Alcune folgorazioni credo non si possano spiegare a parole, credo che nel mio caso l’innamoramento per il rock’n’roll doveva arrivare e basta, è un po’ come quando cresci e ti ritrovi con più barba, meno capelli e un po’ di pancetta, succede e basta! Sicuramente tutti i vinili che mio padre suonava sul piatto quando ero bambino mi hanno influenzato inconsciamente, anche lui è un grande appassionato di buona musica e mi ha cresciuto a pane, Byrds e Rolling Stones. Spesso mi raccontano di quando mi addormentavano dondolandomi e facendomi ascoltare lo splendido disco di Ry Cooder intitolato “Jazz”. La scelta poi di vivere la musica in prima persona è arrivata verso i 14 anni, ho visto un video dei Black Crowes in tv e quelle telecaster fascinosamente ammaccate, quel look seventies ma soprattutto quelle melodie cariche di soul e profondamente “vere” hanno reso tutto il resto relativo…
Hai suonato con una band importantissima della scena roots italiana ovvero con gli Apple Pirates, cosa ti è rimasto di quell'esperienza?
Ho suonato in diverse band prima che la mia strada si incrociasse con quella degli Apple Pirates e ho affrontato esperienze sicuramente utili per la mia crescita professionale ma non sempre positive o costruttive. Con loro è stato molto più facile, per una volta non ho dovuto sostenere esami o provini e quando mi hanno contattato e chiesto di entrare a far parte della band già mi conoscevano e mi stimavano molto come musicista. E’ stata un’esperienza gratificante sia dal punto di vista musicale che da quello umano, sono delle persone squisite e mi hanno sempre fatto sentire a mio agio, inoltre suonare con loro mi ha dato la possibilità di conoscere tanti musicisti americani con i quali ho anche condiviso più volte le assi del palco, gente dello spessore di Elliott Murphy ad esempio…
Parlando sempre di Bertocchini e soci, sei presente con la tua chitarra nel recente disco di Lorenzo. Qual è il tuo rapporto con lui?
Sono onorato di aver partecipato al disco solista di Lorenzo,
ci ha messo del tempo per portarlo a termine ma alla fine ha concepito
un gran bel disco, sicuramente più maturo e con un suono più
“americano” del disco con gli Apple Pirates. Partecipo a tre canzoni, per
la cronaca la mia chitarra la trovate in “And We Drove”, “House Of Models”
e “Tomorrow” , nel corso degli anni inoltre ho anche effettuato altre sessions
in studio per lui, canzoni che poi ha utilizzato per varie compilations…
Ultimamente ho collaborato con lui ma in situazioni live, ci sentiamo
un po’ meno da quando ho formato la mia band, gli Habladors, ed i nostri
percorsi musicali hanno preso vie differenti ma siamo rimasti molto amici
e collaboreremo quando capiterà anche in futuro, credo che anche
Lorenzo sia del mio stesso parere…
Veniamo al tuo disco solista Screamin' Like A Child da dove è nata l'esigenza di non essere un semplice chitarrista ma un songwriter rock?
La chitarra è stata ed è tutt’ora il mio strumento principale,
ho iniziato a suonarla cercando di carpire ogni piccolo trucco e ogni piccola
sfumatura, ascoltando ed osservando sia i grandi della sei corde, sia chitarristi
meno noti ma comunque fondamentali per le loro qualità ed il loro
tocco personale, sia chiunque suonasse la chitarra meglio di me e dal quale
potessi trarre un’insegnamento. Suonando assiduamente e con il passare
del tempo l’ascolto più libero, spontaneo ed emozionale della musica
è diventato anche tecnico e la mia attenzione non si è soffermata
più sul singolo strumento (nel mio caso la chitarra) ma su tutte
le strutture e gli arrangiamenti che danno vita ad un brano e che a secondo
della capacità e della musicalità dell’artista lo rendono
più o meno originale. Fondamentalmente è stato questo naturale
evolversi della mia crescità artistica che mi ha portato a comporre,
a scrivere brani e a considerare gli assoli degli strumenti ed i virtuosismi
non come la parte fondamentale di una canzone ma come eventuale ciliegina
sulla torta.
Ricordo che già da piccolo canticchiavo le melodie delle canzoni
e provavo a scrivere dei testi pur non suonando nulla, probabilmente la
chitarra è arrivata in seguito per permettermi di “canticchiare”
ancora, di dire ciò che penso e sento dentro nella maniera più
libera, di suonare il rock’n’roll.
Quali sono gli autori che maggiormente hanno influenzato la tua scrittura?
Sono stato influenzato da tantissimi artisti, non ce n’è uno
in particolare, diciamo che come tutti anche io ho i miei “protetti”; musicisti
che più di altri ti emozionano profondamente, che se anche non li
conosci personalmente per una sorta di magia è come se lo fosse
e per i quali ormai compri i dischi a scatola chiusa perché ti fidi
e ci sei affezionato come ad un’amico di lunga data.
Ascolto musica dalla mattina quando mi alzo alla sera quando vado a
dormire, l’ascolto addirittura anche dopo che torno da una serata dove
ho suonato a volumi sostenuti, è un po’ come la mia camomilla, senza
non prendo sonno!
Credo che le mie canzoni rispecchino un po’ tutti gli artisti dai quali
ho imparato ma solo dal punto di vista strumentale, per quanto riguarda
i testi scrivo e parlo semplicemente delle mie esperienze personali, delle
mie paure, delle mie gioie e di come vedono il mondo i miei occhi, posso
trovare dei punti in comune con quello che scrive un altro musicista e
stimarlo per ciò che pensa, ma lui è lui ed io sono io, siamo
tutte persone “uniche” ed è anche questo che rende affascinante
la musica…
Nel tuo disco sono presenti tre cover ma quella che mi ha maggiormente colpito è la versione rock di Deportee di Woody Guthrie, come mai hai scelto proprio questa canzone? E qual è il tuo rapporto con il mitico padre del folk americano?
Una delle persone che stimo di più e che considero un vero amico
è Chris Di Bartolo, musicista e grande appassionato conoscitore
di american music, è lui che quando avevo appena 15 anni e da poco
tempo suonavo la chitarra mi ha fatto entrare nel suo gruppo "american
traditionals", i Chuck Hobo’s Brothers, band con la quale ho condiviso
il palco per qualche anno suonando tantissimo country, folk, bluegrass
e blues e che mi ha dato modo di apprezzare sempre di più i padri
della canzone d’autore nord americana.
Proponevamo già all’ora la cover di Deportee
di Woody Guthrie ma in una versione più vicina all'originale; quella
che avete potuto ascoltare nel mio disco è nata quasi per caso:
nel giugno del 2001 abbiamo partecipato e vinto ad un festival/concorso
indetto dalla CGIL di Varese per il centenario del sindacato e la clausola
per parteciparvi era di inserire in scaletta un brano che avesse come tema
le lotte sociali e lo sfruttamento del lavoro; Guthrie mi sembrava perfetto
per la situazione e nello stesso tempo inerente alla mia musica così
ho ripreso il brano Deportee e ho cercato con i ragazzi della band di renderla
più rock, più viva e vigorosa, il risultato finale ci è
piaciuto e così è finita dritta nel cd. Non è facile
“scomodare” un personaggio così importante della musica ma spero
di avergli dimostrato il mio affetto e la mia risconoscenza reinterpretando
un suo brano, stimo molto Woody Guthrie, senza di lui tanti musicisti più
attuali che ascolto non avrebbero considerato la chitarra come “un’arma”
che uccide i “potenti” e non avrebbero iniziato a seguirlo nelle sue nobili
proteste.
Tra le tue influenze spesso citi una band poco nota ma assolutamente seminale per il roots rock americano, e parlo dei Gin Blossoms di Valenzuela, di cui nel disco esegui una splendida versione di Cajun Song. Secondo te quanto pensi possa far presa questo stile sul pubblico italiano sempre più orientato verso sonorità pop?
Innanzi tutto grazie per il complimento! Sono contento che la versione
di "Cajun Song" v sia piaciuta, sono onorato e mi viene in mente una curiosità:
conoscevate l’originale?...scherzo dai!!
I Gin Blossoms sono ai primi posti della mia lista dei “protetti”,
hanno segnato un particolare periodo della mia vita, quello dell’adolescenza,
fase che tutti passiamo e dove le “colonne sonore” di ogni momento a mio
parere assumono un significato dalla grandezza immensa.
Sono stata la classica band della quale prendi due copie per ogni disco
che hanno fatto perché una si sta consumando da tanto l’ascolti.
Sono stati secondo me fondamentali negli anni novanta, ma nessuno li ha
considerati veramente perché oscurati dall’ondata del “Seattle Sound”,
quel genere che i giornalisti hanno chiamato <grunge>, hanno riportato
in auge il rock classico dandogli una rinfrescata che in pochi anche negli
anni a seguire hanno saputo dare, i loro due unici lavori “New Miserable
Experience” e “Congratulations I’m Sorry” sono a mio parere due gioielli
dove si miscelano rock’n’roll, folk, cajun, pop e tanta semplicità!
(nel loro caso come sinonimo di perfezione!). Dal vivo con gli Habladors
suono altre loro canzoni e così ho permesso a tante persone di poterli
conoscere, alcuni poi si sono andati addirittura a comprare i loro cd perché
particolarmente affascinati dalla loro musica; credo che non siano famosi
in Italia semplicemente perché le nostre emittenti televisive e
radiofoniche che dovrebbero dare spazio alla musica che è frutto
di passione, quella vera e suonata con gli strumenti, preferiscono seguire
e dare spazio a ciò che fa tendenza.
Decidono loro (e le multinazionali) cosa deve piacere ai giovani; il
forte appeal melodico dei Gin Blossoms a mio parere non passerebbe inosservato
anche qui da noi, il problema è che non c’è educazione musicale
e la musica assume quasi sempre un ruolo marginale nella nostra società.
In italia quando si parla di pop la gente è ammaestrata a pensare
subito alla Pausini o a Ramazzotti o ai Subsonica (!!!).
Consiglio a tutti di comprarsi i dischi che ho citato mentre io starò
qui in trepidazione nell’attesa che esca il loro terzo disco a distanza
di nove anni: dopo il temporaneo scioglimento i Gin Blossoms stanno tornando
alla ribalta per dare l’ennesima lezione di rock’n’roll a tutti! Scusatemi
per questo finale glorioso, ma ci tenevo proprio!
Definisci la tua band gli Habladors come una rock and roots 'n' pop music band, questo significa che alla base del tuo stile una piccola dose di pop c'è sempre?
Il concetto di pop spesso non è molto chiaro, perlomeno questo
è quello che sento in giro quando mi imbatto in un fruitore di musica,
esperto o meno che sia. Quello che io intendo per POP stà per popolare,
quindi dalla mia parte credo sia una cosa più che positiva che la
mia musica arrivi diretta “al popolo”, che sia “easy listening”, che possa
essere di qualità ma contemporaneamente di facile ascolto
e di facile assimilazione per tutti, sono contento che piaccia sia all’appassionato
di mezza età che al giovane adolescente, anzi vi dirò di
più è una delle cose che mi rende più felice.
Le canzoni più belle che sono state scritte nel secolo scorso
hanno tutte delle belle melodie... melodie che ti ricordi dopo il primo
ascolto ma che non ti stancano mai e dopo un sacco di anni le suoni di
nuovo sul piatto e risultano ancora fresche, come se fossero state concepite
e registrate oggi.
Il problema è che i canali d’informazione musicale per i giovani
(non faccio nomi, ma tanto ci si capisce comunque!) danno spazio alla versione
più stupidamente brutta del pop, sento in giro e vedo video di pseudo
musicisti che interpretano “canzoncine&spot” scritte a tavolino per
far presa facilmente nell’orecchio dell’ascoltatore più “ignorante”
o superficiale così da poter vendere un sacco di cd e far guadagnare
la casa discografica, riescono sempre nel loro intento, ma queste cosiddette
hit nascono e muoiono nel giro di un anno o qualche mese perché
prive di spessore e non lasciano dietro di sé che aria fritta, cioè
il nulla.
Quando si parla di pop bisogna saper distinguere quando una canzone
è sincera e quando non lo è, quando un musicista è
vero e quando non lo è.
Stimo molto chi aldilà del genere che mi possa piacere o no,
riesce a scrivere canzoni che hanno delle melodie completamente diverse,
che si distinguono una dall’altra; credo che il talento di un artista lo
si misuri da questo, la musica è composta da armonia e melodia e
chi è bravo a miscelare questi due “elementi” con particolare estro
e genio si eleva dalla media, tutto qui.
Se poi il purista, il critico o il giornalista di turno storcerà
il naso definendolo troppo “pop” e quindi commerciale è libero di
farlo. Alla storia che io mi ricordi sono sempre passate canzoni “orecchiabili”,
così su due piedi mi vengono in mente Bob Dylan e i Beatles, i Creedence…sbaglio
o anche loro sono popolari!?!
Com'è nata la tua avventura con gli Habladors?
L’avventura come artista solista è nata quando ho sentito il
bisogno di scrivere e cantare le mie canzoni, giorno dopo giorno ho maturato
questo desiderio, ma vuoi per la mia età molto giovane, vuoi per
ostacoli esterni, quando avevo 17, 18 anni non sono mai riuscito ad impormi
e così ho continuato a suonare in giro come come chitarrista solista,
tenendo momentaneamente nel cassetto il mio lato compositivo, ma aspettando
il momento giusto per potermi esprimere artisticamente in maniera completa.
Credo che nella vita i fatti e le situazioni si susseguano con una
logica strana, incomprensibile ma altrettanto magica, e nel bene o nel
male ogni passo che si compie è importante, ecco perché essermi
fatto una buona esperienza come side-man (nel corso degli anni ho collaborato
anche con i Groovers e i Chicken Mambo, due tra le più note band
all'interno del panorama roots rock italiano) mi è servita per capire
come si vive, si suona, si gioisce e si soffre stando in una band di rock
e di come ogni ruolo che si ha all’interno di essa sia fondamentale ed
importante, il leader di ogni gruppo ha sicuramente più attenzioni
da parte del pubblico, è colui che ci mette la faccia, ma deve riuscire
a costruire un ottimo rapporto con i musicisti con i quali suona, sono
della convinzione che se non c’è massimo rispetto e feeling tra
le persone che suonano insieme nella stessa band e non si rema nella stessa
direzione le cose funzioneranno sempre per metà e non sarà
mai vero rock’n’roll.
Cerco di apprendere ogni giorno anche tutti questi lati della musica,
è difficile, ma la mia “ricerca” continua e per ora nonostante le
innumerevoli difficoltà che si hanno a suonare rock americano nella
nostra penisoletta e cercando, io come leader, di venire incontro alle
esigenze personali di ogni membro degli Habladors; devo dire che ora come
ora, dopo alcuni problemi ormai risolti, nella band aleggia un’aria molto
positiva e ci si considera amici. Attualmente suonano con me Floriano Botter
alla batteria e Franco Binda al basso, la sezione ritmica che ha registrato
il disco più Alberto “El Tio” Gazzarata alla chitarra ritmica e
ai cori.
La terza cover del disco è un brano di John Mellencamp, di lui noi dylaniani non possiamo non citare sempre le splende cover di Bob che aprirono il mitico concerto tributo del 1992; quanto ti ha influenzato Dylan? Si è trattata di una influenza trasversale arrivata grazie al re del collar rock o diretta?
Entrando nel vostro sito ho letto una frase del grande Tom Petty che
dice: “Bob Dylan influenced absolutely everything” , sono pienamente d’accordo
su questa affermazione, da persona di poche parole che è Petty riesce
a sintetizzare la figura di Bob Dylan come uomo e artista che è
stato e continua ad essere un punto di riferimento non solo per i suoi
colleghi, per gli appassionati, per chiunque nella propria vita crede in
quello che fa senza seguire le mode, la politica, gli interessi, senza
sopraffare il prossimo mantenendo sempre un rispetto e un amore di fondo
per tutto e tutti indistintamente, ma ha influenzato positivamente anche
modi di pensare, di vedere e vivere la vita, lo ha fatto probabilmente
quasi inconsciamente, ma senza alcuna pretesa e con un’umiltà che
oggi è sempre più rara soprattutto per le persone nella sua
posizione.
Il suo talento assoluto e la sua genialità artistica hanno portato
le sue canzoni ad essere considerate come degli “standards”, i suoi testi
sempre attuali, freschi e mai scontati hanno fatto sì che le interpretassero
tutti, innumerevoli artisti di tutti i generi, dal folk, al country, al
blues, al reggae, al rock, all’heavy metal etc. etc., traendone poi in
parecchi casi anche successo.
E’ inevitabile arrivare a lui, personalmente l’ho conosciuto grazie
a mio padre che è sempre stato un suo grande ammiratore e ha sempre
suonato la sua musica in casa fin da quando ero piccolo, la mia passione
per John Mellencamp e lo stesso Tom Petty è nata indipendentemente
dal fatto che conoscessi già Dylan, quando sei alla continua ricerca
di rock americano e buona musica in generale personaggi di questa caratura
non possono passare inosservati e, anche se ognuno di noi può avere
preferenze per uno piuttosto che per un altro, tutti oggettivamente sono
importanti e meritano il massimo rispetto, pensate come sarebbe surreale
e alquanto ridicolo se un’appassionato di musica classica non conoscesse
Mozart o Beethoven!?
Quali i dischi di Bob Dylan che andrebbero assolutamente ricordati?
…Risposta da 1.000.000.000 di €!!!, dire quali siano i dischi più
importanti di zio Zimmy è un’impresa che farà litigare un
bel po’ gli storici, i suoi albums si prestano ad essere letti da mille
punti di vista diversi, ogni lustro c’è sempre chi scopre nuove
sfaccettature, nuovi rimandi, nuove pennellate...
Seduto nel mio angolo posso dirti (per quello che può rappresentare
il mio modestissimo parere) che innanzitutto c’è il poker d’assi
rappresentato da “The Freewheelin’ ”, “The Times They Are A-Changin' ”,
“Bringing It All Back Home” e “Highway 61 Revisited”, quattro capolavori
assoluti!, poi c’è una perla come “Blood On The Tracks”, un album
che più passa il tempo e più si ingigantisce…
Tra le cose più o meno recenti bisogna sicuramente ricordare
“Time Out Of Mind", così oscuro, così denso e limaccioso…
...Ma a me sono piaciuti anche il live “Before The Flood”, “Oh Mercy”
e “Under The Red Sky” (quest’ultimo, forse poco considerato, è un
disco nervoso e cardiologicamente rock)…e poi... e poi importantissimi
tutti i <Live Bootleg Series>, soprattutto “Live 75” con la Rolling
Thunder Revue…
Bob Dylan a sessant'anni è ancora lì che si batte sui palchi di tutto il mondo, tu come ti vedi a sessant'anni?
Dentro di me convivono a fatica tre persone, un ragazzino di 15 anni,
un giovane di 26 e un signore di 60, il primo porta entusiasmo e spensieratezza
ma subito dopo ti rendi conto che stai crescendo e questo non va bene (almeno
così dicono in giro…mah!??), il secondo cerca di farti prendere
coscienza della vita ma lo fai a fatica e spesso con rabbia perché
alla fine vedi che sono più i problemi (che ti fai e che ti creano)
da risolvere che altro e il terzo infine cerca di insegnarti ad invecchiare
con saggezza, ci riescono in pochi ma io ci spero…
Detto questo arrivare a 60 anni come Bob Dylan proprio non mi spiacerebbe!!
Quanto conta per te l'attività dal vivo e qual è il tuo rapporto con il pubblico?
John Mellencamp in un’intervista disse: “…Il rock’n’roll si fa in due,
chi lo suona e chi lo ascolta, se le due parti non collaborano il rock’n’roll
si spegne…”. Porto dentro di me questa frase da quando ho iniziato a suonare
e mi ha insegnato che il pubblico è sempre importante ed è
fondamentale per la buona riuscita di un concerto, non basta solo il musicista
e la sua band, contano tanto le persone che hai di fronte a te mentre suoni,
devi riuscire a far confluire tutti i loro pensieri, riuscire a far sì
che si lascino andare e ti seguano nel viaggio che stai per iniziare, ogni
serata che faccio è diversa e magica e anche se va male cerco di
rapportarmi con loro nella maniera più sincera che conosco, quando
canto e suono mi piace guardare in faccia le persone e scorgere nei loro
occhi l’emozione che stanno provando, positiva o negativa non importa.
E' una sorta di risposta a quello che sto facendo, è la riprova
numero uno che sto suonando rock’n’roll e lo sto facendo più o meno
bene, suonare dal vivo è una linfa vitale, mi dà una forte
spinta per continuare ad andare avanti sulla mia strada e meno lo faccio
più mi rendo conto che è difficile tornare in carreggiata.
Purtroppo In Italia è sempre più arduo trovare spazio
ed è altrettanto un’impresa riuscire a coinvolgere la gente con
questo genere di musica, solo perché è poco conosciuta e
tanti musicisti che vedo in giro riescono nell’intento ma solo buttando
tutto sulla fisicità, gli effetti speciali e gli atteggiamenti;
il look e la cura della scenografia - non lo nego - sono importanti, lo
è sempre stato, ma io preferisco fare mio il pubblico con le mie
canzoni, è la cosa più difficile quando non si è conosciuti,
ma è anche la cosa più gratificante, preferisco che le persone
si ricordino di un mio brano più che della camicetta che avevo su
quella sera…
Cosa c'è oltre la tua "Desert Road", forse una "Betterway"? E' un caso che siano nel disco l'una dietro l'altra?
...forse, è probabile! Mi piace molto questa chiave di lettura sui due brani ma se devo essere sincero non ho pensato alla stessa cosa quando ho deciso la scaletta del disco, non è il cosiddetto “concept album” dove il tema è lo stesso e si sviluppa passando da una canzone all’altra ma trovo piacevole che abbiate trovato una sorta di legame tra le mie canzoni, come già vi dicevo penso che le cose spesso non succedano a caso e adesso che mi ci fate pensare "Desert Road" e "Betterway" che ho inserito in questo ordine per il semplice fatto che le trovavo musicalmente compatibili una davanti all’altra anche in funzione del proseguo del cd si sposano bene anche a livello di “concept”! Le ho scritte tutte e due in un periodo parecchio buio della mia vita, finito il Servizio Civile ho iniziato a lavorare ma le mie prime esperienze sono state davvero sfortunate e mi sono imbattuto in attività poco gratificanti, nonostante ciò ho portato avanti assiduamente la mia attività di musicista ma il mio stato fisico e soprattutto quello psicologico stavano tirando troppo la corda, per fortuna quella sensazione di oppressione che sentivo dentro di me ogni giorno quando mi alzavo dal letto era contrapposta ad una sensazione di positività che solo la musica ti sa dare, una sensazione davvero forte, intensa ma inspiegabile, una sensazione che credo solo gli artisti possano provare. Credo che questa fase della mia vita sia stata molto importante nonostante sia stata difficile, tutte le esperienze ti aiutano a crescere e provare forti emozioni è un ottimo stimolo per scrivere canzoni, positive o negative non conta, credo che se si vive senza fermarsi un attimo a pensare, finendo inconsciamente in un limbo dove la piattezza regna sovrana, dove non ci sono più i sorrisi e non ci sono più i pianti mai nulla di veramente buono nascerà, tanta gente purtroppo al giorno d’oggi vive così, stando bene ma solo all’apparenza e facendoti sentire in ritardo, fuori dal giro. "Desert Road" e "Betterway" sono una dichiarazione di speranza, mettono in mostra la fragilità dell’essere umano ma chiudono una porta al passato e ai brutti momenti cercando di aprirne un’altra per continuare ad andare avanti, in giro è pieno di falsi “duri”, io credo profondamente e ammiro con tutto il cuore le persone che ammettono i propri limiti pagandone spesso le conseguenze sulla propria pelle ma cercando di non arrendersi mai, queste persone per me sono un esempio da seguire e si meritano tutta la mia stima e le mie canzoni…
La tua "Stupid Girl" ha qualcosa in comune con la donna di "Idiot Wind" di Bob Dylan?
Bella domanda! E' una cosa a cui non ho mai pensato…
E' la prima volta che me lo dicono e la cosa mi mette un po’ in soggezione,
certi paragoni e confronti sono…(!?!)…sì! Sono emozionanti, ma anche
pericolosi…
"Idiot Wind" from "Blood On The Tracks", non so esattamente se c’è
qualcosa in comune tra la <mia> "Stupid Girl" e la figura femminile
di "Idiot Wind", da parte mia c’era un’esigenza fisica, un’urgenza fisiologica
e materiale di una presenza che mi distraesse da problematiche e menate
che convivevano con i miei giorni, e una ragazza che non poneva problemi
e domande forse era la risposta giusta in quel momento, forse era la terapia
giusta… La donna di “Idiot Wind” può essere mille altre cose: l’ispirazione,
la visione del colore, il rifugio più mentale che fisico…e se c’è
qualche assonanza tra le due non tocca a me decifrarlo…quello tocca a chi
ascolta i dischi…ad ognuno secondo la propria prospettiva…
Quando hai scritto ed inciso una canzone essa non appartiene più
solo a te, ti restano di sicuro le emozioni che l’hanno scaturita, ma chiunque
troverà in essa particolari sfumature che gli appartengono…le canzoni,
le buone canzoni, hanno questo potere magico, di crescere, di muoversi,
di viaggiare…di appartenere anche a chi le ascolta.
Quanta speranza nasconde "Change of Time"?
Ogni canzone può avere mille sfaccettature, chiunque durante l’ascolto può pensare e sentire ciò che più desidera, c’è chi si ritrova in canzoni cupe perché è quello che cerca e lo fa star bene, c’è invece chi ritrova il sorriso e la pace interiore ascoltando musica più solare e spensierata, la musica è una grande forma d’arte, è semplice, diretta ma ti fa riflettere e pensare, ti mette in discussione e non importa se tu sei il musicista o tu sei l’ascoltatore, le canzoni hanno sempre trattato gli argomenti più disparati, hanno espresso concetti bellissimi e profondi anche se composte da soli tre o quattro versi, "Change Of Time" è semplicemente una canzone che ognuno può far sua, è la speranza di ritrovare una persona amata oppure di ritrovare una passione che ormai si è spenta e forse di questi tempi può essere la speranza di milioni di persone che non vogliono più sentire urla strazianti di dolore e vedere la terra macchiata dal nostro sangue ma che hanno capito che nello sguardo di un bambino c’è tutto ed è da lui che bisogna ripartire per ricostruire pian piano ogni cosa, per far sì che ogni alba sia più splendente di quella del giorno prima.
In conclusione una domanda di rito, quali sono i tuoi progetti per il futuro? A quanto un nuovo disco?
…più che dei progetti io parlerei delle speranze per il futuro!
Di progetti ne ho parecchi ma purtroppo le possibilità per metterli
in pratica sono davvero poche, devo dire con l’amaro in bocca che i soldi
in questo caso farebbero la felicità! Continuare ad autoprodursi
i dischi è una scelta davvero onorevole che ti permette di non scendere
a compromessi artistici ma continuare a lavorare in studio con budget limitati
non ti dà nemmeno la possibilità di registrare con calma
e minuzia ma ti porta quasi sempre ad essere sballottato da uno studio
all’altro in cerca di quell’ora in più per ritoccare un finale,
un suono o un’errore che proprio non ti va giù ma che dovrai tenere
perché non hai tempo di sistemarlo e il tecnico che sta registrando
con te ti abbandonerà perché ha da finire un lavoro più
remunerativo e più commerciale.
Non credo molto a quei gruppi che sbandierano l’autoproduzione come
una scelta da duri e puri, spesso poi scopri che sono pieni di soldi già
di famiglia o hanno le cosiddette “mani in pasta”.
La speranza maggiore è quella di trovare qualcuno che possa
aiutarmi a registrare un disco che non abbia i difetti del primo e suoni
meglio e più compatto ma che mi lasci la libertà artistica,
lo so di chiedere troppo ma parlo solamente di un produttore che ammiri
ciò che faccio e mi aiuti con i suoi consigli e il suo bagaglio
d’esperienza a tirar fuori il meglio dalla mia musica e non a sopprimerla.
Il rischio c’è, soprattutto qui in Italia ed è quello di
cadere nelle mani sbagliate di qualche manager o produttore da quattro
soldi che se ne frega del lato artistico e al quale interessa solo vendere
un prodotto, se poi è un disco o qualche cos’altro la differenza
non conta…
Ho diverse canzoni nuove pronte e altre ancora in fase di crescita
ma nessuna è già stata registrata, non ho una casa discografica
che mi impone e mi detta i tempi, aspetterò il momento giusto per
farlo seguendo semplicemente quella logica strana, incomprensibile ma altrettanto
magica dove nel bene o nel male le situazioni si susseguono portandone
ad altre più o meno positive ma dove ogni passo che si compie è
importante…speriamo!
BIOGRAFIA
DAVIDE BUFFOLI è un bravo e promettente chitarrista e un giovane rock-songwriter della provincia di Varese. Le sue canzoni e il suo mondo musicale si rifanno alla tradizione musicale nord americana: a quel rock che copre la canzone d'autore e impetuosi ideali; blue-collar songs che sanno di cose vere, di polvere e vento, di sogni e speranze, di sentimenti e amicizia, di strade asfaltate e cieli in cui perdersi tra santità e dannazione; ma che non trascurano una visita al castello del dubbio smascherando la tensione, i demoni e le inquietudini della routine transgenica che annega nel disagio del tormento e della passione. Versi e suoni rock che leggono nelle pieghe della vita le piccole cose, dissotterrando la voglia di comunicare il miracolo quotidiano e il desiderio di conquistare il proprio eldorado. Quindi: "il suo rock è musica vera, out of time, musica senza tempo" che và al di là delle mode in essere, ma che ritrova sempre la sua vigorosa attualità. I termini di confronto attitudinali e/o le fonti di ispirazione possiamo spulciarli dalle parti di Ryan Adams, John Mellencamp, Stevie Ray Vaughan, Black Crowes, Jayhawks, Wallflowers, Gram Parsons, Tom Petty, Byrds, Gin Blossoms, Rolling Stones, Allman Brothers e in 1000 altri...La chitarra accende la sua stella polare e in pochissimi anni si conquista sul campo un bagaglio e un esperienza degna di attenzione: comincia giovanissimo a calcare le scene con i Chuck Hobos's Brothers di Chris Di Bartolo, gruppo locale con cui, oltre a propri shows, ha aperto i concerti di BUTCH HANCOCK, del bluesman MAX JOHNS, di STEVE YOUNG, di LUIGI GRECHI e MASSIMO BUBOLA. In seguito entra nell'organico dei GROOVERS per il tour promozionale del cd "September Rain" e successivamente diventa la chitarra solista degli APPLE PIRATES, rock-roots band varesina dall'intensa attività live. Sceglie poi di mettersi in proprio e dà vita a una propria band: the HABLADORS. Nel contempo si esibisce sia come solista che in compagnia d'altri pards e ha così modo di dividere il palco con modelli musicali come TOM RUSSEL, ELLIOTT MURPHY, JONO MANSON, GREG TROOPER, TEDDY MORGAN, DAVIDE Van DE SFROOS, the MOLLYS, the GANG, SARAH PIERCE, GARY HALL, BOB CHILDERS, RUTH GERSON, MIKE BLAKELY, JASON REED, SCOTT LAURENT ecc… Ha partecipato alla registrazione del cd "Rosso Fiaba" del pianista Jazz-New Age Carlo Maria Arosio, alla pre-produzione del cd dei CHICKEN MAMBO "Nuther World" e al tributo a John Mellencamp "to jack and diane" realizzato dal fan club italiano e distribuito unicamente via internet interpretando un'esclusiva versione personalizzata di "Human Wheels" oltre a prendere parte a diverse incisioni in studio per altri musicisti ed è in dirittura d'arrivo il suo cd, un detonante debut album che vedrà la luce nella tarda primavera 2002. Nel giugno 2001, DAVIDE BUFFOLI & HABLADORS, partecipano a "CENTESIMI di ROCK", concorso indetto dalla c.g.i.l. varesina in occasione del centenario e, vincendolo, si classificano al 1° posto sulle tredici band selezionate. Con il suo trio, "the HABLADORS", Davide porta a spasso i suoi rock'n'dreams, giocando con ballads, umori blues, ombre folkie e abrasive scorribande rock'n'roll rootsy e passionali. E' un rock gagliardo e convincente, fatto di pezzi propri e poche selezionate cover di qualità reinterpretate con gusto e con peculiare personalità…...Sia che rivesta il ruolo di leader o del side-man di talento, il suo tocco preciso e morbido gli permette di colorare con poche e sapienti note ogni brano musicale e ha portato la sua chitarra e le sue canzoni sulle assi del palco di locali noti e meno noti tra cui possiamo citare il il "Caffè Teatro"di Verghera, "All'Una e 35 Circa" di Cantù, il "Thunder Road" di Pavia, le "Scimmie" di Milano, "the Wall" di Sesto C., il "Ponderosa Relax" di Lonate Ceppino, "Crazy Horse" di Casorate, "Joe's Café" di Somma L. e 100 altri, i palchi delle piazze milanesi di "Emergency" '99, 2000 e 2001, i concerti e i festivals in terra Svizzera ecc…; riscuotendo ovunque consensi e meritati elogi. Sempre in pista con la sua chitarra e la sua valigia d'appunti, canzoni e sogni da raccontare.
LE PARTECIPAZIONI
THE CHUCK HOBO'S BROTHERS
"8 1/2 AMERICAN SONGS"
Demo Tape 1995/96
The Band
Chris Di Bartolo: vocals, acoustic guitar, harmonica, backing vocals.
Davide Buffoli: vocals, acoustic & electric guitars, backing vocals.
Jeff Colbertaldo: bouzouky, acoustic & electric guitars.
Massimiliano Varotto: drums.
SIDE A
1) EYE ON THE ROAD (Bob Neuwirth)
2) THIS LAND IS YOUR LAND (Woody Gurthie)
3) MR. JONES (The Mavericks)
4) RUNAWAY TRAIN (Soul Asylum)
5) RUNNING ON FAITH (Jerry Lynn Williams)
6) WILD HORSES (The Rolling Stones)
SIDE B
1) CLOUDS (The Jayhawks)
2) TEQUILA SUNRISE (The Eagles)
3) THAT WAS ME (Todd Snider)
4) LAWDY MISS CLAWDY (Elvis Presley, Live)
5) SOMETHING ABOUT YOU (Kevin Welch, Live)
6) ALBERTA (Huddie Ledbetter, Live)
7) RUNNING ON FAITH (Jerry Lynn Williams, Live)
Produced by "The Chuck Hobo's Brothers"
Mixed by Davide Buffoli, except "Eye on the Road", mixed by Davide
Buffoli and Carlo Maria Arosio.
CARLO MARIA AROSIO
"ROSSO FIABA"
CD 1996
Davide Buffoli: acoustic & electric guitar on "Soleado", electric guitar on "Gospel" and "Il Cavallino Biondo".
1) MOTHER CHI
2) TAKE AWAY
3) SOLEADO
4) JAZZACCIO
5) GOSPEL
6) IL CAVALLINO BIONDO
7) FARAWAY
8) ROCKACCIO
9) AL PUNGIGLIONE
FABRIZIO POGGI & CHICKEN MAMBO
"ACOUSTIC RECORDINGS"
CD 1998
The Band
Fabrizio Poggi: vocals, harmonica, accordion, acoustic guitar.
Fabrizio "Micio" Fassino: acoustic guitar, backing vocals.
Davide Buffoli: acoustic guitar, backing vocals.
Andrea "Canny" Fossati: acoustic & electric guitar.
Joe Barreca: acoustic bass, all shouts.
with Michele Vittori: tamburino, cabasa.
Max Bernuzzi: violin.
1) UNDER THE SOUTHERN SKY (F. Poggi)
2) BIG EASY BLUES (F. Poggi)
3) WHAT THE COWBOYS SAY (D. McCalister - F. Poggi)
4) LOVE ME ZYDECO (Z. Richard)
5) TE NI NEE NI NU (S. Harpo - F. Poggi)
6) SWEET CAJUN FLOWER (F. Poggi)
7) HEY LOUISIANNE (F. Poggi)
8) INDIAN BABY (F. Poggi)
9) I'M ON THE ROAD AGAIN (F. Poggi)
10) CANZONE DELLE RONDINI (Z. Richard - F. Poggi)
11) GUANTANAMERA (Diaz - Seeger - Orbon - Arguio - Marti)
12) STAND BY ME (Leiber - Stoller)
A TRIBUTE TO JOHN MELLENCAMP
"FROM JACK TO DIANE"
CD 1998
1) PINK HOUSES - Jason Reed
2) LAST CHANCE - Wild Junkers
3) COLORED LIGHT - Blasters
4) HUMAN WHEELS - Davide Buffoli
5) RAIN ON THE SCARECROW - The Asphalt Ballet
6) SMALL TOWN - Jon Cougar Concentration Camp
7) I NEED A LOVER - Pat Benatar
8) COME AGAIN - Mitch Ryder
9) AUTHORITY SONG - Wild Junkers
10) IT ALL COMES TRUE - Lele Cavalli
11) PINK HOUSES - Jimmy Ryser Bonus Track
12) WITHOUT EXPRESSION - Terry Reid
ARTISTI VARESINI
"MUSICA VA"
CD 2002
Davide Buffoli: electric guitar on "Nightwalks and Dreams" (Apple Pirates) and "Estate" (Fatima), electric guitar and backing vocals on "Won't Be There" (Apple Pirates).
DAVIDE BUFFOLI & THE HABLADORS
Screamin' like a child'
Attivo sin dal 1996 quando suonava con i Chuck Hobos's Brothers, Davide
Buffoli, al fianco di band come i Groovers e gli Apple Pirates è
riuscito a ritagliarsi i suoi spazi come chitarrista di talento e ora con
i suoi Habladors, è pronto per una brillante carriera solista come
dimostra Screamin' like a child, il suo disco di esordio. Sin dai primi
ascolti ciò che colpisce di questo disco
è la suggestiva ambientazione sonora dei brani che viaggiano
guardando al suono blue collar rock ma allo stesso tempo strizzando l’occhio
al pop. Il lavoro di produzione operato da Davide risulta particolarmente
riuscito e nonostante il peso del progetto gravi tutto sulle sue spalle,
visto che non si occupa solo del canto e delle parti chitarristiche, ma
anche delle corpose iniezioni di hammond e piano e mandolino, è
riuscito a creare un sound compatto e ben amalgamato dove la sua voce,
seppur ancora acerba, di muove con molta agilità. In tutto questo
determinanti sono gli Habladors, Franco Binda (basso) e Floriano Botter
(batteria), che non si limitano al ruolo di comprimari ma anzi forniscono
una sezione ritmica esplosiva capace tanto di scorribande rock al fulmicotone
quando di momenti intimistici di grande qualità. Come ogni disco
d’esordio che si rispetti, anche questo presenta al fianco di riuscite
composizioni orginali alcune cover molto interessanti che lasciano intendere
sin da subito il cammino intrapreso da questo giovane rocker di belle speranze.
Ad aprire il disco troviamo subito due brani eccezionali che idealmente
potrebbero essere l’uno la continuazione dell’altro Desert Song e Betterway.
Se il primo è una scorribanda elettrica e stradaiola con tutti gli
ingredienti del blue collar rock (Significativa in questo senso anche il
primo verso della canzone The car is ready, the road is hot, another rock
band play again…), la seconda è travolgente brano dalle influenze
roots che ci riporta alla mente i migliori episodi dei Gin Blossoms. Seguono
poi due splendide cover, Deportees di Woody Guthrie, completamente rivista
e riarrangiata in una chiave rock n’ roll dal fraseggio strumentale raffinatissimo,
e la tex mex Cajun Song tratta dal repertorio dei Gin Blossom. Stupid Girl,
è ancora a firma Buffoli ed è sicuramente il brano più
riuscito del disco insieme alla title track che la segue di li a poco.
Entrambe gravitano su incisivi arrangiamenti elettro-acustici da cui emergono
testi riusciti in cui fanno capolino istanze poetiche semplici dove emergono
in maniera molto autobiografica le riflessioni, i desideri e le passioni
del giovane rocker italiano. Molto riuscita risulta anche la cover di Love
& Happiness di John Mellencamp che con il suo riff al fulmicotone si
fa quasi preferire all’originale quanto a freschezza nell’arrangiamento.
Sul finale poi troviamo la Change of Time, il brano più intista
del disco che viaggia in bilico tra il folk e il cantautorato urbano. Stando
a quanto presentatoci in questo esordio, è certo che Davide e i
suoi Habladors, avranno ancora molto da dirci in futuro e sono sicuro lo
faranno sempre parlando la lingua del rock n’ roll.
|
TIGHT CONNECTION |