Maggie's Farm
intervista
ALESSANDRO CARRERA
a proposito del volume "Lyrics 1962/2001"

Grazie a tutti i lettori di Maggie's Farm che mi hanno inviato le sottostanti domande per Alessandro Carrera, curatore e traduttore del volume dei testi delle canzoni di Bob Dylan,"Lyrics 1962/2001", pubblicato da Feltrinelli.
Alessandro gentilmente si è detto disposto a rispondere ad ulteriori domande future (anche perchè dopo aver pubblicato la presente intervista sicuramente ai lettori di Maggie's Farm sorgeranno altri questiti). Dunque quella che segue è solo la prima parte dell'intervista. Potete continuare a spedirmi le vostre domande, suggerimenti, segnalazioni e quant'altro, sempre al solito indirizzo spettral@tin.it
Grazie ad Alessandro per la sua disponibilità e per queste preziose spiegazioni.
Michele Murino
p.s. Avevo pensato in un primo tempo di riscrivere le vostre domande per renderle uniformi, dal momento che andavano a comporre un'intervista unitaria, ma poi nel rileggere tutto ho deciso che forse era meglio lasciare le domande esattamente come le avete poste e ho dunque lasciato la forma "diretta" con cui vi siete rivolti ad Alessandro.



 
Alessandro Carrera è professore di letteratura italiana e comparata alla University of Houston, in Texas. Per Feltrinelli ha pubblicato Musica e pubblico giovanile (1980), La voce di Bob Dylan. Una spiegazione dell’America (2001), e ha tradotto Chronicles Volume 1 di Bob Dylan (2005). Nel 1993 è stato uno dei vincitori del premio Montale per la Poesia, nel 1998 ha vinto il premio Loria per il racconto e il suo romanzo breve La vita meravigliosa dei laureati in lettere (2002) è giunto alla settima edizione.

1) Quale canzone (o quali canzoni) ti hanno creato più problemi nella traduzione di "Lyrics 1962/2991"?

Ce ne sono state tante che mi hanno dato filo da torcere, ma una delle più difficili è stata “All Along the Watchtower”. Ho tentato dapprima una traduzione più libera, meno compressa dell’originale, ma poi mi sono accorto che non raggiungeva nemmeno lontanamente la potenza del testo inglese, e alla fine mi sono deciso a “tradurla” e basta, molto letteralmente, senza volerla poetizzare in italiano in alcun modo. È stata una decisione dell’ultimo momento e sono contento di avere avuto la totale disponibilità della redazione della casa editrice. Certe volte bisogna riscrivere, certe volte bisogna ricreare; altre volte ancora bisogna, semplicemente e umilmente, tradurre; e questo era uno di quei casi. Ma la sequenza di canzoni più infernalmente difficile è quella dei “Basement Tapes”. In parte perché varie canzoni non sono finite e quindi molte parole sono buttate a caso aspettando una versione definitiva che non è mai venuta; in parte perché sono una continua aggressione al senso comune, alla decenza del linguaggio e alla logica delle cose. I “Basement Tapes” sono, credo di avere avuto occasione di dirlo un’altra volta, poesia sperimentale come se fosse scritta da un demente. A eccezione di qualche testo compiutamente scritto, come “Nothing Was Delivered”, “Tears of Rage” e qualche altro, ci sono esercizi di surrealismo rurale come “Lo and Behold”, “Million Dollar Bash” o “Please Mrs. Henry” che sfidano qualunque traduzione. Sono bellissimi nella loro follia, naturalmente. Dylan ha creato un linguaggio che non esisteva prima, come se un mattacchione semianalfabeta e con qualche istinto poetico si alzasse a recitare un discorso sconclusionato in un bar per far sganasciare dal ridere gli amici. Credo che proprio “Lo and Behold” sia la canzone sulla quale ho penato maggiormente. Ho passato moltissimo tempo anche su “Tangled Up in Blue” e “Idiot Wind”, ma lì sapevo quello che facevo, volevo arrivare a una traduzione letterariamente bella, mentre il problema dei “Basement Tapes” è che non possono essere tradotti letterariamente bene perché non fanno parte della letteratura. Non fanno nemmeno parte di una cultura che si possa veramente scrivere.
 

2) Quali sono stati i versi in cui sei stato “costretto” a tradire maggiormente l’orginale?

Per prima cosa, quelli brutti. Prendiamo ad esempio quel vero orrore che sono due versi da “Ballad in Plain D”: “With unknown consciousness, I possessed in my grip / A magnificent mantelpiece, though its heart being chipped”. Ho tradotto “Con coscienza inconsapevole stringevo tra le mani / un magnifico ornamento ma dal cuore già scheggiato”. Lasciando pur perdere, per pura carità, la “coscienza inconsapevole”, qualunque cosa voglia dire. Rimane il fatto che il “mantelpiece” non è un ornamento. È la mensola che fa da rivestimento superiore a un caminetto. Dunque avrei dovuto tradurre, aggiungendo orrore a orrore che, per Dylan, Suze Rotolo era “una magnifica mensola da caminetto, benché il suo cuore fosse scheggiato” Se il tono della canzone fosse stato puro surrealismo (se fosse stato uno dei “Basement Tapes”, avrebbe dimostrato un grande senso dell’umorismo. Ma non era così, lì Dylan faceva tragicamente sul serio, per cui ho dovuto pietosamente ricorrere a un modesto “ornamento”. Nel caso di “Mozambique”, invece (canzone che ho sempre cordialmente detestato) sono stato costretto a riscriverla in rima, anche alterando l’originale, perché qualunque traduzione sensata sembrava sempre scritta da un agente di viaggio. Così ho finito per passarci molto tempo, cercando delle rime equivalenti e non troppo zeppose in italiano, e una metrica più o meno simile. Sicuramente ci ho messo più impegno io a tradurla di quanto Dylan ce ne abbia messo a scriverla.
 In altri casi il “tradimento” è dovuto al fatto che la canzone aveva assolutamente bisogno della rima. Per fortuna non erano molte, perché ci tenevo a una traduzione che per una volta, facesse capire quello che Dylan veramente dice, non quello che si inventa il traduttore, ma in canzoni come ”My Back Pages”, ad esempio, dove la strofa finisce sempre con lo stesso suono e dove la rima in “-ow”è dappertutto, sentivo che proprio la canzone mi gridava nelle orecchie: “Voglio la rima! Voglio la rima!” anche dove era necessario cambiare l’originale e trasformare ad esempio “from stern to bow” [da poppa a prua] in “dalla prua fino al bompresso”. Qui però non mi sembra di avere tradito l’originale, ma solo di avere rispettato un elemento fonetico del testo che è altrettanto importante di quello semantico.
 

3) Bob Dylan ha avuto una supervisione sui testi dell’edizione originale? (Immagino che per quelle estere non sia stato coinvolto in alcun modo…) Insomma qual è il livello di coinvolgimento di Dylan in “Lyrics”?

Non lo so con certezza, posso solo fare ipotesi. L’edizione originale (Simon & Schuster 2004) è basata sulla precedente (“Lyrics 1962-1985”, Knopf 1985) che a sua volta è basata sulla prima (“Writings and Drawings”, Knopf 1972). Ma molte dipendono dal testo depositato di volta in volta presso i vari editori musicali di cui Dylan si è servito, soprattutto nei primi anni, prima di poter disporre di un suo marchio. Fino a un certo punto, dunque, l’edizione che fa testo è quella depositata, anche se è stata depositata prima che il disco fosse inciso e quindi può differire da quella che effettivamente Dylan canta nelle esecuzioni ufficiali (questo spiega le discrepanze tra testo scritto e testo cantato). A partire dagli anni settanta le cose si fanno più libere, Dylan ha il controllo dei testi, in parte o completamente, così che i testi possono essere adattati, modificati o corretti, se lui lo vuole. Ma cosa voglia di sicuro io non lo so. Molti testi di “Lyrics” sono stati trascritti direttamente dai dischi, soprattutto nel caso di canzoni incompiute o improvvisate. Nell’edizione del 1985 questo aveva creato parecchi errori di trascrizione. “Groom’s Still Waiting at the Altar” e “Caribbean Wind” erano praticamente illeggibili per via dei continui errori. Nella nuova edizione gran parte degli errori sono stati corretti, ma chi li abbia corretti, se Dylan o qualcuno del suo staff, non lo so.
 In un primo tempo avevo ricevuto uno stampato da Simon & Schuster con le canzoni trascritte al computer, ma la trascrizione era, ancora una volta, piena di errori. Ho condotto la prima versione della traduzione su quel dattiloscritto, confrontandolo di volta in volta con le edizioni passate, con alcune partiture a stampa e con il sito www.bobdylan.com. Poi è uscita l’edizione Simon & Schuster 2004, quindi ho dovuto ricontrollare il tutto. Ho visto che molti degli errori del dattiloscritto, la maggioranza per fortuna, erano stati corretti. In compenso c’erano alcune stranezze, ad esempio una nuova versione di “If You See Her, Say Hello” con una strofa in meno e otto versi cambiati, piuttosto diversa da quella di “Blood On the Tracks”. Chi aveva deciso di pubblicare la nuova versione? Dylan? O qualcuno del suo staff? O si era semplicemente trattato di un errore? Io comunque, diligentemente, ho corretto la mia traduzione. Ma quando ho ricevuto da Simon & Schuster un secondo dattiloscritto, dopo che era già uscita l’edizione a stampa, ho capito che dovevo ricontrollare il tutto un’altra volta. E infatti “If You See Her, Say Hello” era tornata ad essere quella di “Blood On the Tracks”. Ho ricorretto il tutto un’altra volta e ho inserito le divergenze maggiori dell’ultima versione nelle note, ma chi ha deciso l’ultimo cambiamento? È stato un ripensamento da parte di Dylan quando si è accorto che nell’edizione americana era uscita la versione “sbagliata”? Oppure qualcun altro si è accorto dell’errore? Oppure l’errore è stato doppio, nel senso che per sbaglio mi hanno mandato la versione ufficiale mentre invece Dylan voleva che uscisse quella nuova? Io, comunque, mi sono adeguato ben volentieri, perché la versione vecchia, a parte un paio di versi, mi piaceva di più.
 Poi dovevo decidere che cosa fare con gli errori di trascrizione nuovi, quelli che cioè compaiono nelle canzoni dal 1986 al 2001, qui pubblicate per la prima volta. E ce n’erano. Errori di trascrizione in “Foot of Pride”, ad esempio, che rendevano una frase incomprensibile, o anche in alcuni testi di “Love and Theft”. Ma bastava controllare su www.bobdylan.com, dove il testo è (quasi sempre) giusto, e molti di quegli errori si  potevano evitare. Perché lo staff di Dylan o di Simon & Schuster non abbia semplicemente fatto un copia e incolla da www.bobdylan.com per me è un mistero. Si sarebbero risparmiati un sacco di lavoro, e l’avrebbero risparmiato a me. Ad ogni modo ho deciso, perché qualcosa dovevo decidere, che gli errori nuovi non erano errori d’autore, erano solo errori di trascrittori, così che ho corretto il testo inglese dove ce n’era bisogno. Il risultato è che non solo questa è l’unica edizione annotata delle “Lyrics”, ma è anche la più corretta che ci sia in circolazione, più corretta di quella americana. Dove era impossibile decidere quale fosse la trascrizione giusta, ho comunque indicato il problema nelle note. Il che fa però supporre che il coinvolgimento di Dylan, che certamente c’è stato, ha riguardato la scelta iniziale del materiale, ma non la sua redazione. Un’edizione “definitiva” di tutti i testi di Dylan non ci sarà forse mai, e ci dobbiamo rassegnare ad avere varie versioni di alcune canzoni senza che un testo possa essere considerato ultimativo rispetto agli altri. D’altra parte Dylan è un autore dell’oralità e della performance, e la scrittura per lui è un’accessorio. Sarebbe come voler arrivare a una versione unica e definitiva del “Mistero buffo” di Dario Fo. È impossibile, ma è anche un bene, perché mantiene il testo più vivo.
 

4) Che tu sappia, ci sono state altre edizioni straniere di “Lyrics” corredate di un apparato di note come il tuo?

No, non ci sono. Questa è l’unica edizione annotata in circolazione.
 

5) Sto leggendo “Lyrics” e sono veramente felice che finalmente esistano delle traduzioni degne dell'opera di Dylan. Ho l'impressione che le note siano state in qualche modo limitate, forse per problemi di spazio. È così?

All’inizio le note non erano nemmeno previste. L’idea è nata da una conversazione con l’editore, anche se ora non so più chi l’ha tirata fuori per primo. Io pensavo di limitarle all’indispensabile, perché sapevo in che lavoro mi andavo a mettere. È stato quando sono arrivato alle canzoni cristiane e ancora di più a quelle dei primi anni ottanta, così terribilmente complesse, intertestuali e intellettuali, che ho capito che il lavoro andava fatto e basta, altrimenti buona parte della ricchezza dei versi sarebbe andata perduta (una canzone di Dylan non è mai, o quasi mai, semplicemente “un testo”; è una convergenza di molti testi). Così sono tornato indietro e ho irrobustito le prime note, ma a questo punto avevo problemi di spazio, e anche di tempo. Date le dimensioni del libro, avrei potuto scrivere ancora non più di due pagine, dopo di che si sarebbe dovuto chiudere perché saremmo arrivati al limite insuperabile delle 1248 pagine (ne spiego la ragione fra poco alla domanda n. 8).
 

6) Vista l’enorme quantità di canzoni di Dylan da lui praticamente riscritte, hai idea del perché siano state scelte soltanto quelle poche inserite in Lyrics? E perché proprio quelle e non altre?

Credo che Dylan abbia voluto inserire le nuove versioni di “Down Along the Cove” e di “Gonna Change My Way of Thinking” perché le ha incise entrambe recentemente, facendone in effetti quasi delle nuove canzoni. Ma sono canzoni nuove e vecchie allo stesso tempo, e quindi gli permettevano di non superare la barriera del 2001 che si è imposto come limite. Pubblicare molte altre versioni avrebbe allungato considerevolmente il libro, portandolo a costi probabilmente inaccessibili. Consideriamo che nemmeno in America molta gente ha comprato “Lyrics 1962-2001”. È uscito insieme a “Chronicles Volume One” con la speranza che l’autobiografia lo tirasse un po’, ma in effetti non ne ha parlato nessuno. In fondo i testi in inglese sono già disponibili su www.bobdylan.com e su dozzine di altri siti. L’edizione delle “Lyrics” serviva solo da libro strenna. È anche per questo che io ho deciso di puntare sulle note, per rendere l’edizione italiana più interessante e appetibile.
 

7) Che interesse hai riscontrato per “Lyrics” in Italia finora (sia a livello di critica che di pubblico)?

Non lo posso ancora dire, verrò in Italia tra un paio di settimane. Ho visto in internet alcune recensioni uscite su giornali italiani (“Il Sole 24 Ore”, “La Stampa”, “Il Giornale”, “Il Tempo”, “Il Mattino”), so che deve uscire una recensione sul “Giornale del Popolo” del Canton Ticino, sono stato intervistato dalla Radio Svizzera, sto mandando risposte scritte a un’intervista del “Mucchio Selvaggio”, ho ricevuto e-mail da amici, ma per ora è tutto. Tutte le recensioni sono positive, ma nessuna (se non in parte la recensione sul “Giornale”) entra nel merito delle traduzioni. Credo comunque che questo volume di “Lyrics” rimarrà una cosa per quei “felici pochi” che avranno voglia di addentrarsi nei suoi labirinti. E poi ci vorrà tempo per assimilarlo. Il che non mi dispiace. Avere tremila lettori interessati e partecipi è meglio che averne molti di più ma distratti. Anche se ovviamente spero, soprattutto per l’editore, che siano ben di più.
 

8) Ciao Michele. Volevo chiedere a Carrera se è d’accordo con chi ha criticato “Lyrics” per la stampa e per il prezzo… Inoltre vorrei chiedere come mai, visto che si trattava di pochissime canzoni, non sono state aggiunte anche quelle dal 2001 al 2006.

Il prezzo è alto e la carta è sottile, lo so. Cose che ovviamente non ho deciso io. Ma si tratta di un volume di 1248 pagine, vale a dire la dimensione massima che può raggiungere un libro come quello. Se è più lungo, perlomeno con quel tipo di rilegatura, bisogna dividerlo in due volumi. Una carta più grossa l’avrebbe reso semplicemente impossibile da maneggiare, e due volumi, per via delle due rilegature, sarebbero costati ancora di più. Se questo fosse un volume le cui previsioni di vendita si aggirassero sulle centomila copie, certamente il prezzo sarebbe stato inferiore. Ma vi posso assicurare che non è così, e se “Lyrics” dovesse arrivare alle cinquemila copie molta gente (me compreso) sarebbe al settimo cielo. Gli appassionati di Dylan sono fedeli e tenaci, ma non sono TANTI. Per quanto riguarda le ultimissime canzoni, “Waitin’ for You”, “’Cross the Green Mountain” e “Tell Ol’ Bill”, sono tutte posteriori al 2001, ed evidentemente Dylan voleva documentare i primi quarant’anni della sua carriera (1962-2001, appunto). Né io né Feltrinelli, del resto, potevamo prendere la decisione di aggiungere dei testi che non erano presenti nell’edizione americana.
 

9) Domanda impossibile: dovendo scegliere solo un testo scritto da Dylan, quale ritieni sia il più “grande”, degno di stare al fianco dei classici della poesia (se ritieni che esista, naturalmente)?

Già, domanda impossibile. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti è appena uscita una nuova edizione dell’”Oxford Book of American Poetry”, una delle antologie più prestigiose di poesia americana, e il testo di Dylan che i curatori hanno scelto è “Desolation Row”. Nulla da obiettare, anche se io avrei scelto “Mr. Tambourine Man”.
 

10) Quali brani di Dylan a tuo avviso travalicano maggiormente il genere “canzone” per avvicinarsi alla poesia vera e propria? E in quei casi qual è stato il tuo criterio di traduzione?

La risposta potrà forse stupire, ma credo che Dylan sia un grande poeta quando riesce ad avvicinarsi a un suo particolare tipo di prosa. Dylan è raramente un lirico puro. Riesce ad esserlo in To Ramona, It Takes a Lot to Laugh, I’ll Be Your Baby Tonight o in Most of the Time, per fare alcuni esempi, ma per lo più è un poeta gnomico (aforistico-sapienziale) oppure un narratore. Quando riesce a costruire una sorta di “prosa” (anche se corroborata da metrica e rima) che un lettore ha il piacere di seguire anche senza obbligatoriamente pensare alla musica, allora, paradossalmente, tocca il livello della grande poesia. Con scelta ovviamente personalissima e contestabilissima, queste sono le venti canzoni che io includerei in un “petrarchino” dylaniano da portare sempre con sé (il “petrarchino” era il nome della prima edizione pocket del Canzoniere di Petrarca, opera dell’editore veneziano Aldo Manuzio agli inizi del 1500, piccolo abbastanza perché le signore lo potessero tenere in una tasca della gonna). Non perché siano le canzoni più belle in assoluto, ma perché sono quelle che non mi stancherei mai di rileggere: Boots of Spanish Leather, The Lonesome Death of Hattie Carroll, Chimes of Freedom, It’s Alright, Ma (I’m Only Bleedin’), Mr. Tambourine Man, Like a Rolling Stone, Desolation Row, Visions of Johanna, All Along the Watchtower, Tangled Up in Blue, Simple Twist of Fate, Idiot Wind, Señor, Every Grain of Sand, I and I, Brownsville Girl, Dignity, Not Dark Yet, Highlands, Po’ Boy. Per quanto riguarda i criteri di traduzione usati per queste canzoni, risponderò alla domanda nella seconda parte di questa intervista, dato che l’argomento merita di essere approfondito in separata sede.
 

11) C’è chi dice che i testi di Dylan non dovrebbero essere letti perché senza la musica non “stanno in piedi” e perdono moltissimo del loro valore. Qual è la tua opinione?

Anche i libretti di Lorenzo Da Ponte non si possono leggere senza avere nelle orecchie la musica di Mozart, ma questa non è una buona ragione per non leggerli. Anzi, il fatto che si siano amalgamati così bene a quella musica è una prova della loro riuscita. Perché era appunto questo il loro scopo. Si può dire lo stesso per Dylan. È chiaro che i suoi testi hanno bisogno della musica, in certi casi per stare in piedi, e in altri proprio per manifestare tutto il loro potere. Ma questo parla a favore del loro valore come testi per musica, non contro. A quelli che dicono che i testi di Dylan non vanno “letti” posso solo dire: leggeteli mentre li ascoltate, leggeteli attentamente, e scoprirete un’architettura a volte straordinariamente complessa, che il puro ascolto senza il testo sottomano non sarebbe sufficiente a farvi scoprire.
 

12) Lo stile di scrittura utilizzato da Dylan nel corso degli anni è mutato spesso e volentieri. Qual è il tuo preferito? E quale quello che a tuo avviso meglio lo rappresenta?

Dylan cambia modo di scrivere così come cambia voce. Con l’eccezione di alcuni dischi-centone, fatti di materiale disparato proveniente da diverse sedute di registrazione, tutti i dischi maggiori di Dylan sono delle “sequenze”, come si dice in poesia, cioè una serie di testi legati da un filo stilistico preciso, anche quando gli argomenti trattati sono differenti. Se vogliamo giudicare Dylan sulla base della coerenza interna delle sue sequenze (a parte il periodo da “The Times They Are A-Changin’” fino a “Blonde on Blonde”, dove la coerenza stilistica è meno importante della progressione continua dello stile), direi che i più “legati” sono “John Wesley Harding”, “Blood On the Tracks”, “Oh Mercy” e “Time Out of Mind”. Anche “Love and Theft”, naturalmente, ma tra i due direi che è “Time Out of Mind” a dare l’impressione di essere stato pensato tutto assieme. Quanto al mio stile preferito, non saprei, mi piacciono tutti... Dylan “è” e rimarrà quello della trilogia del 1965-1966. Ma, come traduttore, mi sono trovato veramente a mio agio con “Blood On the Tracks” e con “Time Out of Mind”. Lì avevo davvero l’impressione di tradurre poesia-poesia, oltre che poesia-per-musica.
 Ma devo aggiungere una cosa. Spero anche di aver fatto capire quanto grande sia stato, o sia stato vicino a essere, il Dylan dal 1981 al 1986. È il periodo in cui non riusciva a fare dei grandi album, ma faceva grandi canzoni e concepiva, forse incosciamente, grandi sequenze che poi, per via forse del venir meno della spinta evangelica e della confusione che ne è seguita, non riusciva a terminare. Ho cercato di far notare nelle note, creando connessioni e stabilendo sequenze possibili, che Dylan stava pensando in grande, forse perfino troppo in grande, quando scriveva “Caribbean Wind”, “Angelina”, “Foot of Pride” e anche “Tight Connection to My Heart”. Dylan non è mai stato così intellettualmente audace come quando ha concepito quelle canzoni. Era vicino a realizzare una grande sequenza di poesia “guerriera e amorosa”. Non ci è mai riuscito, e ce ne ha lasciato solo frammenti, ma non si è trattato di un fallimento. Il destino di molta grande poesia moderna è di avere creato poemi fatti di frammenti, da “La terra desolata” di Eliot (basato sui miti del Graal) a “La terra promessa” di Ungaretti (basato sull’”Eneide”). Nulla di male, dunque, se Dylan non è riuscito a finire il suo “Cantico dei cantici”. Ci ha lasciato abbastanza pezzi da connettere per farci capire dove voleva arrivare.
 

13) Chiederei ad Alessandro se veramente ritiene possibile che tutti i rimandi contenuti nelle note siano stati fatti da Dylan con consapevolezza avendo veramente letto ed ascoltato tutto ciò che Carrera riporta come fonti. A me appare impossibile. È possibile che un cantante (vabbè Dylan non è semplicemente un cantante... :-) abbia trovato il tempo di leggere ed ascoltare tutte quelle cose e di ricordarle al momento della scrittura? Per di più in periodi dove certo non mancavano momenti di distrazione...  La figura di Dylan non sarebbe certo sminuita se tale ipotesi fosse negata, anzi... Un grazie enorme ad Alessandro per l'eccellente lavoro.

Il compito di chi lavora a un’edizione annotata è quello di trovare quante più affinità possibile tra un testo e altri testi, stabilendo una rete che permetta al lettore di cogliere somiglianze, influssi, parentele o contrasti, con la speranza che questo lavoro possa aumentare la comprensibilità del testo collocandolo nel suo contesto storico e culturale. Se poi queste parentele e affinità siano tutte presenti alla mente dell’artista, se siano in parte inconscie, se siano tutte inconscie, se derivano da cose che ha letto attentamente o distrattamente, da cose che gli hanno riferito o che ha sentito dire, o se invece si tratti di una pura e semplice coincidenza, questo il curatore delle note non lo può sapere. Ma se c’è un verso di Dylan che assomiglia a un verso di Whitman o di Baudelaire, o a un verso di Muddy Waters, o a un versetto della Bibbia, un’edizione annotata lo deve far notare. Naturalmente questo non vuole dire che se Dylan scrive “oggi piove” è perché ha citato tutte le volte che nella Bibbia si dice “oggi piove” (posto che nella Bibbia si dica). Bisogna usare un po’ di discrezione e cercare di capire quando ci si trova di fronte a un normale uso della lingua oppure a una possibilità di intertestualità. Poi si vedrà (o magari non si vedrà mai) se c’era da parte di Dylan l’intenzione cosciente di citare quella fonte o se quel giro di parole gli è venuto in mente chissà come, e lui ha deciso che andava bene così. Ma teniamo presente che i poeti, quelli veri, hanno molta memoria inconscia. Ricordano molto di più di quello che sanno di ricordare, e al momento buono gli torna tutto in mente. Facciamo un esempio preso dalle alte sfere: non c’è quasi verso di Dante che non sia riconducibile alla Bibbia, agli scritti dei Padri della Chiesa, dei classici latini o della poesia del suo tempo. Eppure Dante possedeva sì e no una dozzina di libri, visto che era sempre di corsa da una città d’Italia all’altra e che non poteva permettersi di farseli copiare a sue spese. E dunque come faceva? Ricordava tutto quello che leggeva, anche quando non sapeva di ricordarlo... Oppure aveva disposizione delle raccolte di citazioni, cosa che credo abbia fatto anche Dylan. Mi sembra molto probabile, ad esempio, che un album come “Empire Burlesque” sia stato scritto inserendo in testi già abbozzati una serie di battute da film classici holywoodiani che si possono trovare già raccolte in vari compendi. Il che non toglie niente all’opera finale, sia ben chiaro. Uno può usare tutto quello che vuole, quello che conta è se è riuscito a far suo il materiale, ottenendo un risultato che  comunque solo lui poteva ottenere.
 

14) Ho finalmente acquistato le Lyrics! Che dire? È un lavoro davvero ben fatto dal punto di vista delle traduzioni e delle note che mi sembrano davvero eccellenti... L'unica cosa che mi suona strana è "vola via nel vento"... sarà che per troppi anni ero abituato  a "soffia nel vento" che secondo me suona meglio perchè il verbo "soffiare" dà il senso di qualcosa che si può ascoltare... la risposta appunto... mentre il verbo "volare" no... ma la mia è ovviamente un’opinione molto personale....

Sapevo che questa mia scelta avrebbe sollevato perplessità, ma in realtà è molto semplice da spiegare. “Soffia nel vento” è la traduzione più comoda ed è quella che tutti abbiamo nelle orecchie, ma è sbagliata. In italiano non si dice che una cosa “soffia nel vento”, bensì che “viene soffiata via dal vento”, “portata via dal vento” o “trascinata”. In inglese, “to blow” significa, tra tante altre cose, sia il soffio del vento sia il movimento di ciò che è portato via dal vento. Posso dire “the wind blows” o “my hat blew away” e uso sempre la forma attiva, ma in italiano devo distinguere tra forma attiva e forma passiva, dicendo “soffia il vento” o “il mio cappello è stato soffiato via” (certamente nessuno direbbe “il mio cappello ha soffiato via”). Io però ho scelto “vola via nel vento” anche per un’altra ragione: perché mi permetteva di mimare l’allitterazione dell’inglese (ansWER-bloWIN’-WINd) con una corrispondente allitterazione italiana (VOla-VIa-VEnto).
 

15) Vorrei chiedere ad Alessandro due chiarimenti sulla traduzione di “Subterranean Homesick Blues”: cosa significano le espressioni “berretto alla Davy Crockett” (e chi era costui?) e “la ragazza alla Jacuzzi”.

Il “coon-skin cap” è un berretto di pelo di procione (“raccoon” o “coon”), con una coda di procione che pende da dietro. Non c’è una traduzione italiana corrispondente, ma quello era il berretto che portava Davy Crockett (1786-1836), leggendario esploratore, cacciatore, grande raccontatore di storie di frontiera, e morto nel corso della battaglia dell’Alamo tra americani e messicani. Chi è cresciuto guardando i vecchi western sa benissimo cos’è un berretto alla Davy Crockett, ma a queste giovani generazioni non insegnano più niente... :o) La Jacuzzi o “Jacuzzi whirlpool” è la vasca da bagno con un getto che mischia aria e acqua in modo da formare bollicine che hanno un effetto massaggiante sui muscoli. Mi sono permesso di anticipare un po’ i tempi, visto che la “jacuzzi” come la conosciamo ora è stata brevettata da Roy Jacuzzi nel 1968, e la canzone è del 1965, ma la famiglia Jacuzzi produceva pompe per idroterapia fin dagli anni cinquanta, e comunque oggi se si scorre la lista di un albergo, almeno in America, si vede che le suites di lusso sono fornite di “jacuzzi”, senza altre spiegazioni.
 

16) Ciao Michele, ho due domandine per Alessandro. Potrebbe esserci in futuro una ristampa/revisione di “Lyrics”? In caso affermativo Alessandro sarebbe disposto a valutare suggerimenti sulle traduzioni? Ad esempio nella 4a strofa di “Desolation Row” sarebbe stato forse meglio "passa il tempo a sbirciare" piuttosto che "passa il tempo a fare da spione" (che tra l'altro è maschile mentre il soggetto è femminile). Un'altra cosa: nella strofa di Sweet Melinda (la terza di “Just Like Tom Thumb's Blues”) io ci vedo una forte allusione sessuale (che tra l'altro mi sembra di cogliere spesso anche in altre cose di Dylan, sarò malato io?), dove "room" che significa anche "spazio" potrebbe essere anche l'organo genitale femminile con i versi successivi che diventano in tal modo anche abbastanza comici. Non so se Alessandro concorda perché nella traduzione non c'è traccia di allusione sessuale (a parte l'evidente invito in camera)... Potrebbe essere utile per Alessandro collezionare consigli o suggerimenti di questo tipo in vista di una eventuale revisione?

Accidenti, ho  lavorato tre anni a questo libro e già volete che lo rifaccia... Non credo sinceramente che ci sarà una nuova edizione del libro così com’è, ma se ci fosse un buon successo di vendite l’editore potrebbe decidere di ristamparlo più avanti in edizione economica, non lo so. Certamente sono interessato ai vostri suggerimenti. Un’edizione perfetta dei testi di Dylan non ci sarà mai, né in inglese né in italiano (come ha detto lo stesso Dylan in un’occasione che non ricordo, “ho rinunciato alla perfezione...”), ma questo non vuol dire. Nuove fonti che vengono trovate, segnalazioni di errori o imperfezioni, tutto questo aiuta. Anche perché spero di essere ancora in circolazione quando magari uscirà un “Lyrics 1962-2021”, chi lo sa...
 Per quanto riguarda le osservazioni specifiche: in “Desolation Row” ho cercato di trovare almeno una parola in ogni strofa che facesse rima con “desolazione”. Di solito l’ho messa nel terzultimo verso. Nella strofa in questione però il terzultimo verso è quello del “grande arcobaleno di Noè”, e lì una rima era impossibile, così l’ho spostata al penultimo verso e ho usato “spione”. Ma ho scritto “fare DA spione” proprio perche così poteva rimanere al maschile, mentre se avessi scritto “fare LA” avrei douto mettere “spiona” e addio rima. In “Just Like Tom Thumb’s Blues” le allusioni sessuali sono chiare senza bisogno di sforzarle. Se Melinda invita un uomo nella sua camera certo non è per giocare a tressette, ma non ho mai trovato, né in Dylan né altrove, che “room” possa stare per “organi genitali”. Mi sembrerebbe piuttosto lambiccato, e anche brutto. Se si vogliono trovare allusioni e giochi di parole piuttosto forti, allora è meglio andare a vedere “Fourth Time Around” e “Goin’ to Acapulco”.
 

17) Vorrei chiedere ad Alessandro un paio di chiarimenti: nella nota a “Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again” afferma che “la successione logica sarebbe «mi ha timbrato le ciglia e si è fumato la mia sigaretta»: non sono riuscito a capire cosa significa l’espressione “timbrare le ciglia”. Inoltre non ho capito il significato di “Qualcuno l’ha citato dalla Bibbia per intero” da “Man in the Long Black Coat” e dell’espressione “Sul gradiente della curva” da “Born in Time”.

“Timbrare le ciglia” non significa niente, è un tocco surreale, esattamente come “si è fumato le mie ciglia”, che è l’espressione usata da Dylan. Ma poi Dylan aggiunge “mi ha timbrato la sigaretta”, che è altrettanto surreale. Probabilmente Dylan ha invertito la logica (se qui ce n’è una): invece di dire “fumare la sigaretta” ha detto “timbrare la sigaretta”; dopo di che doveva adattare il verbo “fumare” all’altra immagine che aveva, cioè quella delle ciglia. Ma in tutta la canzone, come ho spiegato nella nota, sono presenti giochi di sostituzione in cui una parola sta per un’altra anche senza che tra loro vi sia un rapporto di significato (come “tape” che sta per “tea”).
 “Qualcuno l’ha citato dalla Bibbia per intero” vuol dire che ha citato tutto il passo della Bibbia al quale faceva riferimento. L’originale sarebbe “Qualcuno ha detto dalla Bibbia che citava...” Mi sono permesso di alterarlo perché “Man in the Long Balck Coat” è una di quelle canzoni che pretendono almeno qualche rima e se non gliela trovi non ti fanno dormire. Dovevo trovare una rima con “lungo manto nero” per ogni strofa, e lì ho usato “intero”.
 Nel caso di “On the rising curve” di “Born in Time”, ho pensato che “curve” non volesse dire “curva” nel senso della curva di una strada (in americano colloquiale si preferisce usare “bend”), quanto piuttosto la linea che indica una progressione su un grafico. Una “rising curve” è la linea di un diagramma che sale. Ma sale appunto secondo un gradiente, che rappresenta la variazione della linea in una determinata direzione, verso l’alto o verso il basso. Se avessi tradotto “rising curve” con “curva che sale” si poteva pensare che fosse un tornante su una strada di montagna, e non mi sembra quello il significato.
 

18) Ho una domanda per Alessandro. Non mi vorrei sbagliare, ma mi sembra che ci sia un errore nella nota a “Man in the Long Black Coat” a proposito della frase che Sun Pie dice in “Chronicles”: invece di “people don't live or die, people just float” si dovrebbe infatti trattare di “every man's conscience is vile and depraved”.

Touché. Ecco dove mi sono utili i commenti dei lettori di “Maggie’s Farm”. Sì, mi sono sbagliato. La frase che dice Sun Pie è “Their conscience, God help them, were vile and depraved”. Mi sono confuso perché ricordavo un’altra frase che Sun Pie dice alla pagina dopo, “You got to let it all float up to the surface”, e ho assimilato questo “float” a quello usato da Dylan.
 

19) Caro Michele , sul volume Lyrics di Carrera non vengono riportate le traduzioni delle canzoni di "Good as I been to you" e di "World gone wrong" in quanto non sono brani di Bob. Il sito ufficiale di Dylan non solo riporta il testo ma addirittura vi legge "arranged by Bob Dylan". La verità dov'è? E visto che lo stesso sito riporta i testi non sarebbe opportuno rifare una nuova edizione con testi mancanti? Chiedo troppo? Domanda da rivolgere ovviamente a Carrera.

“Arranged by Bob Dylan” significa appunto che quei brani non sono di Bob Dylan. Lui li ha solo “arrangiati”, cioè rivisti e adattati alla sua esecuzione, ma quell’”arranged” si riferisce soprattutto alla musica e all’accompagnamento chitarristico. Rimane il fatto che i testi non sono suoi. Se venissero inseriti, allora bisognerebbe inserire tutte le cover versions incluse nei dischi precedenti, che non sono poche, dipendono da altri contratti e altri editori, si entra in un ginepraio di diritti d’autore e si finirebbe per portare l’intera raccolta a dimensioni ingestibili. E comunque resterebbe il fatto che non sono suoi. Mi dispiace di più per l’assenza dei testi dei Traveling Wilburys, i cui diritti sono della famiglia di George Harrison e sembrano in corso di rinegoziazione. Almeno cinque delle canzoni dei Traveling Wilburys sono in gran parte di Dylan, e che dalla raccolta manchino “Dirty World” e “Tweeter and the Monkey Man” (che è di Dylan e Tom Petty) è un vero peccato.
 

In conclusione di questa prima parte ecco un po’ di segnalazioni relative a citazioni e rimandi non segnalati da Alessandro nelle sue note. Alessandro le commenta qui sotto suddividendole in gruppi.

- “Pressing On”: “When what’s lost has been found”. Da Lc 15,24 (perchè questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato).
- “In the Summertime”: “But all that sufferin' was not to be compared / With the glory that is to be”. Da Rm 8, 18 (Penso infatti che le sofferenze del tempo presente non hanno un valore proporzionato alla gloria che si manifesterà in noi).
- “Foot of Pride”: “Like the lion tears the flesh off of a man”. Da Sal 7, 3 (perchè non sbrani qual leone l’anima mia, la strappi via e non c’è chi soccorra).
- In “Maybe Someday”: “When there was blood on the moon in the cotton belt”. Da Ap 6, 12 (la luna tutta prese il colore del sangue).
- In “Mississippi”: “Time is pilin' up, we struggle and we scrape / We're all boxed in, nowhere to escape. Da “Psycho” (Anthony Perkins: “Ognuno di noi è stretto nella propria trappola, avvinghiato e nessuno riesce mai a liberarsene; e mordiamo e graffiamo ma solo l’aria, solo il nostro vicino e con tutti i nostri sforzi non ci spostiamo di un millimetro”).

Ecco, questi riferimenti mi dispiace proprio di non averli beccati (in particolare “Psycho”, che sicuramente non è casuale). Grazie a chi li ha trovati e meglio tardi che mai.

- In “No Time to Think”: “Betrayed by a kiss”. Da Mt 26, 49 (Il bacio di Giuda).
- In “Ain’t No Man Righteous, No Not One”: “Don’t you know there’s nothing new that’s under the sun?” Da: Qo 1,9 (Ciò che è stato è ciò che sarà, ciò che è stato fatto è ciò che si farà. Niente di nuovo sotto il sole).
- In “Shooting Star”: “The last time you might hear the sermon on the mount”. Da Il discorso della montagna contenuto nei capitoli 5-7 del vangelo di Matteo.
- L’espressione “time out of mind” è citata anche in “As I Lay Dying” di William Faulkner.

Questi li conoscevo ma ero incerto se appesantire ancora di più le note. Ho pensato che fossero abbastanza ovvi. Però almeno nel caso di “Ain’t No Man Righteous” forse una nota ci voleva. “Time out of mind” è un’espressione usata anche da molti altri e non volevo esagerare con l’elenco.

- In “Pledging My Time”: “And if it don't work out, / You'll be the first to know”. Da “Tirate sul pianista” (Marie Dubois: “La sola cosa che chiedo ad un uomo è dirmi quando è finita”).
- In “Sign On the Window”: “Build me a cabin in Utah”. Da “The cuckoo is a pretty bird” (I’ll build me a cabin / On a mountain so high).
- In “Joey”: “He ain't dead, he's just asleep”. Da Mc 5,39 (La fanciulla non è morta, ma dorme).
- In “Heart of Mine”: “She'll only give to others the love that she's gotten from you”. Da R. Johnson, “Phonograph Blues” (And you've taken my lovin', and give it to your other man).
- In “Caribbean wind”: “Was she a child or a woman? I can’t say which / From one to another she could easily switch”. Da L. Cohen, “Dress Rehearsal Rag” (there were times she was a woman, / oh, there were times she was just a child).

Questi fanno parte secondo me dei riferimenti probabili. Non metterei la mano sul fuoco che abbiano giocato davvero una parte nel processo creativo della canzone a cui si riferiscono, tranne forse nel caso di “Pledging My Time”. Ma diciamo che in una edizione celeste delle “Lyrics”, pubblicata dalle edizioni del paradiso, ci vorrebbero anche loro.


- fine prima parte -

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clicca qui per un'intervista ad Alessandro Carrera relativa a
"Chronicles Vol. 1", il primo volume dell'autobiografia di Bob Dylan



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