
Un ringraziamento particolare a Marco Diamantini dei
Cheap Wine che ci ha concesso questa intervista a nome del suo gruppo.
Abbiamo conosciuto Marco e la sua band ad Urbania durante
la manifestazione "70's Flowers".
Nella giornata dedicata a Bob Dylan, il 13 settembre
2003, i Cheap Wine si sono esibiti sul palco del teatro Bramante ed hanno
eseguito sei brani di Bob Dylan, pescando soprattutto dal repertorio degli
anni '60 con brani come Just like Tom Thumb's Blues, Tombstone Blues e
Like a rolling Stone, e da quello degli anni '70 con una bellissima One
More Cup Of Coffee (Valley Below) ed un'altrettanto bella Hurricane. Questo
perchè la manifestazione prendeva in esame soprattutto il primo
Dylan.
Unica concessione agli anni '80 il bellissimo brano da
"Oh Mercy", Man in the long black coat.
I brani tratti da Highway 61 Revisited sono stati davvero
potenti e lungamente applauditi ma molto apprezzata è stata anche
Man in the long black coat eseguita in un arrangiamento praticamente identico
a quello di Oh Mercy con tanto di suggestivo assolo di armonica.
I Cheap Wine:
Marco Diamantini, Lead Vocals,
Electric and acoustic Guitar
Michele Diamantini, Background
Vocal, Electric and acoustic Lead Guitar
Alessandro Grazioli, Bass
Francesco Zanotti, Drums
I Cheap Wine saranno il 14 novembre
a BARBARA - An (Insomnia) ed il 15 novembre a PAVIA (Spazio Musica)
Dei Cheap Wine si cominciò a parlare nel 1997,
quando pubblicarono il loro primo disco, Pictures,
composto da solo cinque brani ma in cui si poteva chiaramente apprezzare
le loro qualità musicali. All'epoca vennero considerati come gli
epigoni italici di quel rock potente e corrosivo che negli anni '80 si
era solito etichettare come Paisley Underground.
Di loro si apprezzava la potenza delle chitarre, i testi
maturi e soprattuto la loro capacità di trarre il meglio dalle loro
influenze musicali. Il loro pregio era quello di saper rendere su disco
quello che erano capaci di fare sul palco e nelle loro registrazioni era
viva quell'energia e quella passione che contraddistinguevano la loro intensa
attività come live band.
Così i quattro pesaresi, Marco e Michele Diamantini,
Alessandro Grazioli e Francesco Zanotti, nel 1998 sull'onda del loro piccolo
successo pubblicarono un disco con 11 brani dal titolo A
Better Place, un lavoro più maturo e più meditato
in cui era possibile apprezzare soprattuto quello che di buono c'era nella
loro musica, senza pescare in nessun sacco illustre.
A Ruby Shade del 2000 segue
l'eccellente Crime Stories del 2001, considerato
da molti giornali specializzati come uno dei migliori lavori di quell'anno.
Contando ormai su un repertorio proprio già vario,
la loro attività live si è intensificata e copre l'intera
penisola; nei loro concerti non mancano le cover quasi a ricordare il loro
approccio da live band ma sopratutto per tributare ancora la loro stima
ai loro eroi di sempre.
Pur rimanendo una band indipendente dalle major, i Cheap
Wine hanno saputo così tradurre il loro amore per gente come Bob
Dylan, Neil Young, Lou Reed e band come i Green On Red di Dan Stuart e
i Dream Syndicate di Steve Wynn, in uno stile proprio in cui confluiscono
amalgamandosi magicamente tutte le loro principali influenze.
A sorprendere è soprattuto il loro coraggio di
esprimersi in inglese, una lingua che permette sì un mercato più
ampio ma che in Italia fa difficilmente presa. Tuttavia questo per loro
non ha rappresentato mai un limite ma anzi li ha aiutati facendoli diventare
una vera isola felice nell'oceano in tempesta della musica italiana.
Le loro canzoni sono impregnate di sapori d'America,
la loro carica vitale dirompe in un sound maturo, potente che trascina
l'ascoltatore in un susseguirsi nervoso di splendide canzoni autografe.
Quando poi Marco aggiunge spruzzate d'armonica qua e là, allora
compare lo spirito di Dylan che li invita nel
suo garage a schitarrare... aspettando che arrivi Neil
Young per eseguire tutti insieme Old Man o Tangled Up In Blue.
L'INTERVISTA
Maggie's Farm: Cominciamo dai vostri esordi. Come avete cominciato e com'è nato il progetto Cheap Wine?
Cheap Wine: Ha preso corpo ufficialmente nel '96, quando siamo entrati in studio per la registrazione di "Pictures", il nostro primo disco pubblicato. Ma la band esisteva già da qualche anno prima.
MF: Quali limiti avete incontrato in Italia nel promuovere un rock american oriented e non il solito poppettino innocuo e spaccaclassifiche?
CW: Il muro più duro
da abbattere è costituito dalla diffidenza degli ascoltatori italiani.
Molti sono convinti che certe sonorità possano essere proposte solo
da band americane. Domina un'accanita esterofilia, ma questo non ci ha
fermato. Grazie ai nostri album e ad un grande numero di concerti siamo
riusciti a conquistare un buon seguito. Il problema principale, comunque,
è la mancanza di esposizione: la gente non conosce la musica rock
perchè non ha la possibilità di ascoltarla. Le radio e le
tv commerciali
l'hanno bandita e le radio "libere" sono veramente molto
poche.
MF: Quali sono le vostre principali influenze passate e contemporanee? A chi vi ispirate per il vostro songwriting?
CW: 50 anni di musica rock. Abbiamo tantissime influenze, non riconducibili a pochi nomi soltanto.
MF: Come avete vissuto la splendida esperienza dylaniana di 70's Flowers ad Urbania?
CW: E' stato molto emozionante ed anche molto impegnativo. Dylan è uno dei nostri punti di riferimento e interpretare alcune sue canzoni è stato davvero stimolante. Splendido anche il contesto, perchè 70's Flowers è stato un festival fantastico, organizzato in maniera impeccabile e con molta intelligenza: Lucia Ferrati, direttore artistico della rassegna, ha svolto un lavoro eccezionale.
MF: Quanto ha influito Dylan nella vostra musica?
CW: Enormemente. Dylan ha cambiato volto al rock ed è impossibile sottrarsi alla sua influenza. E' un personaggio talmente gigantesco... chiunque imbraccia una chitarra deve fare i conti con la sua figura.
MF: A quale periodo di Dylan ti senti più vicino e quale preferisci?
CW: E' una domanda molto
difficile. Trovo interessante tutto quello che Bob ha realizzato, anche
le sue cadute di tono. Ovviamente, ci sono degli album cardine piuttosto
ovvi (Freewheeelin', Bringing it all back home, Highway 61 revisted, Blonde
on blonde, Blood on the tracks, la colonna sonora di Pat Garrett &
Billy the kid, Desire, Oh mercy, Time out of mind), ma personalmente sono
molto affascinato anche da opere ritenute (a torto) minori, come Planet
waves, John Wesley Harding o The Basement Tapes.
In ogni caso, amo talmente tanto l'opera di Dylan nel
suo complesso, che una domanda come questa diventa impossibile.
MF: Dylan ha trasmesso qualcosa di diverso a tutti ma alla fine il suo è un messaggio universale. A voi cosa ha tramesso?
CW: Soprattutto la determinazione ad andare avanti per la nostra strada, senza curarci delle mode, delle tendenze o di altre deviazioni che non riguardino la nostra espressione interiore rappresentata dalla musica. Dylan ha sempre dato ascolto alla sua anima, non ha mai avuto paura delle critiche più feroci, dei fischi del pubblico o di pesanti fiaschi commerciali. Questo è, a mio giudizio, il più grande messaggio che ha lanciato con la sua musica. Ed è questa sua vera e totale indipendenza artistica che rende la sua musica eterna.
MF: Da dove nasce il desiderio di riproporre dal vivo pezzi di Bob Dylan vantando già un buon repertorio vostro come band?
CW: E' stata Lucia Ferrati, direttore artistico del Festival 70's Flowers, a chiederci di interpretare alcuni pezzi di Dylan, dopo aver ascoltato un nostro concerto in cui proponevamo "Hurricane" che fa parte della scaletta del tour di "Crime Stories".
MF: Cosa vi tiene uniti oltre la musica?
CW: L'amicizia e il fatto che abbiamo tutti la stessa visione e le stesse idee sul progetto Cheap Wine.
MF: Cosa pensate del Dylan musicista. E' scindibile per voi dal Dylan poeta?
CW: A questa domanda ha risposto nel modo più brillante e convincente Alessandro Carrera, nel suo libro "La voce di Bob Dylan". Sono totalmente d'accordo con le tesi sostenute nel suo testo. Non credo sia scindibile nulla, perchè fa tutto parte di un unico "affresco" e di un unico progetto artistico.
MF: Avete prodotto un lavoro dal titolo Crime Stories, una sorta di concept album su storie tipicamente americane di omicidi; quanto vi ha influenzato la musica folk in questo lavoro e quanto quella di Murder Ballads di Nick Cave?
CW: La musica folk tantissimo,
ma anche la letteratura e la cinematografia hanno avuto un ruolo importante.
In ogni caso, le storie contenute in "Crime stories" non parlano soltanto
di omicidi, ma di crimine in senso lato, inteso come trasgressione di una
regola (ecco perchè non sentiamo
l'influenza di Murder Ballads) e non sono affatto tipicamente
americane, ma potrebbero accadere in qualsiasi parte del mondo.
MF: Quanto ci mettete di vostro durante la riproposizione di un brano altrui?
CW: Il massimo possibile. Non ha senso riproporre una copia identica, perchè il confronto con l'originale, inevitabilmente si perde. Le poche cover che proponiamo sono sempre suonate con il nostro stile, seguendo la nostra attitudine. A volte vengono stravolte, a volte no: dipende da come si adattano alle nostre sonorità.
CHEAP WINE - LA DISCOGRAFIA
Crime Stories (2002)
1. Dream seller
2. Coming breakdown
3. Scatterbrain
4. Murderer song
5. Behind the bars
6. Reckless
7. Temptation
8. Looking for a crime
9. Waitin' for a fight
10. I like your smell
11. Castaway
12. Tryin' to lend a hand
Ruby shade (2000)
1. Angel
2. Bad guy
3. Devil's on my side
4. Ruby shade
5. Dead city
6. Crazy hurricane
7. A blaze in the dark
8. Easy Joe
9. Break it down
10. So far away
11. Set up a r'n'roll band
12. Mary
A better place (1998)
1. Walkin' away
2. Dark angels
3. Dangerous game
4. A better place
5. The waster
6. Playing with a butterfly
7. Broken dream
8. Strange girl
9. Among the stones
10. Cheap wine
11. I am everything you are
Pictures (1997)
1. Pictures
2. Oh no!
3. Invisible
4. Rock this town
5. Trifle
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