IL DOPO DYLAN

I devoti di una religione laica
Non ci sono fan dylaniani: sono eletti o condannati

di Alessandro Carrera




Chi va ai concerti di Bob Dylan? Quale segmento di umanità è disposto a farsi chilometri e chilometri, attese sotto il sole o sotto la pioggia incipiente, come è accaduto ieri sera a Villa Pisani, per ascoltare la millesima versione di canzoni che tutti coloro che hanno più di trent'anni dovrebbero conoscere da quando sono nati?
Molte altre star della musica rock chiedono e ottengono dal loro pubblico gli stessi sacrifici e la stessa adorazione, ma in un concerto di Dylan c'è nell'aria qualcosa che non ha niente a che fare con lo statuto della rock star o del personaggio degli anni Sessanta sopravvissuto alle battaglie del tempo.
Ai suoi appassionati, o per meglio dire ai suoi devoti , perchè Dylan è il Mosè di una religione laica, Dylan promette la rivelazione dell'irripetibile, l'occasione di essere i primi e forse gli ultimi ad ascoltare una variante minima, un cambio di voce, un nuovo arrangiamento, una strofa riscritta che improvvisamente donano una luce del tutto nuova a canzoni che uno credeva di avere già sviscerato, inghiottito e digerito da una vita.
Dylan, insomma, è la prova vivente che l'arte non può essere solo il risultato di un freddo processo di comunicazione che procede da A a B.
Dylan sta dimostrando da una vita, ma ancora di più dal 1988, quando ha iniziato il "Tour  Infinito" di circa centoventi  concerti ogni anno, che l'arte non è un fatto, l'arte è un'azione, una prassi, una militanza, e soprattutto una conversazione.
Dylan non conversa personalmente con il pubblico, non fa l'entertainer. Anche l'altra sera a Villa Pisani ha parlato solo per ringraziare brevemente la folla bagnata prima dell'ultimo bis e per presentare il suo affiatatissimo gruppo. Dylan conversa con le sue canzoni, le ascolta e vi risponde, a distanza di anni e addirittura di decenni, come si è sentito ieri sera nel corso di una "Girl of the North Country" riarrangiata un'ennesima volta eppure sempre nuova, sempre fresca.
Con questo suo incessante conversare con se stesso, Dylan porta la conversazione tra il pubblico, gliela dona senza preoccuparsi di come il dono verrà accolto, accende promesse di significato che altri dovranno decifrare, poi fa i bagagli e passa al prossimo concerto.
La maggioranza del suo pubblico è costituito da persone cresciute insieme a lui (Dylan è nato nel 1941), ma anche da molti trentenni e ventenni. Alcuni sono solo curiosi, altri trascinati dal lavaggio del cervello dylaniano che hanno subito ad opera di genitori e fratelli maggiori, ma molti altri sono lì perchè sanno che l'alone della grandezza, in un mondo così labile come la popular music, è una cosa rara, e che se si presenta all'orizzonte non va perduta.
Oppure vogliono capire che cosa fa di una canzone, questo medium in apparenza così fragile, qualcosa che può durare decenni, sopravvivere a tutto, e trasformarsi nell'equivalente moderno delle ballate popolari che hanno sorvolato secoli di guerre e rivolgimenti per arrivare fino a noi ancora intatte e misteriose.
Dylan trasmette appunto la sensazione che dietro ogni grande canzone, il che vuol dire anche ogni grande poesia, si nasconda un mistero profano, uno scrigno che può sempre essere aperto e che non si esaurirà mai.
E' una rivelazione intensa, a tratti anche pericolosa. Può far perdere la testa a qualcuno, come nel caso di quel tale (il caso è stato riportato alcuni mesi fa dai giornali americani) che è finito all'ospedale per una severa depressione nata dalla disperazione di non riuscire a decifrare quelli che gli sembravano dei messaggi segreti nascosti nell'album "Slow Train Coming" (1979) e che anche all'ospedale, con la flebo nel braccio, smaniava che gli portassero il disco. Fulminati di questa sorta, non è un segreto, si trovano sotto il palco di ogni concerto dylaniano.
Sono stati colpiti dal mistero senza le adeguate protezioni dell'ironia e dell'equilibrio, e passano la vita da ragionieri della contabilità dylaniana, calcolando quante volte ha eseguito quella particolare canzone, e se quel particolare verso l'ha eseguito con l'ultima nota che puntava verso l'alto o verso il basso.
Ma immediatamente al di fuori di questo cerchio di eletti o condannati (a seconda di come li si vuole giudicare) stanno coloro che, quando si trovano al loro fianco qualcuno che potrebbe essere loro figlio e che ha la fronte aggrottata come se avesse capito che lì su quel palco sta succedendo qualcosa di importante, hanno un solo rimpianto: vorrebbero essere come lui, scoprire ora Dylan per la prima volta, e avere tanti anni davanti per esplorare ancora quello stesso continente che quel giovane ha appena intravisto.
Alessandro Carrera
 
 

da "Il Mattino di Padova", 4 luglio 2004, pag. 51

 


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