Per evitare di cominciare un articolo
su Bob Dylan con le pa-
role «su di lui è già
stato detto tutto», eviteremo qui di scrive-
re un articolo tout court e svieremo il problema
della siste-
mazione critica.
Cerchiamo invece di affrontare Dylan da un
altro punto di vi-
sta: come Herbert von Karajan, Charles Aznavour,
Karlheinz
Stockhausen e i Rolling Stones, Dylan è
un imperatore del
mondo musicale, e più che essere stato
conquistato dai mass-
media è lui che pian piano li ha conquistati.
Al suo nome, co-
me ai nomi citati in precedenza, fa capo un
completo circuito
di mercato di cui il disco è soltanto
uno degli elementi. Perchè
quindi non accettare Bob Dylan per quello
che è, cioè come
uno dei più lucidi e longevi rappresentanti
di un'arte indu-
striale che, se ha dei criteri estetici, mostra
che non sono ri-
conducibili alla verginità dell'ispirazione
o alla mistica del
folk-singer (o del direttore «ispirato»,
che è la stessa cosa).
Quello che invece andrà rimarcato,
esaminando la produzione
di questi artisti, è proprio come essi
siano riusciti a rompere la
tradizionale divisione che vede l'artista
borghese come docile
strumento nelle mani degli insensibili capitalisti.
Dylan e soci
non sono docili. Sono responsabili e coscienti
della loro pro-
duzione e della loro posizione di potere,
ma continuano a re-
stare fatti della cultura, se non altro per
la coerenza che dimo-
strano nel loro stile di produzione. Proviamo
quindi ad esami-
nare Dylan come prodotto, come oggetto, o
meglio come og-
getto multiplo, attraverso le venti e più
facce di sè che ha vo-
luto mostrare nei suoi dischi.
Dylan è irriconducibile ad ogni unità.
Non si può mai preve-
dere come sarà il suo prossimo disco,
e questo è tanto più sin-
golare se si pensa che, viste poi retrospettivamente,
le sue ope-
re offrono una chiarissima continuità
d'ispirazione. Il fatto è
che Dylan ha tagliato i ponti fin dai suoi
primi successi con la
cultura popolare che pure l'aveva nutrito.
Woody Guthrie,
Leadbelly, Violeta Parra, Ewan M c ColI, ma
anche artisti po-
polari italiani, come Ivan Della Mea, hanno
inciso dischi ma
restano autori di canzoni.
Dylan è invece un autore di dischi.
Ogni suo disco ha uno stile
di arrangiamento particolare che non viene
mai ripreso nel
successivo.
E cambia anche la voce: Dylan non ha mai inciso
due dischi
con l'identico timbro di voce; Potrebbe essere
perciò interes-
sante considerare ogni suo album come un opera
compiuta,
che volta per volta affronta, e anche esaurisce,
determinate te-
matiche. Come quadri insomma, magari tutti
diversi, di auto-
ri differenti, ma resi uguali dallo stesso
museo che li ospita, e
che si fa esso stesso opera d'arte, Così
questo articolo non ha
pretese saggistiche: vorrebbe essere solo
un catalogo offerto al
visitatore, un tentativo di indicargli in
poche righe qual è il
puro soggetto della figura che ha sotto gli
occhi in quel mo-
mento. D'altra parte il museo Bob Dylan è
vasto, e tende
sempre più a trasformarsi in supermercato,
in cui ogni pro-
dotto vuole garantirsi in forza della sua
semplice etichetta.
Per questo può non essere inopportuno
qualche consiglio al-
l'acquirente.
|
l) Bob Dylan
CBS 62022, 1961,prodotto da
John Hammond.
Dylan ha vent'anni e vuole apparire un continuatore
fedele
del folk-revival, ma non ci riesce per eccesso.
Nel suo primo
disco interpreta dei classici del repertorio
popolare americano
più due canzoni sue, con un tono rabbioso,
una foga, un esi-
bizionismo affascinanti quanto eccessivi,
e perfino sospetti:
cos'ha questo ragazzo da gridare tanto? Che
torti ha da ven-
dicare? E forse un modo di mascherare sotto
una faccia vaga-
bonda e ribelle una matrice e un'educazione
piccolo-borghesi?
La sua aggressività non è folk,
non è l'ironia e la sofferenza
di Woody Guthrie, il sarcasmo doloroso dei
bluesmen; è l'ag-
gressività di Elvis Presley, del giovane
bianco che grida forte
perchè deve accumulare l'energia necessaria
a vincere la gara
sociale. Molte canzoni trattano della morte.
La morte è il li-
mite invalicabile della cultura giovanile,
il fantasma più diffi-
cile da esorcizzare. Dylan la prende di petto
e la getta da un
lato. Per ora il più forte è
lui.
|
2) The Freewheelin' Bob
Dylan («Bob Dylan a ruota libera»)
CBS 62193, 1962, prodotto da
John Hammond.
È l'album che afferma Dylan in tutto
il mondo. Contiene al-
cune tra le più famose canzoni di protesta
Blowin' in the
Wind, Masters or War, A Hard Rain's A-gonna
Fall). Due
sono i temi fondamentali del disco: la fine
del mondo e la fine
dell'amore.
Se la seconda è solo raramente drammatica,
perchè in effetti è
la fine di un rapporto che si presume sempre
rinnovabile (al
termine di un viaggio c'è sempre la
possibilità di un amore
nuovo, anzi la certezza), la fine del mondo
è ancora vista co-
me qualcosa che dipende dagli «altri»,
dagli adulti; dai padro-
ni, dai potenti. In quanto giovane, Dylan
non si sente mini-
mamente responsabile delle loro malefatte
e li condanna senza
mezzi termini.
L 'atteggiamento di assoluta estraneità
nei confronti del potere
e del mondo adulto è la costante della
cultura giovanile del
tempo. L 'utopismo che è proprio dell'epoca
si convince che le
giovani generazioni salveranno l'umanità.
Ma per farlo do-
vranno prendere il potere, Sarà quando
Dylan capirà questa
contraddizione che rinuncerà all'invettiva.
|
3) The Times They Are A-Changin'
(«I tempi stanno cambiando»)
CBS 62251, 1963, prodotto da
Tom Wilson.
La canzone che dà il titolo al disco
è la più chiara enunciazio-
ne della spavalderia della nuova cultura giovanile.
I tempi
stanno cambiando perchè i giovani crescono
e sfuggono al
controllo degli adulti. Ma della nuova libertà
non sanno anco-
ra che farne.
L 'utopia della nuova società non si
trasforma qui in nessun
programma. Al contrario, dove Dylan riprende
temi sociali e
di denuncia lo fa tornando indietro, raccontando
storie di un
America di minatori, proletari ed emarginati
che è localizzabi-
le temporalmente almeno trent'anni prima.
Il tentativo è quel-
lo di ricuperare la storia dell' America in
chiave alternativa,
come aveva già fatto Woody Guthrie
negli anni '40, e lo di-
mostra With God on Our Side, ma la canzone
si ferma con
un'invocazione che è anche un'interruzione:
«Se Dio è dalla
nostra parte, impedirà la prossima
guerra» (il Vietnam). Il ve-
ro riassunto di tante posizioni inconciliabili
è l'ultimo titolo:
Restless Farewell, inquieto addio. Addio prima
di tutto a se
stessi, alla propria coerenza ormai vista
come impossibile. Co-
mincia il periodo della schizofrenia dylaniana.
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4) Another Side of Bob Dylan
(«Un altro lato di Bob
Dylan»)
CBS 62429, 1964, prodotto da
Tom Wilson.
Un'opera di transizione, il che non significa
che sia meno im-
portante delle altre. Anzi, proprio nel punto
di cerniera tra la
prima e la seconda fase della sua ispirazione
Dylan trova alcu-
ni accenti tra i più drammatici della
sua produzione. «Tutto
quello che voglio fare è esserti amico»
enuncia la prima can-
zone, ed è la riduzione ad un programma
minimo che sia però
esistenzialmente efficace, dopo le illusioni
sul programma
massimo di rinnovamento della società.
Dylan non sente più
di essere opposto ad un mondo, quello degli
adulti, del merca-
to, della società in genere, nel quale
è ormai entrato. Il con-
cetto di responsabilità sociale assume
in lui una vastità cosmi-
ca, che in fondo è anche la giustificazione
della nuova posi-
zione in cui si trova: tutto è legato
a tutto, tutti siamo respon-
sabili di tutto, il bene e il male sono solo
parole, il mondo è
solo caos e sostenere qualcosa di «giusto»
che sia opposto a
qualcosa di «sbagliato» è
una presunzione da vecchi. In My
Back Pages, la sua più lucida canzone
-manifesto, sostiene
che quando lo faceva era molto più
vecchio di quanto non sia
ora. Essere giovani, restare giovani vuoi
dire quindi non pren-
dere più posizione nei confronti della
società, non per opporsi
ad essa ma per costituirne una al suo interno.
È una tematica
che si svilupperà più tardi.
Per ora rimane la libertà, una libertà
impossibile e assoluta,
come sogno degli sconfitti, degli esclusi,
dei prigionieri
(Chimes of Freedom).
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5) Bringing It All Back
Home («Riportare tutto a casa»)
CBS 6215, 1965, prodotto da
Tom Wilson.
A questo punto Dylan si sente abbastanza «maturo»
per af-
frontare il rock. Sembrò un tradimento
e non lo era, anzi era
l'unico sbocco alle contraddizioni del disco
precedente. Stabi-
lito di rinunciare alla critica della società
per vedere se è possi-
bile crearne una al suo interno che sia a
misura di sè e della
sua generazione, Dylan incontra il rock come
codice linguisti-
co già formato ma ancora abbastanza
scoperto da sopportare
qualunque manipolazione: Per questo Dylan
affida al rock
(prima facciata del disco) il compito di esprimere
il suo rifiuto
di prendere posizione pro o contro qualcosa
(Maggie's Farm,
On the Road Again), mentre nella seconda si
fida ancora solo
della chitarra acustica per enunciare le sue
fantasie visionarie.
Ma Mr. Tambourine Man o It's Alright Ma non
sono più
canzoni folk, sono canzoni rock suonate per
sola chitarra, do-
ve le cose sono caos, le cose finiscono e
poi riprendono, la ve-
rità, se c'è, è in Paradiso,
ma le sue porte sono chiuse (Gates
of Eden).
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6) Highway 61 Revisited
(«Ritorno all'autostrada
61»)
CBS BPG 62572, 1965, prodotto
da Bob Johnston.
Attraverso il rock, qui usato in otto canzoni
su nove, Dylan
cerca di fondare una nuova fenomenologia dell'esistenza.
Nessuno può essere sicuro della sua
tradizione, della sua clas-
se, della sua cultura. La ragazza descritta
in Like a Rolling
Stone crolla perchè non ha capito la
nuova realtà, che è il
caos che in ogni momento può sconvolgere
la vita di chiun-
que, come in Ballad of a Thin Man, dove Mr.
Jones non sa
cosa sta accadendo poichè non può
rinunciare ai suoi status-
symbols. Sulle utopie si può solo ridere:
«Dio disse ad Abra-
mo: uccidimi un figlio. Abramo rispose: ma
mi stai prenden-
do in giro?» (Highway 61 Revisited)
e anzi sono proprio gli
aspetti miserabili dell'esistenza che vanno
assunti come luogo
d'osservazione (Desolation Row), ma proprio
per riaffermare
che chiunque vi può cadere e che se
Romeo, Ofelia, Einstein e
Casanova lo abitano, ciò significa
che il «vicolo della desola-
zione» è tutta la realtà.
|
7) Blonde on Blonde
(«Biondo su Biondo»)
CBS 66012, doppio, 1966, prodotto
da Bob Johnston.
E una delle opere più omogenee di Dylan,
perchè tratta di un
unico problema. Come ricostruire dei rapporti
personali dopo
aver constatato che l'unica regola del mondo
è il caos? Rap-
porti personali e non sociali poichè
i primi includono i secondi.
Nulla esiste se non è riconducibile
all'ego, alla soggettività.
Cosi il problema che sembra occupare Dylan
è quello di fare il
punto sull'amore, e sul sesso anche, ma da
Blonde on Blonde
è assente qualunque discorso sulla
coppia. L 'amore di cui qui
si parla è libero, aggressivo, vitalistico,
esplode continuamen-
te verso l'esterno e non ha mai paura di finire,
perchè è inteso
come concetto, come principio di vita, non
è mai storia
d'amore, con un'unica eccezione: Just Iike
a Woman, dove è
la vicenda in sè che porta al sentimento,
al dolore della sepa-
razione. Ma la tensione di Dylan pare essere
quella verso un
amore senza storia e senza vicenda, tale che
in esso si riassu-
ma l'intera totalità delle cose. Per
questo la Sad Eyed Lady of
the Lowlands, la «signora delle vallate
dagli occhi tristi» è
qualunque cosa, ma non è il profeta
che la avrà; bensì l'uomo
che ha «occhi da magazzino», l'uomo
che ha rinunciato a
ogni pretesa di incarnare una scelta definitiva
che escluda da
se stessa l'imprevisto, l'accadere caotico
delle cose. Più che
nel periodo politico, è qui che Dylan
è veramente l'interprete
di una generazione che sta cercando rapporti
nuovi, nuove re-
gole di vita. La sua musica è ormai
libera da preoccupazioni
di «genere», è un rock
fantasioso e barocco, che sarà irripeti-
bile anche a lui stesso, in futuro.
|
8) The Basement Tapes
(«I nastri della cantina»)
con The Band
Columbia CBS C2 33682, doppio,
registrato nel 1967,
pubblicato ne1 1975, prodotto
da Bob Dylan & The Band.
L 'anno di Blonde on Blonde è il momento
di massima mitiz-
zazione del personaggio Dylan che, terrorizzato
dalla respon-
sabilità che i mass-media hanno fatto
gravare sulle sue spalle,
va vicino più volte all'autodistruzione.
Un gravissimo inciden-
te motociclistico lo costringe a ritirarsi
dalle scene. Per un an-
no produrrà canzoni privatamente, e
le pubblicherà solo otto
anni dopo. Un'altra transizione è in
corso. Dylan ha paura
del meccanismo che ha contribuito a mettere
in moto. Quella
disperata libertà, della cui esigenza
si è fatto portavoce, lo spaventa.
Scopre la insopportabilità dell'essere
senza basi, senza sicurez-
ze. Per il momento si libera con il nonsense.
The Basement
Tapes è pieno di divertissement, di
giochi di parole, e nelle
poche canzoni in cui Dylan ritorna alla «serietà»
ricupera toni
epici, una monumentalità di figure
allegoriche che aveva ab-
bandonato dal '64. «Un giorno o l'altro
sarò liberato» dice I
shall be Released, la canzone chiave dell'album.
Liberato da
che cosa?
La liberazione non viene più da se
stessi, dalla rifondazione
della vita quotidiana, dall'amore. Essa deve
venire dall'ester-
no, e in seguito sarà detto che giungerà
come una rivelazione
religiosa.
|
9) John Wesley Harding
CBS S 63252, 1968, prodotto
da Bob Johnston.
Apparentemente non c'è nulla che colleghi
l'album con cui
Dylan ritorna sul mercato con i Basement Tapes,
soprattutto
nella musica, che qui ritorna al vocabolario
del folk, trattato
però con estrema raffinatezza; ma è
solo un cambiamento di
tono, non un salto di tematiche. John Wesley
Harding è I'al-
bum più unitario, più didascalico
e anche più letterario di
Dylan. Lo scenario è la Bibbia trasportata
in un paesaggio
western. Harding è un fuorilegge che
non fa del male agli in-
nocenti, ed è forse Dylan stesso, che
nel corso della storia in-
contrerà l'immagine dell' America,
Sant' Agostino, il Prete
Giuda, il Signore della Terra. Tutti sono
falsi, fanno il con-
trario di quello che predicano, ma non potrebbe
essere che
così, visto che i profeti non possono
esistere. La verità la dice
il ladro al buffone, in quella che mi riservo
di indicare come
la canzone più bella di Bob Dylan,
All A]ong the Watchtower
«Lungo la torre di guardia»):
se è vero che non c'è niente di
vero, non per questo la vita è un gioco.
Bisogna viverla in
fretta, perchè la morte verrà
in fretta. Il grande fantasma,
eluso dal primo disco, è ritornato.
L 'adolescenza è finita di fronte alla
coscienza della morte, e a
questo punto ciò che viene a dire il
«malvagio messaggero»
(The Wicked Messenger) è scontato.
Gli viene detto che piut-
tosto che portare cattive notizie, piuttosto
che venire a dire
che esiste l'inferno, è meglio che
non ne porti affatto e che
taccia. È la dichiarazione di rinuncia.
Dylan non regge più il
peso di quella libertà da lui stesso
teorizzata. Ritorna all'amo-
re, ma questa volta è l'amore tradizionale,
è la coppia e la fa-
miglia, è la celebrazione del sentimentalismo
casalingo e pic-
colo -borghese. I'll Be Your Baby Tonight
«Cara sarò tuo
stanotte») chiude il disco: è
la prima canzone brutta di Bob
Dylan. Intorno a lui scoppiava il '68, ma
Dylan l'aveva già
vissuto due anni prima. Come aveva anticipato
la rivolta (esi-
stenziale, non politica) così ora anticipava
il riflusso.
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10) Nashville Skyline
(«Orizzonte di Nashville»)
CBS S 63601,1969, prodotto da
Bob Johnston.
La regressione della tematica corrisponde a
una regressione
musicale. Dylan era sempre riuscito a superare
il discorso dei
generi in cui si ingabbiavano il rock o il
folk. Ora, per ripren-
dere dal punto di vista più tradizionale
possibile la tematica
della coppia o dell'amore infelice si serve
del vocabolario più
trito e consumato, quello del country &
western.
In Nashville Skyline non è Dylan che
si serve dello stile
country ma lo stile country che si serve di
Dylan. Il risultato è
gradevole ma solo all'interno del genere prescelto,
poichè
qualunque paragone esterno risulterebbe schiacciante.
Tra
tutte le canzoni solo Lay Lady Lay conserva
una carica eroti-
ca che la apparenta a quelle di tre anni prima.
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11) Selfportrait
(«Autoritratto»)
CBS 66250, doppio, 1970, prodotto
da Bob Johnston.
La sottomissione al formulario artefatto dei
generi di consu-
mo giunge al masochismo in Selfportait dove
il titolo stesso
suggerisce un sarcasmo esercitato su se stesso.
La maggior
parte delle canzoni infatti non sono di Dylan,
e vanno dal re-
pertorio folk a vera e propria musica leggera.
Non si riesce a
capire se la sciatteria e il cattivo gusto
di quasi tutti i brani
siano involontari oppure no. Canzoni come
Blue Moon o
Copper Kettle sembrano fatte più che
altro per prendere in gi-
ro l'ascoltatore, ma il gioco, se è
gioco, è troppo insistito e
povero per non diventare stucchevole. Certo
che, a saperlo
prendere, questo è l'album più
divertente di Dylan, ma resta
sempre il sospetto che, in fondo, il sogno
di ogni cantante
rock è ancora quello di esibirsi vicino
a Frank Sinatra.
In questo senso, Selfportrait è un
istruttivo fallimento. Chi ha
accettato di vivere nella società del
rock è condannato a re-
starci. La giovinezza vera o artificiale che
si mantiene al suo
interno appare come lo specchio di Oscar Wilde,
una volta
che voglia proiettare le sue ambizioni all'esterno.
|
12) New Morning
(«Nuovo mattino»)
CBS S 69001. 1970, prodotto
da Bob Johnston.
Forse resosi conto della pochezza in cui era
caduto, Dylan ri-
torna alle tematiche di John Wesley Harding,
ma la mano
non è così felice. Le tematiche
dell'album sono ancora due:
l'amore come universo a due totalmente chiuso.
Meglio se
lontano dalla città, in una campagna
senza tempo, e la libertà
che viene dall'alto, come una rivelazione
religiosa. Agli uomi-
ni non interessa, ma gli angeli la annunciano
(Three Angels).
La conclusione si fa finalmente esplicita.
Un'invocazione al
dio ebraico, a cui non si rivolgono nè
preghiere nè suppliche.
Semplicemente lo si nomina. si accetta la
sua presenza (Father
of Night). Si tenga presente che questo dio
non annuncia nul-
la, non interviene, non è forza operante.
Esso è infinitamente
lontano. infinitamente al di sopra.
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13) More Bob Dylan Greatest
Hits («Altri grandi successi
di Bob Dylan»)
CBS 67239, doppio, 1972.
Antologia con sette brani inediti,
o inediti su LP
Dopo New Morning il periodo di silenzio dura
tre anni. Que-
sta antologia offre alcune nuove esecuzioni
di alcuni
Basement Tapes, la canzone Positively 4th
Street, una delle
migliori del periodo rock, e solo due brani
realmente nuovi
(Watching the River Flow e When I Paint My
Masterpiece),
che comunque dimostrano una convinzione superiore
a quella
dimostrata mediamente nell'ultimo periodo.
Del '72 è sempre
il 45 giri George Jackson, un breve ritorno
alla canzone di
protesta sotto l'emozione dell'assassinio
del leader nero.
|
14) Pat Garrett & Billy
The Kid colonna sonora originale del
film di Sam Peckinpah.
CBS 69042. 1973. Prodotto da
Gordon Carroll.
Il relativismo morale di Peckinpah, il suo
universo dove non
esistono buoni o cattivi perchè tutti,
in fondo, sono «cattivi»
viene assunto da Dylan in quanto gli permette
di riprendere
ancora una volta la sua prediletta teoria
del caos e dell'impos-
sibilità di stabilire norme di comportamento.
Billy The Kid è
come John Wesley Harding: un fuorilegge che
è tale solo per
caso, come è per caso che il suo ex
amico Pat Garrett si trovi
dalla parte della legge e abbia il compito
di ucciderlo. Lo stile
con cui il western viene commentato è
un ritorno alla più sem-
plice ballata acustica, senza però
le svenevolezze di Nashville
Skyline.
|
15) Planet Waves
(«Onde del pianeta»)
con The Band
Asylum Records, 1973
È il ritorno ufficiale di Bob Dylan
con un prodotto compiuto,
ma anche questo apparirà poi come un
album di transizione.
Accanto al tema dell'amore, che lo domina,
si fa strada una
amara riflessione su se stesso. Dirge ( «Canto
funebre») è il se-
guito, a quasi dieci anni di distanza, di
My Back Pages, ma
questa volta la riflessione sul proprio ruolo
sembra non porta-
re a nulla, tranne che al rifiuto di qualsiasi
funzione normati-
va o profetica della propria attività.
Cantare dell'uomo fru-
stato, dello «schiavo in orbita»
per avere un momento di glo-
ria è stata una «sporca vergogna»
che però un senso doveva
averlo se Dylan continua a ripetere a se stesso:
«Mi odio
perchè ti amo, dovrei proprio superare
tutto questo». La ri-
sposta è in altre due canzoni: Forever
Young, una vera e pro-
pria preghiera perchè chi è
giovane resti sempre giovane, ma
con l'aggiunta che il riuscirci dipende da
lui solo, e Wedding
Song, la «canzone di nozze» dedicata
alla moglie, che è il di-
sperato tentativo di riportare nell'amore
a due la tensione vi-
sionaria che era stata del Dylan di dieci
anni prima. Per quan-
to il tipo di rapporto che vi si propone non
esca dai binari tra-
dizionali esso non è angusto come in
Nashville Skyline o New
Morning. Esso ha dimensione tragica, poichè
si propone come
la giustificazione dell'intera esistenza,
di ogni desiderio e di
ogni utopia.
Sarà l'ultima volta in cui Dylan cercherà
di mediare in modo
così bruciante le sue due anime, quella
piccolo -borghese e
quella predicatoria. Non a caso la canzone
è eseguita solo con
chitarra, e chiude il disco, staccandosi dalle
precendenti, incli-
ni ancora alle banalità del «genere»
di canzone d'amore.
|
16) Dylan
CBS 69049, 1973
prodotto da Bob Johnston
È il disco più trascurabile di
Dylan, fatto uscire dalla CBS per
vendicarsi del passaggio dell'artista all'
Asylum, e contiene
pessime registrazioni degli anni '69 -'70,
sul livello di
Selfportrait e anche peggio; registrazioni
che erano state scar-
tate dallo stesso Dylan. Oltretutto nessuna
delle canzoni è
sua. Anche quelle due o tre che avrebbero
potuto risultare in-
teressanti sono rovinate da arrangiamenti
melensi.
|
17) Before The Flood
( «Prima del diluvio»)
con The Band
Asylum Records K 63000 (AB 201),
doppio dal vivo, 1974.
Registrazioni dalla prima tournee di Dylan
effettuata dopo
l'incidente del '66. Nessuna delle canzoni
è inedita, ma il di-
sco è ugualmente interessante per la
carica interpretativa che
Dylan sa ancora dare anche alle sue canzoni
più «storiche».
Tutto il concerto appare come una celebrazione
officiata tra Dylan
e il suo pubblico e l'entusiasmo domina da
tutte e due
le parti. Ormai Dylan ha superato ogni ambiguità
con se stes-
so, ogni preoccupazione, o almeno così
sembra. Before the
Flood lo presenta in una dimensione non più
profetica ma di
perfetta rock star. È proprio la sfrontatezza,
se vogliamo, con
cui Dylan recupera e trasforma tutto il suo
repertorio, esclu-
dendo però le scivolate più
«leggere», che dimostra come di
problemi morali non se ne faccia più.
Ha accettato completa-
mente il suo ruolo, e il professionismo che
sfoggia è spietato.
Le vecchie canzoni, anche le più delicate,
vengono spettacola-
rizzate, i tempi vengono accelerati, al canto
si sostituisce l'ur-
lo, la frenesia strappa -applausi. È
uno dei più impressionanti
esempi di vitalismo esibizionista della storia
del rock.
|
18) Blood On the Tracks
(«Sangue sui binari»)
Columbia CBS PC 33235, 1974,
Art Direction di Ron Coro.
Inaspettato, il ritorno alla CBS e l'abbandono
del violento
rock di Before the Flood. Ma dal '74 Dylan
alternerà il mo-
mento della perfezione formale a quello della
spettacolarizza-
zione, riservando alla prima il disco e alla
seconda il concerto.
E Blood on the Tracks è forse il disco
migliore del Dylan degli
anni '70, o almeno quello più omogeneo.
Il ritorno al ruolo di
rock star gli spezza tutto quel mondo di affetti
solidi e piccolo
-borghesi che si era costruito pazientemente.
E così il tema di Blood on the Tracks
è la fine dell'amore, qui
per la prima volta sentita in termini che
non sono nè vitalisti-
camente sprezzanti nè canzonettisti,
ma come dolorosa quoti-
dianità, come tristezza e solitudine.
L 'ultima utopia di Bob
Dylan, quella di Wedding Song, sembra sul
punto di esaurirsi.
Il rapporto di coppia è un vaso che
fa acqua, non può più
contenere nulla. Il caso, tanto invocato in
precedenza, si pren-
de la sua rivincita nel modo più desolantemente
quotidiano, e
la fine della storia d'amore è solo
«una semplice svolta del de-
stino» (Simple Twist of Fate), proprio
quell'amore che viene
invocato (o meglio, ricordato) ancora una
volta come l'unico
«rifugio dalla tempesta» (Shelter
from the Storm).
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19) Desire («Desiderio»)
CBS Columbia PC 33893, 1975,
prodotto da Don De Vito.
E una delle opere più caotiche e sconcertanti
di Dylan, soprat-
tutto per il suo mescolare il buon gusto e
la piattezza, l'idea
geniale alla banalità. È come
se Dylan volesse riassumere e
giustificare per l'ultima volta tutto se stesso
e tutte le sue ani-
me, davanti al fallimento dell'utopia familiare
che si era con-
cesso. Perciò troviamo accostate Hurricane,
e anche Joey, che
non sono tanto canzoni di protesta quanto
veri e propri ro-
manzi condensati, così come Romance
in Durango è un insop-
portabile fotoromanzo western. Troviamo invocazioni
alla
donna come mistero, come porta del mondo,
in Oh Sister, vi-
cino alla strafottente banalità di
Mozambique. Desire è l'e-
sempio più perfetto del Supermercato
Dylan, e infatti è stato
uno dei suoi più grandi successi. Qui
la sua concezione dell'a-
more continua a rigirarsi su se stessa, ad
accusarsi e assolversi
da sola, in un narcisismo di cui non si può
fare a meno di am-
mirare la sincerità, sincerità
che è perfino disarmata in Sara,
dedicata alla moglie da cui è ormai
separato, ricostruzione
sentimentale e sentimentalistica di un perfetto
menàge piccolo
-borghese: la visionarietà di Wedding
Song è scomparsa: qui
si parla di bambini che giocano sulla spiaggia,
della mamma
che va a far la spesa mentre suonano le campane;
è questo che
è veramente finito.
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20) Hard Rain
(«Fitta pioggia»)
CBS Columbia PC 34349,
1976, dal vivo, prodotto da
Don De Vito e Bob Dylan.
Finita l'ipotesi della riduzione del mondo
al rapporto a due, a
Dylan resta la scena, il suo ruolo di rock
star, nel quale si but-
ta nel corso di lunghissime tournèes.
Da quella del '76, con-
dotta con una specie di corte pazza e imprevedibile
a cui era
stato dato il nome di Rolling Thunder Revue
«Rivista del
tuono rotolante»), è tratto questo
disco, che comunque è usci-
to più che altro per motivi pratici
(impedire il proliferare di
dischi clandestini registrati ai concerti)
e quindi non può certo
essere messo a confronto con Before the Flood.
Dal vivo,
Dylan prosegue la sua opera di spettacolarizzazione
selvaggia
di se stesso, ma qui tutto ha un sapore più
occasionale e non
desta eccessivo interesse.
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21) Street-Legal («Omologato»)
CBS Columbia JC 35453,
1978, prodotto da Don De Vito.
Ancora due temi si affrontano in quest'opera
recente, e sono i
soliti: il caos, l'incomprensibilità
delle cose e l'amore, ma l'ot-
tica sta cambiando. Dylan ripensa ai sedici
anni della sua atti-
vità in termini elusivi, sfuggenti,
pensa alla possibilità di un
«cambio della guardia» (Changing
of the Guards) ma non si
spiega, o non vuole spiegarsi chiaramente.
Solo su una cosa è
chiaro, e cioè che niente è
chiaro, niente può essere detto nè
deciso. No time to think è una testimonianza
di totale impo-
tenza interpretativa: le ideologie e le scelte
possibili si affolla-
no senza ordine e senza gerarchia, e scegliere
è totalmente ar-
bitrario a meno che, come nella vecchia I
shall Re Released, la
verità non venga dall'esterno. Dall'amore
non c'è più da
aspettarsi molto. Da questo punto di vista
Street -Legal è l'al-
bum meno sentimentale di Dylan. L 'amore vi
ha preso una
consistenza tutta prosaica. In Is Your Love
In Vain? Dylan
chiede senza mezzi termini alla donna se sa
cucinare e badare
alla casa, perchè la loro vita sarà
fatta anche di quello. Le
canzoni più generiche, che qui più
che altrove sembrano mes-
se apposta per riempire un album che sarebbe
completo anche
con tre brani in meno, sono anch'esse prive
di drammaticità e
di sentimentalismo: sono delle semplici schermaglie
tra fidan-
zati. Solo in Senor la donna torna a farsi
inquietante, ma non
è la sua presenza bensì la sua
assenza, che rende intollerabile
l'attesa al protagonista, in un luogo che
per lui è straniero.
Dylan sembra così aver completamente
esaurito tutte le sue te-
matiche: finite tutte le utopie, da quelle
sociali a quelle perso-
nali, finita la possibilità di trasformare
l'accettazione del caos
in forza positiva, in rinnovamento vitale.
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22) Live at Budokan
(«Dal vivo al Budokan»)
CBS Sony, 40 Ap 1100 l, doppio,
registrato in Giappone, 1978, prodotto da Don De Vito.
È un altro disco uscito soprattutto
per impedire il diffondersi
dei dischi pirata in occasione delle tournee
del '78, ma la cura
è maggiore che in Rard Rain. Canzoni
vecchie e nuove sono
come al solito riscritte e stravolte, questa
volta con uno spic-
cato gusto della sorpresa, per cui Blowin'
in The Wind diven-
ta una specie di ninna nanna natalizia e Don't
Think Twice
It's All Right è arrangiata a tempo
di reggae. Il Supermercato
Dylan è ammirevole per come sa approntare
le proprie confe-
zioni regalo, e la piacevolezza del risultato
è fuori discussione.
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23) Slow Train Coming
(«Un lento treno arriva»)
CBS Columbia, PC 36120, 1979,
prodotto da Jerry Wextler e Barry Beckett.
È un'opera che segna una nuova svolta,
che può stupire fino a
un certo punto se si considera il punto di
non ritorno a cui
erano giunte le tematiche dylaniane. Così
Slow Train Coming
si propone un po' come un album a tesi, come
lo erano stati
John Wesley Harding e New Morning. Il discorso
riparte dal-
la scelta personale: qualunque cosa si faccia
si servono o Dio
o il diavolo (Gotta serve Somebody). Da questo
a uno sguar-
do angosciato alla società il passo
è breve: «Guarda il petrolio straniero che controlla l' America»
(Slow Train Coming). Non ci
sono vie di scampo; sono già state
sperimentate tutte. Si può
solo ritornare a Dio, ma non al dio ebraico,
lontano e incom-
prensibile, bensì a Gesù Cristo:
«C'è un uomo che è stato cro-
cifisso per te, duemila anni fa», e
quando ci si sveglierà dal le-
targo nel quale dormiamo, bisognerà
rendersi conto di ciò che
ci è rimasto.
Ma il tempo delle lacrime e della morte sarà
finito: Lui ritor-
nerà (When He Returns). Per enunciare
il suo nuovo credo
Dylan ha scelto una musica molto semplice,
quasi scarna, lon-
tana dalla magniloquenza di Desire o Street
-Legal. Slow
Train Coming parla quasi sottovoce: evidentemente
Dylan è
convinto che ormai le profezie non serve più
urlarle. Ma natu-
ralmente dare giudizi conclusivi sarebbe impossibile.
L 'ultima
notizia che ci è giunta di Dylan è
la sua adesione alla setta dei
Jesus Freaks, i fricchettoni di Gesù,
se ci è concessa questa
traduzione. Il suo disperato tentativo di
sopravvivere a se stes-
so, o ai suoi molti se stessi, ha trovato
per ora questa soluzio-
ne. Dylan ha vissuto tutti i sogni americani,
da quello borghe-
se a quello alternativo. Gli sono crollati
tutti, e ora ha trovato
il cristianesimo come «rifugio dalla
tempesta».
Ma chi potrebbe assicurare che non sia anche
questo provvisorio?
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