Ciao Michele,
sono rientrato qualche giorno fa
da Londra, dove ho assistito a due concerti…e mezzo. È stata davvero
una bella esperienza.
Avevo intenzione di fare un salto
a Bologna e Milano, ma poi mi sono reso conto che il viaggio a Londra mi
sarebbe costato molto meno. Potenza dei voli low cost. Ho buttato giù
qualcosa per raccontare ciò che ho visto ma, soprattutto, ciò
che ho “sentito” alla Brixton Academy.
Credo di poter condividere queste
impressioni con te e con i maggiesfarmiani. La sintesi è questa:
Dylan, per fortuna, rimane ancora un mistero.
Chi gestisce la sua fama e la sua
immagine (i produttori, i manager, la Sony, la Starbucks, Victoria Secret’s)
riesce a ricavarne molti soldi. Ma le operazioni commerciali che riguardano
Dylan non hanno niente a che fare con la sua arte e la sua poesia. È
lo show business, tutto qui.
Dylan ha contratti da rispettare,
deve vendere dischi. Nessuno, però, credo che lo costringa a fare
concerti. Stare su un palco è la sua vita, lo ha sempre ripetuto.
Non sarà all’apice della carriera, ma è capace di regalare
ancora molte emozioni. E di emozioni, in un’ora e cinquanta minuti di concerto,
se si hanno le orecchie giuste, se ne possono cogliere veramente tante.
A presto, ciao
Gianni Zanata
BOB DYLAN
Brixton Academy
Novembre 2005
London Calling
di Gianni Zanata
Avevo lasciato Dylan in una calda serata d’estate di cinque anni, dopo
un memorabile concerto all’Arena Ichnusa di Cagliari. Lo ritrovo in questo
fine novembre a Londra, dove il freddo è tagliente come la lama
di un rasoio e il quartiere di Brixton sembra il set ideale per un remake
di “Masked & Anonymous”.
Esitante sino all’ultimo (mettermi in viaggio o no?) carico di dubbi
dopo le recensioni non proprio positive sulla prima parte del tour autunnale,
alla fine decido di saltare il Rubicone. Il dado non sarà proprio
tratto, ma l’istinto mi suggerisce che è meglio andare. Parto dall’Italia
con l’obiettivo di assistere alle ultime tre serate delle cinque di fila
ospitate nell’austera Academy. In realtà, in mano ho solo il biglietto
per lo show del 24, l’ultimo della serie londinese. Un amico che abita
a Leyton è riuscito a comprarlo al “mercato nero”: 100 sterline,
una bella cifra non c’è che dire. Ormai da settimane i concerti
sono sold out. Impossibile recuperare qualcosa dai vari siti on line; giusto
su ebay si trovano ancora poche manciate di biglietti, e a prezzi esagerati.
Don’t worry, mi assicura il pusher britannico, per le serate del 22
e 23 non sarà difficile trovare qualche tagliando direttamente a
Brixton, poco prima dell’inizio dello spettacolo. Non si sbagliava. Altro
che bagarinaggio! Qui è roba da vendita all’asta, tipo mercato del
pesce. Sin dallo sbocco del “Tube” è un andirivieni di personaggi
che sembrano appena usciti dal Vicolo della Desolazione, figure di un teatro
del contrabbando che alimenta curiosità e giusto un po’ di preoccupazione.
La contrattazione è veloce, fatta di sguardi rapidi e sogghigni,
allontanamenti e riavvicinamenti. È come giocare a guardie e ladri,
al gatto e al topo, fino a quando scocca l’ora dell’inizio dello show.
A quel punto è “prendere o lasciare”, “vedere o rilanciare”. Vedo,
prendo: 55 sterline, ’fanculo. Là dentro c’è Dylan. Sono
venuto sin qua per questo, no? Per chi altri potrei fare una simile pazzia?
Non è grazie a lui che 30 anni fa ho cominciato ad arrampicarmi
su mondi che nemmeno immaginavo?
…Era inverno e la radio suonava “Hurricane”. Le radio libere ancora
non trasmettevano, c’erano i 33 e i 45 giri che facevo suonare in casa,
c’erano i programmi Rai così molto convenzionali, così molto
asettici. C’era qualche compagno di liceo e con la chitarra si strimpellava
Neil Young. Ma Dylan no, non c’era ancora. O meglio, c’era ma si trovava
nascosto nel retroterra musicale di ciò che, con il tipico disordine
degli adolescenti, iniziavo ad ascoltare: i Creedence, Guccini, De Andrè,
i Rolling Stones, i Delirium, Stefano Rosso. Ma quella voce era assolutamente
nuova ed eccitante. Quella canzone era un fiume in piena. Fu uno shock
improvviso, un corto circuito salutare. E “Desire” diventò così
il mio primo Dylan. Da quel momento in poi, tutte le sue canzoni mi hanno
felicemente intrappolato. Hanno scaldato notti fredde, rinfrescato estati
torride, mi hanno fatto piangere ridere sognare intristire rallegrare saltare
strisciare bruciare sbattere cantare imparare amare urlare scrivere indignare
sbalordire pregare suonare ubriacare. E anche qualcosa di più…
Entro nella sala della Brixton Academy a concerto già iniziato.
I corazzieri della Security sono inflessibili. Vorrei stare a ridosso del
palco, ma il mio biglietto indica “circle unreserved” e mi spediscono su
nel loggione. Salgo le scale trattenendo il fiato, poi è un’esplosione
di luci e lui è lì, davanti alla tastiera: è proprio
“vestito da Zorro”, circondato dalla band, come un condottiero attorniato
da fedeli scudieri. Dopo una sbrigativa indagine, scopro di aver perso
i primi tre brani. So che nelle prime due serate Dylan ha già regalato
qualche perla rara e ha offerto performance di ottimo livello. Spero che
si ripeta anche stasera. La lontananza dall’area on stage mi impedisce
di “respirare” e di “vivere” il concerto come vorrei. Ma l’acustica è
buona e la musica godibilissima. “Lonesome Day Blues” è il primo
schiaffo sonoro: Dylan c’è. E – sorpresa! – c’è anche la
sua voce. È una voce che cancella molte delle perplessità
che avevo maturato dopo l’ascolto di alcune registrazioni del tour primaverile
e numerosi mp3 delle ultime date europee. Questi bootlegers faranno anche
delle buone cose, ma non riusciranno mai a catturare come si deve le sfumature
del canto che Dylan produce oggi nelle esibizioni live. Non sono le corde
vocali di 3 o 4 anni fa, certo. Ma la sua voce nel ’91 – ’92 non era molto
più irritante? A sconcertare, piuttosto, è il fatto che in
alcuni brani Dylan butti via le parole e i versi come se fossero acqua
sporca. In altri, invece, la sua voce appare perfetta (ammesso che si possa
usare questo termine). È la logica evoluzione di un artista che
ha sposato il blues come modello interpretativo, questo ormai è
evidente. Ecco perché non capisco la sua tendenza a infilarsi in
corridoi musicali venati di country (le recenti versioni di “I’ll Be Your
Baby Tonight”, “Lay Lady Lay” e altre canzoni di quel periodo mi sembrano
completamente fuori luogo, appaiono imbruttite).
“Positively 4th Street” è intensa, “Most Likely You Go Your Way”
è trascinante e piace molto al pubblico. “Cold Irons Bound” fa venire
letteralmente i brividi. “Girl Of The North Country” è spenta; se
solo Dylan imbracciasse la chitarra acustica e facesse riposare la band…
gli basterebbe accarezzare le corde e sussurrare le parole di questo brano
per restituire un soffio di vita a una delle più belle canzoni del
suo repertorio.
Tra “I Don’t Believe You” e “Memphis Blues Again” (ogni tanto i musicisti
sembrano sul punto di decollare ma il sound vola basso) c’è una
superba versione di “John Brown”. Dylan recita ogni strofa come se fosse
l’ultima canzone della sua vita. Ecco ancora una volta la sua voce, espressiva
e carica di pathos.
As that old train pulled out, John's ma began to shout,
Tellin' ev'ryone in the neighborhood:
"That's my son that's about to go, he's a soldier now, you know."
She made well sure her neighbors understood.
Al termine del brano, anche il pubblico seduto in piccionaia si alza e
tributa a Dylan un lungo applauso. Vedo gente d’ogni età. Ci sono
coppie attempate over sessanta, molti quarantenni, tantissimi giovani,
alcuni forse non hanno nemmeno vent’anni. Il teatro è veramente
pieno, anche se non riesco a calcolare quante persone possano starci dentro
(duemila, tremila?).
La prima vera sorpresa della setlist è rappresentata da “Mississippi”
(sarà anche l’unica apparizione in questo tour). L’arrangiamento
è assai diverso dall’originale, ricalca quello degli ultimi tour
USA, ma ciò che stupisce anche in questo brano è la potenza
della voce di Dylan. Mi appunto mentalmente una domanda: perché
quest’uomo riesce a meravigliarmi così tanto, ora, mentre canta
“Mississippi”, una bellissima canzone certamente, ma non tra le mie preferite,
e non riesce invece a scuotermi subito dopo quando esegue “Highway 61”,
uno dei più bei rock–blues degli ultimi 40 anni? Cosa c’è
che non va in questa versione? È colpa del suo intestardirsi su
un giro di piano che proprio non ci sta o della insipienza degli assolo
di Denny Freeman o della poca incisività della pedal steel di Donnie
Herron? Ecco i veri misteri di Dylan, ecco perché è ancora
capace di sorprendermi, nel bene o nel male.
E mentre le domande svolazzano in cerca di risposte, parte il walzer
che non ti aspetti: “Waiting For You”. Per quale motivo Dylan l’abbia tirata
fuori per due sere di fila, qui a Londra, rimane un evento inspiegabile.
Forse ogni volta che sbarca da queste parti deve far colpo su qualche ragazza,
tipo “Honey, stasera ti suono una cosa che non ho mai fatto dal vivo, la
faccio solo per te…”, forse ha solo voglia di divertirsi o vuole dimostrare
che è ancora in grado di stupirci. Fatto sta che il brano è
veramente bello, ma la stragrande maggioranza del pubblico non lo riconosce.
Ben diversa l’accoglienza per l’ultimo brano in scaletta “Summer Days”
e, soprattutto, per i due bis: “Like a Rolling Stone” e “All Along The
Watchtower”. Qui siamo alla standing ovation. E questo magari spiega per
quale motivo Dylan non se la senta di lasciar fuori dalla setlist questi
due monumenti.
Quando si avvicina al microfono e ruggisce “Once upon a time…”, l’urlo
collettivo degli spettatori è un muro che per un attimo annienta
il suono della band. E poi tutti in coro per il ritornello “…how does it
feel...?”, in un tripudio di battimani e di teste ciondolanti, come se
questa canzone fosse l’hit del momento, la numero uno delle Top Ten, la
più ascoltata alla radio. È ciò che il pubblico vuole
da Dylan, è ciò che si aspetta da lui. In passato, Dylan
ha spesso mortificato le attese di chi andava ad ascoltarlo e usciva dal
teatro deluso per non aver sentito “Blowin’ In The Wind” o “Mr. Tambourine
Man”. Quando nei primi “Gospel Tour”, a cavallo tra i ’70 e gli ’80, proponeva
solo materiale inedito o di recente incisione, le contestazioni non erano
meno violente rispetto al periodo ’65–’66. Oggi molti di noi pagherebbero
non so quanto per assistere a un concerto con una scaletta che solo contenesse
tre o quattro inediti. Ma Dylan non ha più intenzione di accontentare
lo zoccolo duro di 300–400 fan che lo seguono ogni notte nel suo peregrinare
per i palcoscenici del mondo.
Il primo show è andato. Un bel concerto di Dylan. Ma non un vero
concerto di Dylan. I brividi sono stati pochi, sento che è mancato
qualcosa. Mi chiedo anche che cosa si possa pretendere di più da
un uomo di 65 anni, da un’artista che ha dato così tanto e che ancora
riesce a regalare emozioni. Che senso avrebbe, per esempio, un Dylan
che si comporta come i Rolling Stones, sempre uguali a se stessi, sempre
così giovanili e ammiccanti? Che cosa sto pretendendo? Non mi fido
nemmeno di me stesso. Ci sono concerti che nel ’96 ritenevo inascoltabili;
solo oggi riesco a capirli.
Il secondo show è un mezzo fiasco, nel senso che la mia ricerca
di biglietti fuori tempo massimo non va come avevo sperato. Me la cavo
sborsando venti sterline a un prezzolato uomo della Security che, a metà
concerto, mi lascia sgattaiolare dentro da una porta di servizio. Appena
in tempo per ascoltare alcuni capolavori assoluti. Il primo è “Hard
Rain’s A Gonna Fall”, con Dylan che sospinge ogni verso come se davvero
volesse trovare al più presto riparo dalla pioggia più dura
mai caduta sulla faccia della terra. Il secondo è “The Lonesome
Death Of Hattie Carroll”, semplicemente stupenda, con una melodia ipnotica,
un canto che sembra pura magia. E poi l’inaspettata “Blue Monday”, un bluesaccio
degli anni ’50 che Dylan regala al pubblico londinese prima di tuffarsi
nei consueti bis. Perché “Blue Monday”? Che cosa significa ora per
Dylan questo brano? Un amico suggerisce l’ipotesi di un tributo agli eroi
musicali della sua adolescenza e contemporaneamente ai due “anziani” della
band, George Recile e Tony Garnier, entrambi di New Orleans e concittadini
di Fats Domino. Faccio mia la teoria dell’omaggio a New Orleans (farebbe
il paio con la “Mississippi” del giorno precedente). Così come è
evidente che “Rumble” sia un doveroso regalo alla memoria di Link Wray.
E “London Calling”? Tributo a Joe Strummer? Ironia allo stato puro? Dylan
ci prende in giro, l’ho sempre sostenuto.
La terza serata, l’ultima alla Brixton Academy, è quella che segna
il definitivo ricongiungimento fisico e spirituale tra la musica di Dylan
e le mie emozioni. Stavolta lui è lì, a pochi metri. In realtà
è sempre stato lì, sono io a essermi avvicinato a ridosso
del palco. Da questa posizione tutto sembra diverso. Ma anche Dylan appare
diverso. Sa che è ora di salutare Londra. E si capisce che voglia
farlo nel migliore dei modi. Sembra dire “niente fronzoli o sorprese, ragazzi,
questa è la mia setlist definitiva”. Ci dà dentro che è
una pacchia vederlo. Anche “Tonight I’ll Be Staying Here With You”, stasera,
si svela in una nuova luce, più ricca di ombre e colori tenui. “It’s
Alright, Ma” è un tappeto sonoro che Dylan orna di strofe con una
voce che non ha esitazioni o rinunce.
La scaletta è un rosario già conosciuto. Ci si può
domandare all’infinito per quale motivo, a fronte di un canzoniere così
vasto, Dylan continui a proporci il solito ventaglio di brani. Che senso
ha cercare di riscrivere ogni sera “Maggie’s Farm” o “Just Like A Woman”?
Le ritiene incompiute? Vuole spremerle sino al punto di ricavarci nuove
forme melodiche?
Quando tutto sembra filare su un varco troppo stretto per sperare in
una risposta illuminante, ecco che Dylan accende la luce. Se la prima parte
del concerto mi era sembrata rassicurante come una passeggiata a Trafalgar
Square, la seconda metà mi appare allo stesso tempo conturbante
e gioiosa. È un’avventura entusiasmante a bordo di un enorme ottovolante,
una giostra che Dylan vuole far girare vorticosamente. Ci sono almeno quattro
brani che posso ancora sentire nelle orecchie e sulla pelle, come se fossero
tatuaggi indelebili.
“Highwater”, maestosa e profonda. Una canzone che cammina con l’andatura
lenta e felpata di un hobo in viaggio verso la nuova frontiera. È
un sentiero dove le asperità si materializzano a ogni nota, la musica
è fangosa e la band sembra un esercito che si leva dalle trincee
per andare incontro al nemico.
“Every Grain Of Sand”, cantata come se Dylan lo facesse per la prima
volta, nell’intimità di uno spazio raccolto e non in un teatro con
tremila anime. Rima dopo rima, il brano si avvolge di un manto mistico,
quasi una preghiera al mattino. Dylan e l’ispirazione ora sono un’unica
entità, lo sciamano sta celebrando il suo rito e ogni simbolo è
un riparo dove trovare salvezza e conforto.
“Sugar Baby”, semplicemente meravigliosa. Ogni verso è marcato.
Il sipario del blues si apre il tanto che basta perché il pubblico
possa intuire da quali lontani orizzonti arrivino le note. La voce di Dylan
è un suono senza tempo, la musica è un vortice dolce, mi
lascio risucchiare mollemente fino alle lacrime. Non me ne vergogno.
Poi tutto diventa potenza, resistenza e dolore. Il maestro di cerimonie
e i suoi discepoli riemergono dal retropalco e intonano “London Calling”,
un minuto di pura rabbia. Dylan rock? Dylan lento? Dylan è punk.
La cover dei Clash sprigiona energia allo stato puro, sono sessanta secondi
che Dylan utilizza per nutrirsi di una qualche forza metafisica, per lanciarsi
a rotta di collo verso il traguardo. Recile scarica tutto se stesso nella
chiusura del brano. Piatti, rullante e cassa stanno ancora vibrando, quando
l’ultima nota di “London Calling” diventa la prima di “Like A Rolling Stone”.
Sembra un bizzarro passaggio di consegne, è un cambio della guardia
che fa implodere l’Academy diventata ormai una vera e propria bolgia. Osservo
Dylan accartocciarsi davanti al microfono, divaricare le gambe mentre le
sue mani scivolano sulla tastiera. Nonostante la stanchezza, nonostante
quasi due ore di concerto, nonostante sia quasi all’epilogo di questo
tour, Dylan si sta consegnando interamente al pubblico, ci sta rivelando
il suo volto senza trucchi e senza travestimenti. Mi sembra di vederlo
stremato, posso sentire il suo tormento interiore. Non sta economizzando
le energie: anche se volesse non riuscirebbe più a togliere il piede
dall’acceleratore, ormai è un treno senza freni che sferraglia sui
binari a tutta velocità. E quando, dopo l’ultimo bis, saluta e se
ne va, l’atmosfera è così elettrizzata che ringrazio il mio
istinto per avermi condotto sin qua.
Jack Nicholson ha detto: “quando Dylan parla di sé si avvolge
nella prudenza e nel mistero, ma ogni tanto ci permette di guardare alla
persona che sta dietro la maschera”.
Per quanto mi riguarda, Dylan continua a spalancare porte attraverso
le quali non faccio altro che entrare e uscire. Quando un giorno deciderà
di chiuderle, come il guardiano della legge, mi ritroverò in un
posto più tenebroso e insicuro.
Una volta ha detto: “non c’è niente che possa prendere da voi
fuorché una coscienza inquieta”. Be’, la mia se l’è presa
ancora una volta, qualche giorno fa a Brixton. Volentieri, può continuare
a farlo finché ne avrà voglia.
Gianni Zanata

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