60 ANNI SUONATI 
( E RICOMINCIA...)
di Gino Castaldo

da Il Venerdì di Repubblica


 
 
Benvenuti nella sua quinta decade di musica. Sembra incredibile, trattandosi di Bob Dylan, ovvero poco meno
della storia del rock reincarnata, ma non si è mai parlato così tanto di lui. Almeno lasciando fuori il furore simbolico che gli fu attribuito nel pieno degli anni sessanta.
Quando ha compiuto 60 anni, i giornali di tutto il mondo ne hanno parlato come di un evento storico, più di quanto
sarebbe accaduto se si fosse ritirato o scomparso.
Le voci sulle sue presunte malattie hanno fatto il resto. Ma l'ironia non si è certo smarrita nel tempo. Se gli si chiede di spiegare la differenza tra le canzoni di allora e quelle di oggi, risponde secco: "Biologicamente parlando, sì, c'è qualche differenza". 
Gli hanno anche dato tutti i premi possibili e immaginabili (come a scusarsi di non averlo fatto mai prima), compreso un Oscar per una canzone, Things have changed, che impallidisce di fronte alla bellezza diKnockin' on Heaven's Door colonna sonora di Pat Garrett e Billy the Kid, che invece fu letteralmente ignorata dai membri dell'Academy.
Tutti oggi vogliono pagare il debito, ripulirsi la coscienza. Celebrazioni, tonnellate di celebrazioni. Di fronte alle quali dice, stupito e sornione: «È buffo, non trovate?», senza mostrare alcuna acredine per il passato. E invece il signor Robert Zimmerman, il più grande narratore in musica della nostra epoca, il nomade intellettuale ebreo universalmente noto come Bob Dylan, in tutto questo tempo era impegnatissimo a rinascere, più forte e vitale di prima. Tanto da farsi fotografare come un attempato e vissuto gigolò, tanto da incidere un disco,nei negozi dal 10 di settembre, che si distacca fortemente dai suoi ultimi lavori. Si intitola Love and theft, il 43esimo della sua carriera, ed è allo stesso tempo un concentrato dell'esperienza e della tranqui llità di un veterano rotto a ogni esperienza, cosi' come una brillante e in parte sorprendente nuova avventura di un fenomeno che ancora vuole giocare col suo lavoro preferito. L'ha anche prodotto   da solo: «Non c'è produttore che non abbia finito per condizionare il lavoro,  e quasi sempre nella direzione che io non desideravo». Si potrebbe dire che  Dylan questa volta si concede un sorriso. Anche con i giornalisti. Quando  gli chiedono se per caso con queste nuove canzoni non avesse pensato anche a far ballare la gente, lui spalanca gli occhi e dice: "Avete ballato per tutto il tempo dell'ascolto del disco?». E poi aggiunge: «Beh, allora mi scuso profondamente».
Ha una faccia che porta per intero i  segni del tormento. È il volto di chi è abituato a pensare sempre, anzi a essere inseguito dai pensieri, dalle parole che talvolta diventano canzoni. Piccole rughe che si insinuano ma che rimangono lontane dagli occhi; ancora straordinariamente luminosi. Alla sua  età, e dopo tanta musica, gli è ritornata  la voglia di comunicare. E rifiuta le  vecchie storie: "Quando andiamo a  suonare» racconta, «non canto per la gente che trovo davanti al palco, per quelli che sono sempre ai miei concerti, canto per quelli che sono dietro e che magari non sono mai venuti prima a un mio concerto». 
Proverbialmente riservato, distante da tutto, continua a macinare tournee, date su date, tanto che il suo  è stato chiamato «never ending tour» (Ma avrà pure una fine, ovviamente...») più di di quante ne fanno le band di ragazzini, e ora presenta una manciata di canzoni dove alterna ruvide liriche che trasudano blues e rantoli elettrici a brani languidi, cantati con toni da crooner, si fa per dire ovviamente, leggere scorribande in arrangiamenti jazzati, molta musica tradizionale evocata da violini e banjo.È in grande forma, lo si sente dalle prime note di Love and theft. C'è una buona energia in questi pezzi! voglia di condividere qualcosa di sè senza eccessive cupezze. Se proprio non si può parlare di allegria, in proporzione a quello che è usualmente il mondo di Dylan, queste canzoni sono uno spettacolo di cabaret, un disco di puro intrattenimento. Niente a che vedere col Dylan più ostile, quello che non concedeva mai niente al pubblico, mai revival, mai autocelebrazioni, e i pezzi famosi, quando li faceva, li stravolgeva al punto che bisognava aspettare le strofe più note per capire che magari si trattava di Mr. Tambourine man o Just like a woman. Niente a che vedere col Dylan a cui fu lasciato l'onore di chiudere la lunga maratona in mondovisione di Live Aid, e che si presentò ubriaco, insieme a Keith Richards e Ron Wood, senza neanche essersi messi d'accordo su che canzone eseguire. Oggi Dylan è seriamente sorridente, in fin dei conti positivo. Non lesina opinioni durissime sul mondo che lo circonda. «È un mondo di cui aver paura. C'è paura dovunque», ma sembra credere di nuovo nella vita come un incrocio di tante correnti diverse, di emozioni e sentimenti da cantare alla gente. Queste canzoni dice di averle incise di getto, e che non potevano essere altro che quello che sono. Vuole esserci. Non vuol sentirsi come le Piramidi o una chiesa antica, un monumento esposto all 'usura del tempo. Cerca ancora le parole che oggi possano avere senso per qualcuno. Nel 1962, quando uscì il suo primo album, era un ragazzino che faceva di tutto per sembrare grande, al pari dei suoi maestri folk, oggi è un maturo trovatore che cerca di rendere giovane, anzi Forever young, il linguaggio dei suoi maestri che ha trasformato nel lessico della musica contemporanea. Non c'è artista pop o rock, o folk al mondo che non sia stato influenzato da Dylan, anche senza saperlo. Quando gli si chiede di questo risponde con un sorriso disarmante: "Love and theft", amore e furto, ovvero il titolo del suo ultimo disco. "Non è così? Non è tutto lì dentro?". Se lo dice Dylan, bisogna credergli. Finora ha avuto sempre ragione.
GINO CASTALDO

 
 
MAGGIE'S FARM

sito italiano di Bob Dylan

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