Da Ciao 2001 n. 26 - 2 Luglio 1978
BOB DYLAN
Il via con Londra!
CIAO 2001 E' STATO INVITATO AL PRIMO CONCERTO LONDINESE DI BOB DYLAN. UNA PROVA ENTUSIASMANTE CHE HA TROVATO UN GRANDE MUSICISTA ACCOMPAGNATO DA UNA SPLENDIDA BAND

Si può dire che la notizia abbia fatto il giro d'Europa in poco meno di un minuto, così come, sempre paradossalmente, sono stati venduti i biglietti di un concerto che aspettavamo da nove anni. Bob Dylan in Inghilterra, per poi proseguire per l'Europa, Italia esclusa, naturalmente. E senza tornare su polemiche inutili, che hanno ormai fatto il loro tempo, tra sospiri e lamentele sotterranee, c'è da dire che per noi i concerti sono un capitolo chiuso (ma non per i nostri musicisti). E' per questo che per vedere Bob Dylan ho dovuto fare le valigie, prendere l'aereo e precipitarmi ad Earl's Court, in una hall che contiene 20.000 persone. Sono arrivata giusto in tempo per vedere la fine delle prove, con annessa vaga prova dei suoni, con Dylan teso e duro, con una band nuova di zecca. In attesa di un passi per il retropalco (sudatissimo), vedo Dylan gironzolare per il palco e decido di chiedergli il permesso di scattare qualche foto.
"Foto" mi dice. "Neanche a parlarne". Ha un volto senza espressione, come al solito, volutamente duro, immobile, quasi volesse dominare se stesso per non lasciarsi indagare dagli altri. "Però puoi farmi due domande"continua. Il cambio non mi pare vantaggioso, anche perchè due domande, magari con una risposta affermativa o negativa, mi paiono decisamente insufficienti, comunque non essendoci alternativa chiedo: "Fa effetto tornare a Londra dopo tutto questo tempo, con gli avvenimenti accaduti e le storie accavallate?".
Dylan: "Londra è stata per me una città importante. E lo sarà ancora oggi che vede in me una nuova persona".
"Una nuova persona in che senso?"
Dylan: "Un nuovo Dylan".
Mi chiedo se il nuovo Dylan sarà migliore di quello passato, ma ha fatto prima a scomparire che a comparire, al suo posto mi risponde Patrick Stansfield, manager del chitarrista.
"Vuoi sapere di questa band? Vuoi che ti dica com'è? Una favola, davvero la migliore band di Bob".
"E della Rolling Thunder Revue?".
"Acqua passata. Non c'è proprio paragone. Questa band è la giusta band".


DAI QUATTORDICI AI TRENTA

Intanto si avvicina l'ora del concerto e la gente comincia ad entrare nella grossa arena coperta. I ragazzi inglesi sono strafelici e si chiedono quanto potrà essere entusiasmante. Ci sono tutte le età: dai ragazzi di tredici-quattordici anni ai trentenni che con Dylan sono cresciuti insieme. E' una enorme festa. E c'è nervosismo da tutte e due le parti: davanti al palco perchè si è aspettato tutto questo tempo per tornare ad ascoltarlo, dietro il palco per l'attesa di suonare.
L'entusiasmo cresce quando le luci iniziano a spegnersi. La band dà il via ai suoni e dopo qualche minuto entra Dylan. Minuto, riccio, con un sorriso in trasparenza, tanto per non renderlo evidente. Indossa pantaloni bianchi e camicia bianca, un gilè nero ed un giubbotto (splendido) di pelle nera, mocassini gialli.
Inizia con brani tratti dal nuovo album "Street Legal".
Il suo comportamento sul palco è spigliato, allegro, condito con cenni, passi di danza, sorrisi, occhiate d'intesa, battute spiritose rivolte al pubblico ("Ora qualche minuto di riposo - ha detto prima dell'intervallo - devo fare un paio di telefonate e poi ci rivediamo").
Insomma un uomo nuovo, un musicista nuovo. E questo è stato evidentissimo nello svolgimento dei brani presentati nel concerto: sia i nuovi che i vecchi godono di una musicalità ritrovata.
E' riuscito a mantenere in concerto per ben due ore di musica, sentimentale oppure violentissima, la chitarra ritmica come tappeto per un materiale che non soffre dello scorrere del tempo, l'armonica per i nostalgici, soffiata dentro con rabbia, quasi senza riprendere fiato, con molto blues nei polmoni, la voglia di dire: "Sono qui come una volta, anche meglio". E tutto il concerto è stato un susseguirsi di emozioni precise con molta energia che rimbalzava tra palco e pubblico, pubblico e musicisti. I ragazzi inglesi hanno ballato e cantato assieme a lui, i giovanissimi come i trentenni, tutti con dei ricordi da salvare ma soprattutto un presente ben delineato che premeva per uscire in superficie. Dylan ha avvertito tutto questo ed ha dato il meglio di se stesso prodigandosi in un concerto che era stato preparato in tutti i suoi particolari, studiato, provato, gli arrangiamenti adatti alla nuova immagine e che, una volta proposto dal vivo, niente aveva del déjà vu, ma anzi sembrava esplodere nella voglia del nuovo.
Sinceramente avevo avuto dei dubbi, inoltre i maligni avevano ventilato l'ipotesi che il tour europeo fosse stato ideato per diminuire le perdite del film "Renaldo and Clara". Non credetegli: Dylan suona  come non ha mai fatto.

Maria Laura G. Giulietti


Dylan ha sempre detestato le interviste. La prova? Quei veri e propri sabotaggi verbali che, tra mille dirottamenti concettuali e travolgenti teatrini dell'assurdo, fanno sprecare inchiostro da oltre dieci anni alla stampa di mezzo mondo. Al guizzo d'istrionica fantasia rare eccezioni, mi pare. In particolar modo, la celebre conversazione fedelmente riportata da Nat Hentoff sulla rivista "Playboy" nel marzo '66 e quella epica "guidata" da Jann Wenner nel novembre '69 per "Rolling Stone" (ambedue figurano sul documentatissimo volume di Craig McGregor "Bob Dylan: A retrospective", Edizioni Picador). Appunti sparsi gettano poi luce obliqua sugli anni più recenti: dalla "rentrée" del '74 con la Band alla Rolling Thunder Revue del '76 e, soprattutto, all'esordio cinematografico con la discussa pellicola "Renaldo & Clara".
Nell'occhio del ciclone creato dal clamore con cui è stato accolto il film (presentato ufficialmente al festival di Cannes), dal fulmineo "tour" nella terra del Sol Levante e dalla "tournée" europea inaugurata a Londra la settimana passata, Dylan ha accettato di "parlare" ancora una volta. Prescelto di turno il giornalista Ron Rosenbaum. Oltre dieci pagine (di cui ovviamente diamo un resoconto parziale) che sono il taccuino più aggiornato ed approfondito del Dylan d'oggi, saldamente calato nel presente ma anche coraggiosamente proiettato nel futuro.


NEW YORK, NEW YORK

D: Una specie di "miraggio" ti portò all'inizio degli anni '60 a New York. Cosa ebbe di così speciale per te quell'epoca?

DYLAN: Credo che fu l'ultima occasione per molti di gravitare a New York. New York aveva attratto migliaia di persone sin dal secolo scorso. Per me era semplicemente fantastica.

D. Perchè l'ultima occasione?

DYLAN: Non credo si sia più ripetuta. New York è morta dopo di allora, verso la metà degli anni '60.

D. Cosa l'ha uccisa?

DYLAN: La comunicazione di massa. Divenne come un grande carnevale. Questo è ciò che provai e me ne andai proprio all'inizio. L'atmosfera mutò: si passò da una grande creatività e da un isolamento ad un'estrema attenzione per il lato spettacolare. La gente leggeva di sè e ci credeva. Non so quando accadde. Forse quando Peter, Paul & Mary ebbero tanto successo. Io ero famoso solo in certi circuiti di New York, Philadelphia e Boston, ed era abbastanza per me. Io sono un testimone oculare di quell'epoca, uno dei pochi sopravissuti. Sai quanto me che molti non ce l'hanno fatta. Non sono vissuti abbastanza per poterne parlare.

D. Perchè credi che non siano riusciti a sopravvivere?

DYLAN: A quell'epoca la gente aveva ancora illusioni e delusioni. I tempi cambiano davvero e, al contempo, non cambiano affatto. I temperamenti erano diversi allora e c'erano cose, ancora in via di sviluppo, che oggi hanno raggiunto una completa maturazione. Allora c'era spazio - nessuna pressione. Avevamo tutto il tempo che volevamo. Non c'erano pressioni perchè nessuno sapeva cosa stava succedendo. Così a Washington Square incontravi gente che conoscevi ed era come un mondo fatto di musica. Sai com'è New York. Potevano esserci venti cose differenti, magari 200 "bands" tutte nello stesso parco: quindici "jug-bands", cinque "bluegrass bands" ed una vecchia, sgangherata "string-band", venti gruppi irlandesi, una "Southern mountain band", "folk-singers" di ogni colore che cantavano "John Henry". C'erano corpi ammucchiati uno all'altro, che facevano qualunque cosa avessero in mente.
Bongos, congas, sassofonisti, vibrafonisti, batteristi d'ogni nazione e nazionalità. Poeti che correvano e deliravano aggrapppati a qualche statua. Sai, queste cose non succedono più, ma questo è quanto accadeva allora. Il mondo della strada.
Era una "cosa" europea che non ha mai veramente preso piede da noi. Questa è la New York che trovai quando vi arrivai negli anni '60.

D. Pensi che possa tornare quel tiipo di "scena"?

DYLAN: Bè, ero lì l'estate scorsa ma non ho avvertito nulla. Ci sono molti r'n'r clubs, jazz clubs, clubs di poesia portoricana, ma, per ciò che riguarda imparare qualcosa di nuovo, imparare ad insegnare... New York è piena di maestri, ovvio, ma è abbastanza deprimente al momento.
 



SUONO DI MERCURIO

D. Vi fu un momento in cui decidesti consapevolmente di lavorare con un gruppo elettrico?

DYLAN: Bè, era inevitabile. Perchè è da lì che cominciai. Non potevo continuare a fare il "folkie" solitario, sai, strimpellando "Blowin' In The Wind" per tre ore ogni sera. Io sento le mie canzoni come parte della musica, di un "background" musicale.

D. Vuoi dire che, quando le senti nella tua testa, non sei lì da solo a strimpellartele?

DYLAN: Bè, no, è solo all'inizio. Ma poi sento sempre altri strumenti e come dovrebbero "suonare". Sono arrivato il più vicino possibile al suono che sento sempre nella mia testa, in alcuni brani di "Blonde On Blonde". Proprio quel sottile suono di mercurio. Oro metallico e luminoso. Quello è il mio suono particolare. Non sono mai riuscito ad ottenerlo. Ho puntato per buona parte su una combinazione di chitarra, armonica ed organo, ma oggi sto esplorando territori che possiedono più percussioni e (pausa) ritmi dell'anima.

D. Anche. I Want You possiede quel tipo di "sound"?

DYLAN: Yeah. Anche altre cose ce l'hanno, come l'album precedente.

D. Highway 61 Revisited?

DYLAN: Yeah, e anche Bringing It All Back Home. Quello è il "sound" che ho sempre sentito. In seguito, le mie canzoni si sono meglio definite, il che non mi ha dato necessariamente più vigore. Il "sound" si è sempre basato su quanto era disponibile all'epoca. Ora devo tornare al suono, al suono che esprimerà tutto attraverso me... Fino ad oggi le mie "sessions" in sala d'incisione sono sempre state realizzate all'ultimo momento. Non faccio un vero uso di tutti i ritrovati tecnologici dello studio. Le mie canzoni sono fatte "live" in studio: sempre state e sempre saranno. Ecco perchè sono vive. Qualunque cosa tu possa dire, sono vive. Sai, quello che fanno Paul Simon, o Rod Stewart, o Crosby, Stillls e Nash - per me un disco non è costruire un monumento. E' solo un disco fatto di canzoni.

D. Per tornare al periodo di transizione in cui passasti dal folk al rock, l'epoca in cui realizzasti Highway 61 Revisited dev'essere stata eccitante.

DYLAN: Quelli "furono" tempi entusiasmanti. Stavamo facendo qualcosa prim'ancora che chiunqlue sapesse che l'avremmo fatto - o che avremmo potuto farlo. Non sapevamo che cosa ne sarebbe venuto fuori. Nessuno a quell'epoca pensò di chiamarlo "folk-rock". C'era della gente interessata, come i Byrds, e ricordo Sonny & Cher e i Turtles e i primi Rascals. Cominciò a dilagare attraverso la radio. Ebbi un paio di successi consecutivi. Questo è quanto sia mai riuscito ad avere consecutivamente. I "Top Ten" erano pieni di quel "sound" - anche i Beatles - ed era eccitante, quei tempi erano eccitanti. Era il suono della strada. Lo è tuttora. Simbolicamente sento quel suono ovunque mi trovi.

D. Senti il suono della strada?

DYLAN: Sai, quell'eterea luce di crepuscolo. E' il suono della strada con raggi di sole, il sole che tramonta ad una certa ora, su un certo tipo di casa. Un certo tipo di gente che cammina su un certo tipo di strada. E' un suono "esterno" che galleggia anche in finestre aperte. Il suono di campane e di treni distanti e di discussioni negli appartamenti ed il tintinnìo dell 'argenteria, dei coltelli, delle forchette, ed il battere con cinghie di cuoio. E' tutto - è tutto lì...

D. E' quello il suono che vuoi?

DYLAN: Yeah, il suono e le parole. Le parole non interferiscono con il suono. Lo punteggiano soltanto. Sai, gli danno uno scopo (pausa). E tutte le idee per le mie canzoni, tutte le influenze, vengono da lì. Non faccio musica per vedere quanto bello può essere il mio sound, o quanto perfetta possa essere la melodia, o quanto perfettamente qualcosa possa essere scritto. Non mi interessano queste cose.


DYLAN ON DYLAN

D. Ti senti più vecchio di quando cantavi "ero così più vecchio allora, sono molto più giovane ora ("My back pages")?

DYLAN: No, non mi sento vecchio. Nient'affatto. Ma sento che certe cose non mi attirano più. Eppure vi soccombevo molto facilmente.

D. Quali?

DYLAN: Semplicemente i vizi quotidiani.

D. Credi d'esser riuscito a "non dover" crescere oppure hai trovato un modo di crescere in maniera del tutto diversa da quella convenzionale?

DYLAN: Non penso davvero in termini di crescere o non crescere. Credo in termini di realizzare se stessi. Non dimenticare, ho fatto ciò che ho fatto sin da piccolo, per cui non so null'altro. Non ho mai dovuto abbandonare il mio impiego per fare questo. Questo è tutto ciò che ho fatto in tutta la mia vita. Per questo non penso in termini economici o di "status" o di ciò che la gente pensa di me in un modo o nell'altro.

D. Credi di avere una missione da compiere e un obbiettivo da raggiungere?

DYLAN: Ovviamente sì.

D. Quali?

DYLAN: Come ha detto Henry Miller, il ruolo dell'artista è di inoculare nel mondo disinganno

D. Per creare rock, un tempo ti schieravi contro il sistema, eri un "desperado". Il calmarsi, il metter su casa, sono nemici del r'n'r?

DYLAN: No, puoi essere un prete e fare del r'n'r.

D. Ma hai bisogno d'essere in qualche modo al di fuori della società, una specie di fuorilegge?

DYLAN: No. Il rock'n'roll forma una "sua" società. Un mondo a sè stante. Come nello sport... ma, come si diceva prima, devi avere fede. Devi avere un obbiettivo. Devi credere di poter sparire attraverso un muro. Senza quella fede, non diventerai un buon cantante rock, o pop, o folk-rock, oppure non diventerai un buon avvocato. O un dottore. Devi sapere perchè fai ciò che stai facendo.

D. Perchè "tu" fai ciò che stai facendo?

DYLAN: (Pausa) Perchè non so far altro. In quello che sto facendo sono abbastanza bravo.

D. Come definiresti "quello che sto facendo"?

DYLAN: Sono un artista. Tento di creare dell'arte.

D. Considerando che diverse tue canzoni recenti parlano d'amore e di "romance" cosa pensi della tendenza avuta da alcuni a dividere la tua opera in periodi? Magari un periodo "politico" ed uno "non-politico"?

DYLAN: Quella gente ha ignorato il fatto inequivocabile che io sono un cantautore. Non posso fare nulla contro ciò che gli altri fanno con le mie canzoni.

D. Ma tu sei stato impegnato politicamente in un certo periodo.

DYLAN: Ho sempre considerato la politica come una parte dell'illusione. Non mi lascio molto coinvolgere dalla politica... Per esempio c'è gente che ha idee precise o che ha studiato tutti i sistemi di governo. Un sacco di queste persone con un "background" di "college" tendeva ad usare tutti per qualunque scopo avesse in mente. E, naturalmente, quelle persone usarono la musica perchè era accessibile. Non ho mai rinunciato ad un ruolo politico perchè non ne ho mai rivestito uno. Sarebbe comico, secondo me, pensare il contrario.

D. Pensi che la gente non debba guardare a certe persone come a dei veri e propri eroi?

DYLAN: No. Quando la gente guarda a certe persone come a degli eroi, essa cerca eroismo in un personaggio immaginario.

D. Forse questo spiega in parte perchè molti ti hanno considerato come quel personaggio immaginario.

DYLAN: Tuttavia non sono così immaginario.

D. Devi capire che la gente ti vede così.

DYLAN: So che era così una volta.

D. Non credi che sia ancora così?

DYLAN: Bè, non ne sono più consapevole.

D. E la tournée del '74? E la Rolling Thunder Revue del '76?

DYLAN: Bè, sì, sai, quando suono, la gente viene. Sono consapevole che non mi hanno dimenticato.

D. Eppure la gente pensa sempre che tu abbia "risposte", no?

DYLAN: No,  sentimi. Se io non fossi Bob Dylan, penserei probabilmente anch'io che Bob Dylan ha un sacco di "risposte".

D. Avresti ragione?

DYLAN: Non credo. Forse avrebbe un sacco di risposte per "sè", ma per me? Forse no, forse sì. Bob Dylan non è un gatto. Non ha nove vite, per cui può fare solo ciò che sa fare. Sai, non mollare per lo sforzo.

D. Potrebbe esistere un tuo ignoto gemello oppure un "doppione" di Bob Dylan?

DYLAN: In qualche posto, su questo pianeta, c'è un mio "doppione" che se ne va in giro. Potrebbe davvero essere così.

D. Nessun messaggio per lui?

DYLAN: L'amore conquisterà ogni cosa. Suppongo.

trascrizione in italiano: Guido Harari


nota: le immagini che corredano l'articolo sono quelle originali del servizio di Ciao 2001


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