BUSCADERO

Love and theft ****

Il quotidiano Usa Today, lo scor-
so 16 luglio, ha pubblicato una
breve ma esclusiva recensione
del nuovo di di Dylan.
Una esclusiva mondiale.
Siamo rimasti tutto un po' sorpre-
si: solo da qualche giorno si par-
lava del nuovo album, e solo da
qualche settimana alcune voci di-
cevano che aveva inciso a New
York, in un periodo abbastanza
breve, accompagnandosi al piano
in tutte le canzoni.
Come al solito vero e falso hanno
accompagnato queste dicerie.
Dylan ha si inciso in un periodo
molto breve, ma del piano non
c'è nemmeno l'ombra.
Love and Theft è un disco sor-
prendente.
Anzi spiazzante.
Non è quello che ci si poteva im-
maginare, nè pensare che potesse
incidere: ma Dylan non è mai
stato molto prevedibile in passato
e continua a non esserlo.
La voce è migliorata, ed alla
grande, e la sua rinascita come
autore è in atto ormai da più di
dieci anni, malgrado il mezzo
passo falso di Under The Red
Sky, ma ci sono dischi come Oh
Mercy e Time Out of mind a te-
stificarlo, oltre ai due splendidi
episodi acustici, Good as I been
to you e World gone wrong.
Love and Theft (Amore e Furto,
sembra il titolo di un film di
Woody Allen, ma le analogie con
il regista non finiscono qui) è un
disco diverso, sia dalla passata
produzione, che da quella attua-
le. Ci sono ovviamente le tipolo-
gie classiche dell'opera dylania-
na, parecchi riferimenti agli anni
sessanta, ma anche canzoni di-
verse, una revisione delle proprie
radici profonda e decisamente
sorprendente.
Il suono è nelle mani della attuale
touring band, formata da musici-
sti esperti come Charlie Sexton,
Larry Campbell, Tony Garnier e
David Kemper e, aggiunto in stu-
dio, il tastierista texano, membro
dei Texas Tornados ed ex Sir
Douglas Quintet, Augie Meyers.
Nessun ospite di grido, nessun
merletto, solo la voce straordina-
ria, profonda, quasi grave, danna-
tamente espressiva, chitarre chi-
tarre chitarre, un organo ogni tan-
to, una steel e la sezione ritmica.
Niente di più.
Il resto lo fanno le canzoni: spo-
glie, secche, affascinanti, intense.
Dylan particolarmente ispirato,
gli ha fatto bene suonare con
Ralph Stanley oppure rispolverare
i vecchi dischi del grande Charlie
Patton, o riascoltare le canzoni di
autori come Jimmie Rodgers,
Hoagy Carmichael, Johnny Mer-
cer, Fast Waller, George Cobb,
Milton Aiger.
Come già scritto il disco lascia
inizialmente sorpresi: ti aspetti,
come ha detto Usa Today, un di-
sco di classico blues a 12 battute
ed invece ecco delle canzoni
spolverate di suoni antichi, che
rievocano i favolosi anni trenta, i
roaring twenties, gli anni del jazz.
Dylan come Woody Allen?
In parte si: se avete visto Accordi
e Disaccordi dove Sean Penn, sfi-
gato chitarrista jazz, il secondo
più bravo al mondo dopo il miti-
co Django Reinbardt, non potete
non trovare delle analogie nel
suono di certe canzoni.
Ma il disco non è tutto qui, si li-
mita quattro brani su questo stile,
dove non è estranea l'influenza di
certo Leon Redbone, anche se
Dylan non ha quella voce e non
entra così nel particolare e poi ci
sono anche canzoni classiche,
variazioni in blues, spolverate di
folk ed altre piccole sorprese. È
vero, sono un fan, ma sono anche
molto critico nei suoi confronti e,
anche se ho ascoltato solo poche
volte questo disco, mi sento di
sbilanciarmi verso un giudizio
più che positivo.
Lave and Theft è un disco sostan-
zioso: la sua durata è di 57.33 e
si sviluppa attraverso dodici can-
zoni, tutte scritte di recente, con
la sola eccezione di Mississippi.
Mississippi, solo al primo ascolto,
colpisce nel profondo perche è
quello che ci attendiamo da lui.
Una ballata lenta, ma di grande
spessore. Il suono è abbastanza
roots oriented e la canzone ha un
timbro epico-narrativo, tipico del-
le grandi composizioni dylania-
ne. Voce splendida, caratterizza-
ta, espressiva.
Sezione ritmica solida,chitarra rit-
mica e steel guitar sugli scudi, ri-
chiama i classici del periodo di
Blood an the Tracks, ma il suono
non è quello, bensì il suono che
ascoltiamo in concerto, il suono
della magica serata di Brescia (lO
luglio scorso).
Stay in Mississippi, been too long.
Splendida.
Per la cronaca questa canzone
era già stata incisa da Sheryl
Craw su The Globe Sessions,
1988.
L'album si apre con Tweedle
Dee: ritmata, quasi rockabilly,
elettrica, con una chitarra molto
anni cinquanta a tessere la tela ed
un motivo di base, inizialmente
irrilevante, che poi si fa strada
lentamente,grazie anche alla vo-
calità dell'autore.
Tweedle Dee, good for you, good
for me.
Summer Days è ancora
rock'n'roll, con la chitarra molto
anni cinquanta, che richiama il
vecchio Scatty Maare. La voce
arrocchita si prende cura di una
canzone diretta e spoglia ma ab-
bastanza derivativa, che ha le sue
radici nelle prime composizioni
elettriche del nostro, metà anni
sessanta. Una canzone semplice
ma non originale che dà l'idea di
esser stata scritta in cinque minuti
cinque.
Ma, malgrado tutto, funziona.
By and by sembra uscita da uno
dei primi dischi di Leon Redbone
(azzardiamo Champagne Char-
lie?) con una chitarra che fa il
verso a Django Reinhardt, il ritmo
ovattato, l'organo in sottofondo e
la voce molto confidenziale.
Semplice ma affascinante.
Lonesome Day Blues scorre per
sei minuti ed è un blues elettrico,
tosto e sudato. Il suono è molto
anni sessanta, vibrante, reso an-
cora più evidente dalla voce, ro-
ca e profonda. Forse di routine,
ma suonata con gusto, per il puro
piacere. Scritta per la terra, sfer-
zata dal vento, tra luce ed oscu-
rità.
Floater (Too much to Ask).
C'è un violino in apertura, poi la
canzone, molto old fashioned,
unisce antico e moderno attraver-
so un languido intermezzo stru-
mentale.
L' atmosfera è irreale, quasi da vau-
deville, ma la canzone cresce,
mentre la voce è reale e riporta al
presente.
High Water (For Charlie Patton) è
un incontro blues, con un banjo
dietro a tutto, influenzato dall'in-
contro che il nostro ha avuto con
Ralph Stanley.
La canzone rimembra le ballate
degli appalachi, è nobilitata da
una performance vocale di gran-
de spessore e si sviluppa su una
base blues ed inflessioni country,
mantenendo intatta la tristezza di
fondo, il suo senso di disperata e
latente solitudine.
Moonlight richiama di nuovo gli
anni trenta, con quei suoni molto
retrò. La memoria del passato,
una voce più lieve e meno aspra,
le chitarre che scivolano quasi
senza lasciare il segno: forse leg-
gera, ma pur sempre affascinante.
Honest with me ci riporta in un
ambito rock.
Tesa, elettrica, voce indurita, chi-
tarra tignosa, la composizione ri-
chiama Highway 61.
Il tempo è vivace, la batteria pre-
sente ed un ritornello ben costrui-
to cattura di botto l'interesse
dell' ascoltatore.
Quasi che Dylan avesse riaperto
il suo songbook, variando alcune
sue vecchie composizioni.
Poor Boy ci riporta indietro di
cinquanta anni, quando George
Gershwin ed Irvin Berlin erano
gli autori di punta.
Chitarra acustica, voce ispirata,
un bel ritornello di fondo, sempli-
ce in apparenza ma in perfetta
simbiosi con buon parte del ma-
teriale che compone il quranta-
treesimo album del cantautore.
Cry a while è di nuovo Blues. Ini-
zio potente, voce grave, la band
che suona ruvido e diretto.
Poi il tempo varia leggermente ed
il blues si allontana dal classico
giro armonico, accelerando par-
zialmente il tempo. Chiusura con
la splendida Sugar Baby.
Lenta, organo sul fondo, inizio da
grande ballata, svolgimento lento:
canzone pensata, piena di intui-
zioni e, perche no, innovativa.
Scarna nella sua parte sonora, è
intensa, lirica ed evocativa e libe-
ra una musicalità molto particola-
re che non ha riscontri nel passa-
to dell'autore e risulta, Mississippi
a parte, la canzone manifesto di
Love and Theft. La semplicità del
disco, che cresce ad ogni ascolto,
maschera una vaga staticità crea-
tiva che, a conti fatti, si rivela in-
vece una sorprendente evoluzio-
ne dei suoi del passato visualiz-
zati attraverso nuovi intuizioni.
D'altronde è Dylan e da lui ci si
può attendere questo ed altro an-
cora. A sessanta anni suonati non
ha ancora appeso la chitarra al
fatidico chiodo e non vive sugli
allori e qualunque epitaffio nei
suoi confronti risulta incompleto
ed assolutamente prematuro.
Paolo Carù


 
 
MAGGIE'S FARM

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