“Nuvole su un mare di ostacoli e solipsismo”

Recensione ermetica sulla colonna sonora di “I’m not There”

Intro

Mi scuso in anticipo coi lettori per essere prolisso e partigiano, ma la situazione e il tempo lo richiede. E mi scuso anche per la tentazione, di quanti trovano inutili e scontati i dischi di cover. Chi vi scrive non la pensa così e del resto la storia del rock sembra basata anche su riletture magistrali, che a volte annullano l’originale.

Music from the motion picture I’m not there

Ovvero: tutto quello che il film di Haynes non aveva potuto-voluto mostrare. Ritroviamo nella colonna sonora, qualcosa come il sessanta per cento della musica che nella pellicola non abbiamo il piacere o il dispiacere di ascoltare…
Un po’ perche’, chi avrebbe preferito la versione di Memphis blues again di Cat Power, un po’ perche’ di che se ne dica, era pur sempre il film su Dylan e con il benestare di Sua Bobbita’.

Anche qui Dylan fa la sua breve comparsa, (come nel film), con un prezioso inedito, finalmente riesumato da quella monumetale opera che e’ poi Basement Tapes. Ovvio che un fan di Dylan che si rispetti già la conosceva per via della versione reperibile sul quintuplo Genuine Basement Tapes, dove si trovava appunto questo diamante grezzo che e’ I’m not there (1954).
Ma resta comunque questa la sede ufficiale dove possiamo per la prima volta ascoltare il brano, senza sentirci dei pirati sonori. E qualche anziano dotto professore forse preferira’ ancora questa veste da orbo profeta. Non certo io, che timbro il cartellino e controllo ordinazioni da iTunes col mio nuovo Mac… E del resto anche Bob era d’accordo, e allora sia pure “Think Different, baby!”
Giorni di pioggia, giorni dove neppure le sue piccole mani hanno guanti cosi’ belli. Sara’ l’amore o il cielo d’Irlanda a parlare e io solo a trascriverlo? Ma restiamo in tema…

Apre le danza la granitica resa di All along the watchtower ad opera di Eddie Vedder and The Million Dollar Bashers, dietro cui si celano Steve Shelley alla batteria, Tony Garnier al basso, John Medeski all’hammond, Tom Verlaine alla chitarra, Lee Renaldo dei Sonic Youth, (qui alla chitarra e un po’ dove gli pare nel resto del disco, visto che assieme a John Henry e ai Calexico ha prodotto e orchestrato gran parte di questo notevole lavoro… E non e’ stato facile, direbbe Locasciulli…) Smokey Hormel alla chitarra, e Nels Cline alla chitarra…
E’ questa, una versione assai potente, che s’ispira ad Hendrix, ma anche alla rilettura di Dylan & The Band del ’74. Giudizio: buono, per un brano ormai abusato e suonato da chiunque abbia una formazione rock-blues di rispetto, e composta da chitarra elettrica, basso e batteria. Non a caso gli stessi Pearl Jam di Vedder ne avevano realizzato una versione potente ma piu’ grezza.
Deludente e’ a mio avviso la versione di I’m not there dei Sonic Youth, pesante ed inutile, il classico esempio di brano che non andrebbe trattato in nessun modo e bisognerebbe limitarsi alla versione originale. Per la serie nessuno canta Dylan come Bob Dylan. In questo caso vale il motto.

Passiamo ad uno dei carichi da undici di questo grande lavoro: Goin’ to Acapulco ad opera di Jim James & Calexico, una versione davvero notevole del brano e che, a mio avviso, era una delle parti migliori del film di Haynes. Un brano da pelle d’oca, che farebbe sbiancare chiunque ed appropriato elogio funebre.

Da qui l’operazione prende corpo e consistenza, sfilano infatti brani del calibro di Tombstone Blues di Richie Havens, davvero bbluees baby! Uno dei grandi vecchi che sfilano in questa raccolta e che ci fa sentire ancora una volta la sua voce di caverna e liberta’. Esaltante e torrenziale la Ballad of thin man di Stephen Malkmus, asmatica e viscerale, uno dei punti fermi della soundtrack!
Bella e sexy Cat Power nella sua versione soul di Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again, anche se nessuno tocchi quel brano che nella sua versione Blonde on Blonde era un fiume in piena di versi e musica, bel coraggio da felide per la Power: io mi terrei alla larga da una tipa cosi’.
Pressing on eseguita da questo fantomatico John Doe, che ammetto di non aver mai sentito nominare prima, ma che non e’ come molti pensavano uno pseudonimo. Era un altro bel momento della pellicola e riprende con vigore un brano del periodo di Cristiano Rinato. Sua e’ anche I Dreamed I saw St. Augustine, decisamente una buona versione, calda e vibrante nel suo viscoso tessuto sonoro. Grande voce e belle interpretazioni per questo misconosciuto (per me) cantante.

Grandissima la resa di Dark Eyes da parte di Iron & Wine & Calexico, che si concedono forse qualche licenza poetica, ma che entrano a gamba tesa sulla bellezza sinuosa dell’armonia musicale del brano. D’atmosfera lounge. Uno di quei brani che potrebbero risuonare al “White Lion’s Hotel” o in un film di Lynch. Preziosa. Vorrei segnalare i nomi dei musicisti che meritano davvero di essere ricordati: Sam Beam, Brian Deck e Joey Burns.
Scadente e’ Highway 61 Revisited, cantata o martoriata, fate voi, da Karen O. Peccato perche’ la musica aveva un gran tiro e poteva dare ben altre vibrazioni, e non il rifiuto: ragazzi scherziamo coi fanti ma non con brani del genere!
C’e’ poi la versione capolavoro di One more cup of coffee (Valley Below). Definitiva e crepuscolare: mozzafiato. Ci mostra panorami ancora non contaminati dalla mano dell’uomo, a mezza strada fra il Messico e la disperazione. Di una valle desolata: come il cuore di un amante tradito. Roger McGuinn, coadiuvato dai Calexico dimostra di avere ancora qualche buona canzone da reinterpretare e fa suo il brano stravolgendolo e avvolgendolo di musica, emozioni e colori, come e meglio della vita stessa. Questo brano da solo vale l’intera colonna sonora e pur senza detronizzare l’originale dylaniano avrebbe meritato almeno una  breve comparsata nella pellicola.
Mason Jennings si cala con mestiere nella ballata di Hattie Carroll. Con rara maestria, come se non avesse cantato altro per tutta la vita.
So di essere parziale, ma a me e’ piaciuta particolarmente questa resa di Simple twist of fate, e anche se Jeff Tweedy a tratti appare calligrafico e di maniera entra nella malinconia delle liriche e arricchisce il tessuto sonoro con le percussioni e il fiddle. Notevole!
Di Mark Lanegan se ne sono dette tante, in passato, ma a parte una vita votata al nichilismo, la sua Man in the long black coat e’ senz’altro uno dei gioelli che non ti aspetti e che invece ti colpisce al primo ascolto. La voce cerca addirittura il confronto col Maestro e strizza l’occhio a Nick Cave. E nel paragone non sfigura affatto. Coraggio e decadentismo sfiorano l’infinito!

Willie Nelson, il vegliardo, compagno di qualche battaglia assieme a Dylan… e per quanti ricordano la sua grande versione di What was it you wanted, sapranno di cosa il buon Willie è capace. Ma questa Senor (Tales of Yankee Power), impreziosita dall’assolo di Salvador Duran, non e’ da meno e puo’ essere accostato alla versione di Jerry Garcia, per atmosfera e sentimento! Un brano alla Willie Nelson, insomma.
Inusuale e conturbante questa Ring them bells di Sufjan Stevens, di gran lunga superiore alle precedenti cover di Joan Baez e Joe Cocker. Torrenziale e virtuosa nell’arrangiamento, quanto la versione originale era scarna ed eterea, d’impatto ed atmosfera sixties. Vagamente beatlesiana e byrdsiana. Gioiellino! Fedele e ben cantata mi e’ sembrata As I went out one morning di Mira Billotte, segno distintivo di quel grande disco che era poi John Wesley Harding. Suona ancora oggi fresca e vivace, e la sezione ritmica sa di lavoro ben fatto.
Just like a woman di Charlotte Gainsbourg & Calexico. Sussurrato e sensuale il cantato, ancora una volta convincente la veste sonora. Notturna e snella, sensuale come la lingerie della donna dei tuoi sogni!
You ain’t goin’ nowhere di Glen Hansard & Marketa Irglova, pimpante e nervosa come l’originale, convincente e sapida, tutta giocata su chitarra, banjo, basso e armonica. Trascinante e melodiosa.
Can you please crawl out your window? di The Hold Steady, sembra ispirata piu’ alla E Street Band di Bruce Springsteen dei tempi d’oro (73-75) che all’originale dylaniano. Briosa e salutare come una notte d’estate.
Commovente e’ Just Like Tom Thumb's Blues di Ramblin' Jack Elliott, grande dizione e pronuncia da vero pioniere del folk. Avercene oggi, di pezzi ed artisti simili.
Maggie’s Farm di Stephen Malkmus & The Million  Dollar Bashers, e’ sporca e insolente, e con le sue chitarre in libera associazione sembra un piccolo bozzetto astratto sixties. Non sembra neppure eseguita nei nostri tempi, ha un’anima senza tempo e viaggia a velocita’ stratosferica, proprio come il Dylan di  quel tempo.
Moonshiner, una delle cinque produzioni del grande Joe Henry, brano che Dylan aveva interpretato, ma non scritto, e’ qui in una corposa versione strumentale. La voce di Bob Forrest convince. Grande versione.
Eterea e maestosa, la voce di Antony per una definitiva e impavida Knockin’ on heaven’s door. Giustamente inserita sui titoli di coda del film. A volte basta farsi cullare dalla musica e dalla voce di un grande artista. Antony & The Johnsons fa parte di questa schiera. Il classico autore d’atmosfera, per un brano da notte di lacrime e sangue. Unica pecca del brano: dura troppo poco!

Nel suo mezzo secolo di carriera Dylan ha collezionato letteralmente migliaia di cover, e decine di album tributo, ma forse mai un progetto ambizioso come questo: per la qualità dei partecipanti e per qualche bella traduzione, anche, ferma restando l’inegualità delle proposte e qualche scelta equivoca - sono trentatre cover più la Sua Bobbità in persona, quindi qualche pasticcio era inevitabile. Un lavoro che segue la falsa riga di Masked and Anonymous, inclusa la curiosa foto del booklet che ritrae Bob dietro la macchina da presa, ma siamo qui di fronte al grande lavoro che molti speravano fosse il film, mentre le intenzioni di Haynes erano appunto scavare nel labirinto e con uno stile puzzle, eroico o infantile, onirico o di cartone bagnato che scivola in un canale di scolo. Questa abbondante raccolta di reinterpretazioni appare come un formidabile Dylan Songbook capace di illustrare immediatamente l’influenza di his Bobness, anche sulle generazioni di musicisti successive alla sua.
Ci sono trentatre rimaneggiamenti con un comune denominatore di rispetto e coerenza verso il suo Autore. Salvo in rari casi, come la detestabile interpretazione di Highway 61, su tutte. I musicisti coinvolti non hanno voluto mancare di rispetto all’opera musicale originale, senza riuscire a cancellare la propria originalissima impronta sonora. La versione che fanno i Calexico con Jim James di Goin' to Acapulco sembra una canzone dei Calexico a tutti gli effetti.
Sono riletture a volte entusiasmanti, altre volte semplicemente ben confezionate di monumenti musicali che hanno fatto la storia della migliore canzone d’autore. E non parlo solo della canzone americana. Dylan è stato fuori dubbio il più influente autore  pop rock di tutti i tempi. A lui si sono ispirate generazioni e generazioni di cantautori, inclusi i nostri esponenti dei gloriosi anni 70 italiani. Allo stesso modo è emozionante ascoltare le voci più caratteristiche del rock americano più geniale (da Stephen Malkmus dei Pavement fino a Cat Power passando per Antony & The Johnson con menzione speciale per la bellissima versione di One more Cup of Coffee ad opera dei Calexico che guidano col classe e feeling la voce del leggendario Roger McGuinn) misurarsi con quello che è stato indubbiamente il loro massimo ispiratore.

Questo disco non e’ un capolavoro, perche’ oggi non ci sono piu’ capolavori e perche’ sarebbe anche ingiusto mitizzare a dismisura un disco di cover, ma e’ un lavoro bello e variegato, capace di miscelare i classici con i brani minori e lo fa con grande mestiere e passione. Anche se personalemente mi sarebbe piaciuto recuperare, vista l’occasione ghiotta, qualche perla dimenticata come la Blind Willie Mc Tell di The Band o Times they are a-changin di Nina Simone.

Un ringraziamento speciale, da fan di Dylan, va fatto a Lee Ranaldo, Joe Henry, ai Calexico (presenti con cinque brani) e ai Million Dollar Bashers (cinque brani) per averci accompagnato in questa lunga cavalcata sonora. I miei complimenti ragazzi, avete condotto e portato a termine un duro lavoro!

E dato che Bob legge Maggie’s Farm io lo scrivo: cosa ne pensi Bob di portare nel prossimo album in studio qualcuno dei musicisti qui coinvolti, dai Calexico a Joe Henry fino ai Million Dollars?
 

Voto: 9

Ha il suono di mille canzoni e mille profumi diversi shakerati in un solo frullatore di nome Bob Dylan

Brano Migliore: One more cup of coffee ex equo con Goin’ to Acapulco

Brano meglio arrangiato: Dark Eyes e Ring them bells

Brano peggiore: Highway 61

Il brano dell’artista forever young: Senor

Il brano del critico imparziale: Simple Twist of Fate

Il brano del critico alla Vites: Ballad Of Thin Man

Un ringraziamento speciale a Marco Buzzoni e a Jose Leite, per avermi fornito: un pc per scrivere, ascoltare il disco, e per avermi offerto un tetto in questa mia missione irlandese. 


Dario "twist of fate"