"Tutti noi stiamo
     dalla parte sbagliata..."

Bill Flanagan ha intervistato Bob Dylan a New York nel Marzo del 1985 per il suo libro di quello stesso anno, "Written In My Soul."

Nel Novembre del 1985 la Columbia Records ha tenuto una festa per Bob Dylan al Whitney Museum di New York. Schermi alle pareti sono stati illuminati con immagini provenienti dalla varie età di Dylan. C'era sia il magro poeta di protesta che scrisse "Blowin' in the Wind" e "The Times They Are a Changin'," sia la leggenda con i capelli selvaggi che gridava "How does it *feel*?" e "Everybody must get stoned," e così via tutti gli altri Dylan: il bucolico papà di "Lay Lady Lay" e "Knockin' on Heaven's Door," l'angosciato zingaro di "Blood on the Tracks" e della Rolling Thunder Revue, il retto e virtuoso evangelista di "Slow Train Coming" e "Neighborhood Bully." Quella settimana i giornali avevano in prima pagina articoli che parlavano della scarcerazione di Rubin "Hurricane" Carter, il pugile la cui causa Dylan aveva abbracciato dieci anni prima, ed il cui verdetto di colpevolezza per omicidio finalmente era stato cancellato. La fama di Carter secondo la maggioranza degli articoli dei giornali era dovuta al fatto che egli a suo tempo era stato il soggetto di una canzone di Bob Dylan.

Giù dabbasso, in circolo intorno a Dylan c'erano vecchi amici (Judy Collins, Arlo Guthrie, Roger McGuinn), la prima onda punk (Lou Reed, John Cale, Iggy Pop), letterati rockers inglesi (Pete Townshend, David Bowie, Ian Hunter), gruppi viaggianti Americani (la Band, la E Street Band), e tutti i tipi di newyorkesi - Martin Scorsese, Robert De Niro, Harvey Keitel, Yoko Ono, i Talking Heads - l'arte dei quali è cresciuta dalla bohemia della lower Manhattan, che Dylan portò al centro della consapevolezza americana. C'erano anche leggende più vecchie, come Roy Orbison e John Hammond, Sr., e Jerry Wexler. "Tutti quanti noi che ci troviamo qui," ha detto Ian Hunter, "dobbiamo ringraziare Dylan per qualcosa."

Un branco schiamazzante come oche composto dai giornalisti della televisione attaccavano bottone con gli ospiti alla porta e chiedevano a tutti loro di dire qualcosa a proposito del significato di Bob Dylan, di quello che Dylan aveva significato per loro. Nessuno degli intervistati ha avuto una risposta adeguata. Io ho detto che Dylan ha rifiutato di accettare qualsiasi limite per il rock & roll e questo ha dimostrato a tutti quanti che quella forma di espressione si può espandere ed includere ogni specie di idea e di concetto. Billy Joel ha detto che Dylan era come minimo il più grande autore di canzoni Americano.

Il pomeriggio successivo ero con Pete Townshend. Pete scherzava a proposito della inutilità di cercare di offrire una concisa spiegazione del significato di Dylan. "Mi hanno chiesto che effetto ha avuto Bob Dylan su di me," ha detto. "E' come chiedermi che influenza ha avuto su di me il fatto di essere nato."

Joni Mitchell la vede così: "Quando ho ascoltato Bob Dylan cantare "You got a lotta nerve," ho pensato "Hallelujah, Dio, la canzone popolare Americana è cresciuta. Ora è completamente spalancata. Ora puoi scrivere a proposito di tutto quello di cui si può scrivere in letteratura." Fino ad allora le canzoni rock & roll erano quasi sempre limitate a: 'Sono pazzo di te, bambina".

Sarebbe un errore affermare che Dylan ha completamente vinto il pregiudizio che qualcuno patrocina e secondo cui esiste una separazione di "alto" da "basso", una separazione che si fa ancora quando si giudica qualsiasi espressione artistica che arrivi in città cavalcando il dorso del rock & roll. Ci sono ancora alcuni critici ed accademici che affermano che i testi scritti da Dylan non posseggano poi quel talento lirico così straordinario che è stato loro conferito; persone che sostengono che i suoi più grandi doni sono stati la auto-promozione e la buona sorte. Questi bastian contrari stanno però combattendo una battaglia perduta in partenza. Mentre questi critici ruotano i loro occhi e brontolano che Dylan è, dopo tutto, soltanto un cantante rock, le lodi di Dylan sono cantate e celebrate da coloro i quali sono stati ispirati da Dylan e che hanno ottenuto grandi trionfi nelle arti accettate dalla vecchia guardia. Se Dylan non è un grande artista allora significa che commediografi del calibro di Sam Shephard, registi del calibro di Martin Scorsese, grandi poeti come Allen Ginsberg, attori del livello di Robert De Niro non sono capaci di riconoscere la grande arte. Un giorno o l'altro, tra la citazione da parte del Presidente Jimmy Carter che ha definito Dylan il "grande poeta Americano" alla convention Democratica del 1976 ed il viaggio di Dylan a Mosca in occasione del Festival Internazionale di Poesia nel 1985 (in cui Dylan ha rappresentato gli Stati Uniti d'America su invito del poeta Sovietico Yevgeny Yevtushenko), gran parte di quelli che *proprio non lo sopportano* si zittiranno e si siederanno.

Mentre parlavamo, Dylan, il cui stile musicale deve molto ai cantanti country e folk come Hank Williams, Woody Guthrie e gli Stanley Brothers, ha tracciato le sue radici poetiche facendole risalire ai cantanti neri di blues che hanno incrociato il sentiero con Willie Dixon ed hanno ispirato Chuck Berry. "Quei musicisti blues degli anni trenta e quaranta," ha dichiarato Dylan, "usavano solo distici. Tu non sei in grado di dire le cose meglio che in quel modo, con due versi, davvero. Forse puoi dirle in una maniera differente, puoi dirle con più parole, ma non sarai mai in grado di dirle meglio rispetto al modo in cui le dicevano loro. E coprivano ogni argomento, ogni genere di cosa al mondo."

Ricordando i suoi primi giorni a New York, Dylan ha dichiarato, "Tutti quei neri venivano su dal sud del confine e recitavano poesia nei parchi. Oggi li chiamerebbero rappers. Il migliore di tutti loro era un tizio chiamato Big Brown che recitava lunghe poesie. Ognuna durava circa quindici minuti. Erano lunghe storie che andavano avanti per tanto tempo e che parlavano di uomini malvagi. Amore, politica, proprio tutto quel che puoi immaginare veniva preso e scagliato nelle sue composizioni. Veniva dal Texas, credo, ed era stato per un certo periodo in prigione. Ho sempre pensato che fosse la migliore poesia che avessi mai sentito. Poesia da saggi di strada. Ce n'erano un po' di questi tizi in giro negli anni sessanta. Li ho sentiti anche al Mardi Gras. Erano davvero brillanti oratori.

La seguente intervista ha avuto luogo a New York nel Marzo del 1985. Dopo aver appreso che Dylan stava effttuando il lavoro di missaggio per quello che sarebbe poi diventato il suo album dal titolo "Empire Burlesque" a Manhattan, ho lasciato una lettera per lui spiegandogli di questo mio libro. Ho ricevuto un messaggio un paio di giorni più tardi con il quale Dylan mi diceva che sarebbe stato felice di parlare con me. Mi aspettavo forse un'ora del suo tempo ed ero preparato alla storica riluttanza di Dylan a spiegare il proprio lavoro. Per la mia felicità ho trovato invece Dylan cordiale ed affettuoso, cooperativo, e voglioso di parlare come tutti gli altri che ho intervistato. Dylan ha espresso entusiasmo per l'idea di un libro di interviste con i songwriters e stupore per il fatto che nessuno lo avesse mai fatto prima.

Mi chiede dei vari autori di canzoni che ho intervistato, e quando gli menziono Lou Reed, Dylan mi parla della canzone di Reed "Doin' the Things That We Want To" e del fatto che essa fa riferimento al lavoro teatrale di Sam Shepard "Fool For Love." Mi dice che la canzone di Reed ha ispirato lui e Shepard a scrivere una sorta di risposta - che è uscita nel 1986 con il titolo di "Brownsville Girl." Dylan dice che proprio come la canzone di Reed si apriva con il narratore che assiste ad una piece teatrale, così la canzone di Shepard/Dylan si apre con il narratore al cinema menre guarda un film. Forse la cosa che è più sorprendente a proposito di Bob Dylan è che una volta che sei riuscito a connetterti con la sua visione, tutto quello che dice ha senso.

Dopo un paio d'ore di intensa conversazione ho esaurito le mie domande. Fermo il nastro del registratore e ringrazio il mio ospite per la sua generosità. Ma Dylan continua a parlare e ben presto devo riaccendere il registratore per catturare le sue dichiarazioni.

In "Tangled Up In Blue" Dylan ha scritto, "She opened up a book of poems and handed it to me / Written by an Italian poet in the fifteenth [sic] century / And every one of them words rang true and glowed like burnin' coal / Pourin' off of every page like it was written in my soul."

La posterità è una vecchia e cattiva puttana, ma se si ricorderà anche di un solo rocker la cui opera è degna di essere tramandata alle future generazioni, probabilmente quel rocker sarà Bob Dylan.

BILL FLANAGAN: In "Don't Fall Apart On Me Tonight" (Infidels) scrivi, "It's like I'm stuck inside a painting that's hanging in the Louvre." In "I And I" (Infidels) dici, "If she wakes up now she'll just want me to talk / And I got nothin' to say, 'specially about whatever was." La gente si avvicina a te con tali aspettative...? Hai difficoltà a trovare persone che siano in grado di entrare in relazione con te in maniera normale?

BOB DYLAN: No, no, davvero. Non so come fa altra gente a scrivere le proprie canzoni. Io le scrivo in un sacco di differenti modi. Ma una volta che le metti in prospettiva, ricadono tutte nella stessa dimensione. Ma in realtà vengono fuori da differenti dimensioni. A volte scriverai una canzone dove tu persisti finchè non è finita. Senti che non viene da nessuna parte, ma senti che è quella la cosa giusta per te da fare. Non c'è niente su cui basarla. Entri in una certa area dove non c'è nessuno e nessuno mai c'è stato. Perciò devi essere davvero sensibile ed attento a dove stai camminando. Non devi cercare di andare in una direzione o in un'altra, devi solo restare fermo e bilanciato e terminare la canzone. "Every Grain of Sand" è una canzone del genere. Scrivere quella canzone è stato qualcosa come dire: "Questo è qualcosa con cui devo riuscire a mantenere una certa fermezza." In caso contrario potrebbe sfuggirti di mano. Devi riuscire a tenerla bilanciata. E non ci sono note a piè di pagina in giro. E' quel genere di area in cui non ci sono dei precedenti per potersi regolare.

Un sacco di volte tu senti delle cose e sai che sono le cose che vuoi mettere nella tua canzone. Sia che tu le dica sia che non le dica. Non devono essere in particolare pensieri tuoi. Semplicemente sono pensieri che suonano bene, e c'è stato *qualcuno* che li ha pensati o che li pensa. Metà di quello che scrivo nelle mie canzoni ricade in questo ambito. *Qualcuno* pensa a quelle cose. Sono sicuro che, quando canto qualcosa, non sto cantando tanto per cantare. So di aver letto quelle cose. Qualcuno le ha dette. Ho sentito una voce che le ha dette. Una canzone come "Don't Fall Apart on Me Tonight" in qualche modo rientra in questa categoria: "I'll take you to a mountaintop and build you a house out of stainless steel." Quel tipo di roba... semplicemente capita che ti passi accanto. Un tizio che si alza dal letto e dice... non parlare; è ora di andare. Non sono io che ho originato quel tipo di pensieri. Io li ho sentiti, ma non sono io che li ho originati. Sono già lì fuori, perciò io mi limito ad utilizzarli.

BILL FLANAGAN: Ci sono pensieri che ti passano accanto ed ai quali tu resisti e non li scrivi?

BOB DYLAN: Tutto quello che io scrivo è qualcosa con cui posso mettermi in relazione. C'è un sacco di roba che sento e che non voglio scrivere perchè non significa niente per me. Senti la gente parlare ogni giorno, e gran parte di quello che senti ti entra in un orecchio e non va via. Oppure entra in un oreccho ed esce dall'altro. Bill Monroe una volta ha detto che i suoi pensieri migliori li aveva quando la gente gli parlava. Mi è sempre piaciuto.

Non è che tutti i pensieri reali vadano dentro questo tipo di materiale. E' più o meno una questione di ricordarsi le cose e di metterle giù sulla carta. A volte capita che tu riesci a prendere nota e poi metti tutti i pezzi insieme. A volte capita esattamente l'opposto. Un sacco di gente mi chiede: "Cosa viene prima, le parole o la melodia?" Ci ho pensato a proposito di questa cosa. E' davvero molto raro che le due cose non arrivino insieme. Delle volte può capitare che le parole vengano prima, altre volte che venga prima la melodia, ma quella è l'eccezione che conferma la regola. Il più delle volte le parole e la melodia vengono allo stesso tempo, in genere con il primo verso. Per quello che riguarda me almeno avviene in genere con il primo verso. So che Bob Seger scrive partendo dagli agganci e dai titoli. Un sacco di gente fa così. Gli viene in mente un verso che riassume tutto quanto e allora vanno all'indietro e pensano a come riempire il resto dei versi. Per quello che riguarda me, io in genere inizio a scrivere dal primo verso e poi mi chiedo dove va la canzone. Può capitare che riempia i versi centrali e finali in un secondo momento ma in genere non lavoro *all'indietro*.

BILL FLANAGAN: Cosa intendi quando dici che, con qualcosa del genere di "Every Grain of Sand," devi fare attenzione a non lasciare che ti sfugga di mano?

BOB DYLAN: Tu non sei *conscio* della cosa. In una canzone come quella, non c'è la consapevolezza di nessuna cosa che è stata detta prima. "A cosa somiglia?" Beh, non somiglia a niente. "Che cosa rappresenta?" Beh, non lo sai nemmeno tu. Tutto quel che sai è che è un pezzo relativo ad uno stato d'animo, e allora tu provi solo a rimanere in quel particolare stato d'animo e a terminare il brano. O forse nemmeno a terminarlo, ma solo a portarlo ad un punto in cui poi puoi lasciarlo. Perchè questo genere di cose non le porterai mai a termine se non le scrivi tutte in una volta. Ho scritto un sacco di canzoni per le quali mi dicevo: "Beh... La finirò la settimana prossima." Beh, la settimana prossima non viene mai. E allora tempo dopo ritorni indietro e riguardi quello che hai scritto e dici: "Wow, grande." ma non sei più in grado di riconnetterti di nuovo con quel che hai scritto.

La cosa più triste a proposito dello scrivere canzoni è quando sai di avere qualcosa che è decisamente buona e la metti per un istante da parte e dai per scontato che avrai la capacità di ritornare a riprendere in mano questa cosa con la stessa ispirazione che te l'ha fatta scrivere la prima volta - beh, qualsiasi cosa ti abbia ispirato a scrivere quella cosa la prima volta... non c'è più. E allora devi cercare consciamente di stimolare l'ispirazione e cercare di immaginare di cosa si parlasse. E in genere otterrai una parte buona ed una non tanto buona, e quella non tanto buona cancellerà quella buona.

BILL FLANAGAN: Ti sei mai seduto a pensare a qualcosa per mesi o per anni in attesa di riuscire a riconnetterti di nuovo con quel materiale?

BOB DYLAN: No, non ho alcuna aspettativa in questo senso; se scrivo qualcosa, sarà qualcosa di grande se solo io sono in grado di ritornarci. La tengo per un po' davanti a me, e se non l'ho terminata entro un certo periodo... ci ritornerò sopra ma non sarò più capace di entrare in relazione con quella cosa.

BILL FLANAGAN: "Mr. Tambourine Man" può essere interpretata in centinaia di modi, ma potrebbe riguardare una specifica cosa reale: come quando sei stato fuori tutta la notte e tutti gli altri sono andati a casa, e l'unica persona che è rimasta sveglia è un tizio che se ne sta in piedi in un angolo e picchia su un tamburello. Tutte le tue canzoni posseggono una realtà letterale per te?

BOB DYLAN: Beh, le canzoni sono solo pensieri. Per un momento fermano il tempo. Si suppone che le canzoni siano abbastanza eroiche da dare l'illusione di fermare il tempo. Soltanto con quell'unico pensiero. Ascoltare una canzone significa ascoltare il pensiero di qualcuno, non importa quel che si sta descrivendo. Se tu vedi qualcosa e pensi che sia abbastanza importante da descriverla, allora quello è un tuo pensiero. Pensi un solo pensiero alla volta, perciò quello che ne viene fuori è davvero quello che ti è stato trasmesso. Quando ti siedi ed *immagini* delle cose da fare o da scrivere o da pensare - quella è fantasia. E io non mi ci sono mai ritrovato molto. Tutti quanti sono in grado di fantasticare. I bambini, i vecchi, tutti hanno il diritto alle proprie fantasie. Ma è tutto quel che sono. Fantasie.
Non sono *sogni*. Un sogno ha più sostanza che una fantasia. Perchè generalmente le fantasie sono basate sul niente, sono basate su quel che appare alla tua immaginazione. Ma in genere io devo avere la prova che qualcosa esiste prima che io voglia preoccuparmi di averci a che fare. Deve esistere, deve essere successa, o quanto meno la possibilità che quella cosa avvenga deve avere un significato per me.

Non scrivo canzoni di fantasia. Anche una canzone come "Mr. Tambourine Man" in realtà non è una fantasia. I sogni hanno una sostanza. Perchè tu li hai visti, capisci? Affinchè avvenga un sogno vuol dire che davanti a te hai avuto qualcosa. Devi aver visto qualcosa oppure devi aver sentito qualcosa perchè tu lo possa sognare. Allora quello diventa il *tuo* sogno. Mentre una fantasia è solo la tua immaginazione che vaga in giro. Io davvero non considero in quel modo le mie canzoni. E' accaduto, è stato detto, l'ho sentito: ho la prova. Io sono un messaggero. L'ho ricevuto, perciò lo riporto nel mio stile particolare.

BILL FLANAGAN: E' questo che intendo a proposito di canzoni che hanno una realtà letterale: le immagini non sono solo casuali.

BOB DYLAN: Esatto. Hanno una realtà letterale. Non credo che una canzone potrebbe stare in piedi se non l'avesse. Perchè l'altra gente ci si può identificare, e sanno se è vera o se non lo è.

BILL FLANAGAN: Hai modificato le parole di "Tangled Up in Blue" rispetto alla prima volta in cui l'hai registrata su "Blood on the Tracks".

BOB DYLAN: Quella era una canzone speciale. Avrei sempre voluto che quella canzone fosse come è stata registrata sull'album "Real Live", ma ovviamente non c'era nessun motivo particolare perchè lo fosse, dal momento che avevo già inciso il disco.
Quella è stata un'altra di quelle cose dove stavo cercando di fare qualcosa che penso non fosse mai stata fatta prima. Cioè provare a raccontare una storia ed essere un personaggio in essa presente senza che in qualche modo la cosa suonasse falsa, sciocca o strappalacrime. Cercavo di essere qualcuno nel presente mentre evocavo un sacco di immagini del passato. Cercavo di farlo in una maniera consapevole. In passato ero solito farlo in una maniera inconscia, ma ora non ero più in grado di farlo in quel modo. Quella particolare canzone è stata costruita così, ed è sempre stata aperta ad essere riscritta meglio. Ma non avevo una ragione particolare per farlo perchè avevo già fatto il disco.

Comunque, esiste una versione che eravamo soliti fare sul palco con solo la chitarra elettrica ed il sassofono - mantenendo le stesse liriche, pensando che così facendo la canzone sarebbe venuta fuori in una maniera più emozionante. Ma non resse granchè bene in quella maniera. Così ho deciso di modificare le parole. Ma non l'ho modificata semplicemente perchè una sera la stavo cantando ed ho pensato "Oh, sono stanco delle vecchie parole." Le vecchie parole non sono mai state davvero giuste. L'ho riscritta in una stanza d'albergo da qualche parte. Penso fossi ad Amsterdam. Volevo cantare quella canzone così le diedi un'occhiata e la cambiai. Quando cantai quel brano la sera dopo seppi che era giusto così. Era abbastanza giusta così l'ho scritta ed ho cancellato la vecchia versione.

Quella era un'altra di quelle canzoni che tu scrivi e le hai in pugno e sai quel che vuoi dire, ma la metà delle quali non viene fuori nel modo che tu volevi. Allora l'ho aggiustata ed ora so che è come doveva essere. Penso che ci sia una grande differenza.

BILL FLANAGAN: Una differenza immediata è quella per cui non è più chiaro se è un solo personaggio che sta narrando la storia. Ora la canzone inizia in terza persona, e poi prosegue in prima persona quando il personaggio di cui si parla incontra la donna nel bar. La sezione iniziale è ora isolata, e gli eventi che descrive possono essere accaduti a qualcun altro.

BOB DYLAN: Già, esatto. Vedi, quel che stavo provando a fare non aveva niente a che vedere con i personaggi o con quello che succedeva. Stavo cercando di fare qualcosa che non so se ero preparato a fare. Volevo sfidare il tempo, perciò la storia ha luogo nel presente e nel passato allo stesso tempo. Quando tu guardi un dipinto, sei in grado di vedere ogni singola parte oppure puoi vederlo nel suo insieme. Volevo che quella canzone fosse come un dipinto.

BILL FLANAGAN: Hai mai messo in una tua canzone qualcosa di troppo personale? E' mai successo che hai detto: "Mmm, ho dato troppo di me stesso in quella canzone"?

BOB DYLAN: Ci sono andato abbastanza vicino con quella canzone, "Idiot Wind." Quella era un'altra canzone che volevo scrivere come se fosse un dipinto. Un sacco di gente pensava che quella canzone, che quell'album, "Blood on the Tracks", si riferisse a me. Perchè così sembrava all'epoca. Ma non riguardava me. Era solo il concetto di mettere in immagini quella sfida al tempo - ieri, oggi e domani. Volevo che fossero tutti connessi in una qualche strana maniera. Ho letto che quell'album avrebbe a che fare con il mio divorzio. Beh, ho divorziato solo quattro anni dopo quella canzone. Pensavo che forse ero andato un po' troppo lontano con "Idiot Wind." Forse avrei dovuto cambiare una parte di quella canzone. In realtà non pensai che stessi rivelando troppo di me stesso; pensai che *sembrava* così personale che la gente avrebbe pensato che la canzone riguardava all'incirca chi mi era vicino. Ma così non era. Ma puoi mettere insieme tutte queste parole ed è lì che cade. Non puoi farci niente per impedirlo. In realtà non pensai che fosse troppo personale ma sentii che *sarebbe sembrata" troppo personale. Che poi potrebbe essere la stessa cosa, non lo so. Ma non è mai stata *dolorosa*. Perchè in genere con quel tipo di cose, se pensi di essere troppo vicino a qualcosa, se stai concedendo troppo dei tuoi sentimenti, beh, i tuoi sentimenti cambieranno il mese dopo e tu riguarderai quello che hai scritto e dirai: "Che l'ho scritto a fare?"

BILL FLANAGAN: Ma nonostante tutto il potere di "Idiot Wind," c'è una parte di quel brano che mi ha sempre fatto impazzire. Ad un certo punto parli di essere accusato di aver sparato ad un uomo, di essere scappato con sua moglie, lei riceve in eredità un milione di dollari, muore, e il denaro passa a te. Poi dici: "Che ci posso fare se sono fortunato?" (Risate)

BOB DYLAN: Sì, giusto. Con quel particolare verso pensai che avrei potuto dire *qualsiasi cosa* dopo. Se sembra una cosa personale probabilmente mi sono spinto troppo oltre - perchè ho detto troppo ed ancora l'ho fatta venir fuori come: "Beh, e allora che vuol dire?" Davvero non pensai che fosse troppo personale. In realtà non ho mai detto niente che pensassi stesse concedendo troppo di me stesso. Intendo dire, ho scritto tutto quanto ma in realtà non ho rivelato alcun segreto. Non ho molti segreti. Non mi trovo in quella posizione.

BILL FLANAGAN: Che mi dici a proposito di "Ballad in Plain D" [una delle prime canzoni di Dylan nella quale descrive, con dolorosi dettagli, la sua fine del rapporto con la sua ragazza Susan Rotolo]?

BOB DYLAN: Oh! Sì. Quella... Per quanto riguarda quella io guardo indietro e dico "Devo essere stato un vero stronzo a scriverla." Guardo indietro, ripenso a quel brano particolare e mi dico, di tutte le canzoni che ho scritto, forse quella dovevo lasciarla perdere. Ma anche se quella è la sola a cui riguardo pensando che forse non l'avrei dovuta scrivere, penso che sia una canzone abbastanza buona.

BILL FLANAGAN: Ora, tu *avevi* temporaneamente lasciato tua moglie prima di "Blood on the Tracks". Quell'album deve almeno in qualche modo riguardare quella separazione...

BOB DYLAN: Sì. In qualche modo. Ma non è che io faccio un album e rendo pubblica una relazione matrimoniale. Non esiste che farei mai una cosa del genere, non più della possibilità che io scriva un album che parla delle mie battaglie legali. Ci sono degli argomenti che proprio non mi interessano. E certo non sfrutterei mai davvero una relazione con qualcuno. Mentre in "Ballad in Plain D," l'ho fatto. Senza sapere che l'avevo fatto. In quel periodo il mio pubblico era molto piccolo. E' una cosa che sopraffece la mia mente così l'ho scritta. Forse non avrei dovuto usarla. Avevo altre canzoni all'epoca. Quella era basata su una vecchia canzone folk. Ma so quel che intendi dire. Se tu vivi una relazione e questa non funziona ed è quello il modo in cui ti senti a causa di ciò, non importa cos'altro tu veda o cos'altro tu faccia, continuerai a ritornare con la mente a quella situazione e penserai: "Oh, mi sento nauseato." Così provi a farla pagare cara a qualcuno ed a scrivere una canzone su quella sensazione che stai vivendo. Un sacco di persone non è in grado di farlo. Non hanno niente da cantare. Perciò una persona nella mia posizione dice, "Beh, ho questa informazione a disposizione, questo è il modo in cui davvero mi sento;  penso che lo scriverò e dirò come mi sento."

Io in genere non faccio così. Non mi piace provare quel genere di sensazioni. Devo pensare che posso fare di meglio. Non sarà di aiuto a nessuno ascoltare la mia tristezza. Solo un'altra storia sfortunata (nota del traduttore: nell'originale Dylan dice: "Just another hard luck story..." come in Black Diamond Bay).

BILL FLANAGAN: Nel libro di Nikos Kazantzakis "Report to Greco", egli scrive che, come ogni uomo, mentre la sua vita si avvicinava alla fine, egli ha dovuto trascinarsi dietro la croce del suo Calvario personale - e che il lavoro che un uomo lascia dietro di sè durante quell'ascensione è solo sangue sui sentieri (in originale "blood on the tracks"). L'avevi letto o è stata solo una congiunzione cosmica?

BOB DYLAN: Può darsi... Non l'avevo letto. Tutte le parole sono già state usate; è solo come le mettiamo insieme. Ed anche allora, anche se pensiamo di aver realizzato qualcosa di speciale, di fantastico, penso che se guardiamo nel posto giusto scopriamo che qualcun altro l'ha già fatto.

BILL FLANAGAN: L'album "Blood on the Tracks" è stato un lavoro di una tale forza che è stupefacente che tu gli abbia fatto seguire un disco come "Desire", nel quale hai collaborato con un altro scrittore, Jacques Levy.
Perchè non hai provato a proseguire quello che avevi iniziato con "Blood on the Tracks?" Perchè non hai provato a continuare?

BOB DYLAN: Immagino che non avessi mai avuto l'intenzione di continuare su quella strada. E' stato un esperimento. Ci furono un po' di settimane in estate, durante le quali scrissi quelle canzoni. Scrissi tutte le canzoni di "Blood on the tracks" nel giro di un mese e poi le registrai. Poi andai via dal luogo in cui mi trovavo quando le avevo scritte e ritornai a fare qualsiasi cosa stessi facendo prima. A volte puoi riuscire ad ottenere tutto quel che puoi da queste cose, ma poi non puoi restare lì.

Co-autore. Probabilmente quello era un album in cui non avevo qualcosa e nemmeno pensavo di registrare un disco. Penso che mi imbattei in Jacques in centro, ce ne andammo da un'altra parte e scrivemmo alcune canzoni. La gente del movimento per la scarcerazione di Hurricane Carter continuava a chiamarmi e a scrivermi. E Hurricane mi mandò il suo libro (nota del traduttore: la biografia di Rubin Carter "The 16th round"). Lo lessi e mi commosse davvero. Sentii che quell'uomo era innocente, da quello che aveva scritto e anche conoscendo bene quella parte del Paese. Così andai a fargli visita e mi diedi da fare davvero per lui, cercando di ottenere un nuovo processo. Così quella fu una delle cose che portai a Jacques. Gli dissi: "Perchè non mi aiuti a scrivere questa canzone e vediamo se possiamo fare qualcosa?" Così scrivemmo "Hurricane," e poi scrivemmo un po' di altre canzoni. Ne venne fuori un album.

BILL FLANAGAN: Hai avuto contatti con Hurricane Carter recentemente?

BOB DYLAN: No, non l'ho più visto fin dagli anni settanta. E' stato incriminato di nuovo o qualcosa del genere. Ho sentito un sacco di storie, belle e brutte, a proposito di quel che è davvero successo. La cosa è un po' sfuggita di mano, è diventata un po' troppo complicata. Ma da quel che ho capito, Carter è stato di nuovo incastrato. Sanno quali bottoni premere [nota: poco dopo questa conversazione, l'imputazione per omicidio di Hurricane Carter è stata annullata.]

BILL FLANAGAN: C'è qualche argomento a proposito del quale hai provato a scrivere e non sei stato capace?

BOB DYLAN: Sì. *Qualsiasi cosa* a proposito della quale io provi a scrivere, non ci riesco. Se provo a scrivere qualcosa *a proposito* di qualcosa - "Voglio scrivere qualcosa sui cavalli" oppure "Voglio scrivere qualcosa su Central Park" o "Voglio scrivere qualcosa sull'industria della cocaina" - non riesco ad andare da nessuna parte in quel modo. E' come quella canzone, "Hurricane". Io volevo scrivere una canzone su Hurricane Carter, volevo diffondere il messaggio. In realtà non venne fuori una cosa che parlasse di Hurricane. In realtà l'essenza non è quella. In realtà parla di te stesso. A meno che tu non ti metta nei panni di qualcun altro non saprai mai come ci si sente. Non saprai di che si tratta.

Puoi andare a vedere un film e dire: "Di che parla?" Un film è qualcosa che dà l'illusione di fermare il tempo. Vai da qualche parte e ti siedi lì per un po'. Stai guardando qualcosa. Sei intrappolato. Succede tutto nel tuo cervello e sembra che niente altro succeda nel mondo. Il tempo si è fermato. Il mondo potrebbe finire di fuori, ma per te il tempo si è fermato. Poi qualcuno dice: "Di che si trattava?" "Beh, non lo so. Parlava di due tizi che andavano dietro alla stessa ragazza." Oppure: "Parlava della Rivoluzione Russa." Beh, sì, parlava di quello, ma non parlava di *quello*.
Quello non è ciò che ti fa stare lì a fissare lo schermo, a fissare una luce su un muro. In un'altra maniera potresti dire: "Di che parla la vita?" E' proprio come un film. Non importa se tu resti qui per cento anni, continua ad andare avanti. Non puoi fermarla.

Perciò tu non sei in grado di dire di cosa parla. Ma quel che puoi provare a fare è dare l'illusione del suo momento. E anche quello non è ciò di cui parla. Quella è solo la prova che tu sei esistito.

Di cos'è che parla ogni cosa? Di niente. Ecco di cosa.

BILL FLANAGAN: Jackson Browne ha detto che pensava che "Every Breath You Take" fosse alquanto ingiusta nei confronti della donna alla quale la canzone era diretta, perchè il brano è raccontato in maniera così potente dal punto di vista di Sting ed è così inevitabile.

BOB DYLAN: Oh, non la penso così. Quella era una bella canzone. Qualcosa che mi ricorda "Stand By Me." Puoi prendere qualsiasi lato tu voglia. Non devi raccontare il punto di vista dell'altra persona. Non c'è alcuna legge che dice che devi farlo. Penso che Sting abbia detto qualsiasi cosa volesse dire in quella canzone in maniera molto schietta colpendo dritto il bersaglio. Non ha provato a renderla graziosa o furba o altro. L'ha fatta e se n'è andato. Penso che fosse davvero una bella canzone.

BILL FLANAGAN: Pensi che sia appropriato scrivere qualcosa dal punto di vista di un assassino, come ha fatto Bruce Springsteen in "Nebraska?"

BOB DYLAN: Non conosco molto bene quella particolare canzone di Bruce. Ma non è inappropriato mettersi al posto di qualcun altro. E' una cosa piuttosto comune da fare. I cantanti folk erano soliti farlo in continuazione, e anche io l'ho fatto. "House of the Rising Sun" è scritta dal punto di vista di una donna, e fino a che non l'ha fatta Eric Burdon, gli uomini erano soliti cantarla dal punto di vista di una donna. Era qualcosa che si era soliti fare. Se torni indietro ed ascolti gli Stanley Brothers o i Country Gentlemen o Jim and Jesse, tutti quei gruppi di bluegrass, ci sono ben poche canzoni in cui parlano di se stessi in prima persona. Anche io l'ho fatto. Ho scritto molte canzoni simili. Come se parlassi in prima persona parlando però dal punto di vista di un'altra persona. Non ne ho registrate tante, ma le ho scritte. E' legittimo.

BILL FLANAGAN: Certo. Quel che io mi chiedo è, una volta che tu parli in prima persona al posto di un'altra persona, una volta che dai a quella persona una voce, hai una responsabilità morale di non dar voce al male, di non dire cose del tipo: "Perchè ho ucciso tutta quella gente? Suppongo che ci sia solo meschinità in questo mondo..."?

BOB DYLAN: E' quello di cui parla "Nebraska"?

BILL FLANAGAN: Sì.

BOB DYLAN: Non so. Non so perchè dai la voce ad una persona e non ad un'altra. Ma tutti hanno una voce e c'è *qualcuno* che può entrare dentro ognuno di noi ed esserne l'avvocato difensore.
Perchè non scrivere una canzone dedicata al tizio che ha ucciso tutte quelle persone in quel McDonald fuori San Diego? Sono sicuro che ha una voce anche lui. E se parlasse dalla tomba sono sicuro che potrebbe convincere un sacco di gente ad essere dispiaciuta per lui, a simpatizzare con lui. Dipende da qual è la tua *causa*. La tua causa è solo andare fuori di casa e sparare alla gente a casaccio? Kinky Friedman, mi sembra, ha scritto una canzone dedicata al tizio che è salito sulla Texas tower e l'ha fatto. Ma è difficile da raccontare.

In genere lo fai se qualcuno ti ha dato un brutto colpo e tu in qualche modo lo sai. Ma non so quali fossero le intenzioni di Bruce. Quella canzone parlava di Charlie Starkweather? Beh, io sono cresciuto nella stessa area di Charlie Starkweather e ricordo quell'episodio. Fu un avvenimento che commosse tutti laggiù. E tutti in genere tenevano le bocche cucite su quell'accaduto. Perchè lui aveva una sorta di carattere alla James Dean. E' stato un sacco sui giornali. Dovevo avere circa diciassette o diciotto anni quando è successo. Non ricordo come la pensasse la maggior parte della gente al riguardo. Nessuno lo glorificò, comunque.

BILL FLANAGAN: Hai visto "Badlands", il film di Terence Malick che parla di quell'episodio?

BOB DYLAN: Sì, amo Martin Sheen, penso che sia un attore fantastico. Ma quello non mi ricorda in realtà Charlie Starkweather. Non penso che avesse qualcosa a che vedere con Charlie Starkweather. Io ci sono passato in quel periodo di tempo e lo ricordo di prima mano. Ricordo l'impatto che ebbe. Non credo che ci sia alcun modo in cui si possa elevare Charlie al di sopra di quel che ha fatto o di quel che è successo.

BILL FLANAGAN: Mark Knopfler mi ha detto che hai scritto una canzone intitolata "Prison Guard" che parlava di un completo farabutto, e Mark pensava che quella canzone fosse una sorta di reazione a "Nebraska."

BOB DYLAN: Oh, sì, Mark ha sentito quella canzone. (Sorride.) Ho scritto una canzone del genere ma non l'ho mai registrata. Non pensavo che avessi bisogno di registrarla. Era una canzone che parlava di una guardia carceraria che è una sorta di personaggio duro. Non gli importa di gettare la gente in prigione. E poi va avanti a descrivere la sua famiglia e la sua città. Poi quando ho finito la canzone pensai che fosse patetica. L'intero quadro era troppo patetico. Non so cosa avessi in mente quando l'ho scritta.

BILL FLANAGAN: Ma non è stata ispirata da "Nebraska?" O magari era una sua parodia?

BOB DYLAN: Uhhh. Non so da cosa sia stata ispirata. No. E' stata più o meno una di quelle cose dove c'è qualcuno che indossa un'uniforme il quale può farla franca mentre qualcun altro che non indossa un'uniforme non può.

BILL FLANAGAN: "Masters of War" è una canzone molto dura e violenta: "I'll stand o'er your grave 'til I'm sure that you're dead." "Neighborhood Bully" è parimenti dura, eppure un sacco di critici hanno espresso sorpresa per il suo attivismo (nota del traduttore: nell'originale "militancy", che potrebbe essere tradotto anche solo con "aggressività, tendenza alla lotta"). Non capisco perchè così tante persone credano che tu sia un pacifista. Il critico Mark Rowland ha detto che tu sei sempre stato più interessato alla giustizia che alla politica.

BOB DYLAN: (Ride.) Già. Non so perchè la gente sceglie di pensare qualsiasi cosa pensi. Il pacifismo è una filosofia? Non sono molto sicuro di cosa sia il pacifismo.

BILL FLANAGAN: Se qualcuno ti colpisce tu porgi l'altra guancia.

BOB DYLAN: Quello non è pacifismo. Porgere l'altra guancia è una mossa aggressiva, in realtà. C'è una strategia per cui se qualcuno ti spinge tu puoi assecondare la spinta e fare in modo che la sua forza si ritorca contro di lui.

Pacifismo. So di non essere a mio agio con queste parole e mi chiedo se altre persone siano a proprio agio con queste terminologie così assolute e generali come *pacifismo*, *destra*, *sinistra*, *militarismo*, *repubblicanesimo*. In questo paese un Repubblicano è una cosa: puoi andare in Irlanda e dire che sei un Republicano ed ottenere una reazione differente. Puoi usare tutte queste parole *qui*. E' molto sicuro dire tutto quel che vuoi dire. Ma se ci sia o meno un significato, non lo so. Non comprendo quei termini semplicemente perchè non penso che altra gente lo faccia. Parlano di umanitarismo e di laicismo, tutto quello che termina con *ismo*. Non che io sia così stupido da non capire quel che vogliono dire quelle parole, ma non credo che chiunque altro sappia cosa vogliano dire. Ad essere veramente onesti io non credo che la gente sappia di cosa sta parlando quando usano tutte quelle parole. Non hanno alcuna idea di quel che stanno dicendo. E' come dire: "Ho visto una casa ieri." Oh sì, anche io ne ho vista una. Ma probabilmente non è la stessa che hai visto tu.

Ma ne ho sentito parlare un sacco. Sembra che la gente pensi di sapere tutto di me. Forse non è così. Forse ogni cosa che ho fatto nella mia vita è stata solo un lato o qualcosa del genere. Una parte. Certamente niente di quello che ho scritto mi definisce come persona nella sua totalità. Non esiste una canzone che lo faccia. Niente di quel che faccio dovrebbe davvero sorprendere qualcuno. Sembra come se io lo stessi facendo da così tanto tempo che non mi ricordo quando non lo stessi facendo. Non c'è nulla che potrei dire che non sia documentato da qualche parte nel passato così tu potresti pensare: "Certo, Dylan voleva dire una cosa del genere".

BILL FLANAGAN: E' strano. Quando era ragazzo sentivo un sacco di gente che diceva sempre: "Bob Dylan, oh, scrive un sacco di canzoni contro la guerra del Viet Nam" ed io avevo tutti gli album e dicevo sempre...

BOB DYLAN: Quali? (Ride.)

BILL FLANAGAN: Esatto, perchè tutte le canzoni che loro citavano - canzoni come "Hard Rain" e "Blowin? in the Wind" - erano tutte datate prima del Viet Nam.
"I Dreamed I Saw St. Augustine" ha quella immagine molto potente: "I dreamed I was amongst the ones that put him out to death." E' nella natura umana indicare altra gente dando agli altri la colpa. E' raro che un artista prenda una posizione tale per cui dice "Siamo tutti capaci di diventare malvagi."

BOB DYLAN: Beh, non mi importa di prendere quella posizione. Perchè è semplicemente un'affermazione vera. Siamo tutti peccatori. Sembra che la gente pensi che dal momento che i loro peccati sono differenti da quelli delle altre persone, allora non sono peccatori. Alle persone non piace pensare a se stesse come peccatori. Le fa sentire a disagio. "Cosa intendi con peccatore?" Le mette in una situazione di svantaggio. Un sacco di gente se ne va in giro con questo strano concetto in testa per cui loro sono nati buoni, che sono davvero gente buona - ma il *mondo* ha reso un caos le loro vite. Io avevo un altro punto di vista. Ma non è difficile per me identificarmi con chiunque sia dal lato sbagliato. In realtà tutti noi siamo dalla parte sbagliata.

BILL FLANAGAN: Tu oggi integri la tua fede nelle canzoni in maniera più sottile rispetto all'epoca di "Slow Train Coming."

BOB DYLAN: Adesso scrivo d'istinto. O comunque lo faccio il più delle volte. Scrivo d'istinto e in qualsiasi modo venga fuori una cosa va bene così. Altra gente può fare quel che meglio crede. Ma per me... io non posso mettermi ad interpretare troppo quello che sto facendo perchè davvero non ho alcuna idea di quel che sto facendo. Ma ti dirò una cosa, se tu stai parlando solo a proposito di un tipo di cosa basata sulla Sacra Scrittura, non c'è modo che io possa scrivere qualcosa che sia non corretta dal punto di vista della Sacra Scrittura. Voglio dire, non metto in giro idee che non siano vere dal punto di vista della Bibbia. Posso invertirle, oppure farle venir fuori in una maniera differente, ma non dirò qualcosa che è proprio totalmente *sbagliata*, per cui non ci sia una legge.

BILL FLANAGAN: Una delle cose più belle di "Sweetheart Like You" è che tutti quelli che conoscono la Bibbia ascolteranno quella canzone in un modo, ma il brano funziona su un livello differente per altre persone.

BOB DYLAN: Oh, penso che sia così, sì. Perchè la Bibbia attraversa tutta la vita degli Stati Uniti, che la gente lo sappia o meno. E' il libro su cui si fonda tutto. O comunque è il libro dei padri fondatori. La gente non può sfuggire alla Bibbia. Non te ne puoi allontanare, dovunque tu vada. Quelle idee erano vere allora e sono vere oggi. Sono basate sulla Sacra Scrittura, sono leggi spirituali. Credo che la gente ci possa leggere quel che vuole. Ma se hai familiarità con quei concetti probabilmente ne troverai parecchi nelle mie canzoni. Perchè io ritorno sempre a quei concetti.

BILL FLANAGAN: C'è gente che tu conosci e che si riconosce nelle tue canzoni?

BOB DYLAN: Oh, certo, un sacco di gente lo fa. Almeno così mi dicono. E comunque ci si sono riconosciuti in passato. "Einstein disguised as Robin Hood" magari è nel corridoio. Un sacco di persone mi dicono che sono questa o quella persona. Non più tanto spesso però. Mi succedeva più spesso prima che oggi.

BILL FLANAGAN: E a volte queste persone hanno ragione?

BOB DYLAN: No. Non davvero. Ma molte persone si possono identificare con i sentimenti che io provo e con il modo in cui descrivo qualcosa. Penso che sia niente di più di questo.

BILL FLANAGAN: Un giornalista della rivista "Time" di nome Jones andò in giro dicendo che era lui che ti aveva ispirato la canzone "Ballad of a Thin Man." Ci sono stati degli articoli di giornale che hanno scritto di lui. Io pensai, "Gesù, che cosa incredibile di cui vantarsi!"

BOB DYLAN: Sì, c'erano un sacco di Mister Jones all'epoca. Ovviamente dovevano essercene davvero un gran numero per farmi scrivere *quella* particolare canzone. Non era solo una canzone incentrata su un'unica persona. Era qualcosa del tipo: "Oh, Dio, ci sono migliaia di Mister Jones."

BILL FLANAGAN: Parliamo dei meccanismi della scrittura. Scrivi alla chitarra o al piano? La musica ti viene in mente prima di metter mano allo strumento?

BOB DYLAN: Sì, un sacco di volte i motivi mi vengono in mente. E li metto giù alla chitarra o al pianoforte. Un sacco di volte mi sveglio con un certo motivo in testa, oppure mi viene in mente durante il giorno. Cerco di metterlo giù e poi i versi vengono di conseguenza. O può succedere che mi vengano mentre suono un qualsiasi strumento. La chitarra elettrica è diversa dalla chitarra acustica. Lo stile del banjo è davvero buono, puoi scrivere ottime canzoni con il banjo. Questi sono tutti strumenti reali. Poi ci sono tutti quegli strumenti tecnologici, queste cosine come le tastiere. Ti danno tutti i tipi di suono. In qualche modo vanno bene.

BILL FLANAGAN: Non ne sei completamente convinto?

BOB DYLAN: Suonano davvero bene, ma io non ho mai avuto molto successo ad usare quel genere di strumenti. Ma io scrivo con una combinazione di strumenti. Le mie melodie in genere sono molto semplici. Devono essere semplici. Altrimenti non me le ricordo. Se fossero troppo complicate non riuscirei a ricordarmele. Perciò devono essere semplici. Tutto qui.

E poi butto giù i versi. Ho degli appunti scribacchiati dappertutto. A volte capita che mi dico: "Qualsiasi altra cosa io faccia oggi, devo scrivere tutti i versi che mi sembrano interessanti. Sia che li penso sia che li senta per caso." Cerco di rimanere impegnato con quel lavoro per un certo periodo di tempo. Perchè per la maggior parte del tempo capita che tu non lo fai. La roba che ti passa vicino, ci pensi e dici: "Okay, ci ho pensato. Grande affare. Ma che m'importa?" Oppure ti capita di sentire qualcosa di divertente e poi te lo dimentichi. Alle volte capita che io faccia uno sforzo solo per riuscire a prendere quella roba e vedere se significa qualcosa. E a volte è così. Allora la scrivo da qualche parte e poi ci ritorno. In genere se ha un qualche significato per me, allora è importante. Ci sono un sacco di grandi cose che ti capita di sentire e che non sono davvero così rilevanti. Si tratta davvero di questo. Non è che ci voglia poi una vera e propria complicata e profonda qualità di genio per questa cosa.

BILL FLANAGAN: E' facile dirlo per te, hai scritto tutte quelle grandi canzoni.

BOB DYLAN: Beh, penso che abbia più a che fare con l'istinto. Non c'è niente di studiato. Credo che tu debba solo fidarti del tuo istinto.

BILL FLANAGAN: Hai cantato alla marcia su Washington di Martin Luther King, Jr. Lo hai mai incontrato?

BOB DYLAN: No. L'ho sentito parlare ma non l'ho mai incontrato.

BILL FLANAGAN: Conosci John Coltrane?

BOB DYLAN: L'ho *visto*, John Coltrane. Sì. L'ho visto suonare. Ho visto lui, ho visto Monk,
Miles molte volte, Horace Silver. Una volta ho fatto delle sessions con Don Cherry e Billy Higgins. Non so davvero che fine hanno fatto quelle canzoni. C'erano un sacco di musicisti jazz in giro nella scena delle coffehouse nel Greenwich Village. All'epoca i club di musica folk e quelli di jazz e quelli di poesia erano in un certo senso tutti la stessa cosa. Ero solito andare a vedere questi musicisti un sacco di volte. Quel che questi musicisti avevano e che io ho preso per il mio canto - anche se riesco a stento a definirmi un *cantante* - è stato il senso del fraseggio e la dinamica.

BILL FLANAGAN: Ho sentito Bill Cosby dire una sera che quando era agli inizi della sua carriera di comico nel Village se ne andava avanti e indietro per strada e ti sentiva suonare in un club e poi sentiva suonare John Coltrane in un altro. Eri consapevole di quanto terreno si stava coltivando? Di quanti semi si stavano gettando?

BOB DYLAN: No. Nessuno era realmente conscio di quello che stava succedendo. Ma c'erano un sacco di differenti persone sulle strade. Mi ricordo quando Bill Cosby arrivò in città. Era solito lavorare allo stesso club in cui lavoravo io. Allora era solo uno dei tanti tipi che lavoravano lì, un altro entertainer. Ho spesso mangiato con Bill all'epoca.

BILL FLANAGAN: Sei famoso per andare in uno studio e registrare le canzoni molto velocemente per catturare il momento. Ma un paio dei tuoi album recenti, "Slow Train" e "Infidels", sono stati più elaborati.

BOB DYLAN: Vedi, quando io ho iniziato ad incidere dischi, semplicemente accendevano i microfoni e si registrava. Era così che funzionava negli anni sessanta. Qualsiasi cosa tu ottenessi da una parte del vetro era quello che giungeva alla sala controllo dall'altra parte del vetro. Non c'era mai nessun problema. Quello che facevi lì in sala era quello che ti ritrovavi sul nastro. Ed è sempre successo in quella maniera. Sia che suonavi da solo sia che suonavi con una band non importava in realtà, eri per lo più garantito sul fatto che qualsiasi cosa tu facessi da quella parte del vetro sarebbe stata percepita nella stessa maniera dall'altra parte del vetro. Non è mai stato un problema di qualche sorta. Perciò quello che è successo a me è stato che ho continuato a lavorare in quel modo anche negli anni settanta. Non avevo capito che le cose erano cambiate! (ride). Davvero non l'avevo capito. Penso che non mi sono reso conto che si potesse fare una sovraincisione, fino al 1978. Proprio non ci pensavo nemmeno a una cosa del genere. Forse ero *talmente* al di fuori di quel concetto che nemmeno lo avevo mai capito. Il problema è che oggi non puoi più registrare in quel modo. Se ora vai in uno studio di registrazione, la tecnologia è così differente che magari riesci ad ottenere un suono live, il suono live che tu vuoi, ma non arriverà in quella stessa maniera dall'altra parte del vetro. Perciò devi sforzarti per escogitare un modo per ottenere un suono e far sì che esso suoni nella maniera che tu davvero desideri. In altre parole, se vuoi ottenere un sound in una certa maniera, qualsiasi sia questa maniera, non succederà mai nello studio.

C'è una sorta di cosa datata chiamata "eccitazione dal vivo in studio." Non succede più, perchè la gente non registra più in quella maniera. Un sacco di gente fa i dischi una canzone alla volta. Le cose oggi sono così avanzate che verrà il momento in cui sarai capace di *telefonare* le tue parti. Ad ogni modo, il problema è che non importa quel che tu fai, non risulterà mai in quel modo, comunque. La gente ci prova. Alcuni usano un certo studio perchè in genere ottenevano un certo sound lì. Ma magari nel frattempo hanno cambiato tutta l'attrezzatura lì dentro così che non riuscirai più ad ottenere quel suono. Mi piace il suono antico ma è andato ormai, è morto. Non tornerà mai più. Perciò devi avere a che fare con quello che è il modo moderno di incidere.

Un sacco dei miei dischi sono stati fatti perchè era "tempo di fare un disco". "Quando esce il tuo nuovo disco?" - "Oh, il mese prossimo." E' tempo per me di andare in studio e fare un disco. Non sono mai stato solito pensarci durante l'anno al fatto di dover fare un disco. Avevo altre cose da fare. Alcuni degli album degli anni settanta sono stati fatti in un colpo solo. "Questo mese scriverò le canzoni, le registrerò, le mixerò, le stamperò, farò una copertina e tutto in un mese o due." Mi ci è voluto molto tempo per scappar via da quel particolare stile. In realtà non mi è mai piaciuto.

Molte volte non ho nemmeno le canzoni pronte prima di entrare in studio. Scrivo solo dei versi e li metto da qualche parte. Poi quando sto per fare un disco e ho bisogno di alcune canzoni inizio a scavare nelle mie tasche e nei miei cassetti cercando di trovare queste canzoni. Allora ne tiro fuori una che non ho mai neanche cantato prima, a volte nemmeno mi ricordo la melodia. A volte succedono cose grandi, altre volte ne vengono fuori cose così così. Ma senza contare quel che poi succederà, quando la eseguo in studio è la prima volta che la faccio in assoluto e ho pochissima familiarità con essa.

In passato quel che veniva fuori era quel che io solitamente ne tiravo fuori continuando a lavorarci, sia che mi colpisse davvero o no. Per nessun motivo apparente. Persistevo con quel sistema, solo per mancanza di impegno, per non prendermi il fastidio di realizzare le cose davvero bene. Non voglio più registrare in quel modo. Ora registro più materiale di quanto ero solito registrarne. Circa due anni fa ho deciso di fare le cose seriamente. Perchè ho bisogno di registrare ed ho scadenze ed impegni. E' stata una grande lotta venirne a capo alcune volte. Perciò piuttosto che fare così, quel che faccio ora è registrare in continuazione. A volte non ne viene fuori niente ed altre volte ottengo un sacco di roba che conservo. Ho registrato questo album ["Empire Burlesque"] durante un lungo periodo. Registravo le canzoni che sentivo di voler registrare. Poi le ascoltavo e decidevo se mi piacevano. E, se non mi piacevano, o le registravo di nuovo oppure le modificavo. Volevo essere il primo a giudicarle piuttosto che farle uscire e far decidere alla gente.

BILL FLANAGAN: Il produttore fa una grande differenza?

BOB DYLAN: In realtà io mi produco i dischi da solo. Nemmeno so cosa fa un produttore. In genere i produttori sono di ostacolo. Vanno bene per prenderti all'aeroporto e per assicurarsi che il conto dell'albergo venga pagato. Se sono davvero dei bravi produttori troveranno delle canzoni che abbiano davvero un senso per te. Ma i produttori che io ho avuto in realtà non sono nemmeno dei veri produttori. Fanno suonare bene un disco ma non mi sono mai imbattuto in nessun produttore che ne sapesse di più a proposito di quel che stavo facendo rispetto a quanto ne sapessi io.

BILL FLANAGAN: Hai menzionato un paio di volte quanto tu apprezzi la concisione, ma tu sei più responsabile di altri per essere scappato via dalle forme di canzoni più rigide e strutturate.

BOB DYLAN: Sì, beh... Io vengo fuori da quella struttura di musica folk/rock & roll. Perciò quello è il solo tipo di struttura con cui ho dimestichezza veramente. Non mi considero un autore di canzoni pop come Burt Bacharach/Hal David, o persino Lionel Richie. Penso che tu debba essere una persona troppo rilassata, devi avere troppo pazienza (ride) per fare quel genere di cose. Ma io non so quel che ho fatto. In genere penso a me stesso come all'ultimo. Quando penso ai songwriters non penso veramente a me stesso. Penso ad altra gente. Anche se so che anche io faccio il songwriter. Ma mi dà più piacere vedere che qualcun altro lo fa. Io *ho bisogno* di farlo. Come quel Jonathan Richman. Mi piace. Preferisco ascoltare quel tipo di canzoni. Mentre le mie canzoni, ho bisogno di farle, devo farle, ci sono dentro in continuazione. Quando ascolto le mie vecchie canzoni penso solo a quanto sono state registrate male.

BILL FLANAGAN: C'è mai stato un momento in cui non volevi più scrivere o esibirti? Ci sono stati periodi in cui non abbiamo più sentito nulla di te.

BOB DYLAN: Ho provato ad allontarmi da tutto, ma non ci sono mai riuscito. E' tutto quello che ho sempre fatto, davvero. Io ascolto ancora roba che è stata fatta negli anni cinquanta e sessanta che forse ho ascoltato una sola volta e me ne sono dimenticato oppure che forse non ho mai sentito.

BILL FLANAGAN: Pensi mai che forse ti piacerebbe non essere sempre sintonizzato in continuazione, che ti piacerebbe non ricevere? Forse la musa potrebbe darti una pausa?

BOB DYLAN: No. La cosa mi terrorizzerebbe. Non saprei che altro fare. Sarei perduto.


traduzione di Michele Murino


 


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