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IL MIO AMICO BOB
parla Landy, il suo fotografo ufficiale
PESCARA. «Stavamo passeggiando dietro
alla sua casa di Woodstock. Io avevo con me la mia macchina fotografica,
lui aveva una chitarra acustica e un cappello da cowboy. Stavo scattando
alcune foto, quando Bob mi fa: "Perchè non provi a fare una foto
dal basso in alto". Lui di solito non amava farsi fotografare e tanto meno
mettersi in posa. Si ferma e mi chiede: "Che ne dici se mi metto in testa
questo capello e tocco la tesa come per salutare?". Stava ancora parlando
che io avevo già scattato la foto». Elliott Landy racconta
così la nascita dell'immagine più celebrata di Bob Dylan,
quella della copertina dell'album «Nashville Skyline». Landy,
59 anni, americano di New York, il più grande fotografo della cosiddeta
generazione di Woodstock, è stato amico di Bob Dylan, l'unico "occhio"
estraneo al quale il musicista di Duluth aprì la sua casa di campagna
negli anni del ritiro dalle scene. La copertina dell'album "Nashville Skyline»
(1969) è una delle immagini di quel periodo, compreso tra il 1967
e il 1970, che Landy ha raccolto in un libro - pubblicato in Italia dall'editore
Federico Motta con il titolo «Woodstock Dream» - e che ha esposto
recentemente ad Arles in Francia in una mostra antologica delle sue opere
degli anni sessanta. Landy ha accettato di parlare con "Il Centro" di Dylan
e di quegli anni indimenticabili, dalla sua casa di Woodstock, dove vive
con la famiglia.
"Il modo in cui è nata quella foto
di "Nashyille Skyline"», racconta Landy, «può aiutare
a capire che tipo di persona era ed è Bob Dylan: un uomo aperto,
umile, disposto innanzi tutto ad ascoltare gli altri. Quella foto l'abbiamo
scelta insieme. Lui mi aveva detto che gli piaceva ma aveva lasciato a
me l'ultima parola".
Si è sempre detto che presentandosi come un tranquillo signore di campagna Dylan, con quella foto, avesse voluto dimostrare a tutti la sua intenzione di tagliare i ponti con la sua immagine di giovane dannato, simbolo della generazione degli anni Sessanta. Era cosi?
«No. A lui non interessava dimostrare proprio niente, soprattutto in quegli anni. Non si preoccupava affatto di come la gente avrebbe 'letto" quell'immagine, così come non si è mai preoccupato delle interpretazioni della sua opera. Per tornare alla foto di "Nashville Skyline", lui rideva perchè stava già pensando a come gli altri avrebbero interpretato quell'immagine. Ma se ne fregava, a differenza di quello che accade oggi, con gli artisti che si preoccupano in maniera davvero maniacale della loro immagine pubblica. L'errore più frequente che si fa con Dylan è quello di vedere nella sua opera e nella sua vita una serie di atti simbolici, tralasciando ciò che in lui c'è di più prezioso: la creatività".
Lei ha frequentato la casa di Dylan negli anni del suo ritiro dalle scene dopo l'incidente motociclistico del 1966. Come viveva da recluso a Woodstock?
«La cosa che gli interessava di più, in quel periodo, era di essere un buon padre e un buon marito. E lo era. Ho dei bellissimi ricordi della vita nella casa di Woodstock. Era immersa in un ambiente davvero paradisiaco. Il nostro rapporto era quello di due amici che passavano il tempo insieme nella maniera più semplice immaginabile».
Siete rimasti in contatto?
«No. I rapporti si sono diradati nel 1971, quando mi sono trasferito in Europa. L 'ultima volta che ci siamo incontrati risale a 11 anni fa, nel backstage di un suo concerto in America».
Qual è il dono più prezioso di quell'amicizia?
«Dylan mi ha insegnato che è molto
più importante ascoltare gli altri, cercare di capire il punto di
vista diverso dal tuo, piuttosto che parlare di se stessi e della propria
opera. Lui era attaratto da tutto ciò che non conosceva. Gli piaceva
imparare, ascoltare. E' una lezione buona, difficile da dimenticare". (g.d.t.)
NOI SOGNATORI NEGLI ANNI DEL VILLAGE
Alain Frankiel, allevatore in Molise: «La politica? Dylan preferiva parlare di poesia»
«Quel ragazzo taciturno nei locali folk di New York...»
PESCARA. «Era un ragazzo timido, parlava
poco e nei club dove ci incontravamo se ne stava sempre in un angolo, da
solo».
Alain Frankiel se lo ricorda così,
Bob Dylan, quando, all'inizio degli anni sessanta, lui era uno studente
della Columbia University e Robert Zimmerman era appena giunto a New York
per tentare la fortuna con la musica nel circuito dei locali del folk revival
che vive la sua stagione d'oro.
Frankiel, 60 anni, francese di nascita ma
americano d'adozione, vive a Montenero Val Cocchiara, un paesino di 600
persone in Molise, a poche centinaia di metri dal confine con l' Abruzzo
dalle parti di Castel di Sangro e del Parco nazionale d'Abruzzo. Lì
nella sua masseria alleva cavalli - «Ne ho solo quattro", racconta
- e sbarca il lunario scrivendo di arte per riviste britanniche. In questi
giorni è impegnato nel comitato organizzatore della festa patronale.
Nella sua vita Frankiel ha fatto di tutto,
come un autentico figlio della sua generazione.
Era a Parigi nei giorni del «gioioso
maggio».
Per un periodo, alla fine degli anni Sessanta,
si aggregò al Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina prima
di approdare in Italia dove vive da trent'anni. Quarant'anni
fa Frankiel era uno dei tanti ragazzi della buona borghesia americana
che viveva di politica, arte e musica nel Greenwich village
tra Washington Square e il Lower East Side. «E' lì che ho
conosciuto Dylan», ricorda. «Dividevo un appartamento
della 47 West con Danny Kalb, - il chitarrista che poi fondò i Blues
Project, la band di rock blues con Al Kooper. Danny conosceva Dylan perche
gli capitava di suonare con lui nel circuito dei club di musica folk, come
il Gerde's, il Gaslight Cafè o il Night Owl dove suonava spesso
Micke Bloomield. Ci si incontrava a casa o nei club. Insieme a Dylan, Danny
ed io frequentavamo tutto il giro dei musicisti di New York: Richie Havens,
Tim Buckley, Tim Hardin, che era sempre fatto perso di
eroina, Phil Ochs, Al Kooper e Moe Hanstrup,
un chitarrista che era una delle figure più carismatiche di quel
gruppo. C'era anche Jimi Hendrix, prima che andasse in Inghilterra ed esplodesse
con gli Experience». «Dylan stava con quella ragazza, Suzie
Rotolo, che poi partì per l'ltalia e lo lasciò», continua
Alain Frankiel. «Lo conoscevo ma non posso dire che ero un suo amico
intimo. In quegli anni facevamo tutti parte di un giro di persone che condividevano
alcuni sogni: quello della musica nuova e, soprattutto, quello dell'impegno
politico. Dylan era molto più interessato alla musica che all'impegno
politico, a differenza di altri come, per esempio, Joan Baez. Lui era indubbiamente
una persona molto intelligente, attratta dalla poesia, ma un po' distaccato
da tutto quello che accadeva nella società americana. Non parlava
volentieri di politica o delle battaglie di quegli anni in difesa dei diritti
civili. Quando poi firmò il contratto con la Columbia si allontanò
gradualmente dal nostro ambiente. Noi, invece, ci sentivamo parte di una
tradizione quella della sinistra radicale politica americana, nata dall'impegno
dei volontari nella guerra civile spagnola. Eravamo dei trotzkisti romantici
molto diversi dagli hippies. Poi - conclude Alain Frankiel - quell'epoca
di speranze è finita per sempre con l'omicidio di Robert Kennedy».
(g.d.t.)
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Uno spettacolo che mischia ballate e brani elettrici Un ospite d'eccezione al Pescara Jazz. E' la prima esibizione in Abruzzo del grande musicista americano BENVENUTO SIGNOR ZIMMERMAN Stasera al teatro D'Annunzio Bob Dylan con la sua band di Giuliano Di Tanna PESCARA. L'appuntamento è fissato per questa sera alle nove e mezza. A quell'ora Bob Dylan salirà sul palco del teatro D' Annunzio di Pescara per un concerto che la città aspetta da due mesi, da quando è stato annunciato che avrebbe fatto tappa anche a Pescara quel «Never Ending Tour» che da tredici anni, quasi senza sosta, trascina per il mondo il grande musicista americano che, in maggio, ha compiuto 60 anni. Quello di questa sera è per gli appassionati di musica abruzzesi un evento paragonabile - per restare agli anni più recenti - solo all'ultimo concerto di Miles Davis nell'86. Anche allora il teatro del grande evento fu il Festival del Jazz di Lucio Fumo, l'uomo che più di 30 anni fa riuscì a portare a Pescara Duke Ellington. |
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La scaletta cambia ogni sera I brani degli anni 60 e 7O sono quelli più eseguiti PESCARA. Non c'è stato finora un solo
concerto che assomigliasse a un altro. Anche in questo tour estivo,
partito il 24 giugno dalla Norvegia, Bob Dylan ha tenuto fede a quella
che è ormai è diventata una tradizione e, insieme, uno dei
motivi di maggiore interesse delle sue esibizioni: la scaletta delle canzoni
cambia sera dopo sera. I concerti sono costruiti su un mix di brani
vecchi e nuovi, con una prevalenza di canzoni degli anni Sessanta e Settanta.
Dylan tende a concentrare i suoi classici nei bis (a volte più di
uno) che, come nel caso del concerto di venerdì scorso a La Spezia,
assumono le dimensioni di un secondo concerto. Ecco le scalette degli ultimi
due concerti di Dylan.
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| Domani il gran finale con il Chestnut trio
e la Gil Evans orchestra
PESCARA. Si conclude domani il 29mo Pescara Jazz. Alle 21,30 sul palco del D' Annunzio salirà il trio di Cyrus Chestnut. Con il band leader al pianoforte si esibiranno Michael Hawkins al contrabbasso e Neil Smith alla batteria. Il gran finale è affidato alla Gil Evans orchestra, capitanata dal figlio del pianista scomparso, il trombettista Miles. Con lui ci saranno Lew Soloff, alla tromba; Conrad Herwig e Gary Valente ai tromboni; Dave Bargeron, trombone e tuba; John Clark, corno francese; Chris Hunter, sax alto e flauto; Bob Berg, sax tenore e soprano; Kenny Burger, sax baritono; Gil Goldstein, pianoforte; Peter Levin e Delmar Brown, tastiere; Mark Egan, contrabbasso; Kenwood Dennard, batteria e percussioni, Danny Gottlieb, batteria e percussioni |
| Ecco l'elenco completo degli album ufficiali
pubblicati da Bob Dylan nella sua carriera che quest'anno ha compiuto quarant'anni.
1998 Time Out Of Mind.
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