
“Ho seguito il fiume e sono arrivato al mare. Sono stato nel fondo di
un mondo pieno di menzogne
e non ho cercato niente negli occhi di nessuno. A volte il mio fardello
sembra più pesante di quanto possa sopportare. Non è ancora
buio, ma lo sarà presto…”
(Bob Dylan “Not Dark Yet”)
“Le luci dentro al buio sono andate via e l’allegria comprata è già sparita. Il giorno dopo è sempre la malinconia che spezza la Magia di un’altra vita. La forza che ti lega è grande più di te. Non dare più la colpa al mondo o a Lei per la rinuncia triste a quello che non sei. Lo sai cosa vuol dire stare giorni interi a buttar via nel niente soltanto il niente. Fai mille cose, ma sono sempre i tuoi pensieri che scelgono per te, diversamente. Son stanco d’aver detto le cose che dirò, di aver già fatto le cose che farò. Ma è troppo tardi, ormai piangere sulla rinuncia triste a ciò che non fai e che non sei!”
(Francesco Guccini “Canzone della rinuncia triste”)
“…Ma se non fosse per sentirmi vivo, adesso io, nemmeno per tutto
l’oro del mondo, starei gridando!”
(Francesco De Gregori “Chi ruba nei supermercati”)
Nota dell’autore a “Dalla Pasta Asciutta all’Etilometro in Sette
Movimenti” (*)
“Questo è uno dei capitoli della Saga de “La Rivincita del Piano
dei Rossi Lounge # 41”. Immaginifico locale dell’anima e luogo di ristoro
per Angeli Caduti. Vi narrerò qui le vicende e la storia veritiera
e l’ascesa di Ercole Speranza: talentuoso autore locale, che sta tentando
la strada del successo, grazie ai favori della Critica e presto farà
concorrenza perfino a Federico Moccia!
Luoghi e situazioni, se pur veritieri, sono frutto d’immaginazione.
Reale è il disagio per un quotidiano fatto d’ozio, peperoncino e
carne di maiale. E sogni celati in una disillusa e romantica visione del
Cosmo.
Vorrei ringraziare per il prezioso contributo del materiale qui narrato,
Davide “The saint Imbrogno” e soprattutto mio fratello, Francesco Greco,
Agente Segreto della “Federazione Italiana Giovani Agricoltori “ di stanza
cipriota e noto allevatore di Falconi Maltesi.
Buona fortuna ragazzi!
Parte prima “I poeti non vanno al supermarket”
“La voce di una nuova generazione di narratori s’è levata!
Un grido di speranza e libertà!”
(L’Espresso, riferito a “White Lion ’s Hotel” di Ercole “Kitten” Speranza)
“White Lion ’s Hotel è la dimostrazione del grande talento visionario
di questo giovane e audace autore!”
(La Repubblica)

Ambientato nel 2013
“Eccomi qua a narrarvi, mio malgrado, questa vicenda, e le incredibili
scoperte che ne conseguono. E rischio di diventare celebre per gloria riflessa
in uno scudo d’acciaio. Però una cosa che ho sempre avuto, e su
questo i detrattori dovranno convenire, è l’istinto. Ebbi l’intuizione
giusta e lo scrissi pure da qualche parte, che stavano sbagliando e che
non ci trovavamo di fronte all’ennesimo nuovo caso letterario dell’anno.
Ercole “The Kitten” Speranza, (così soprannominato per via d’alcuni
oscuri trascorsi su Isole del Mediterraneo) non era una meteora di passaggio
nel firmamento letterario, bensì un personaggio assai complesso
e stratificato. Uno che aveva letto e studiato con accuratezza le cose
giuste, ma soprattutto e in primo luogo, aveva preso dalla strada, e da
un amaro quotidiano, una sana lezione di pane e realismo, o meglio, nel
suo caso, iperrealismo. Non era il solito Amminchioniti del cazzo, ma molto
di più. Nelle sue liriche risuonava la mistica contemplazione dell’Uomo
e della deriva spirituale del suo tempo. Era stato di sicuro un chitarrista
mancato, le cui movenze erano più simili ad una rock star che ad
un narratore.
Nel corso di un’intervista l’aveva rivelato senza remore. I suoi veri
modelli? Bruce Springsteen, Leonard Cohen, Bob Dylan, Tom Waits, Vasco
Rossi e Gatto Panceri. In particolare il songwriter del Menestrello di
Monza, lo aveva ispirato nella realizzazione del suo secondo acclamato
romanzo “White Lion ’s Hotel”. Insomma gatti, leoni, erano pur sempre felidi,
e poi era un Mondo Selvaggio, come diceva il buon Cat Stevens.
Si presentò alla stampa, accompagnato dalla nota trans Amanda
Lepore, definita da “Cosmopolitan” la transessuale numero uno al mondo.
La Lepore si presentò vestita di poco e niente con un cappello argentato
a forma di piramide. Speranza indossava i suoi feticci di sempre: la camicia
di jeans sdrucita e lurida, che sul letto di morte il suo Mentore, Achille
Barzotti gli aveva donato come portafortuna. Il cappello di panno nero
con tesa ampia ed elegante, gli stivali lucidi con la punta d’acciaio gli
proferivano un passo deciso, eppure quasi comico nel complesso. Ciò
nonostante, in conferenza stampa si presentò completamente strafatto
e con un Biberon contenente whisky, chiedendo a tutti da accendere, ma
senza estrarre alcun ché dalla mano che teneva nel taschino della
camicia.
Al malcapitato addetto stampa che gli chiese: - Mi scusi signor Speranza
ma a cosa le serve un accendino?
- Per accendere i vostri cuori spenti. Fu la sua proverbiale risposta.
Lo spettacolo era iniziato!
La scortesia della Stampa è nota ai più, ma lo stile
di Speranza colpiva nel segno.
- Per i più, compresi i suoi più accaniti fans, lei è
conosciuto col soprannome di Kitten, ossia Micio, oggi il suo lavoro verte
invece sui leoni bianchi: - Cos’è, il micio ha cominciato a ruggire?
- Miiiiaaaooo!!! Fu l’eco della Lepore. Tutti scoppiarono a ridere
e si passò finalmente a domande più sensate. Non c’era altro
da dire, Speranza era un astuto stratega, un ottimo generale in campo.
Signor Speranza, non crede di essere un po’ troppo indulgente… voglio dire… Ehm… Nei confronti dei suoi personaggi. Sono mossi sempre da pietismo e riluttanza verso la vita?
- “I cuori che tremano d’esile carità a buon mercato o di sbrodoloso amor di patata non hanno mai fatto la storia, questo è il punto di White Lion ’s Hotel”. Aveva replicato il Nostro.
Non potevo crederci, riconoscevo quelle parole, ed erano anni che nessuno
citava in modo così corretto Saul Bellow. Aveva colto nel segno,
per un attimo fui rapito dall’emozione. Io che fino a quel giorno avevo
guardato con sospetto al “Fenomeno Speranza” capii che si trattava di un
autentico Genio e cominciai a rivalutarlo, leggendo ogni sua cosa mi capitasse
a tiro. In particolare notavo i suoi messaggi cifrati e lo sforzo di apparire
a tutti i costi come un tipo di persona fuori degli schemi.
Lo stivale d’eastwoodiana memoria, lo stile becero da guappo di periferia:
tutto combaciava perfettamente. Era chiaro. Il suo ideale e disegno di
vita non era poi tanto differente dal mio e dai suoi vent’anni trasudava
un carisma immenso. Era magro come uno spillo, la testa grande e la chioma
fluente, due basettoni di springsteeniana reminiscenza. Aveva una voce
sguaiata, ma profonda, da venditore ambulante di pesce che non abbisogna
d’essere amplificata. L’accento, ovviamente non celato, da buon meridionale
d.o.p.
A mio avviso, dopo aver letto le prime bozze di “White Lion ’s Hotel”,
inviatemi da un mio amico editore per un consulto, avevo sentenziato, celando
un po’ di rabbia e d’invidia: - E’ un’opera che se tradotta in inglese,
farebbe impallidire anche il Bukowski di “Compagni di Sbronze”, ovviamente
nella versione Melanzane & Peperoncino Revisited, anziché rammollito
californiano!?!
Ma, lontano dalla mia scrivania cercavo di avere una certa credibilità
e non potevo mica farmi vedere tenero o peggio emozionato nei confronti
dell’Autore, su cui mi era stato detto, fuori dai gangheri, di scrivere
un pezzo “obiettivo”. Ah, cara vecchia diplomazia, in sostanza avrebbero
cambiato il pezzo, stroncandolo, dato che la Rizzoli s’era, guarda caso,
dimenticata di ungere le ruote della nostra blasonata redazione.
“La coerenza che muore in un orgasmo” (Da Ferreri a Scorsese)
Insomma Speranza era davvero un personaggio atipico, autentica voce
fuori del coro. Non che fosse esente da limiti e difetti. Era un fanatico
superstizioso, vanesio ed egocentrico. Se, ad esempio, era alla guida e
un gatto nero gli sbarrava la strada, era capace di attendere per un’ ora
il transito di un’altra auto. O di cambiare addirittura il percorso. Portava
al collo un ciondolo fatto di pietra dal suo vicino e artigiano Semigio
“il Marchese”, maestro di vita e custode dell’antico codice del “Peperoncino
Albino”: una sorta di Bushido locale. Leggenda voleva che portasse sempre
nella tasca dei suoi jeans neri un talismano. Realizzato con un sacchettino
di velluto blu, contenente sali e le ceneri di una lucertola a due code
che suo nonno aveva catturato e ucciso da giovane. Si riteneva che l’oggetto
in questione possedesse poteri magici e taumaturgici. Era un tipo abbastanza
pittoresco. Appariva un pò naif, con tutti quegli anelli, stivaloni
e cappelli deliranti. Portava, alle volte una piccola pietra intarsiata
attorno al collo, segno di degrado indigente, avrebbe detto lui. Di certo
non il suo, figlio della classe media, ma eroe solitario capace di ergersi
sopra se stesso e al malessere generazionale e generalizzato. Molti avevano
frainteso il suo messaggio, era una canzone di pace e belle speranze, un
sogno inseguito come una chimera. Non aveva nulla da condividere con la
generazione che lo aveva eletto paladino e simbolo d’ogni cosa. Eppure,
c’era un che d’irrisolto, certo era anche un self made man, ma molto di
più. Un’adolescenza inquieta, forse, frequentando cattive compagnie
e bussando alle porte della solitudine e della disperazione. In fondo il
suo è il desiderio d’ogni uomo, dignità, rispetto e affetto.
Capace di urlare la sua rabbia e di elevarsi oltre la strada polverosa
che voleva inghiottirlo per restituire un'altra involontaria parodia, un
nuovo Dean di periferia. In piena epoca Moccia, il suo humus culturale
si faceva strada con prepotenza, seguendo a volte una bianca striscia invitante,
forse, ma non per questo di sicura provenienza. Aveva cominciato scrivendo
liriche su un vecchio quaderno di scuola, vergognandosi come un ladro del
suo sentire, così diverso e così lontano dalla sua realtà
circostante. Poi frequentando gli ambienti alternativi della città
limitrofa, si era fatto conoscere pubblicando i suoi scritti su fanzine
stampate su carta riciclata e addirittura collaborando ad un programma
radiofonico dal titolo “Là dove sorride il bianco pettirosso”
Il boom però era avvenuto con la pubblicazione dei suoi racconti
brevi su Internet. Senza rendersi conto era gia un piccolo fenomeno mediatico.
Arrivò finalmente la casa editrice. Fu la Rizzoli ad accaparrarsi
il giovane di bella Speranza. Ma da subito s’era capito che non era uno
che si faceva fottere senza ottenere nulla in cambio. Non ebbe voce in
capitolo né per il titolo né per la copertina. Venne montato
un finto caso che lo vedeva come giovane autore in erba scoperto per caso,
in realtà lui era tutto tranne che un personaggio costruito a tavolino.
Ma in compenso, per aver interpretato il ruolo di scimmia ammaestrata che
mangia le noccioline a comando, ebbe un lussuoso contratto per sette anni
e quattro romanzi, e, in fin dei conti s’era trattato di subire censure
solo per i primi due lavori. L’Editoria, che ha sete di facili successi,
fatti di finta anima e vuoto spirituale si ritrovò fra le mani un
Autore ostico e che, malgrado loro, aveva veramente qualcosa da dire. In
più Ercole Speranza poteva puntare su un pubblico inebetito dalla
televisione e dalle stronzate pubblicate negli anni, ma non per questo
distratto al passaggio di un vero autore con una voce eccezione e un talento
unico.
Ma chi era davvero Ercole Speranza e cosa stavo facendo io in quel periodo?
Vivevo di bottiglia in bottiglia e di reggicalze e guepiere. Dissoluto
e impavido, ai quei tempi ero giornalista free lance. Dopo la pubblicazione
della mia Intervista Scandalo, dove avevo svelato, non senza polemiche
e remore che De Gregori aveva scritto canzoni per gli ultimi tre dischi
di Bob Dylan ufficiali. Ero diventato una penna piuttosto ricercata e tentavo
disperatamente di trovare un editore interessato ai miei scritti. In realtà
mi sarebbe piaciuto lavorare per il cinema.
Qualche videotape indipendente l’avevo anche girato, ma nulla di ché, né troppo originale né così audace tecnicamente, erano stati accolti bene nei circuiti underground, ricevendo ottime recensioni, ma la cosa non aveva avuto un seguito e pian piano me n’ero anche scordato.
“Pompini in auto risplendono in questa notte tenera”

Io ho sempre ragione anche quando non la voglio, io. Era uno dei motti
di Speranza.
“Come un pompino in uno squallido parcheggio sulla statale 106, denominata
per altre ragioni la strada della Morte”. Questa restava la sua frase più
celebre. Erano state stampate anche delle t-shirt che ritraevano l’autore
in una riproposizione moderna del celebre quadro “American Gothic”di Grant
Wood, con la frase sovra impressa. Pensavo fra me e me e se anche fosse?
Aver simulato l’overdose per sottrarsi al vespaio provocato dalla sua terza
opera. Troppo clamore e scandalo da rotocalco. Non era tipo da lasciarsi
imprigionare in un cliché. Proprio adesso che era sparito nel nulla,
Speranza aveva delle risposte per me, per tutti quelli che volevano essere
lasciati in pace, per chi cercava un vero posto di redenzione e benessere.
Era di sicuro una persona che parlava a sproposito e senza sapere esattamente
le cose, ma non per questo il suo vivere o l’atteggiamento era sbagliato,
tutt’altro. Uno capace di demolire personaggi di spicco della Cultura e
dello Spettacolo, per poi inneggiare a Vittorio Sgarbi, Oliverio Toscani,
Giampiero Mughini, Zucchero o Dennis Cooper, è persona informata
sui fatti, che vede da lontano che stiamo lucidando le maniglie a bordo
del Titanic: stiamo affondando e le scialuppe di salvataggio rimaste imbarcano
solo topi e non uomini! Non a caso, era stato definito il Patrick Murray
della scrittura. Avevo grandemente apprezzato anche uno dei suoi racconti
d’esordio, “Maionese, Caviale & Puzza d’Ascelle ovvero: just like
un insetto che si barcamena in un mare di piscio”, tuttora inedito
al grande pubblico e reperibile solo su un’antologia collettiva “Giovani
Autori Meridionali” del 2010, edito da Rubettino Editore.
Molti lo ritenevano sfuggito alle strette maglie del Successo, e dedito
allo sfruttamento della prostituzione minorile in Thailandia. Io non me
la bevevo, poteva anche essere una macchinazione commerciale! Mi recai
invece nei posti a lui cari, i famosi non luoghi dove aveva ambientato
le sue opere. Catena Costiera, Costa Tirrenica, la sua Asbury Park, là
nel suo covo, col clan degli amici di sempre. S’era rifugiato per sottrarsi
ai clamori e alla pazza folla.
Eccomi a trentacinque anni suonati, ero pronto a dare un qualche senso
alla mia vita. L’avrei trovato e gli avrei chiesto tutto quello che c’era
da sapere, svelato il mistero, risolto il caso, me ne sarei andato per
la mia strada di desolazione e ombre.
Adesso dopo il clamore mediatico del secondo romanzo, poco prima della
presentazione della sua terza opera, mentre molti critici lo attendevano
al banco di prova a fucili spianati, manco avesse realizzato una rapina
ad un furgone portavalori. Speranza era sparito nel nulla. Qualcuno però
era convito che un buon segugio come me l’avrebbe scovato.
Del resto il mio saggio sul suo secondo romanzo e sulle opere inedite,
che ero andato a scovare nella sua cittadina d’adozione, era un ottimo
curriculum per me. Quella notte ero rincasato tardi con una Escort avvenente,
che alle prime luci dell’alba s’era rivestita lasciandomi nel mio dolore
privato.
Il suo secondo romanzo “White Lion ’s Hotel”, racconto malsano ispirato
ad alcune misteriose scritte stradali, iniziava con il bassista dei Camaleonti
che contrabbasso in spalla fa l’autostop sull’autostrada. Da lì
il delirio, e il panico stupore di una narrazione avvincente e calata agli
inferi, fino al posto ristoro del Lion ’s Hotel, dove a quelli come noi,
diceva l’autore non è richiesto bagaglio né documento e dove
un trans con una bottiglia di bourbon può farti saggiare l’infinito
con un fellatio che risplende di madreperlaceo furore!
L’eremo degli imbecilli e degli sconfitti, il rifugio del guerriero
puttaniere, che spende tutta la sua paga in alcool e donnine.
Il brano che più mi aveva colpito era il seguente:
“C’è un mondo dentro il mio mondo che non riesco a svelare. Un
universo fatto di pezzi di carne e nervi, è una camicia sbrindellata
come un brano del ’78. Sangue sul parabrezza & lirico stupore: ancestrale
orrore! C’è un sogno dentro al mio mondo fatto di lardose cosce,
lingue felpate, sudore, acqua gassata e pillole del giorno dopo. E ogni
coito perduto o dimenticato risuona in questa notte solitaria al White
Lion ’s Hotel, dove i disperati incancreniti come me piangono la loro amata.
E’ una sinfonia di disperazione, che come gocce sul mio impermeabile mi
fanno compagnia. Ogni cosa rimane in superficie e come una supposta d’eroina
brucia e tende a risalire. Un colpo sordo invade la mia meditazione. Pallottole
argentate sono questi ricordi, un passato ingombrante e un presente da
decifrare, piccola pompa di saturazione inadatta a versare il mio sconforto
nel differenziale scomparto del mio umore.
Ma non c’è più la magia né l’innocenza, soltanto
due fessure socchiuse che gli altri chiamano occhi. Ho camminato errabondo
e inquieto fino a ritrovare le mie domande di sempre massacrate dalla realtà,
e le risposte che so di non avere, ma siccome sono uno sciocco le lascerò
cercare agli altri per me. Adagiato in questo mio giaciglio, asilo perpetuo,
sempre più fragrante d’ineffabile Vittoriosa Sconfitta.
Mi vedo bambino e adulto, saggio e innocente, ribelle che veste panni
reazionari, tendendo la mano in segno di ricompensa… Sto per tornare sulla
strada, sto per bussare a qualche porta, a chiedere un fallimentare aiuto,
a tutti i compagni perduti o abbandonati, finchè altri stracci copriranno
le mie pudiche miserie…”
Ragazzi che bomba! La sua opera d’esordio doveva intitolarsi “I poeti
non vanno al supermarket”. Un titolo suggestivo, ma ritenuto un po’ troppo
polemico, dato che la distribuzione prevedeva di destinare molte copie
proprio nei centri commerciali ed ipermercati.
E poi, “Elmetti per farfalle in un mistico giardino”, nonostante qualche leziosità barocca di troppo e un po’ ingenuità, non era mal orchestrato. L’inizio, in particolare era una vera e propria doccia ghiacciata in una notte d’inverno. Dovendo parlare di realismo e di opera sincera e innocente, questa era il romanzo più vero e “sentito” degli ultimi dieci anni. Dopo i primi tre capitoli s’intuiva che qualcosa girava un po’ a vuoto, che gli ingranaggi andavano meglio rodati, ma l’inizio era arte allo stato puro. Le aveva scritte una mano calda e famelica, con una mente lucida da killer professionista:
“Erminio era un nostalgico e inadeguato ventiseienne, che osservava
la vita ma non altrettanto era capace di proporsi e di viverla fino in
fondo, il tipico esponente di una generazione con tutto da perder e nulla
da guadagnare. Ancora un altro che viveva col freno a mano dei sentimenti
sollevato. Ma si può essere nostalgici a ventisei anni? Erano tutte
cazzate, paure di vivere fino in fondo la propria paranoia esistenziale.
Idealisticamente lo stupore si impossessava di lui, ma faceva fatica ad
emergere dalla buia caverna rischiarata con un lumino da cimitero! Se solo
avesse avuto un minimo di spina dorsale e autostima si sarebbe scopato
la cameriera della pizzeria, dove stancamente arrancava con la sua ragazza
per prendere due pizze d’asporto. Anziché scoparsi con foga la sua
scialba compagna. Se la scopava alla pecorina, con la pizza ancora sullo
stomaco, ma il volto della cameriera stampato in faccia, con quegli occhi
sottili e pungenti da insetto. Sembrava una giovane ape regina, in attesa
del maschio sacrificale. Scopava mentre ascoltava a ripetizione “Don ’t
think twice it ’s all right” di Bob Dylan, nella versione suadente e reaggeggiante
di Budokan, ironico sberleffo. Lui si vedeva così, amava la sua
lucida e compiaciuta follia, nel bagliore di cento candele accese, ognuna
per un attimo di dolore, ognuna per se stesso. Un patetico sconfitto che
sente di poter ancora dire qualcosa, capace di lottare e di espiare un
granello di muco macchiato di sangue che svolazza sopra le sue visioni.
Silenzio, lattine vuote di coca cola e rum, lacrime zuccherate. Tutto sbiadito
e scaduto, le anime danzanti cavalcano l’orizzonte caloroso, sfortunato
eppure vivo, sognante. Un volo silente, un passo alla volta, il cammino
di un piccolo soldato ferito. Chaos e disperazione, Erminio era un vero
fetente, non era in grado di risollevarsi, “come on rise up”, si, col cazzo!
Ma neppure disposto a cedere le armi per la resa finale. Natura maestosa
e silente, quanto siamo insignificanti, pensava fra se. Tornava con la
mente alle sue travagliate storie di sesso, pioggia e calze a rete, pane
adolescenziale perduto. Lei, Antonella, annoiata non troppo, un bel culo
prigioniero di un fisico qualunque e di un’avversione per le gonne, eppure
adatte ad esaltare le sue prorompenti curve. Lei, vis(i)one romantica dentro
un carattere non proprio delineato, grandi aspettative tradotte in apatia
e qualunquismo. Stato d’animo imperante alle periferie del mondo, dove
le novità sospinte da frivoli venti di Libeccio, giungono a spezzare
le monotone esistenze di provincia. Non esattamente cittadini di serie
B, ma vittime di un sogno oscuro e profondo di rivalsa. E Antonella scappa
via nelle sue scarpe da ballerina, che si ostina a calzare, nonostante
un fisico non proprio slanciato. Resterà in fondo alla strada delle
otto automobili uno scudo frantumato, un elmetto scheggiato. Un’altra pacifica
farfalla è caduta stanotte, ma chi piangerà la sua fine?
Chi narrerà le sue gesta?
Rosario, forse, ex calciatore, ex golden boy, ed ex latin lover: si
appresta con buone probabilità a diventare anche un ex vivo, mentre
il suo cervello lo è gia da un pezzo; cieli a sud poveri di stelle
e d’ingaggi milionari…
Quando ho realizzato il mio primo sopralluogo nella sua città
d’adozione, nella radio dove aveva lavorato per quindici mesi trovai un
poster con un testo, recitava così:
Tentativo di scrittura della versione italiana di “Not Dark Yet” e “Seppellitemi Scalzo”, tratto dalla frammentaria antologia “La Rivincita del Piano dei Rossi Lounge # 41”
Son cadute le ombre sul tuo buon umore. Qui non posso restare,
c’ ho la mente altrove. Stringo i miei pensieri fra le tue cosce e mi sento
come se tutto stesse girando intorno a me. Ho ancora delle cicatrici che
il sole non ha guarito. Sono un figlio del sud, ma poi ho viaggiato
un po’, finchè il mio tempo è diventato la lancetta di un
barometro che oscilla fra la fogna e il mistico giardino della consapevolezza.
Afferro il mio elmetto da farfalla e mi tuffo in una disputa che non mi
appartiene, ma è la vita ed è una tragicomica conseguenza,
vittoriosa sconfitta, disfatta malinconica e sudata. E mi sento come se
mi stessi svuotando, del tuo profumo e del tuo ricordo. Ma non c’è
una vittoria più bella di quella ottenuta perdonando. Sono stato
a Roma e ho visitato la regale Firenze, e c’è ancora luce almeno
per un po’…
Tutto giace alla deriva del mio cuore e del mio seme, in fondo ai miei
pensieri c’è una luce che mai si spegnerà, puoi umiliarla,
soffiarci sopra o succhiarla via, puoi invocare la pioggia ma lei resterà
accesa. E tutto quello che mi resta (di te), tutto ciò che ho ereditato.
Pulsa il mio motore, muscolo di ferro e cartilagine, umiliato dentro il
lattice e mi muovo come un tricheco zoppo o un leone marino, dentro questa
scatola d’alluminio e di fiammiferi.
Su e giù, destra- sinistra, le cose sono cambiate e non in meglio:
non ancora il buio sgorga sul tuo viso. Cade una lacrima e asciuga la mia
mente, sangue e saliva, si scontrano all’incrocio dei destini.
Hai visto i miei occhi, li hai perduti in uno zaffiro riverbero, e
poi li hai ritrovati in una discarica infestata da Uomini Topo. Ma quello
è il mio ricordo e questo sono io, coglione o antieroe, dove sta
la differenza? Ho sempre odiato i tuoi candidi germogli, gli ho sempre
preferito le tue unghie affilate: coprimi di graffi e insulti e scrosta
i miei pensieri dal nulla che li circonda, e adesso dove sei e con chi?
Io sono sempre più perduto e distante, dalla vita e da me, e contemplo
il mare e afferro solo metafore sparse sul bagnasciuga, che l’onda porta
via come aria d’estate. Si fa pungente il malumore e la compassione che
tento di celare in queste fessure che chiamano occhi. Non ho molto da offrire,
ma l’infanzia che trascino a fatica dietro di me non molla la presa… Sono
un uomo qualunque in un posto qualunque, ma il sangue fluisce in un torrente
di sempiterna conoscenza.
E me ne andrò alla ricerca del mio forziere e della mia Eldorado.
Non un trono di menzogne, non una regale corona, soltanto la verità
più lercia, sapiente vacuità, perché siamo gli alchimisti
della nostra merda”
“L’insolenza aiuta gli audaci”
“Non dobbiamo dimenticare con quanta rapidità le intuizioni di
un Genio diventano carne in scatola per intellettuali”
(Saul Bellow)
Tutto ciò mi riportava con la mente alla mia stagione calda.
Pompini in auto con un’anoressica 35enne, una modella frustrata che non
lavorava gia da diciassette mesi. Poi ci fu uno strano festino esoterico
organizzato da un mio vecchio amico, Luciano, che oltre ad essere un attempato
corsaro della Federazione Agricola, a mia insaputa girò un video
tape. Fui convocato a casa sua dopo tre giorni e sul maxi- schermo campeggiavano
le immagini di un mio amplesso con una ballerina di lap dance, mentre ispirato
dal momento, la stavo montando alla pecorina, dondolando e preso dal trasporto,
con gli occhi chiusi. Si sentiva un brano, che sembrava “Isn 't she lovely”
di Stevie Wonder. Non lo ricordo bene, non sono mai stato un fan del cantautore
afro americano, né più in generale della black music.
Quello era stato un momento d’esaltazione comune. Bruciavo nelle anfetamine
e nell’alcool, la mia estate inquieta trascorsa nell’arduo compito di realizzare
Il Grande Romanzo Pop della Nostra Generazione. Ovviamente il mio tentativo
fu un vero fiasco. Ma stavolta Speranza aveva colpito nel segno, e “White
Lion ’s Hotel”, per quello che ne sapevo, parlava per me. Era la mia voce,
l’inconscio collettivo s’era finalmente destato in noi, generazione senza
artigli e Speranza cavalcava la tigre, nel suo caso era un altro felide,
però…
Quando lessi questo brano piansi a dirotto per due giorni, non avevo
ancora capito cosa mi stesse succedendo, ma un mezzo sentore l’avevo gia…
…”E mi piacerebbe chiedere scusa per il male che ho arrecato, agli altri e a me stesso, per tutte le volte che ho agito con superbia, per l’ozio e la pigrizia, per aver perso la mia umana natura in favore di una tetra bestialità. Per aver disseminato menzogne e sconcerto, per l’accidia che accompagna le mie giornate placide e maestose, rinchiuso in un Eremo di solitudini e presunzioni, di saper capire meglio degli altri, lo stato delle cose. Per essere stato codardo verso i sentimenti, miei e non. Per aver bluffato con la mano sbagliata, per essere ancora vivo dopo la mia calata agli inferi. Per la luce e la pace dei sensi che ho assaporato senza voler dividere con nessuno, per tutte le volte che non ho avuto abbastanza cuore, fegato, cervello, palle, Don Miché a quanto sta oggi il mio fegato al chilo?
Chiedo scusa anche per i torti che ho subito e che subirò, per quando non avrò la forza di reagire, per tutte le volte che sarò colto da audace rassegnazione!
Per tutti i sogni infranti che continuo a trascinarmi come uno zaino
pieno di consapevole ossessione e panico delirio, che rallenta la mia corsa
verso felicità e benessere. Per i consigli che non ho ascoltato,
per le birre che non ho voluto servire, per i Conigli che ho scambiato
per Eroi, per le leggi di Dio, prima infrante e poi invocate, per il Principe
e per il principio universale dell’animo.
Per la Vittoriosa Sconfitta: immane misericordia. Per la lussuria di
un momento, quando sale il mio stupore, gonfio di madreperlaceo furore.
Ma ogni donna è speciale, ogni donna è unica nel tuo
animo, se sai vedere in lei l’ideale innalzamento della tua volontà
e il desiderio d’immortalità.
A volte ci si sente come il colibrì della famosa leggenda africana:
Un giorno in un villaggio scoppiò improvviso e violento un incendio.
Tutti gli uomini scappavano, abbandonando il paese; solo un piccolo colibrì
andava verso il villaggio con una goccia d'acqua in bocca. Gli uomini lo
chiamavano chiedendogli dove andasse e cosa volesse fare; lui rispose:
lo so, è solo una goccia, ma io faccio la mia parte.
Perché poi, quale vita, se vista con un acceleratore temporale
è priva di fascino? Il problema è dover attendere settanta
anni per vivere due settimane da leoni!
Eppure ogni mio istante oggi risulta fondamentale, lacrime e sorrisi,
erezioni e flatulenze, fragranze e rigurgiti, lo sguardo di Antonella,
che nella confusione si avvicina, fino a sfiorarti col suo seno prosperoso;
fatta di candore e follia peccaminosa. Con uno sguardo profondo, cucciola
di leone bianco pronta a leccare l’osso, che te ne vai senza protezione,
nell’attesa che qualche bracconiere colga il tuo ultimo respiro. Ho un
cuore da profeta imprigionato dentro un corpo da vigliacco.”
(“White Lion ’s Hotel”)
“Sono nato qui e qui morirò, contro il mio volere. So che sembra
che mi stia movendo ma sono sempre fermo. Ogni nervo del mio corpo e' così
nudo e intorpidito: non riesco neanche a ricordare da cosa scappavo quando
sono venuto qui. Non si sente neanche il mormorio di una preghiera.
Non e' ancora buio, ma lo sarà presto”
(Bob Dylan “Not Dark Yet”)
“Lei se n’è andata, tagliandomi come fossi un coltello, ciao
bellezza, forse puoi salvarmi. In un attimo arrivo alla strada della Magia.
L’amore è una danza per folli, non è che mi vada molto di
ballare, ma i piedi li ho ancora.
E le ragazze nei loro prendisole, nella luce fredda della sera, mi
passano a fianco”
(Bruce Springsteen “Girls In Their Summer Clothes”)
“Non è ancora esistito un individuo vero, capace di vivere, capace
di morire. Soltanto ammalati, sciocchi e tragici, lugubri e ridicoli, che
a volte hanno persino sperato di arrivare all’ideale per mezzo di un Miracolo,
con la semplice forza del grande desiderio di arrivarci. Ma di solito costringendo
l’intero genere umano a credere in loro con la prepotenza”
(Saul Bellow “Herzog”)
(*) I titoli e i brani qui contenuti, sono opera di Dario Twist of fate, ma d’ispirazione Ercole Speranza, mentore e nume tutelare dell’Autore.
Del 9-10-2007