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BOOTLEG SERIES Volumi 1-3 ![]() |
Introduzione
Per la maggior parte di quei favolosi anni ‘60, essere
un affezionato, appassionatissimo e in tutti i sensi devoto fan di Bob
Dylan non richiedeva molto di più che comprare i dischi, entusiasmarsi
per le canzoni e la voce di Dylan davanti ad amici increduli e genitori
perplessi, sognare di vederlo un giorno in concerto e rimanere sempre,
con nervosa impazienza, in attesa di nuove notizie sui suoi progetti.
Negli anni ’60, anni senza fax, in cui le
trasmissioni televisive dipendevano ancora dalle onde elettromagnetiche
e la corrispondenza urgente veniva trasportata nelle borse a tracolla dei
pony express, spesso le notizie su quel che Dylan faceva venivano a galla
mesi dopo gli eventi stessi. In Inghilterra, nel 1965, Dylan veniva salutato
come nuovo grande cantante folk, e la sua “ultima canzone di protesta”
– “The Times They Are A-changin’” furoreggiava nella Top 20, diversi mesi
dopo la registrazione decisamente non folk, ma rock – rap di “Subterranean
Homesick Blues”. Perfino negli Stati Uniti non tutti erano al passo con
quanto stava accadendo. A Newport, i vecchi e puntigliosi puristi del folk
che avevano amato il socialmente esplicito Bobby Dylan si tapparono le
orecchie e urlarono “fateli smettere!” quando Bob e la Butterfield band
ci diedero dentro all’infausto Folk Festival del 1965, nonostante “Like
a Rolling Stone” avesse ruggito da ogni radio che fosse appena un po’aggiornata
durante la settimana che precedette quel “primo concerto elettrico”. Certo
i tempi erano diversi, allora.
Alla fine del decennio, lo zoccolo duro degli entusiasti
possedeva registrazioni di Bob Dylan per un totale di 103 canzoni su nove
album della Columbia, senza contare il Greatest Hits. Ognuno dei dischi
era stato comprato con il fiato sospeso e portato in trionfo fino a casa,
mentre il resto della giornata veniva riservato alla trascrizione dei testi
delle canzoni, alla loro analisi, e all’appropriato indugiare nella meraviglia
di quanto ogni disco fosse diverso da quello che l’aveva preceduto.
Ma poi, nella tarda estate del 1969, le cose cambiarono.
E per i fan di Dylan, la vita non sarebbe più stata la stessa.
Tutto cominciò quando uno strano
disco “bootleg” dall’etichetta bianca, chiamato Great White Wonder, arrivò
dalla California. Per quanto ne sapessero i fans, era il decimo LP di Bob
Dylan, anche se così non era scritto sulla copertina. Anche se suonava
come se fosse stato registrato con la tecnologia più primitiva in
circolazione, offriva parecchie delizie. Metà dei pezzi erano tratti
dai Basement Tapes, canzoni glorosamente folli registrate con la Band a
Woodstock nel 1967; le altre canzoni di Great White Wonder erano registrazioni
del 1961, nelle quali un Bob molto giovane cantava sperimentando vivacemente
ogni genere di grandi canzoni blues e folk – beh, provava persino a raccontare
una barzelletta!
La maggior parte di quel materiale era grandioso
– e sembrava ancora più eccitante proprio perché, essendo
raro, inedito e quasi sicuramente non ufficiale, si trattava di qualcosa
che non avremmo proprio dovuto ascoltare – un frutto proibito, e per questo
di gran lunga più dolce. La casa discografica era comprensibilmente
indignata, le persone che curavano i diritti d’autore stavano giustamente
imbracciando le armi, ma noi potevamo sentire Bob Dylan cantare “Baby Please
Don’t Go” e “This Wheel’s On Fire”, nonché “I Shall be Released”
, e la vita non era mai sembrata così bella.
Poi, nel dicembre 1969, nel numero 47 di
Rolling Stone, quello del secondo anniversario, Greil Marcus fu lasciato
libero di riempire cinque paginoni di entusiastica dissertazione sull’esistenza
di ore e ore di altri nastri inediti di Dylan che lui stesso aveva registrato
e tenuto per sé: registrazioni private in appartamenti di amici,
nastri di prime esibizioni nelle coffeehouse del Greenwich Village, e canzoni
incise ma mai inserite nei dischi ufficiali; versioni di prova – alcune
di esse con arrangiamenti o testi molto diversi – di canzoni che già
conoscevamo; e nastri di concerti, sia da solo che con gli Hawks, più
tardi conosciuti come la Band. “Le più grandi registrazioni di Dylan”,
sosteneva Marcus.
Così ebbe inizio la grande caccia
al nastro, la sfida di collezionare qualsiasi cosa Bob Dylan avesse mai
registrato. Nel corso degli ultimi 20 anni una febbrile rete di collezionisti
sottobanco è stata al lavoro, registrando nastri, seguendone le
tracce e scambiandoli.
Ed ora finalmente, qualcosa della reale quantità
e valore di molti di quei tesori nascosti, a lungo cercati dai collezionisti,
viene portato alla luce. In questa cornucopia di materiale mai pubblicato
prima sono incluse registrazioni casalinghe, demo, versioni di prova, versioni
alternative, registrazioni da coffeehouse, registrazioni tratte da concerti,
e molto altro ancora. Parecchio di questo materiale ci dice molto su come
Dylan si sviluppò come compositore o cantante in quei primi anni;
altro ancora è semplicemente sensazionale – esibizioni di sorprendente
forza e finezza e di varietà pressoché infinita. In questa
collezione il punto di interesse principale riguarda Dylan come compositore:
38 canzoni che non sono mai state inserite negli album ufficiali, così
come demo e versioni di prova di canzoni ben conosciute. I volumi seguenti
si occuperanno di materiale dal vivo, compreso il leggendario concerto
della “Royal Albert Hall” del 1966. Per coloro che non hanno mai sospettato
che questo materiale esistesse sono in vista inimmaginabili gioielli. E
per quei collezionisti insaziabili, i “completisti” a cui piace pensare
di aver ascoltato tutto, qui ci sono un po’di canzoni insospettabili.
Qualunque reputazione Dylan si sia guadagnato
come scrittore e cantante nella sua carriera trentennale dovrà inevitabilmente
essere riveduta alla luce di questa collezione storica. E se gli scrittori
e i critici che vengono chiamati a riaffermare i meriti di Bob Dylan scoprissero
che i termini superlativi sono già stati tutti usati per il suo
catalogo di registrazioni ufficiali, vorrà dire che dovranno semplicemente
inventarsi qualche “versione alternativa” superlativa, giusto?
Hard Times In New York Town
Bob Dylan arrivò a New York quasi sicuramente martedì
24 gennaio 1961, dopo aver scroccato un passaggio da Madison, Wisconsin,
dove si era brevemente fermato lungo il suo viaggio dal Minnesota. Era
venuto a New York in cerca del suo idolo Woody Guthrie, che aveva saputo
essere in ospedale in New Jersey; e naturalmente, era anche in cerca di
fama e fortuna come folk singer al Greenwich Village. Per lo più,
sembra che gli amici che si era lasciato alle spalle pensassero che la
sua ambizione fosse mal riposta. Le sue poche esibizioni nei club folk
di Dinky Town, a Minneapolis, avevano provato che sapeva suonare la chitarra,
il piano e l’armonica in modo corretto ma non esaltante, e il suo modo
di cantare era più incline a suscitare alzate di sopracciglio che
applausi. In ogni caso, da quando aveva letto Bound For Glory di Guthrie
(Questa Terra è La Mia Terra, n.d.t.), si era messo all’opera per
trovare tutti i dischi che poteva. Quando giunse a New York conosceva e
padroneggiava l’intera opera di Woody Guthrie, ed era deciso a farcela
- e New York gli avrebbe offerto l’opportunità di cui aveva bisogno.
Come ricordò nel 1985: “Sapevo di dover andare a New York… l’avevo
sognato per molto tempo.”
Soltanto 76 giorni dopo il suo arrivo tornò
a Minneapolis, dopo aver già conquistato il circuito delle coffeehouse
del Greenwich Village e dopo le sue prime esibizioni ufficiali al Gerde’s
Folk City come accompagnatore del grande John Lee Hooker. I suoi amici
del Minnesota non erano soltanto colpiti da quanto avesse già ottenuto,
erano allibiti davanti a ciò che gli era successo. Come ricorda
John Pancake, direttore del giornale di musica folk locale: “Il cambiamento
in Bob era, a voler dire il minimo, incredibile. In soltanto sei mesi aveva
imparato a miscelare armonica e chitarra in modo tosto, eccitante, quasi
blues…”
“Hard Times In New York “ (scritta nel novembre
del 1961) può definirsi a tutti gli effetti una composizione di
Bob Dylan, anche se ha la sua origine in una canzone folk popolare tra
i fattori poveri del sud e nota, a seconda dei casi, come “Down On Penny’s
Farm (per come fu incisa dai Bentley Boys nel 1929) o “Tanner’s Farm” (Gid
Tanner & Riley Puckett, 1934) o “Roberts’Farm” (incisa da Bascom Lamar
Lumsford, 1935). Dylan prende in prestito la melodia, le due righe di apertura
e la struttura delle strofe di “Down On Penny’s Farm”, ma sposta l’ambientazione
della canzone dalla campagna alla città, raccontando la storia dei
propri tempi duri, passati cercando fortuna nella metropoli.
La canzone si chiude con quella che sembra
essere una promessa di successo fatta a se stesso – “Quando lascerò
New York sarò ben saldo sulle mie gambe” – ma al tempo della stesura
della canzone Bob Dylan era già, per così dire, caduto in
piedi – il critico musicale Robert Shelton aveva scritto di lui in maniera
entusiasta sul New York Times, aveva firmato un contratto con la Columbia
Records offertogli da John Hammond, e il suo primo LP era già in
preparazione. Potevano esserci stati dei tempi duri, ma la gioiosa allegria
che si avverte in questa canzone è certo di qualcuno che ha piena
fiducia nel fatto che i tempi sarebbero stati in qualche modo meno
duri nell’immediato futuro.
He Was A Friend Of Mine
“He Was A Friend Of Mine” venne registrata per il primo
LP di Dylan edito dalla Columbia, “Bob Dylan”, ma non fu mai utilizzata.
Quando venne intervistato da Robert Shelton per le note interne del disco
(Shelton avrebbe usato il suo pseudonimo, Stacey Williams, sull’album),
Dylan gli disse che era l’adattamento di una canzone che aveva imparato
da una cantante di strada di Chicago di nome Blind Arvella Gray.
La fonte di “He Was A Friend Of Mine” è
una canzone tradizionale delle prigioni del sud intitolata “Shorty George”,
che era stata incisa da Leadbelly nel 1935 e da diversi cantanti dei penitenziari
per le incisioni dell’archivio della Library Of Congress. Era proprio da
queste registrazioni della Library Of Congress che Eric Von Schmidt, che
ricorda di aver suonato a Dylan il suo adattamento del pezzo all’inizio
degli anni sessanta, imparò la canzone. Parlando della reazione
di Bob quando gli suonò il pezzo per la prima volta, Von Schmidt
disse al biografo di Dylan, Anthony Scaduto: “Era molto colpito dal fatto
di essere in grado di cogliere le espressioni tipicamente nere di quel
tipo di canzone e di riuscire a cantarle. A quei tempi non era ancora del
tutto in grado di trattare materiale che aveva a che fare con il blues
e stava ancora esercitando la sua sensibilità, cercando un modo
di farlo”.
Dylan lo ammise nelle note di copertina
di “The Freewheelin’Bob Dylan”: “Non so ancora gestirmi nel modo in cui
lo hanno fatto Big Joe Williams, Woody Guthrie, Leadbelly e Lightnin’Hopkins.
Spero di riuscirci un giorno, ma loro sono più vecchi…”
Ma nel momento in cui Dylan realizzò
questa incisione il suo stile era molto più sicuro, probabilmente
come risultato delle molte volte in cui aveva suonato il pezzo nei folk
club di New York durante le settimane prima della session di registrazione.
All’inizio del 1962 Dylan poteva reclamare i diritti di compositore e arrangiatore
su questa canzone, e la sua versione fu quindi adottata come standard da
altri cantanti folk del Village tra cui Dave Van Ronk, che incluse la propria
versione nel suo LP del 1963 “Dave Van Ronk, Folksinger”. Anche Eric Von
Schmidt incise la canzone per il suo primo LP, anch’esso del 1963, “The
Folk Blues Of Eric Von Schmidt”, una copia del quale si può vedere
in mezzo al bric-a-brac assortito sulla copertina dell’album del 1965 di
Bob Dylan, “Bringing It All Back Home”.
Man On The Street
Durante i primi anni in cui scriveva le proprie
canzoni, Dylan continuò ad affidarsi a pezzi folk tradizionali per
le melodie e le strutture di base delle canzoni. “Man On The Street”, ad
esempio, usa il motivo di una canzone della frontiera americana, “The Young
Man Who Wouldn’t Hoe Corn”, che Pete Seeger (una fonte d’ispirazione evidente
per Dylan) cantava spesso: “Vi canterò una canzone e non è
molto lunga/Su un giovane che non voleva zappare il grano…” Ma anche
se a questo punto era già immerso nel patrimonio folk e blues americano,
Bob stava anche leggendo moltissimo, ed è sorprendente come avesse
subito iniziato a inserire e sovrapporre influenze letterarie nei
suoi testi.
Questa canzone, scritta alla fine dell’agosto
1961, fu subito inserita nel suo repertorio per le coffeehouse, e in novembre
fu incisa per il primo LP “Bob Dylan”, ma non venne poi inclusa nel disco.
Robert Shelton, a cui erano state commissionate le note di copertina, annotò
all’epoca che la canzone era “un pezzo originale basato su di un episodio
accaduto in West Fourth Street al Village. Bob aveva visto un poliziotto
vibrare colpi di manganello su di un uomo già morto per scuoterlo.”
Una possibile fonte per l’immagine più scioccante della canzone,
nonché per la struttura delle strofe del pezzo, potrebbe essere
individuata nel poema di Bertolt Brecht “Litania del Respiro”.
La letteratura era estremamente importante
per il circolo di amici di Dylan di New York. In effetti la sua fidanzata
del tempo, Suze Rotolo, aveva lavorato a una produzione teatrale tratta
dai lavori di Brecht, “Brecht On Brecht”, collaborando alle scenografie
e agli oggetti teatrali. Bob era un visitatore regolare durante le prove,
e ascoltava il cast recitare le poesie e le canzoni di Brecht.
La canzone di Dylan è una delle parecchie
scritte nell’arco dei mesi successivi che esprimono compassione per i diseredati,
i reietti e gli emarginati della società. In quella che è
una delle sue prime composizioni fa un ottimo lavoro con la “non molto
lunga” canzone sul vecchio inerme che sembra attrarre più curiosità
da parte dei passanti (anche se poca simpatia) dopo la sua morte che non
mentre era in vita. Quel brusco “battere” del “bastone da bullo” del poliziotto
mostra che perfino nella morte il derelitto non può sfuggire all’umiliazione
e alla sofferenza che ha subito in vita. Cosa interessante, Dylan avrebbe
ritoccato il soggetto della canzone (certamente per affrontarlo in modo
più efficace) pochi mesi dopo in “Only A Hobo”. Il confronto tra
i due pezzi mostra quanto velocemente la scrittura di Dylan si stesse evolvendo
in quel periodo.
No More Auction Block
Stando a quanto riporta Alan Lomax
in “Le Canzoni Folk del Nord America”, questa canzone sulla libertà
— conosciuta anche come “Many Thousands Gone” — è originaria del
Canada e veniva cantata dai neri che fuggirono laggiù dopo che la
Gran Bretagna ebbe abolito la schiavitù, in anticipo sugli Stati
Uniti, nel 1833. L’unica performance conosciuta di Dylan di “No More Auction
Block” (l’”Auction Block” era un blocco di cemento sul quale gli schiavi
messi all’asta venivano esposti ai potenziali acquirenti, n.d.t.) fu registrata
al Gaslight Cafe di New York nell’ottobre 1962. Sembra sia stata una serata
particolarmente significativa, laggiù in quello che era stato per
parecchio tempo il locale preferito di Dylan, una “coffeehouse sotterranea
pulsante del rumore dei tubi del riscaldamento… sepolta proprio nel mezzo
di MacDougal Street” (come la descrisse lui stesso nella sua poesia “In
The Wind”). Cantò una selezione di pezzi costituita quasi del tutto
da materiale non di sua composizione, nonostante il fatto che da diversi
mesi avesse composto canzoni sue a un ritmo piuttosto impressionante.
Dylan potrebbe benissimo
aver imparato la canzone dalla versione di Odetta contenuta nel suo LP
dal vivo alla Carnegie Hall (registrato l’8 aprile 1960 — come lui stesso
ha più volte riconosciuto, Odetta ebbe una grande influenza sul
giovane Bob Dylan), ma è stato Pete Seeger il primo a riconoscere,
nell’adattamento da parte di Dylan della melodia di questa canzone, la
sua “Blowin’in The Wind”. In effetti, Dylan stesso avrebbe ammesso il suo
debito nel 1978, quando disse al giornalista Marc Rowland: ““Blowin’ In
The Wind” è sempre stato uno spiritual. L’ho presa da una
canzone intitolata “No More Auction Block” — quella è uno spiritual,
e “Blowin’ In The Wind” in un certo senso prosegue nella stessa direzione…”
E questa è
la grande performance di uno spiritual: Da quei primi strimpellamenti di
chitarra, che sembrano quasi una prova, veniamo guidati gentilmente, attraverso
una serie di note pizzicate, verso la semplice melodia. E poi entra la
voce — quella di un ragazzino bianco che in qualche modo riesce a unire,
a simulare dentro di sé la figura del cantante, l’esausto ma ormai
libero schiavo, che afferma e dichiara la sua liberazione. Ricorda tutti
gli altri che non sono stati altrettanto fortunati, ringraziando, non con
gioia, ma con una dignità piena di forza che è allo stesso
tempo commovente e convincente.
House Carpenter
Una delle canzoni registrate nel
marzo1962 per il secondo LP di Dylan, non venne mai usata. “House Carpenter”
(“Il Muratore”, n.d.t) può probabilmente ritenersi una delle canzoni
più vecchie che Bob Dylan abbia mai cantato. E’ Child Ballad (Number
243), una delle tante canzoni raccolte dal professore di Harvard Francis
James Childs nella sua collezione — vera e propria pietra miliare —di ballate
popolari inglesi e scozzesi. Comuni varianti americane del pezzo sono le
ballate di montagna del sud “James Harris” e “The Daemon Lover”. La versione
stampata più antica di questa canzone, intitolata “A Warning For
Married Women” (Un Avvertimento alle Donne Sposate, n.d.t.) è datata
1685, ma probabilmente risale addirittura a tempi più antichi.
Dylan potrebbe averla sentita ovunque, ma Joan Baez e Bob Gibson — tra
gli altri— la cantavano regolarmente nelle coffeehouse del Village all’epoca.
Talkin’Bear Mountain Picnic Massacre Blues
Questa è probabilmente la
prima delle molte canzoni di Bob Dylan ad avere le sue origini in una storia
presa dal giornale. Il ritaglio raccontava l’interessante storia del noleggio
di un battello da escursione, l’Hudson Belle, per un picnic organizzato
da un club sociale di Harlem in occasione di una gita nella vicina New
York, il giorno della Festa del Papà. La voce — in seguito rivelatasi
fondata — che fossero stati venduti centinaia di biglietti falsi, fece
nascere una folle lotta nel tentativo di salire a bordo quando il battello
attraccò al molo con circa due ore di ritardo. Nel panico che serpeggiò
su tutti e tre i ponti della nave, una dozzina circa di persone riportarono
ferite. L’Hudson Belle non salpò mai per la Bear Mountain. La storia
venne ritagliata dal New York Herald Tribune del 19 giugno 1961 da Noel
Stookey, frequentatore abituale del Gaslight Cafe (che sarebbe poi divenuto
il “Paul” di Peter, Paul & Mary). Lui la mostrò a Dylan, ritenendola
una storia “deliziosamente macabra” e, come Stookey stesso ricorda, “Il
giorno dopo Bob arrivò con una satira in nove versi…”
La registrazione qui
inclusa è dell’aprile 1962, ancora dalle session per il previsto,
secondo LP. Da quando l’aveva composta il giugno precedente, Dylan aveva
suonato la canzone con regolarità. E aveva sperimentato lo stile
del talking blues per diverso tempo, inizialmente copiando Woody Guthrie
— alcuni dei primi nastri di Bob Dylan lo mostrano che si sforza di interpretare
“Talking Columbia”, “Talking Merchant Marine” e “Talking Fish Blues” di
Guthrie. Le canzoni talking blues erano sempre state state scritte nello
stesso stile ironico e malinconico da quando questa forma era stata sviluppata,
negli anni ’20, per mano di un cantante del Sud Carolina di nome Chris
Bouchillon. Dato che ogni verso si conclude di solito con un commento particolarmente
sardonico, la forma è perfetta per la satira, e in “Talkin’Bear
Mountain Picnic Massacre Blues” (Talking Blues del Massacro del Picnic
alla Bear Mountain”, n.d.t) Dylan ironizza sui mali dell’avidità,
dipingendo nel contempo un ritratto beffardo del fiasco del picnic. Come
Terri Thal, moglie di Dave Van Ronk e per breve tempo primo business manager
di Dylan, osservò parlando ad Anthony Scaduto: “Stava cominciando
a pensare e parlare di persone che venivano calpestate. Non nel senso
della classe sociale, ma semplicemente perché odiava le persone
che si approfittavano degli altri… questo è ciò che si sentiva
in “Talkin’Bear Mountain Picnic Massacre Blues.””
Forse ancor più
significativamente, con “Talkin’Bear Mountain Picnic Massacre Blues” Bob
Dylan aveva scritto la sua prima canzone “d’attualità” — una canzone
che aveva le sue radici nella tradizione folk, ma il cui contenuto faceva
direttamente riferimento agli eventi del presente. Il fatto che “Talkin’Bear
Mountain Picnic Massacre Blues” fosse così popolare nei club folk
potrebbe benissimo essere dovuto non tanto al suo humour — anche se è
ancora una canzone piuttosto divertente — ma al fatto di aver indicato
la strada futura a tutti i cantanti folk del Greenwhich Village: la strada
verso le “canzoni d’attualità” che avrebbero dominato la scena nei
mesi a venire e che, alla fine, avrebbero salutato il ritorno della “canzone
di protesta” sulla scena folk dei primi anni ‘60.
Let Me Die In My Footsteps
(Lasciatemi Morire Sui Miei Passi)
Una delle quattro canzoni originalmente incluse nelle
prime copie di prova di “The Freewheelin’ Bob Dylan” ma scartate dall’album
all’ultimo momento — in questo caso, a favore di “A Hard Rain’s A-Gonna
Fall”. L’impaginazione grafica dell’LP era già stata preparata per
la pubblicazione, incluse le note di Nat Hentoff alle canzoni che sarebbero
poi state eliminate. La nota che riguardava “Let Me Die In My Footsteps”
è di particolare interesse, perché fu scritta — stando a
quanto dice la copertina, nel maggio 1962 —da Dylan stesso:
“Ho avuto in mente questa canzone per circa
due anni. Ero in Kansas, Phillipsburg o Marysville, credo. Stavo attraversando
qualche città laggiù e stavano facendo questo rifugio antiatomico
appena fuori dalla città, una di queste specie di cose tipo Coliseum,
e c’erano operai e tutto. Sono stato lì circa un’ora, semplicemente
a guardarli mentre lo costruivano, e credo di aver già scritto la
canzone nella mia testa in quel momento, ma l’ho portata dentro per due
anni finché finalmente non l’ho buttata giù.
“Mentre li guardavo al lavoro, mi fece effetto
il fatto ironico che si concentrassero tanto nello scavare un buco sottoterra
quando c’erano così tante altre cose che avrebbero dovuto fare nella
loro vita. Per lo meno, avrebbero potuto guardare il cielo e farsi un giro
e vivere un po’ invece di fare questa cosa immorale. Credo che il fatto
sia semplicemente che puoi condurre un sacco di gente per mano. Non sanno
nemmeno cos’è che li spaventa.
“Vorrei dire che questa è una canzone
che sono davvero contento di aver inciso su disco. Non considero nulla
di quello che scrivo politico, ma anche se potessi a stento cantare una
nota, o anche se non riuscissi a reggermi in piedi, questa è una
canzone che non avrà bisogno, perché la gente la capisca,
che le persone mi guardino o mi ascoltino con attenzione, o nemmeno che
io gli piaccia.
“Let Me Die In My Footsteps” è il
primo “inno di Bob Dylan — una canzone che può essere cantata come
espressione di appartenenza, a una nazione, una fede o una causa” per dirla
come Paul Williams, che infatti data la canzone con molta probabilità
alla fine del febbraio 1962; Izzy Young, proprietario del Folklore Center
e instancabile scrittore di diari, annotò alla data del 22 febbraio
che Bob Dylan era passato di lì e gli aveva cantato la canzone.
La registrazione qui contenuta appartiene anch’essa alle sessioni di Freewheelin’
del 25 aprile 1962, e Dylan avrebbe continuato a suonare la canzone durante
tutto l’anno — forse anche troppo spesso, visto che quando, nel dicembre
1962, ne registrò per ragioni di copyright una versione demo agli
uffici del suo editore musicale, M.Witmark & Sons, a New York City,
sbottò, affermando che per lui cantare di nuovo la canzone era “una
tortura — l’ho cantata così tante volte.” Dylan, comunque, suonò
“Let Me Die In My Footsteps” almeno una volta ancora, il 24 gennaio 1963,
per la rivista Broadside. Comunque, in quella registrazione — che
venne successivamente pubblicata nel settembre 1963 su Broadside Ballads,
Vol.1 (Broadside Records BR-301) — la voce solista era quella di Happy
Traum, mentre Dylan cantava le armonie del coro e forniva l’accompagnamento
di chitarra sotto il famoso pseudonimo di Blind Boy Grunt.
Rambling, Gambling Willie
(Willie lo Scommettitore Girovago)
La più vecchia performance esistente di Dylan di
questa perfetta canzone scritta di sua penna era su una registrazione demo,
incisa nel gennaio 1962 per ragioni di dichiarazione del copyright per
la Duchess Music Corporation, un’affiliata della Leeds Music, alla quale
Dylan era stato raccomandato da John Hammond. Dylan mantenne il suo entusiasmo
per la canzone, dato che l’avrebbe registrata nuovamente nell’aprile 1962,
durante le sessioni per il suo secondo LP per la Columbia, The Freewheelin’Bob
Dylan.
L’animata storia di Will O’Conley, scommettitore
fuorilegge pieno di energia da vendere, sarebbe quasi sicuramente stata
pubblicata su Freewheelin’ — era inclusa nelle prime copie di prova dell’LP,
ora una rarità per collezionisti — se la data di pubblicazione non
fosse slittata. Nonostante Dylan avesse iniziato a incidere materiale per
il disco già nell’aprile 1962, questo non sarebbe stato pubblicato
fino al maggio 1963, quando Dylan aveva già scritto diverse, nuove
canzoni importanti, che sia lui che la sua casa discografica erano desiderosi
di far uscire. Quindi, all’ultimo momento “Rambling, Gambling Willie” (insieme
ad altri tre pezzi) fu scartato da The Freewheelin’Bob Dylan, e venne sostituita
dalla più recente “Bob Dylan’s Dream”. Di conseguenza, questo racconto
esuberante sarebbe rimasto un outtake raramente ascoltato. E’un delizioso
trambusto di canzone, ironica, dall’energia contagiosa, piena di rime meravigliose
e di tanto, semplice divertimento,
Ancora una volta, la canzone affonda le
sue radici nel passato. Dylan ha modellato il suo scapestrato scommettitore
fuorilegge dal cuore d’oro su una figura popolare altrettanto eroica, quella
del vagabondo irlandese Willie Brennan, impiccato a Cork nel 1804. La antica
e stimolante ballata sulla quale è basata “Rambling, Gambling Willie”
è “Brennan On The Moor” (Brennan Nella Brughiera, n.d.t), che fu
un caposaldo del set dei Clancy Brothers durante tutta la loro carriera.
Dylan li sentì cantare la canzone a New York e se ne innamorò
subito. Nel 1984 disse al regista Derek Bailey: “Non avevo mai sentito
questo genere di canzoni prima… tutte le persone leggendarie di cui parlavano
— Brennan On The Moor o Roddy Macaulay… Penso a Brennan On The Moor allo
stesso modo in cui penso a Jesse James o qualcuno del genere. Sai, ho scritto
alcune delle mie canzoni sulle melodie che li ho sentiti suonare…
Talkin’Hava Negeilah Blues
(Il Blues Parlato di Hava Negeilah)
Sembra che Bob Dylan abbia iniziato a includere questa
canzoncina nel suo set in un giorno del settembre 1961. Di certo la cantò
al Gerde’s Folk City il 26 di quel mese, dato che è una delle canzoni
menzionate in quella che è stata senza dubbio la più importante
recensione di un concerto nell’intera carriera di Bob Dylan.
Nel New York Times di venerdi 29 settembre
1961, l’articolo di Robert Shelton titolava, sopra un pezzo da ben tre
colonne: “Bob Dylan: Uno Stilista Che Si Distingue” e non solo era notevole
per il fatto di dare tanto risalto a un relativo sconosciuto, ma era anche
di tono così entusiasta che sembrerebbe essere stato la causa diretta
dell’ottenimento del suo contratto con la Columbia. Come Dylan avrebbe
in seguito detto a Robert Shelton parlando del suo primo incontro con John
Hammond: “Gli strinsi la mano con la destra e gli diedi la tua recensione
con la sinistra. Si offrì di farmi firmare il contratto senza neanche
avermi sentito cantare!”
Nella recensione, Shelton è entusiasta di ogni
aspetto della performance di Dylan: “Il Signor Dylan è allo stesso
tempo un commediante e un attore tragico. Come un attore di vaudeville
del circuito rurale, offre una varietà di comici monologhi musicali…
“Talkin’Hava Negeilah Blues” si prende gioco della mania della folk
music e del cantante stesso”.
Quit Your Low Down Ways
(Smettila Con i Tuoi Modi Subdoli)
Registrata il 9 luglio 1962 durante la seconda delle sessioni per The Freewheelin’, questa canzone è probabilmente già nota per la versione che Peter, Paul & Mary inclusero nel loro LP del 1963 “In The Wind”, per il quale Dylan scrisse una lunga nota di copertina sotto forma di poesia con lo stesso titolo. L’ LP conteneva anche la versione — zuccherosa ma di gran successo — di Peter, Paul & Mary di “Blowin’In The Wind”, incisione che, più di ogni altra, donò a Dylan la reputazione di giovane compositore del momento. “Quit Your Low Down Ways” è una composizione che si potrebbe definire come una specie di coperta patchwork, i cui versi derivano da varie canzoni blues tradizionali. La fonte più diretta è “Milk Cow Blues”, registrata da Sleepy John Estes nel 1930; infatti, i primi due versi di “Quit Your Low Down Ways” sono in pratica presi in prestito dalla versione di Kokomo Arnold di quella stessa canzone, incisa nel 1934. Sembra che in quel periodo Dylan si sia divertito a esplorare la musica blues e le sue radici — solo un paio di mesi prima aveva provato a incidere la sua personale versione rielaborata di “Milk Cow Blues” (una versione che si basava contemporaneamente su quelle di Robert Johnson, Leadbelly, Kokomo Arnold ed Elvis Presley di quello stesso pezzo). Avrebbe occasionalmente continuato a provare ed aggiustare lo stile e il ritmo di “Quit Your Low Down Ways” durante il resto dell’anno, eseguendola con una gran varietà di inflessioni vocali, che andavano dal sentenziare minaccioso fino all’allegro e al trionfante, prima di lasciarsela infine alle spalle, nel momento in cui nuove, migliori canzoni arrivavano alla sua mente con sempre maggior frequenza.
Worried Blues
(Blues Preoccupato)
Questa canzone fu registrata il 25 aprile 1962, alla seconda
delle sessioni per il suo secondo LP per la Columbia. Dylan aveva cantato
a intermittenza “Worried Blues” nel corso dei sei mesi precedenti; le origini
della canzone, così come l’occasione in cui la sentì per
la prima volta, non sono chiare. Lo stile di fingerpicking che Dylan utilizza
in questa esecuzione in particolare è molto interessante, e ha portato
il musicologo inglese John Way a suggerire che Dylan potrebbe dovere qualcosa
a Elizabeth Cotten per il suo modo particolare di pizzicare la chitarra.
Lo stesso stile di fingerpicking fu poi usato, notoriamente, su “Don’t
Think Twice, It’s Alright” — che in comune con questo pezzo ha anche lo
stesso genere di inflessioni vocali gentili — e, occasionalmente, anche
come accompagnamento su pezzi più tradizionali come “Barbara Allen”
e “Kentucky Moonshiner”. Ma dopo il 1964, per quanto riguarda i concerti
o le registrazioni ufficiali, Dylan sembra aver completamente abbandonato
questo modo di suonare la chitarra.
Casualmente, se i versi sull’ “andare dove il clima è
adatto ai miei abiti” suonano familiari, è perché risuonano
anche nella “Everybody’s Talkin’” di Freid Neil, tema della colonna sonora
del film “Un Uomo da Marciapiede” — il che fa venire alla mente altri due
legami con Dylan: il primo, che lo stesso Fred Neil fu uno dei primi ad
assumere Bob come suo armonicista durante i suoi primi giorni a New York;
e la seconda, che se Dylan non avesse impiegato tanto tempo a comporre
la canzone “Lay, Lady Lay”, in origine commissionata proprio per “Un Uomo
Da Marciapiede”, la sua canzone sarebbe stata per sempre associata al film
vincitore dell’Oscar, e il pezzo di Fred Neil non sarebbe forse mai stato
la hit che fu per il suo interprete Harry Nilsson.
Kingsport Town
Durante una serie di sessioni in studio negli ultimi mesi
del 1962, Dylan cercò di completare le registrazioni di Freewheelin’
con il produttore John Hammond prima di partire per l’Inghilterra per apparire
nella commedia televisiva della BBC “Madhouse On Castle Street”. Tra i
pezzi incisi c’era “Kingsport Town”, una piccola, dolce canzone cantata
in modo accattivante, che aveva le sue origini nel pezzo “Who’s Gonna Shoe
Your Pretty Little Feet?” di Woody Guthrie (a sua volta basato su un’antica
ballata). Era una canzone che Dylan cantava già ai tempi di Dinkytown,
a Minneapolis. Ci sono due cose che risaltano particolarmente in questa
esecuzione: una è il curioso accento Okie (dell’Oklahoma, N.d.T.)
simulato da Dylan mentre canta. L’altra è che il personalissimo
e particolare stile di fraseggio e scrittura di Dylan si può avvertire
nel mezzo di versi altrimenti ordinari. In pratica, chiunque avrebbe potuto
scrivere di “una ragazza dai capelli ricci e gli occhi scuri”, ma di certo
solo Bob Dylan (e riusciamo a sentirlo che prepara l’allitterazione anche
mentre sta cantando) avrebbe potuto scrivere “E chi bacerà la tua
bocca di Memphis mentre io sono là fuori nel vento?”
SESTA PUNTATA
Walkin’Down The Line
(Andando fino in fondo)
La prima versione conosciuta di questa canzone risale
al novembre del 1962, quando Dylan la incise per la rivista Broadside,
così che potesse essere trascritta e in seguito magari pubblicata.
È una delle dozzine di canzoni scritte in quel periodo e poi registrate
sotto copyright (questa incisione viene dai demo realizzati per la casa
editrice, M.Witmark & Sons) ma che non vennero mai prese sul serio
in considerazione per una pubblicazione ufficiale.
Quanto Dylan fosse in quel periodo un autore prolifico
lo si può giudicare dal numero straordinario di registrazioni da
lui realizzate per la Witmark, una delle prime e più prestigiose
case editrici musicali degli USA (con la quale aveva sottoscritto un contratto
di tre anni, firmato il 13 luglio 1962). Non era mai accaduto che un “folk
singer” firmasse con una casa così prestigiosa, ma il manager di
Dylan, Albert Grossman, era un uomo incredibilmente ambizioso. Avendo contribuito
alla formazione del gruppo di Peter, Paul & Mary e avendo fatto loro
incidere “Blowin’ in the Wind” con grande successo, era deciso a vendere
Bob Dylan come autore di canzoni da far poi cantare ad altri. Di conseguenza,
Dylan fu condotto a intervalli regolari negli studi della Witmark per registrare
demo delle sue ultime canzoni. Nastri, acetati, e spartiti di nuove composizioni
di Dylan, datate dagli ultimi mesi del 1962 ai primi del 1963, furoro distribuiti
a chiunque potesse essere interessato a inciderle – e molti lo erano. Ciò
segnò l’inizio di una vera e propria industria di cover delle canzoni
di Bob Dylan, e versioni di Walkin’Down The Line, un bell’esempio di pezzo
dalla melodia gioviale e dall’astuto cambio di frase, sarebbero presto
apparse per mano di artisti molto diversi tra loro, come Jackie De Shannon,
Glen Campbell, Hamilton Camp, Odetta, Ricky Nelson, e i da tempo dimenticati
Joe & Eddie. Quando il contratto con la Witmark scadde, tre anni dopo,
questa aveva pubblicato 237 composizioni di Dylan.
Walls of Red Wing
(Le mura di Red Wing)
La fonte della melodia di “Walls of Red Wing” è una vecchia canzone popolare scozzese, “The Road and the Miles to Dundee” (“La strada e le miglia fino a Dundee”), che Dylan potrebbe aver scoperto quando aveva visitato Londra all’inizio dell’anno, immergendosi nelle vecchie canzoni folk di cantanti come Martin Carthy e Nigel Davenport. Red Wing in sé è un riformatorio per ragazzi in Minnesota, e anche se Dylan certo non vi passò mai del tempo, è possibile che abbia conosciuto o parlato con qualcuno che ci era stato, anche se in realtà Red Wing non è affatto la squallida fortezza gotica qui ritratta. Naturalmente, la realtà è irrilevante ai fini della canzone, che è un esercizio di stile fantasioso che riunisce gli orrori a cui la prigionia in un luogo del genere può portare. Non stupisce il fatto che fosse una canzone che non in molti facevano la fila per incidere.
Paths of Victory
(Sentieri di Vittoria)
Probabilmente la canzone più Guthriana che Woody non scrisse mai. Dylan aveva iniziato a buttare giù questo pezzo fin dal novembre del 1962, e ne aveva già completata una prima versione quando la eseguì durante una delle prime, rare apparizioni televisive, in occasione di uno speciale sulla musica folk della Wastinghouse Broadcasting Company, mandato in onda nel marzo 1963. La canzone sarebbe in seguito passata attraverso un’ulteriore riscrittura, ma non sarebbe mai stata pubblicata su disco.
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