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BRAINWASHED di Benedicta Hamster |
E' con grandissimo piacere che scrivo questa recensione,
perchè sono un'ammiratrice di George.
Certo, sono stata, e sono tuttora, una fan dei Beatles,
ai quali devo, tra l'altro, il fatto di avermi indirizzato verso la musica
"seria", Bob compreso. Però sono anche una fan di George Harrison,
preso in considerazione da solo con le sue idee, la sua arte, la sua carriera
solista. Questo credo lo si evinca anche dal fatto che ritengo indispensabile,
per ogni dylaniano, l'ascolto del suo primo disco solista, datato 1970:
se Bob con Blonde on Blonde pubblicò il primo disco doppio della
storia, George con All Things Must Pass realizzò il primo album
triplo, album che, forse non tutti sanno, contiene un paio di canzoni scritte
addirittura in coppia con Bob, compresa una strepitosa If Not For You,
nella versione dall'arrangiamento più ritmato che Bob ha ultimamente
sfoderato durante i suoi concerti.
Harrison è un artista e una persona che ritengo
davvero interessante e che,
a parer mio, meriterebbe maggiori approfondimenti da
parte della critica musicale in genere. Non è un caso che lui sia
stato l'unico del quartetto di Liverpool a diventare grande amico di Bob,
anzi, uno dei rari, veri amici di Bob, al punto da convincerlo a partecipare
al mitico Concerto per il Bangla Desh.
Ed è stato proprio Bob a dire le cose più
belle in assoluto su George dopo la sua morte, frasi incredibili per uno
come lui che, è noto, non spreca elogi per il primo che capita:
da questo si capisce come ci sia un legame forte tra i due, e come si siano
influenzati a vicenda, anche dal punto di vista artistico.
Questo disco, uscito a fine novembre, è l'ultimo
regalo di George, completato come parti vocali poco prima della sua morte
e masterizzato e postprodotto da Jeff Lynne e da Dhani Harrison, figlio
di George, assieme a grandi musicisti di cui si sono avvalsi per terminare
le parti strumentali.
Ed è un gran bel regalo. 12 tracce di pura e sincera
musica pop/rock, filtrata attraverso la particolare sensibilità
di Harrison: pezzi ricchi di influenze, prima fra tutte quella della musica
indiana (che però è presente in maniera molto discreta, riconoscibile
chiaramente solo nell'ultima traccia). Ci sono qua e là atmosfere
un po' beatlesiane (non per niente è stata la sua scuola, e che
scuola!) ma, soprattutto, canzoni "alla George", nel suo più puro
e inconfondibile stile, ben arrangiate e ben prodotte. E' un disco di canzoni
molto melodiche, quasi tutte piuttosto ritmate, e impreziosite e valorizzate
dalla bella voce di George.
Tutti i pezzi sono molto intriganti per il perfetto equilibrio
tra musica e
testo, e le liriche sono da leggere dalla prima all'ultima;
riflettono tutte la dimensione creativa e spirituale molto particolare
di George, e la sua visone dell'universo. Harrison non era certo uno sprovveduto,
e anche se spesso la gente è portata a identificare la spiritualità
cosiddetta orientale con qualche ingenuità pseudo New Age, la sua
concezione della vita era ben lontana da questo. Lui era perfettamente
a conoscenza delle cose agghiaccianti, più o meno occulte, che accadono
nel mondo e nella nostra società, e che da sole basterebbero alla
maggior parte della gente per gettare al vento la propria fede in qualcosa
di superiore.
Difatti il titolo di questo disco, Brainwashed,
è un chiaro riferimento a tutti quei processi di condizionamento
mentale, o influenzamento progressivo delle idee e delle menti, che vengono
perpetrati sulle persone: casi più o meno evidenti, molto frequenti
nella nostra società, che hanno il fine di renderci più facilmente
manovrabili (e questo accade molto più spesso di quanto non si pensi!).
Non per niente la copertina mostra un gruppo di anonimi
manichini senza faccia intorno a un televisore...
Nonostante questa premessa, il disco si apre con un pezzo
dall'atmosfera incoraggiante e positiva, Any Road,
che invita ad avere fiducia nel proprio futuro e nei percorsi che si sono
scelti. Si sente molto la presenza dell'ukulele, uno strumento molto caro
a Harrison, e c'è un'atmosfera folkeggiante, con una strumentazione
ricca, ma perfettamente equilibrata, e molta melodia.
A sorpresa, la seconda traccia dell'album ha invece un
titolo che, soprattutto per noi italiani, lascia senza fiato: P2
Vatican Blues.
Nonostante quel che ci si potrebbe aspettare, la canzone
ha un andamento piuttosto ironico e ritmato: la voce di George è
allusiva e sussurrata, e la canzone è intrigante, sospesa tra l'atmosfera
solo apparentemente ironica e le chiare denunce formulate tra un verso
e l'altro, denunce che personalmente non posso che condividere. Questo
perché, per fortuna, il forte desiderio di spiritualità di
George, essendo personale e slegato da qualsiasi imposizione o bigottismo,
mal si accordava con gli oscuri intrallazzi economico-politici della chiesa
ufficiale, intesa come istituzione che si pone al di sopra del cittadino.
Ascoltare per credere, con un occhio al testo...
L'atmosfera cambia con Pisces Fish,
splendida, una delle canzoni più belle del disco, comunque quella
con l'atmosfera più sognante ed eterea, e una frase musicale che
si ripete all'infinito e rimane impressa nella memoria.
Si tratta di un pezzo dal testo spirituale, molto sentito,
che sembra invocare un desiderio di pace, interiore ed esteriore... E che
cattura letteralmente l'ascoltatore. Non mi stancherei mai di ascoltarla.
Poi viene il rock tradizionale di Looking
For My Life, altro pezzo dal testo piuttosto introspettivo, come
si intuisce dal titolo, che affronta il tema della disillusione nei confronti
della vita e del bisogno di ritrovare la dimensione divina. Il pezzo è
davvero godibile, ritmato, e scorre via veloce.
Quello successivo, Rising Sun,
è uno dei più intriganti: ha un bellissimo ritornello, in
cui la voce di George si alza di tonalità per poi ridiscendere con
giochi di armonie bellissimi, e un'atmosfera rarefatta, davvero molto affascinante.
Anche in questo pezzo torna il tema del condizionamento mentale, contrapposto
però ancora una volta alla salvezza della dimensione spirituale,
stavolta identificata nell'immensità dell'universo e della creazione,
con tutte le sue infinite possibilità: "And
in the rising sun you can hear your life begin/ And it's here and there,
nowhere and everywhere"... Grande.
A questo punto c'è un intermezzo strumentale molto
suggestivo, Marwa Blues,
un pezzo lento che richiama atmosfere indiane, con pochi
strumenti e una semplicità pefetta, molto struggente: influenze
di musica popolare unite alla spiritualità.
La segue Stuck Inside A Cloud,
una canzone molto bella, melodica, nel più puro stile George Harrison,
che ricorda le atmosfere di All Things Must Pass (non a caso il titolo
può richiamare la famosa Cloud Nine) e si distingue per il suo affrontare
il tema dell'angoscia, di una situazione che provoca ansia, e, ancora,
la ricerca della spiritualità e di ciò che è superiore
come rimedio e salvezza, anche in questo frangente. Il pezzo è molto
interessante dal punto di vista della costruzione, con più frasi
musicali successive che si susseguono fino al ritornello. Bellissima, rimane
nella memoria fin dal primo ascolto.
Can Only Run So Far è
un pezzo melodico e dolce, dall'atmosfera nostalgica,
ma allo stesso tempo con un andamento abbastanza spensierato,
indipendentemente dal testo, che in questo caso parla del dolore di una
situazione apparentemente senza uscita. Anche qui il gioco delle melodie
evocate dalla voce di George, seppur in modo più tradizionale, è
interessante.
Never Get Over You è
un pezzo lento e molto dolce, un classico esempio di
brano melodico-romantico impreziosito dalla voce calda
e partecipe di George
che, forse mi sto ripetendo, in questo disco è
davvero bella, e perfetta per
ogni brano.
Between The Devil And The Deep
Blue Sea è un puro esercizio di musica folk, mischiata però
con un'atmosfera da musical americano anni '40: un delizioso divertissement
con voce e piano (l'accompagnamento è di Jools Holland), da cui
traspare un gran divertimento personale... Spassoso.
La traccia successiva, Rocking
Chair in Hawaii, è un pezzo particolare, dal
sapore un po' folk blues, mitigato dalle sonorità
del ritornello: la voce di
George è volutamente sommessa e indolente,quasi
strascicata con arte, e crea
molta atmosfera. Una canzone dal sapore vagamente etnico,
che trasporta
nell'atmosfera suggerita dal titolo.
La canzone che dà il titolo all'album, Brainwashed,
è l'ultima del disco, ed è un bel rock poderoso e ritmato,
con tanto di coro azzeccato, davanti alla quale è dura rimanere
fermi. Anche qui il testo è piuttosto eloquente: dai lavaggi del
cervello che ci fanno a scuola, a quelli della politica. E come sempre,
solo la vita spirituale dell'individuo può essere la salvezza, più
ancora della conoscenza e di tutto il resto. Il pezzo si sfuma verso la
metà, e una voce femminile legge un brano sull'anima dal libro indiano
degli aforismi Yoga di Patanjali, prima che il pezzo riprenda da dove si
era interrotto. E anche se questo è uno stacco davvero molto particolare,
George riesce a renderlo in modo che si adatti alla grande alla canzone,
e che, anzi,la completi in modo perfetto. Poi, d'improvviso, una bella
chiusura in pura musica indiana, con una nenia (chiedo scusa per il fatto
di non conoscere il termine esatto per definirla, questa è l'approssimazione
migliore che sono riuscita a trovare) recitata e suonata, con poca strumentazione
caratteristica, da George e suo figlio, in cui la voce è sussurrata
e le frasi in hindi si susseguono con cadenza perfetta... Se non sapessi
che George era inglese, direi che è un vero indiano, quello che
recita!
Il modo giusto di concludere questo disco di George.
Ed è di nuovo il sincero e sentito desiderio di
spiritualità, una spiritualità vera e alta, e la convinzione
che possa alleviare e allontanare tutto questo orrore e falsità,
il vero filo conduttore di questo disco, dalla supplica di George ("Dio,
non lasciarci in questo casino") della Title Track fino ai riferimenti
al Buddha di Stuck Inside A Cloud, o alla bellissima frase di Krishna,
citazione preferita di George, contenuta nel libretto dei testi. Ma è
un desiderio di spiritualità che non pesa mai in alcun modo sull'ascoltatore,
perché è velato anche se non troppo, e perché fa parte
della filosofia di chi canta, e, soprattutto, perché manca di ogni
forma di costrizione o bigottismo, come ho detto. E questo non è
poco.
Ciò che stupisce è la coerenza e l'equilibrio
perfetto, sia dal punto di vista del songwriting che della strumentazione,
di questo album, e la semplicità e creatività, quasi uno
stato di grazia, di tutto il lavoro.
Dispiace pensare che George non sia più tra noi.
Ma resta la grande consolazione della sua musica, del suo lavoro, e soprattutto
del fatto che lui sapeva benissimo dove stesse andando, e non ne aveva
paura. "There is no thing such as death", disse una volta.
E questo è ancora più vero nel caso di
uno come lui.
Beni Hamster
P.s.: L'album è disponibile anche in una edizione limitata, che vi consiglio se volete avere un'idea della genesi del disco: infatti, contiene in più un dvd con un documentario con Dhani Harrison sul dietro le quinte di Brainwashed, il tutto racchiuso in una bellissima confezione a cofanetto.
BRAINWASHED
1. "Any Road"
2. "Vatican Blues (Last Saturday
Night)"
3. "Pisces Fish"
4. "Looking for My Life"
5. "Rising Sun"
6. "Marwa Blues"
7. "Stuck Inside a Cloud"
8. "Run So Far"
9. "Never Get Over You"
10. "Between the Devil and the
Deep Blue Sea"
11. "Rocking Chair in Hawaii"
12. "Brainwashed"
'Brainwashed' - Etichetta Dark Horse/EMI Recorded Music. Prodotto da George Harrison, Jeff Lynne e Dhani Harrison.
George Harrison - chitarra elettrica ed acustica (inclusi
slide & dobro), ukulele, basso e tastiere
Jeff Lynne - basso, piano, chitarre e tastiere
Dhani Harrison - chitarra elettrica ed acustica
Jim Keltner - batteria
Mike Moran e Marc Mann - tastiere
Ray Cooper - batteria
Jools Holland (piano), Joe Brown (chitarra ritmica) e
Herbie Flowers (basso & tuba) in 'Between The Devil And The Deep
Blue Sea'
Bikram Ghosh (tabla), Jon Lord (piano), Sam Brown (voce),
Jane Lister (armonica) in 'Brainwashed'
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