Tra un'ottima pizza "veronese"
ed una fresca birra iniziamo la nostra intervista/chiacchierata con Massimo
Bubola.
Parliamo a ruota libera, "freewheelin'"
è il caso di dire, toccando molti argomenti senza un percorso preciso,
laddove un tema ne richiama un altro ed ogni argomento toccato conduce
a quello successivo...
Massimo ci dice che ha visto Dylan
in concerto a Bolzano, qualche giorno prima, e dunque è quasi d'obbligo
parlare di questa passione che ci accomuna...
MAGGIE'S FARM:
Che impressione hai avuto dallo show di Dylan?...
MASSIMO BUBOLA:
Una cosa che mi ha colpito è soprattutto il fatto che in questi
suoi nuovi spettacoli Dylan, di fatto, annulli il centro del palco,
annulli il protagonista. Questa è una "rivoluzione copernicana".
Non si è
mai visto uno spettacolo in cui manca il protagonista, in cui manca
il
centro. Io ho letto questa cosa come "The singer must die", citando
Cohen,
"Il cantante deve morire". Lui è sì il cantante di questa
band, ma il
cantante laterale, quasi come in una band da ballo, come a dire: "Noi
facciamo intrattenimento". Una forma di profonda, ironica umiltà.
Dylan utilizza sempre questi scenari scarni, questi palcoscenici spogli:
dà
dei segnali precisi, punta esclusivamente sulle canzoni. Anche il modo
in
cui si muove sul palco in maniera strana, quasi una sorta di parodia
della
rockstar; sembra dire: "Volete che sia il vostro Jokerman, quello che
ammicca al pubblico, che balla, che si agita? E allora ecco qua: vi
accontento".
Inoltre mi piace di Dylan questa grande rilassatezza nell'affrontare
le sue
canzoni, nel rivisitarle, nell'improvvisarle spesso. Come diceva Fellini,
improvvisazione è un termine sbagliato, sembra quasi denigratorio,
come
quando si dice "rockettaro" invece di rocker, o "jazzarolo" invece
di
jazzista. L'improvvisazione è invece frutto di una grande cultura,
frutto
della capacità di capire che ci sono dei momenti in cui cogli
il meglio di
qualcosa e puoi coglierlo solo in quel momento. Il grande regista ottiene
il
meglio non da sceneggiature rigidissime ma dalla sua capacità
di sfruttare
lo spunto di una scena, le caratteristiche di un attore. "L'improvviso"
si
affronta solo se si ha un grande talento.Per restare nel campo musicale
ad
esempio, quando registri un disco fino a metà sei tu che fai
il disco da
quel momento in poi è il disco ti guida e ti porta in una direzione
certa.
MF: Qual è
la sensazione più bella che hai ricevuto dal concerto di Bob a
Bolzano?
MB: La cosa più bella che ho ricavato,
che è poi quella che ricavo ogni
volta che ascolto i suoi concerti, è questo senso di profonda
allegrezza.
Non dico allegria, attenzione, ma allegrezza. Quella sensazione che
mi viene
pensando: "E' bello stare al mondo, perchè ci sono persone intelligenti
come
lui e dunque giorni e giorni di stupidità alla fine scompaiono".
Noi abbiamo la fortuna di essere contemporanei di un genio. Uno di
cui si
parlerà tra quattrocentocento anni come oggi parliamo di Shakespeare.
MF: A questo
proposito qual è la tua opinione sulla questione poesia e
canzone... Alcuni critici sono restii a dare alla canzone popolare
dignità
di poesia o di letteratura...
MB: Mi sembra una questione che non esiste.
Mi dà l'idea di quei discorsi da
"Accademia della Crusca", che si facevano nel Seicento: se l'italiano
di
Ariosto fosse un italiano puro e se lo fosse quello del Tasso... Cercare
di
stabilire se un autore di canzoni è anche un poeta mi sembra
una cosa molto
stupida. E' la gente che lo stabilisce, non certamente i critici o
gli
intellettuali. Non ci sono generi artistici di serie B. Ci sono invece
spesso artisti scadenti che affrontano temi alti.
Il vero poeta è un profeta, uno che legge il presente ed anticipa
il futuro;
è utile alla comunità, perchè essendo in grado
di leggere il presente e il
passato sa leggere anche il futuro. La poesia è l'unica forma
di salvezza
che abbiamo per il futuro. L'unico modo che abbiamo per poter leggere
il
futuro.
In una società veramente civile la poesia ha un ruolo importante.
Molti
Paesi si son salvati dal fascismo e da altri tipi di dittature grazie
ai
loro poeti. Penso al Brasile nel periodo dei colonnelli, alla Grecia.
Penso
anche all'Unione Sovietica che grazie ai poeti ha mantenuto una grande
coscienza civile. Penso che la poesia sia la coscienza di un Paese.
Quando è
morto Fabrizio (De Andrè, ndr) sono stato contento di vedere
tutta Genova
partecipare al dolore di quella scomparsa. Quando vedi trentamila persone
che partecipano ai funerali di un poeta è un grande segno di
civiltà e ti
consola.
MF: Hai detto
che il vero poeta è un profeta. Dylan è un po' l'archetipo
in
questo senso...
MB: Dylan è uno dei più grandi
poeti della storia dell'umanità, per cui
senz'altro è un uomo che ha previsto il futuro e non lo ha fatto
con una
pura coscienza di farlo, l'ha fatto come lo facevano i profeti, con
una
grande facilità e semplicità. Se pensiamo ai più
grandi profeti della
Bibbia, in genere si trattava di pastori analfabeti che parlavano in
maniera
"alta". Non ho mai pensato che l' "altezza" dipendesse dalla cultura,
non ho
mai confuso poeticità e cultura; la cultura a volte puo esere
un orpello.
Dylan non è mai stato una persona squisitamente intellettuale
o politica in
senso stretto.
MF: Qual è
la tua opinione sulla "questione" del premio Nobel per la
Letteratura cui Dylan è da anni candidato? C'è chi sostiene
che non si
possono considerare letteratura le canzoni di Dylan...
MB: Io ho molti dubbi su molta letteratura
che è stata premiata con il
Nobel. Su Dylan non ho alcun dubbio. Molta gente ha poca cultura storica.
Omero era un cantore. La prima forma narrativa è la poesia e
la prima forma
di poesia è la canzone. La prima forma di poesia è quella
che ha una
struttura formale metrica e di rima. La metrica e la rima nascono come
un'esigenza reale. Quando non esistevano i libri e si tramandavano
oralmente
le storie, si utilizzavano la metrica e la rima per ricordarsi la giusta
sequenza. Bastava ricordarsi i primi due o tre versi e grazie alle
rime si
proseguiva. E' una lezione che ho fatto mia in molte canzoni, come
ad
esempio "Eurialo e Niso", in cui ho utilizzato il sistema delle sedici
strofe più la diciassettesima che è uguale alla prima
e funge da chiosa. Una
struttura di memoria in multiplo di quattro.
E' una cosa seria questa, talmente seria che molti sedicenti poeti
non la
conoscono. Si parla di cultura popolare, epica. Delle radici della
nostra
cultura occidentale. E' chiaro poi che nell'800, quando iniziano a
cadere le
prime strutture formali e la poesia comincia a diventare libera, già
con i
simbolisti francesi, canzone e poesia diventano due generi letterari
paralleli: la canzone segue la tradizione e la poesia se ne allontana.
Ma
questo non significa che l'una sia valida e l'altra no. Io parlerei
piuttosto di grandi poeti e di poeti mediocri. Anche perchè,
altrimenti,
secondo la logica che vorrebbe la poesia una forma più alta
rispetto alla
canzone, qualsiasi mediocre autore di poesie sarebbe superiore in ogni
caso
a chi scrive canzoni, a un Lou Reed, a un Leonard Cohen o a un Dylan.
Un ragionamento del genere già mostra da solo la stupidità
di un tipo di
analisi del genere.
MF: Ritieni
che i testi di Dylan siano vincolati alla musica, alla
performance canora?...
MB: No. Dylan è un poeta leggibile
a prescindere dalla musica. I testi di
Dylan stanno in piedi perfettamente anche senza la musica. Forse quelli
che
in parte reggono meno, che ne risentono un po' se privati della musica,
sono
alcuni testi basati su strutture classiche di ballads, su standard
preesistenti, ma allora anche alcune composizioni di Palazzeschi o
di
D'Annunzio non stanno in piedi se non vengono recitate: "La Fiaccola
sotto
il moggio", per fare un esempio. Dylan ha una efficacia nel testo a
prescindere dalla musica o dalla performance. Da quello che scrive
tu
ritieni sempre moltissimo, ti lascia sempre dei segni. Pensiamo ad
una
canzone come "Dignity", ad esempio. Dylan ti insegna a stare al mondo,
ti dà
delle chiavi di lettura della realtà. E' un poeta vero, non
collocabile in
una corrente letteraria, in un contesto storico preciso, in una corrente
di
estetica . Dylan è un poeta universale che può ricollegarsi
a Dante o a
Lorca o ad Omero.
MF: Anche il
Dylan legato alla corrente della "beat generation"?
MB: Quella l'ha assolutamente trapassata.
Ci è semplicemente passato
attraverso, come quando Mosè è passato tra le acque.
Quella era la poesia di
quel periodo, quella era la gente che lui frequentava, quella era la
gente
più significativa che c'era in America. Se fosse vissuto in
Russia
nell'Ottocento avrebbe frequentato Dostoevskij.
MF: Come vedi
questo continuo e periodico ritorno di Bob Dylan alle
radici?...
MB: Come un'esigenza. Il passato è
una cosa molto rassicurante. Quando
subiamo una perdita, uno shock esistenziale profondo, un dolore
sentimentale... dov'e che ci si va a rifugiare? Nelle nostre radici.
E' come
se Dylan tornasse ogni tanto alle sue molteplici radici per "ricaricare
i
serbatoi" e riprendere il viaggio. Un po' come fanno i dromedari quando
assumono cento litri d'acqua prima di fare un lungo viaggio nel deserto.
MF: Sei d'accordo
sul fatto che la forza di Dylan sia anche quella di
rimettersi sempre in gioco...?
MB: Il percorso di un poeta vero è
quello che ti porta a rischiare, a fare
delle scelte coraggiose, diverse da quelle convenzionali. Un po' come
fanno
gli esploratori, gli speleologi che entrano in una grotta senza sapere
cosa
troveranno. E' l'unico modo per conoscersi. Quando ci si sposta dal
proprio
contesto, si impara a gestire le proprie paure, si impara a stimarsi
o in
alcuni casi a disistimarsi. Quando ho iniziato a fare il mio lavoro,
a
vent'anni, mio padre era molto preoccupato perchè io studiavo
legge, avrei
dovuto diventare notaio e lui sarebbe stato più tranquillo se
avessi seguito
quella strada. Invece ne ho scelta una in cui non so mai cosa farò
l'anno
prossimo o tra due anni. Ma è l'unico modo per conoscere me
stesso. Da
questo punto di vista, ad esempio, Dylan è una persona che ci
dà un grande
esempio di crescita costante. E' una persona che rischia ancora a
sessant'anni. Allo stesso modo ho molto apprezzato De Andrè
quando ha
rischiato, per esempio, lavorando con ragazzi alle prime armi come
me. Lui
aveva delle grandi intuizioni sulle persone. All'epoca capiva molto
più lui
di me stesso come scrittore di canzoni di quanto capissi io. Mi ha
dato la
sicurezza di poter fare questo lavoro perchè mi sono detto:
"Se uno grande
come lui mi stima al punto da farmi lavorare con lui a suo rischio
e
pericolo, allora forse vuol dire che posso farcela". Avrebbe potuto
continuare a fare per tutta la vita "La canzone di Marinella" e invece
scelse di rischiare facendo con me un disco come "Rimini" o "L'Indiano",
o
come "Creuza de ma" con Pagani, un album in genovese che ancora oggi
mi
ricordo che terrorizzò letteralmente i responsabili della casa
discografica
i quali non sapevano come sarebbe stato accolto un disco con quelle
sonorità
particolarissime e per di più cantato in genovese antico. Verrebbe
da
pensare: "Chi glielo faceva fare a Fabrizio?". Così come ci
si può chiedere
chi glielo faccia fare a Dylan di continuare a mettersi in discussione,
in
gioco, con le esibizioni live, con dischi diversi. E' chiaro che lui
ha dei
riferimenti nella tradizione che sono così forti che gli permettono
di
affrontare tutto. Se uno non ha radici profonde non può riuscirci.
La
grandezza di Dylan è la grande conoscenza della musica popolare,
non solo
americana ma anche europea, ebraica.
MF: Oggi la
tradizione è un po' sottovalutata in campo musicale...
MB: A me sinceramente non piace tutta questa
cultura posticcia di tanti
ragazzi che fanno musica e non hanno una conoscenza dei classici. Incontro
spesso giovani musicisti ai quali chiedo se conoscono Dylan, Cohen,
Young,
Cave, Guccini e mi rispondono "Che importanza ha? Io sono figlio dei
miei
tempi".
MF: Quali sono
a tuo avviso gli album di Dylan da rivalutare?
MB: Direi "Empire Burlesque" e soprattutto
"Street Legal", che rimane per me
uno dei suoi migliori album, un disco ancora tutto da scorpire, zeppo
di
riferimenti esoterici, di rimandi alla cabala, con tutta una serie
di
figure, di simbolismi, da cui Dylan non si è ancora del tutto
allontanato,
se pensiamo all' "occhio di Horus" che campeggia sul sipario durante
i suoi
concerti.
MF: Come mai
in Italia gran parte della stampa, ogni volta che Dylan viene
in tour nel nostro Paese, lo presenta come se si trattasse del Dylan
degli
anni '60?...
MB: Fondamentalmente perchè non lo
conoscono: riportano recensioni di
concerti non visti... Cose del genere...
MF: Dylan passa
per uno con un "brutto carattere"... Cosa ne pensi?
MB: Prendiamo un artista che lavora per
una major. La major ti dice: "Il
prossimo servizio fotografico devi farlo con la scriminatura a sinistra,
devi mettere dei vestiti molto solari, sgargianti, perchè dobbiamo
dare un
taglio a questa tua immagine sempre troppo triste". Tu rispondi: "No".
Da
quel momento passi subito per carattere difficile. Sapete quando si
ha un
carattere difficile? Semplicemente quando si ha un carattere.
MF: A proposito
della presunta intrattabilità di Dylan, anche nei lavori in
studio a volte è entrato in contrasto con il produttore di turno.
E' il caso
di Daniel Lanois per l'album "Time out of mind"... Qualcuno lo "accusò"
di
aver manipolato e filtrato la voce di Dylan e di aver utilizzato
eccessivamente effetti sonori e "trucchi" di registrazione, snaturando
lo
spirito della musica di Dylan... Cosa ne pensi?
MB: Io sono molto terrorizzato dagli integralisti
che ad esempio criticano
questo o quel disco perchè non rappresenta il "vero" Dylan.
Qual è il "vero" Dylan, allora? Quello di "Blood on the tracks",
quello di
"Empire Burlesque", piuttosto che quello di "Pat Garrett & Billy
The Kid"?
In "Jokerman", Dylan è quello che "cambia un altro strato di
pelle...".
"Sixteen years, sixteen banners...", canta in "Changing of the guards".
Alla
fine sono poi sedici pelli di un serpente cangiante.
Daniel Lanois, che ha un gusto francese essendo del Quebec europeo,
ha
prodotto due grandi dischi di Dylan, "Oh Mercy" e "Time out of mind".
Ha
trattato la voce di Bob come uno strumento, ha usato ambienti stranissimi...
Non è un caso che lì Dylan nel cambiare, citando "Il
Gattopardo", sia
rimasto ancor più se stesso.
Dylan ha una grande potenza dal punto di vista delle liriche. I suoi
testi
sono estremamente forti. Dunque Dylan deve avere di base delle strutture
forti come tutti gli artisti potenti, penso a Michelangelo, a Caravaggio,
a
Picasso.
Lanois è uno che riesce a supportare queste strutture potenti.
Lanois non lavora per sommazione, non riempie tutti i buchi possibili,
tutti
gli spazi. E non perde mai di vista i testi. E' una persona che ha
una
sensibilità letteraria. Ha preso la voce di Dylan e l'ha "ambientata"
di
volta in volta in scenografie diverse.
MF: E questo
può aver disorientato i cultori di Dylan...
MB: I cultori di Dylan già a Newport
si scandalizzarono perchè aveva
imbracciato la chitarra elettrica. Io starei molto attento ai cultori
di
Dylan, a quelli che vorrebbero un pò imbalsamarlo, mentre lui
è uno che a 62
anni ancora si rifiuta di farsi "inumare".
A volte c'è una tendenza da parte del pubblico a voler essere
"padrone di un
artista", a voler decidere per conto dell'artista in che direzione
andare.
In questo a volte il pubblico è un po' infantile. Come un bambino
al quale
si racconta una storia e che pretende che questa storia non cambi mai
e
venga raccontata sempre con le stesse parole.
Io ho una bambina: se le racconto una storia e la volta dopo le cambio
una
parola, lei rivuole quella stessa parola. L'infantilismo del pubblico
può
uccidere un artista. Nel caso di Dylan ad esempio, questo tipo di pubblico
vorrebbe ascoltare sempre "Blowin' in the wind" e "Mr. Tambourine Man".
La
grande forza di Dylan è stata sempre quella di riuscire a non
farsi mai
"placcare", come un giocatore di rugby che riesce a sfuggire ai mediani
di
mischia.
MF: ... Anche
perchè spesso ogni singolo ascoltatore è legato a questo
o
quel periodo per un fatto nostalgico...
MB: Io passo la vita a sfuggire agli abbracci
mortali.
MF: Veniamo
ai tuoi lavori... Prima parlavamo di poesia e di letteratura...
Spesso nelle tue canzoni spuntano rimandi letterari o poetici...
MB: Non ho una spiccata vocazione letteraria
ma sono la vita, i libri e gli
amori che entrano automaticamente nelle canzoni, come entra la vita.
In
alcuni casi, come ad esempio in "Eurialo e Niso", ho subito il fascino
di
storie che sono insite nell'uomo, vicende che dopo duemila anni sono
ancora
attuali, fanno parte dei nostri meccanismi sentimentali ed emotivi.
La
storia di Eurialo e Niso non è altro che la storia di un'amicizia.
Un'amicizia che sconfina nell'amore.
MF: Una storia
che, se ricordiamo bene, nasce da una promessa fatta a tuo
padre...
MB: Proprio così. Mio padre è
stato un eroe partigiano. A ventidue anni
tornò dalla guerra sul fronte slavo con il tifo petecchiale.
La sua nave fu
bombardata nel tratto tra Durazzo e Bari e mio padre arrivò
a casa perchè un
suo amico, un suo paesano, se lo portò in spalla per lunghi
tratti, e poi
talvolta in treno o su di un carretto. Tornò a casa che pesava
45 chili (lui
che aveva invece una corporatura molto massiccia). Io ho molto presente
il
fatto che noi abbiamo dei doveri nei confronti dei nostri genitori
e di chi
è venuto prima: fa parte della mia formazione. Questo senso
di profondo
rispetto del tempo, che poi è il senso della vita. Non un rispetto
formale,
ma un rispetto per la memoria. Mio padre era un grande amante della
letteratura latina, dei classici come l'Eneide di Virgilio. Dunque
pensai
che prendere quella antica vicenda di Eurialo e Niso ed attualizzarla
ambientandola durante la Seconda Guerra Mondiale era un modo per rendere
omaggio a mio padre e alla sua testimonianza.
MF: Il "ponte
a Serravalle" di cui si parla nella canzone individua un luogo
preciso?
MB: No, quello è un toponimo. Esiste
in tutta Italia. Esiste in Liguria,
esiste qui in Veneto. E' dove la valle si chiude, è un toponimo
tipico della
guerra partigiana in montagna: pensiamo a scrittori come Fenoglio,
Pavese o
lo stesso Bocca. Io ho ricostruito una storia che fosse credibile
attualizzandola, perchè sono convinto che una storia così
antica come quella
di Eurialo e Niso possa essere ancora attuale, come a suo tempo fece
l'Ariosto che li riprese nei personaggi di Cloridano e Medoro nell'Orlando
Furioso.
MF: Quanta
importanza hanno le tue radici nel tuo lavoro e nella tua vita?
MB: Quando ascolto le mie radici, sono momenti
che amo profondamente ma non mi ci identifico completamente. Certe sere
canto le canzoni degli alpini in
qualche rifugio, con gli amici, e mi piace tantissimo cantarle: canzoni
di
guerra, canzoni venete, ma non mi identifico in quelle, piuttosto ne
colgo
le questioni che mi interessano. Quando canto canzoni come "Era una
notte
che pioveva", ad esempio, vedo il dramma di un ragazzo solo dietro
la tenda
mentre piove, con un altro ragazzo a duecento metri da lui che può
sparargli
addosso da un momento all'altro. Un ragazzino di diciotto anni che
sente
rotolare i sassi giù dalla valle e non sa se sono sassi o colpi
di mortaio,
e non riesce a capire nulla di quello che ha intorno, perchè
non ha mai
visto nemmeno una città in vita sua, ha sempre vissuto in un
piccolo paesino
da cui l'han preso e l'hanno sbattuto al fronte dopo un mese di
addestramento, dopo il quale non è nemmeno capace di caricare
un fucile. E'
il dramma della povera gente che non sapeva leggere la storia che la
circondava, che non sapeva quello che gli stava capitando intorno.
Coltivava
le verze una settimana prima ed una settimana dopo imbracciava un fucile
e
doveva sparare magari al proprio cugino che abitava in Trentino, in
territorio austriaco. Io colgo il dramma umano di queste vicende, il
dramma
di mio nonno che ha combattuto come bersagliere durante la Prima Guerra
Mondiale, o di un mio zio, cui ho dedicato anche un brano ("Rosso su
verde"), che è morto sul Grappa.
MF: Come scegli
gli argomenti da inserire nelle tue canzoni...?
MB: Realizzare un disco è come un
dialogo tra amici, parli di quello che ti
capita, di cinema, di ragazze, di calcio, di letteratura. E' un po'
come
andare incontro ad una umanità che in parte conosci ed in parte
ti è
sconosciuta, come in una serata come questa in cui si parla di un concerto
recente di Bob Dylan, di Virgilio, di Dante, di Dino Campana... E'
come un
dialogo in cui si possono fare discorsi molto leggeri o discorsi molto
profondi ma dove c'è comunque un rapporto dialettico, una tensione
da
esaurire. A volte mischiare più argomenti è la cosa migliore.
Io non
prediligo argomenti letterari o argomenti di cronaca rispetto ad altri.
MF: Anche se
molti artisti operano una sorta di mediazione dettata dal fatto
che, per loro, fare un disco significa anche attenersi a delle "regole
di
mercato"... Cosa ne pensi...?
MB: Io del mercato me ne son sempre fregato,
perché non ho la pretesa di
conoscerlo. Quando un artista diventa un uomo marketing ha smesso la
sua
funzione. Le case discografiche influenzano chi si lascia influenzare.
Credo
che sia un alibi di molti artisti quello di nascondersi dietro le "esigenze
discografiche". E' un po' come quelli che dicono "sono stato costretto
dagli
eventi...". Se uno ha una vocazione la segue. C'è chi fa la
prostituta e può
farlo per bisogno, ma c'è chi per bisogno va in miniera od in
Africa.
MF: Dylan scrisse
una canzone dal titolo "The lonesome death of Hattie
Carroll" in cui faceva nomi e cognomi relativi ad un fatto di cronaca
nera
("William Zanzinger killed poor Hattie Carroll..."). A voi non venne
la
tentazione di fare lo stesso per il delitto Pasolini?...
MB: Beh, c'è da dire che all'epoca
non si capiva ancora bene chi ci fosse
dietro l'omicidio di Pasolini, quindi anche volendo non sarebbe stato
facile. Inoltre a noi interessava un discorso più generale,
piuttosto che
sfruttare il fatto di cronaca in senso stretto. Noi seguivamo Pasolini
in
quanto coscienza critica di questo Paese, al di là della sua
opera di poeta
e di regista. Era una persona che riusciva a dire delle cose che altri
non
avevano la forza di dire; come quando scrisse il famoso articolo in
cui si
chiedeva se fossero più fascisti i poliziotti o gli studenti
a Valle Giulia
e chi fossero veramente i figli del popolo, chi fossero veramente le
vittime, se i borghesucci che tiravano le pietre ai poliziotti o questi
poveri figli di contadini calabresi e siciliani, costretti a fare i
poliziotti.
A noi serviva l'episodio di cronaca emblematico da cui però
estrapolare un
discorso più generale, non legato necessariamente al fatto di
cronaca. Una
ballata come quella diventa importante quando parla al di là
del contesto
che l'ha ispirata. "Storia comune per gente speciale, storia diversa
per
gente normale".
MF: Un discorso
che si può fare anche per un altro tuo brano, quello
dedicato a Dino Campana...
MB: Quando io parlo di Dino Campana in realtà,
al di là di un discorso
specifico legato al poeta, parlo più in generale del rapporto
tra l'artista
e i media. Quanto un artista riesce a vendersi, ad essere uomo marketing,
ad
essere un buon p.r. di se stesso, che è una cosa che questo
mondo tende più
che mai a chiederti. La cosa che più mi affascinava nella testimonianza
di
Campana era quanto egli avesse pagato il suo non essere un "topo da
salotto", come molti altri intellettuali italiani di quell'epoca. Dino
Campana era sempre un po' a disagio in quei salotti letterari dove
invece
altri, come Cardarelli, Papini o Soffici, erano come pesci in un acquario.
MF: Tornando
al brano "Una storia sbagliata", mi ha sempre molto colpito il
verso che recita "Cos'altro vi serve da queste vite, ora che il cielo
al centro le ha colpite, ora che il cielo ai bordi le ha scolpite...",
con questa efficace allitterazione...
MB: In effetti in quel verso il termine
"scolpire" è inteso in senso
neoplatonico, come cavare dalla pietra una forma che vi era già
contenuta.
La vita che rivela te stesso. Il "colpire" invece era riferito al destino.
MF: Sempre
a proposito di canzoni ispirate alla cronaca o all'attualità si
può citare anche "Il partito trasversale", o "Kowalsky" con
i Gang...
MB: I Gang avevano questo tipo di istanza
che non era la mia. Una istanza
molto legata all'attualità politica, che, ripeto, non è
esattamente la mia.
Io amo molto scrivere magari una ballata che parli di un personaggio
dell'800 ma che sia di riferimento ai giorni nostri... Come nel caso
di
"Camicie rosse", tanto per fare un esempio, in cui la figura storica
di
Garibaldi era utilizzata per parlare in realtà di immigranti,
di studenti e
sognatori. Per questo non amo molto la canzone politica in senso stretto,
perché quest'ultima, una volta esaurite e superate le premesse
storico-sociali che l'hanno in qualche modo ispirata, non è
più leggibile. I
Gang invece avevano un po' questa necessità di essere una "band
combattente", che era la cosa che a me interessava meno. Ma naturalmente
il
disco era loro e dunque io dovevo rispettare le loro istanze. Ho cercato
di
"scollarli" da un eccesso di attualità, infatti canzoni come
"Eurialo e
Niso" o "Dove scendono le strade" parlano al di là del fatto
di cronaca che
le ha ispirate. Prendiamo ad esempio una ballata che ho scritto ai
tempi di
"Marabel", che si chiama "Cocis" e parla di uno spacciatore: in realtà
va al
di là della cronaca stretta, fa un discorso più generale.
Come nel caso di
"Alì Zazà" che parla di un killer napoletano... Quanti
Alì Zazà ci sono
stati dopo quell'episodio? La canzone non dev'essere mai un coperchio
che
chiude la realtà. Piuttosto il contrario; dovrebbe aprire una
realtà ed
anticipare il futuro.
MF: Hai citato
"Camicie rosse"... Parliamo un po' di questi studenti e
sognatori che "menano le mani per la libertà"...
MB: Lo studente, secondo l'iconografia medioevale,
è una persona in
movimento, una sorta di persona che vive sospesa tra quello che vorrebbe
fare e quello che non fa ancora, come ne "Il povero nella città"
di
Ungaretti. Una figura che non è ancora inserita socialmente
e quindi è un
po' come gli zingari o come tutte quelle categorie sociali che non
sono
inserite, che vivono ai margini. Lo studente era una persona che viveva
dentro e fuori, era una sorta di pericolo sociale. Se leggiamo le cronache
medioevali, così erano considerati a Parigi, a Bologna, ad Oxford,
nelle
città universitarie europee di allora. Erano persone socialmente
pericolose,
anche perché avevano spesso uno status che era extragiurdico.
Avevano quasi
una sorta di extraterritorialità. Dunque perché "studenti
e sognatori"? La
cosa affascinante di Garibaldi è il fatto che questo avventuriero
che non
aveva nemmeno delle grandissime convinzioni politiche (e che "pur di
menar
le mani" offrì i suoi servigi addirittura a Pio IX che era il
suo nemico
giurato e che lui, da massone, non doveva amare molto) abbia puntato
su una
causa persa, sul fatto che con mille scalcinati ragazzi male armati
andò a
sfidare quello che allora era considerato uno tra gli eserciti più
moderni
d'Europa, l'esercito Borbonico, che - mi ricordo per letture fatte
allora -
aveva 75.000 soldati ed una delle migliori artiglierie al mondo, tra
l'altro
con ufficiali tedeschi.
A me interessava questo aspetto di Garibaldi, questo sfidare una realtà
apparentemente insormontabile dalle posizioni di chi è sconfitto
in
partenza. Quando vedi Davide che batte Golia è una grande lezione
storica.
Credo che la vita valga la pena di essere vissuta finche un Davide
riuscirà
a battere sempre un Golia.
MF: Qual è
il Golia contro cui combattere oggi?
MB: I media. Che decidono cosa è
cultura e cosa no, quale musica va
ascoltata, quali sono i film da vedere, quali sono i modelli da seguire...
Vogliono darci un'induzione forte. Ha ragione Dylan quando dice che
ormai la
realtà è completamente preconfezionata e supera la fantasia.
Una realtà
disneyana.
Le radio italiane faccio molta fatica ad ascoltarle. Io compro dischi,
ascolto i miei dischi; per quale motivo dovrei avere un menu in cui
c'è un
altro che mi ordina quello che devo mangiare, magari "Quattro salti
in
padella"? Un filosofo inglese diceva "Noi siamo quello che mangiamo"...
Beh,
siamo anche quello che ascoltiamo, quello che leggiamo e soprattutto
quello
che parliamo. Bisogna stare attenti a buttare nel nostro corpo sostanze
tossiche o velenose.
MF: Come scegli
la forma musicale per le tue canzoni?...
MB: Dipende dall'argomento.
Quando ho un argomento "scuro", che viaggia tra la legalità
e l'illegallità, tra la magia bianca e la magia nera, utilizzo il
blues. Se invece ho un argomento più antico allora utilizzo il folk,
se ho un argomento più leggero utilizzo il "tex-mex"; utilizzo diverse
modularità musicali a seconda della storia che voglio raccontare.
Questo è molto importante.
Ad esempio, se si ascolta "Don Raffaè" nella versione tarantellata
di Fabrizio, ha un carattere più da sfottò, ricorda molto
Totò, sembra un lungo sberleffo. Fatta invece a blues, come nella
mia versione (reperibile sull'album "Amore e guerra", o nel recente live
"Il Cavaliere Elettrico III" ndr), dà una lettura molto differente,
molto più drammatica, più vicina ai film di Jarmusch, per
fare un esempio cinematografico.
Io sono fondamentalmente un musicista folk. Naturalmente amo anche
il rock,
amo il country, amo il blues. Dunque mi muovo su di un fronte ampio.
Ad
esempio in "Svegliati San Giovanni" ho usato una musica quasi da camera
perché trattavo un preghiera pagana, cui si adattava bene una
musica veneta,
settecentesca. In quello stesso album ad esempio c'è un honky
tonky che è
"Cuori ribelli", perché quella era una canzone di guerra sgangherata.
Un po'
come i Greci che utilizzavano metriche diverse secondo gli argomenti,
il
giambo per i canti di guerra, l'epinicio per i canti di vittoria e
così via
per le poesie sui matrimoni, sui funerali ed altro.
MF: E a proposito
di canzoni di taglio cinematografico cui prima hai fatto
riferimento, potremmo citare proprio "Cuori ribelli" in cui ti rifai
all'episodio avvenuto nel 1997 in Texas, che vide un gruppetto di texani
barricarsi in un capanno dichiarando guerra agli Stati Uniti e proclamando
l'indipendenza del proprio Stato...
MB: Quello che mi colpì di quell'episodio
era il fatto che undici persone
sfidassero il Governo degli U.S.A. Perché esisteva una clausola
che fu
scritta nella Costituzione del Texas, per accettare l'annessione all'Unione,
secondo la quale, grazie ad un referendum, lo stato avrebbe potuto
operare
una secessione e riavere l'indipendenza. Dunque c'era questo cavillo
legislativo nella costituzione texana. E soprattutto mi colpì
l'incredibile
spiegamento di forze, assolutamente spropositato rispetto ai ribelli.
Fu una
cosa molto buffa, con tutti quegli elicotteri, soldati e carrarmati.
Ricordava un po' certi film di Robert Altman in cui c'è uno
spiegamento di
forze inaudito: una cosa che rende buffi gli assedianti più
che gli
assediati. Ricordo poi Davy Crockett ad Alamo. I texani, cercando "nobili
natali", ne fecero un episodio particolarmente patriottico. Davy Crockett
morto ad Alamo contro forze preponderanti... Un po' come su certe lapidi
risorgimentali dove si leggono frasi tipo "Soccombette a forze ingenti...",
come a dire che il suo eroismo non bastò; un concetto di eroismo
che in
certi casi risulta molto buffo. Nel caso dell'episodio di cui parlo
in
"Cuori ribelli" eravamo di fronte ad una banda di truffatori che non
facevano altro che stampare dei buoni del Tesoro falsi e turlupinare
delle
vecchiette cercando di intascarne le eredità. Dunque i loro
"buoni intenti"
servivano a camuffare squallidi affari.
MF: "Cuori
ribelli" è stata anche travisata da molti...
MB: Come molte canzoni, in effetti. Ed infatti
dopo l'undici settembre non
posso più cantarla, per via di quella frase che recita "Ehi,
ehi, ehi, ehi!
Combatteremo contro U.S.A." Una frase che viene utilizzata in maniera
strumentale da gente che è antiamericana, cosa che io assolutamente
non
sono. E' una cosa molto stupida leggere quella mia canzone in chiave
antiamericana: l'antiamericanismo è una cosa che non ha alcun
senso. Allora
bisognerebbe rinunciare a tutta la cultura ebraico/americana da Woody
Allen
a Dylan a Cohen, rinunciare al rock, ai grandi film, fino al frigorifero,
al
phon, alle chitarre elettriche, a tutto quello che l'America ha creato.
Mi
sembra sciocco... Gli atteggiamenti di molti italiani mi disturbano
molto.
Molta disinformazione e il solito noioso conformismo-anticonformista.
Lo possiamo vedere anche a livello musicale: viviamo in uno stato che
vive
una sorta di deriva personale che non ha confronti con il resto d'Europa.
In
Portogallo, ad esempio, il sabato sera mandano in onda programmi di
musica
popolare portoghese E lo stesso avviene in Spagna, in Irlanda e in
Francia.Ve la immaginate in Italia una cosa del genere? Viviamo questa
deriva dovuta a squilibri nell'informazione, al fatto che ci sono tre
televisioni commerciali molto potenti che monopolizzano l'informazione
e
condizionano le altre tre di stato.
Molti si crogiolano in questo microcosmo tutto nostro. Io ne sono sgomento.
Nel resto dell'Europa civile il folk occupa uno spazio importante.
Poi c'è
posto per il rock, come per la musica cosiddetta di tendenza, e così
via. Da
noi nessuno occupa il proprio posto. E' come se mancasse il piatto
principale e ci fossero solo i contorni. Ci sono tutte le musiche
collaterali e mancano le principali.
MF: In conclusione...
Qual è il tuo prossimo progetto?
MB: Sto per pubblicare un nuovo album, "Segreti
trasparenti", cui abbiamo
dedicato molto tempo... oltre due anni di lavoro. Uscirà a metà
febbraio.
Conterrà undici brani.
MF: Rispetto
al tuo ultimo lavoro, "Diavoli e Farfalle", quali
caratteristiche presenta questo nuovo album?
MB: E' un disco che in qualche modo supera
il lutto. E' come se in questo
nuovo disco io riesca a parlare di cose di cui non ero mai riuscito
a
parlare prima. Il fatto è che come sempre avviene in questi
casi, quando si
subisce un lutto passa un certo periodo di tempo in cui si tende a
rimuoverlo e si continua la propria vita come se non fosse successo
niente.
Questo è l'atteggiamento che hanno la maggior parte degli uomini,
quel po'
di sana vigliaccheria che ti fa allontanare l'amaro calice. Poi viene
il
tempo in cui lo accetti ed impari a conviverci e cominci ad accettarlo.
MF: Un disco
che si differenzia in quanto ad atmosfere dal tuo ultimo...
MB: Io e Michele Gazich, che ha coprodotto
l'album, abbiamo usato
orchestrazioni di archi, fiati ed alcuni strumenti atipici per il rock
come
il bouzouki, mandolini, clarinetti, flauti... Un suono molto vicino
a quello
di "Street Legal", per fare un paragone dylaniano...
Abbiamo fatto delle ricerche sulle sonorità di base, cambiando
molte
chitarre per ottenere il sound che volevamo per ogni canzone.
L'apporto di Michele è stato anche e soprattutto un apporto
ideologico. Dopo
molti anni finalmente ho trovato un produttore con cui confrontarmi
ad ogni
livello, uno con cui condivido oltre alle passioni musicali anche quelle
letterarie ed altre ancora. C'è stato quindi un confronto molto
più profondo
che è andato al di là del disco: in lui ho avuto un interlocutore
su più
fronti e un amico credo, infine.
intervista a cura
di Salvatore Esposito e Michele Murino
trascrizione e adattamento di
Michele Murino |