LA BALLATA DEL CAMALEONTE
da "L'Espresso" del 27 Maggio 1984

Milano. È la quarta volta che Bob Dylan varca l'Atlantico per andare -chitarra a tracolla, armonica ben salda fra i denti - alla conquista dell'Europa. La prima volta era successo nel 1966, a cavallo fra quei due capolavori discografici che sono "Highway 61 revisited" e "Blonde on blonde". Dylan allora era all'apice del successo. Il Re incontrastato del folk rock, il leader musicale della protesta giovanile che covava sotto la cenere, «la reincarnazione di Gesù Cristo» che scendeva di nuovo in terra a miracol mostrare. Il tour , infatti, si era trasformato in un'autentica apoteosi; anche se funestato, diciamo così, dalla rottura definitiva, sentimentale ed ideologica, con Joan Baez, la Regina del folk zuccheroso e anche un po' piagnucoloso.
La Baez ricorda ancora con rabbia quei giorni: «Io non avevo mai cantato in Inghilterra, e lui, lì, era già molto più famoso di me.
Perciò mi aspettavo che Bobby facesse per me quello che io avevo sempre fatto per lui: che mi aiutasse a farmi conoscere in giro, che mi invitasse sul palco per cantare con lui "Blowin' in the wind" o "We shall overcome". Invece non lo fece. La cosa mi
ferì moltissimo». Così le strade di questi protagonisti del variegato mondo del folk rock si dividono (per incontrarsi proprio
in occasione del prossimo tour europeo di Dylan, sul palcoscenico d'Amburgo). È certo in salita quella della Baez, in discesa (ma non del tutto, come vedremo) quella di Dylan che, comunque, vanta alle spalle una produzione musicale che gli garantisce già un'enorme fama internazionale e un meritato posto nell'Olimpo della musica contemporanea.
 
 
 

La seconda calata europea di Dylan (se si esclude una fugace apparizione al Festival dell'isola di Wight, nell'agosto del 1969) risale a dodici anni più tardi, all'estate 1978, contrassegnata dalla pubblicazione di "Street legal". È un Dylan un po' sottotono quello che si presenta in Francia e in Germania, in Inghilterra e in Scandinavia: un Dylan che affida il suo successo ai classici di
sempre, "Like a rolling stone", "Masters of war", "Desolation row", "Just like a Woman"; un Dylan che nasconde dietro la potenza terrificante dell'amplificazione {«salvo il decollo di un jet, mai in vita mia ho udito un rumore più assordante», diceva a quei tempi Marlon Brando, reduce da un suo concerto) l' incertezza della musica che andava componendo. Infatti, a Parigi, uno dei sei concerti programmati salta per mancanza di prenotazioni; e, un po' dovunque, si celebrano funerali al Mito, all'ideologo della controcultura degli anni Sessanta, al massimo ispiratore di alcune delle parole d'ordine più efficaci del periodo. Come scrive Riccardo Bertoncelli "dylanologo critico", nella post-fazione della bella "Biografia di Bob Dylan" pubblicata da Arcana, da quel fatidico 1978 «l'artista non sarà più come prima: incombe, anzi, una stagione di stenti, sia commerciali che artistici».
Il peggior Dylan, infatti, deve ancora venire. Compare tre anni più tardi, nell'estate del 1981, nel corso di una tournee incredibilmente povera (il gruppo è composto di sole chitarre, tastiere e batteria, più alcune voci femminili non propriamente
esaltanti), ridotta a pochissime date, circondata da un ferreo silenzio stampa. Ma è l'immagine di Dylan ciò che più colpisce i fans disposti a seguirlo dovunque in questa nuova avventura. Lo gnomo (1,53 d'altezza), pur se porta ancora in testa quella parrucca da mago del dissenso che l'aveva reso famoso, pur se imbraccia la chitarra (e soffia nell'armonica) con straordinaria sicurezza e invidiabile mestiere, sembra uno di quei pellegrini fulminati sulla strada di Damasco.
Incide dischi ("Shot of love" "Saved" con copertine disegnate in proprio) che paiono la caricatura dei suoi migliori. In luogo
delle note di presentazione, fa stampare sul retro della busta versetti dei Vangeli, soprattutto di San Matteo, capaci di svelare
anche al profano la nuova "soglia della semplicità' , che ha saputo conquistare: «Ti ringrazio, Padre, signore del Cielo e della Terra, perchè hai nascosto queste cose al saggio e al prudente, e le hai rivelate ai bambini». E a chi gli chiede di che
cosa ha bisogno nella vita, visto che i soldi non gli mancano di certo, risponde un po' titubante: "Di due sole cose: una donna e una strada scura». Perchè scura? "Per potermi nascondere», È un Dylan in piena crisi, dunque, la meteora fragilissima che transita per l'Europa nel corso dell'estate di tre anni fa. Alcuni sostengono che questo subbuglio psichico, fisico e morale -è da imputarsi al suo ennesimo ripensamento religioso: ora Bobby è un "rinato", un cristiano-fondamentalista che cerca nella Bibbia e nei Vangeli la sua fonte diretta di ispirazione. Altri, più maligni, ritengono che la sua confusione attuale, mentale e musicale, sia una conseguenza diretta del divorzio da Sarah Lowndes, sposata a Nassau il lontano 22 novembre 1965: una donna che Dylan, in "Desire" (1975), dipingeva come una «sposa mistica»; ma che tre anni più tardi, in "Street legal", era già diventata una sorta di Giuda, capace di dissipare l' arte del marito affidandola a «preti rinnegati e a perfide streghe di giovane aspetto».
Ora che, finalmente, arriva anche in Italia (canterà il 28 maggio a Verona e, in seguito, a Roma e in altre città) con quale Dylan possiamo aspettarci di dover fare i conti ?
Con quello degli inizi di carriera, tutto virato in chiave folk, che pareva la fotocopia perfetta di Woody Guthrie, il grande cantore delle lotte operaie e bracciantili degli Stati Uniti degli anni Trenta? Oppure con quello, giovanile ancora, del periodo del folk rock, artefice dello "scandalo" del Festival di Newport del 1965 (fu proprio lì che il termine ottenne il,suo imprimatur: quando il pubblico si mise a fischiare, nel vedere Dylan addobbato di strumenti elettrici; e quando Dylan, stizzito, rispose che il suo folk rock l'avrebbe presto reso più famoso di Elvis Presley...)? Oppure, ancora, con quello dell'età di mezzo, certo la migliore in assoluto: improntata alla protesta, al dissenso civile, al pre-confezionamento di parole d'ordine poi adottate dal "Mouvement" americano (non a caso Jerry Rubin, quello di "Do it!", massimo leader di quel movimento, diceva sempre: «Il Mouvement è una scuola che ha per maestri Bob Dylan, i Fugs e Allen Ginsberg")? Oppure ancora, per finire, con quello che fa il verso a Johnny Cash nell'album -doppio e risibile -"Self portrait"? O con quello che indossa i "panni del servo" in "Pat Garrett & Billy the Kid"?
O con il "bambino di Dio" che pigola dentro i solchi di " Slow train coming ", "Saved", "Shot of love"? È difficile rispondere a queste domande. Soprattutto perchè l'ultimo album realizzato da Dylan -"Infidels", del 1983 -segna un trionfale ritorno ai moduli espressivi dei suoi anni migliori, il periodo 1965-1966. Non a caso, il "Los Angeles Times" ha titolato la sua recensione con un significativo: «Bob Dylan: a 42 anni eccolo di nuovo sulle orme di "Highway 61". In secondo luogo perchè Dylan ha sempre fatto dell imprevedibilità, della mutazione fisiognomica, le chiavi di volta tese alla costruzione di un Mito. Le sue bugie sono ormai entrate nella leggenda, Fino a pochissimi anni fa, Dylan ha sempre negato di chiamarsi Robert Zimmerman, di avere origini ebraiche e medio-borghesi, di essere nato a Duluth, Minnesota, il 24 maggio 1941. Per darsi un tono, sosteneva di essere orfano, di essere venuto al mondo chissà dove (qualche volta azzardava il Nuovo Messico, qualche altra l'Oklahoma), di avere uno zio che si era arricchito truffando i biscazzieri di Las Vegas, di essere scappato di casa all'età di otto anni (come la mettiamo, allora, la faccenda dell'orfano?), di aver conosciuto Woody Guthrie, a Los Angeles, nel 1952. Proprio lì, a undici anni, fu colpito da una folgorazione: sarebbe diventato -come Guthrie, più di Guthrie -il cantore dei mali e delle miserie d'America. Il fatto che poi lo sia diventato davvero, almeno nella parte iniziale della sua carriera, è tutta un'altra faccenda: legata esclusivamente al suo innegabile carisma, musicale e poetico). Ma per il resto sono fandonie. Come annota Alessandro Portelli in un libro pubblicato da De Donato nel 1975; "La canzone popolare in America": «Il Mito dei suoi viaggi è una specie di ribollitura di tutti i luoghi comuni messi in circolazione da "On the road" in poi, e anzi ne segna il superamento: perche i personaggi di Kerouac compiono un viaggio vero, anche se alla ricerca del mito e dell'identità, mentre Dylan si inventa ogni cosa, viaggio, mito e identità». Alla stessa stregua, sono fandonie quelle relative alla sincerità del suo impegno fino alla metà degli anni Sessanta, prima che un gravissimo incidente di motocicletta (Woodstock, 29 luglio 1966) rischiasse di farlo diventare un nuovo James Dean. Anche se Carl Oglesby, ex presidente dell'organizzazione 'Students for a Democratic Society' (Sds), sostiene tuttora che «Dylan ha sempre continuato a scrivere canzoni politiche, anche quando tutto faceva sospettare il contrario», Bobby, da quel grande camaleonte che è, non ha dubbi: «Scrivevo canzoni di protesta perchè quello, a quei tempi, era il filone che tirava di più». Che dire, di fronte a tanto cinismo? Una cosa soltanto. Fortuna vuole che Dylan abbia dalla sua parte non soltanto Dio ( come canta in una canzone famosissima: "With God on our side"), ma anche una notevolissima porzione di Genio.
Quel genio che anche i suoi detrattori più feroci non si sono mai sognati di negargli. Neppure nelle parentesi più buie della sua carriera.
Roberto Gatti

I SUOI VERSI PIU' BELLI

Roma. Qual è il più bel verso di Dylan? Da questa domanda si può fare un bellissimo gioco che aiuta a riflettere non solo sulla struttura e il valore poetico dei suoi versi, ma anche su quel che è rimasto delle sue canzoni a distanza di vent'anni, tra alcuni di coloro che maggiormente lo seppero apprezzare.
Cominciamo con Alessandro Portelli, 42 anni, autore di numerosi saggi sulla folk song americana. Per Portelli il verso più bello di Dylan, tratto dalla canzone "Masters of war" è: «And I hope that you die and your death will come soon» (E spero che moriate e che la vostra morte venga presto). Chiediamo una spiegazione a Portelli: «Dopo questo periodo, quello cosiddetto del suo impegno radical, Dylan cominciò a dire che la sua era stata tutta una messa in scena per vendere dischi.
Ma non m'importa che lui fosse sincero o no. Quello che conta è che eravamo sinceri noi».
A questo punto introduciamo nel gioco un altro dylanologo, Walter Veltroni, attualmente il più giovane dirigente del Pci: «Direi che per me il più bel verso di Dylan è quello della famosa "Times they are a changin' ": "The slow one now/will later be fast / as the present now /will later be past / the order is rapidly fading..." che, nella traduzione di Stefano Rizzo suona: "L'uomo lento di adesso sarà il più veloce domani / Così il presente di adesso sarà passato domani / L' ordine sta rapidamente scomparendo / E il primo di adesso sarà l'ultimo domani /Perchè i tempi stanno cambiando».
Del primo periodo, questa è certamente la canzone più sofferta, meno gridata; la sensazione dello scorrere del tempo è legata a una promessa di speranza, di giustizia. «C'è da chiedersi», afferma Veltroni, «se in questi vent'anni le cose siano davvero cambiate in meglio».
Preso atto di questo secondo tributo al Dylan profetico, passiamo la parola a Teresa De Santis. Per il critico musicale del "Manifesto" non ci sono dubbi: «The answer my friend is blowing in the wind» ( ovvero: La verità amico mio è sospesa nel vento), verso dell'omonima canzone divenuta a suo tempo l'inno dei pacifisti, è l'unico memorabile.
«Perchè, tra l'altro, ha saputo cogliere con grande anticipo sui tempi un sentimento umano oggi alla ribalta: quello dell'indeterminatezza, dell'incertezza del proprio ruolo, l'incognita del futuro», spiega la De Santis.
Veniamo al nostro massimo dylanologo, Stefano Rizzo, laurea su Bob Dylan conseguita nel 1971, traduttore per la Newton Compton della raccolta completa delle sue canzoni oggi ufficio stampa presso la Camera dei deputati. Rizzo è daccordo: quando parliamo di Dylan parliamo di "un classico". E come tale andrebbe introdotto sui banchi di scuola, interpretato alla luce del contesto cullturale in cui maturò la sua opera, come si farebbe per Whitman o per Leopardi. Secondo Rizzo il verso più bello di Dylan è questo: «My love she speaks like silence» (ovvero: Il mio amore parla come il silenzio), tratto dalla canzone "Love minus zero". Lo giudico il migliore», afferma Rizzo, «sia per la splendida musicalità delle allitterazioni, sia per la sua semplicità quasi omerica»,
E il verso più vero? Per Rizzo è questo: «All the tired horses in the sun/ how am I suppose to get any riding done", che lui stesso traduce: "Tutti i cavalli stanchi al sole, come potrò ancora cavalcare". Nella canzone tratta da "Self portrait" (1970) questo ritornello viene ripetuto all'infinito su uno sfondo di coretti femminili che situano questa immagine in un universo metafisico di cartapesta, una spietata e lucida sintesi di tutto un periodo della sua vita".
Alberto Dentice


 

nota: le immagini di questa pagina sono quelle originali dell'articolo de "L'Espresso"


 


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