Maggie's Farm
intervista
RICCARDO BERTONCELLI
a cura di 
Michele Murino

Ho incontrato Riccardo Bertoncelli nella sua casa che "trasuda" musica, dischi, cd, vinili, giornali... insomma una manna per chi ama la musica come noi (con un occhio, anzi due, di riguardo per il Rock)... Ci ero già stato in passato ma è sempre "corroborante" ritornare in un simile ambiente e l'unico rimpianto è quello di avere a disposizione solo poche ore invece che un paio di anni per guardare, toccare, aprire, esplorare quella miriade di album che hanno fatto la storia del Rock (e non solo) ed indirettamente anche quella del padrone di casa che per quei due o tre che non lo sapessero (o che si fossero distratti) ha fatto, appunto, la Storia della critica musicale nel nostro Paese... Se poi aggiungete che in un angolo dell'immensa collezione di Riccardo, proprio di fianco ad un ipnotizzante acquario popolato dai pesci più indottrinati di rock che mai abbiano guizzato nelle acque del nostro vecchio mondo, c'è uno spazio considerevole dedicato ad una serie mozzafiato di rarità e chicche dylaniane capite come il sottoscritto rimpianga in quei momenti di non avere l'abilità di un Fantomas (o - per i più giovani - di un Diabolik) per fare incetta di quelle perle (del resto lo insegna Bob: love and theft, l'amore giustifica il furto...).
Scherzi a parte, di queste chicche dylaniane parleremo in fondo all'intervista che segue... Già, perchè non sono a casa di Bertoncelli solo per spirito masochistico (è dura "guardare" e non  "toccare") ma per fargli un'intervista, con argomento dylaniano ovviamente, per la nostra "Maggie's Farm", intervista che Riccardo ha voluto gentilmente concedermi e per cui lo ringrazio infinitamente essendo per me un onore poterla pubblicare su queste pagine. Ma non parleremo solo ed esclusivamente di Bob Dylan anche se il discorso verterà inevitabilmente, vista la nota follia monomaniacale dell'intervistatore, sul nostro Zimmy...
Michele "Napoleon in rags" Murino


Maggie's Farm: Allora, Riccardo... Direi di iniziare prendendola un pò alla lontana... Lungi da me voler fare antipatiche allusioni anagrafiche... di fatto però hai avuto la fortuna di vivere "in diretta" la nascita del "mito Dylan"... Come ricordi quei tempi (metà anni 60)?...

Riccardo Bertoncelli: Ricordo il primo disco di Dylan, il primo che io abbia mai ascoltato, intendo... Non ricordo esattamente l'anno ma il primo 45 giri di Dylan che ho sentito è stato "Just like a woman" ... Ricordo ancora l'edizione italiana in una copertina grigia... Sul retro c'era I want you...

MF: Beh, niente male come "esordio"...

RB: Una particolarità che ricordo a proposito di quel 45 giri è il fatto che c'era allegata una traduzione in italiano di Just like a woman. Combinazione, ho scoperto anni dopo, parlando con un mio amico che ha fatto per anni il discografico (ed ancora oggi lo è) Franco De Devitis, che era stato proprio lui a fare quella traduzione.

MF: Era stampata sulla copertina?

RB: No... Se non sbaglio era allegata al disco... Però ho dei ricordi vaghi... Potrei sbagliare...

MF: E dopo quel mitico disco?...

RB: Ricordo un altro 45 giri... (nota di Napoleon per i giovanissimi... A differenza di quanto avviene oggi, in quei tempi si "ragionava" soprattutto in termini di 45 giri visto che gli album erano un qualcosa di quasi "fuori della norma" e la musica pop era quasi interamente basata sui 45...). Si trattava di un disco che non mi era piaciuto molto, "Most likely I'll go your way and I'll go mine" con "Leopard-Skin Pill-Box Hat" sul retro... Il primo album di Dylan, questo lo ricordo ancora benissimo, fu "Bringing it all back home"... Eravamo nel febbraio del 1967 ed io ero giovanissimo (sono del '52)... Pensa che possedevo allora forse solo un album o al massimo due (uno mi era stato regalato per Natale, era un album di Eric Burdon che mi piaceva molto... Era Winds of Change). Forse avevo anche Revolver dei Beatles...

MF: Scusa, scusa... Credo di non aver capito... All'epoca possedevi solo UNO o DUE album?...

RB: Beh, tieni conto che avevo solo 14/15 anni... Fino a quel momento collezionavo solo singoli... Li compravo da quando avevo dieci anni... Naturalmente mescolavo l'amore per il rock con quello per le canzoni che andavano di moda in quegli anni. Con questa "dieta mista" sono andato avanti per anni... L'anno in cui invece mi sono veramente innamorato e convertito al Rock è stato il 1966... Avevo 14 anni e fra i miei amori c'era Dylan... Ma era un Dylan che ascoltavo alla radio, vagamente, quando se ne presentava l'occasione...

MF: A quell'epoca Dylan in Italia era già un nome famoso?...

RB: Mah... Questo è un discorso che faccio spesso... In realtà gli anni '60 in Italia sono stati anni felicemente desertici... Anni in cui c'era molta musica leggera che passava praticamente solo per radio... Tieni conto che all'epoca la radio significava esclusivamente il primo ed il secondo canale RAI, il terzo era appaltato per la "classica", senza alcuna possibilità che altre musiche vi approdassero (bisognò aspettare gli anni '70...). C'era dunque una situazione di assoluta "povertà". Poche occasioni di ascolto...

MF: E la TV?...

RB: Non parliamone nemmeno... C'era quindi un'eco lontana di Dylan che arrivava grazie ai giornali, ma molto flebile... Le riviste di musica infatti erano indirizzate soprattutto ai teen-agers e Dylan era uno strano personaggio che ogni tanto approdava sulle pagine di queste riviste... Non mi ricordo articoli fondamentali su Dylan... Ricordo invece che c'erano delle sue belle foto, questo sì... Ne ricordo una in particolare in cui lui aveva in mano una specie di crocifisso, o qualcosa del genere...

MF: Forse ti riferisci a quella in cui, se ricordo bene, ha anche un libro...

RB: Probabile... E poi ricordo delle belle foto del tour europeo precedente all'incidente motociclistico, il tour del '66... In Francia o Inghilterra... Mi colpiva la sua faccia nervosa, quegli occhiali scuri... Quello di Dylan era davvero un nome poco ricorrente in quel periodo in Italia... Oggi praticamente tutti, tornando indietro con la mente, dicono frasi del tipo: "Ah! Gli anni '60...!" con un tono nostalgico... A me a volte fanno ridere, sinceramente... Pensa che nemmeno i Beatles quando arrivarono in Italia, riuscirono a fare il tutto esaurito... nè a Milano, nè a Genova nè a Roma...

MF: Ed erano i Beatles!

RB: Già... E non quelli del '62... Poi successivamente tutti in Italia si sono messi a raccontare la favola di "Dylan e i '60"... ma non è vero. Gli anni '60 in realtà, in Italia, accadono negli anni '70. A partire dal '71 si riscopre tutto quel mondo ed anche Dylan...

MF: Come era vista la musica rock?...

RB: Chi, come me, era un ragazzino che si interessava di musica rock trovava davvero poche opportunità... Ricordo che nella mia classe ero praticamente l'unico... Avevo solo un amico che era vagamente simpatizzante dei Beatles... Parlo delle scuole medie... Uno che aveva tutti i 45 giri dei Beatles. Ma UNO!...

MF: Partendo da "Bringing it all back home" hai dovuto fare una specie di "corso di recupero" con i vari "Freewheelin'" etc...

RB: Beh, quelli naturalmente li ho recuperati subito dopo...

MF:E come veniva considerata la voce di Dylan?...Immagino non fosse esattamente il modello che andava per la maggiore in quel periodo in Italia... Una voce alquanto "strana" per gli standard dell'epoca...

RB: Non era tanto la voce... Anzi sulla voce di Dylan ti posso raccontare una cosa molto curiosa... C'è stato un periodo della mia vita che ero appassionato di alta fedeltà ed utilizzavo "Blood on the tracks" come prova... Questo è avvenuto quando ho potuto permettermi degli impianti di un certo tipo. In origine invece avevo degli impianti, come la stragrande maggioranza dei ragazzi degli anni 60, che erano di così bassa qualità che la voce di Dylan veniva fuori ancora più "latrata" ed ancora più incerta di quella che poi sarebbe stata... Io ricordo con emozione la prima volta che acquistai le casse con le quali facevo un salto dalla preistoria ai viaggi spaziali nel mio hi-fi... Accesi l'amplificatore e misi su Blood on the tracks... Ricordo ancora l'emozione di ascoltare quella voce così presente, così varia nella sua grana, nella sua complessità armonica... Ne rimasi veramente shockato... Quindi non era affatto la voce che era strana... Era più che altro il modo di cantare...
Ma quello che più colpiva erano i testi... Era la capacità di essere un personaggio... Io mi sono innamorato di Dylan anche e soprattutto per i testi...

MF: Come moltissimi, credo...

RB: Ti posso raccontare degli aneddoti al riguardo... Ricordo che facevo francese a scuola... Ero al liceo classico dove si faceva lingue straniere solo i primi due anni. L'inglese l'ho imparato quindi da autodidatta... Su di un vocabolarietto piccolino, grigio, diecimila parole, di cui non mi dimenticherò mai... E vuoi sapere come l'ho imparato?...

MF:Credo di intuirlo...

RB: Traducendo la quarta di copertina di "Another side of Bob Dylan"... Quelle bellissime poesie che tra l'altro creavano moltissime difficoltà perchè in esse non c'era un filo logico preciso, non c'era un "racconto" fluente... C'erano salti "illogici", c'erano bizzarrie... Erano le "Some other kind of songs"... Un'altra cosa che ricordo bene è questa: a quei tempi Dylan "girava" molto poco tra i miei amici... Molto più conosciuta era invece Joan Baez perchè era un pò la cantante di... allora non si chiamava Comunione e Liberazione... si chiamava Gioventù Studentesca. Avevo un amico della GS che aveva dei dischi di Joan Baez... Io avevo comprato "Farewell Angelina" che mi piaceva molto... Preso da questa "smania" per Joan Baez gli chiesi se aveva qualcosa di Joan... Questo amico arriva e mi porta - incontro magico! -  l'album "In Concert" di Joan Baez con dietro la famosa, lunghissima poesia di Bob Dylan... Beh, io quella poesia l'ho letteralmente sciupata a furia di letture... Ricordo che l'ho trascritta interamente a mano per poter restituire l'album al mio amico ed ho trascorso settimane intere a tradurla. Devo ancora conservare le mie traduzioni di allora... Anzi qualcuna l'ho ritrovata nel corso di uno "scavo archeologico" recente... E' stata un'incredibile emozione. Per me quella poesia è davvero stupenda e sono veramente contento di averla conosciuta all'epoca... Mi apriva letteralmente un mondo... Perchè quello era un Dylan che si esprimeva con una grande sincerità... Non si nascondeva dietro le immagini, i simbolismi, i salti di logica o i giochini che sarebbero venuti di lì a poco... Furono quei versi a farmi vedere Dylan in una luce straordinaria.

MF: E la musica?

RB: La musica mi piaceva naturalmente... "Bringing it all back home" è un disco che ho letteralmente rovinato per tutte le volte che l'ho ascoltato... Lo conosco a memoria ancora adesso...

MF: Quindi hai conosciuto prima il Dylan "elettrico" e poi quello "folk"...

RB: Proprio così... Il primo disco di Dylan, "Bob Dylan",  l'ho comprato solo diversi anni dopo... Sai, allora i dischi "duravano" di più... Avevano una sedimentazione più lenta ed una capacità di influenzare più dilatata nel tempo... Ricordo che quando comprai nel '68 "The times they are a-changin'" era un disco che ancora era attuale, quasi ancora sconosciuto...
Ti aggiungo un'ultima cosa sui testi, che mi sembra divertente... Nel 1968, nel pieno di questo mio fervore, avevo un amico che comprava gli spartiti, perchè si dilettava a suonare la chitarra. Allora, dagli spartiti saltavano a volte fuori delle canzoni inedite perchè Dylan aveva depositato i famosi Witmark Demos, i famosi Leeds demos canzoni che lui aveva registrato e di cui aveva depositato i testi pur non pubblicandoli su album ufficiali... C'erano canzoni come "He was a friend of mine", "Lay down your weary tune", "Tomorrow is a long time" (che era bellissima), "Who Killed Davey Moore?" (perbacco!)... Ce n'erano tante... Questo mio amico, oltre a questi primi spartiti, comprò anche gli spartiti delle canzoni di "John Wesley Harding". Quando l'album era uscito io non lo avevo acquistato (a circa 16 anni avevo i soldi contati e dovevo fare naturalmente delle scelte...) e mi avevano detto che non era più il Dylan dei "vecchi tempi"... Tra l'altro quell'album credo non sia praticamente mai "circolato" nelle radio... Forse hanno diffuso solo "I dreamed I saw Saint Augustine", o almeno così mi sembra di ricordare... Ad ogni modo la voce che circolava era che non si trattava del Dylan del periodo precedente all'incidente motociclistico e che era molto cambiato... All'epoca, sai, si faceva poi presto a scartare...
Ad ogni modo io presi questi spartiti di John Wesley Harding e me li portai in vacanza... Facevo all'epoca queste vacanze lunghissime, che duravano anche due mesi e più nella casa dei miei nonni in montagna, in Cadore. Ricordo che quelli erano lunghi e felici pomeriggi che però erano anche pieni di vuoto, in un paese in cui non c'era la televisione... A stento si riusciva ad ascoltare la radio... Dunque avevo molto tempo libero e ne approfittai per tradurre i testi di John Wesley Harding... E quella fu un'emozione straordinaria... Ricordo che c'erano dei testi eccezionali... Ricordo in particolare "The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest"... E poi (con enfasi) "All along the watchtower"... Perbacco! Quando poi me la ritrovai alla fine dell'anno nella versione di Jimi Hendrix... Sembrava quasi che mi avesse letto nel pensiero...

MF: Insomma possiamo dire che il nome di Dylan non lo conoscessero in molti nei primi anni '60...

RB: Sì. Era un nome che in pochi conoscevano ed era un personaggio che non era stato "approfondito"... Ogni tanto ne parlava Furio Colombo, per esempio... All'epoca non c'erano approfondimenti praticamente per nessun artista del genere... Questo fino al 69 quando arriva quel giornale strano, romano, che si chiamava "Big" che si premurava di guardare anche ai nomi nuovi... Altrimenti le riviste di settore erano "Giovani" e "Ciao amici" e negli anni 60 parlavano di Rita Pavone, di Gianni Morandi... Rita Pavone oggi magari ci fa sorridere ma io ho trovato un numero di "Big" del 67 dove c'è scritta una cosa molto divertente su Rita Pavone... Si riportava che ci sarebbe finalmente stato un special della RAI sui Beatles e si esaltava il fatto che lo presentasse Rita Pavone che era vista come una sorta di tramite con quel genere... Questi pazzi pensavano che Rita Pavone essendo una ragazza (aveva 20 anni) fosse il tramite con i giovani. Noi sapevamo che non era così e che c'era un salto netto tra la musica ed il mondo che lei rappresentava e quello che invece rappresentavano i Beatles... Ma non era entrato nella testa. I Beatles rappresentavano una variante del mondo giovanile che comprendeva anche Rita Pavone, Ricky Shayne, Gianni Morandi... Le articolazioni erano ben diverse, ben distanti...

MF: C'è questo aneddoto, riportato anche da G. Salvatore nel suo libro, se ricordo bene, per cui uno dei primi a scoprire Dylan, a possederne i dischi, a studiarlo, fu Lucio Battisti il quale andava all'estero per cercare i suoi dischi e che cercava di valorizzarlo parlandone con amici e con gli altri musicisti...

RB: Probabile. Battisti frequentava molto le "Edizioni Ricordi" dove c'era il papà di Mogol, il mitico Mariano Rapetti. Lì arrivavano un sacco di dischi stranieri tra cui anche quelli di Dylan. Dunque sicuramente Battisti già all'epoca ha avuto modo di ascoltare i dischi di Dylan... Io sono sicuro anche di un'altra cosa e mi spiace ovviamente che Battisti non me lo potrà più confermare... Di sicuro Lucio conosceva i Byrds, che cantavano molti pezzi di Dylan. Li conosceva bene e si sente in molti suoi brani. Ma c'è anche un complesso minore chiamato Box Tops che sono sicuro Battisti abbia molto ascoltato... Beh, quelli erano ascolti strani in quel periodo... Battisti era sicuramente un avido ascoltatore di materiale poco conosciuto ed inoltre alla Ricordi all'epoca girava spesso Ricky Gianco che sicuramente era uno che ascoltava molto Dylan e che Battisti conosceva bene... Gianco era sicuramente uno dei "terminali" italiani di Dylan...

MF: E poi c'è la celebre frase di Battisti da "Registrazione" (album "E già") in cui canta: "Da Dylan ho imparato a dire quello che mi pare".
Tornando all'argomento "Rita Pavone" ed a quello che allora sentivano i giovani in Italia mi viene da supporre che anche tutto il discorso del "Dylan pacifista", del "Dylan difensore dei diritti civili" e tutta l'aneddotica inerente fosse ben poco sentito, se non addirittura sconosciuto, in quei primi anni '60...

RB: Senza dubbio. Anche uno come Guccini, ad esempio, non è che poi conoscesse Dylan in maniera così approfondita... Guccini mi ha poi raccontato che il suo legame con Dylan e quel mondo era dovuto ad una chitarrista, Deborah Kooperman che suona anche in alcuni suoi dischi, che arrivò a Bologna intorno al 64... Quando Dylan è nel suo fulgore, quindi, nel periodo Greenwich Village, nel '62/'63, in Italia invece non siamo nemmeno all'anno 0.
Il Beat in Italia non esiste... Comincia nel 65 con l'Equipe 84 e gruppi simili... Certo poi uno può trovare qualche accenno anche prima ma poco rilevante. In pratica il Beat inizia da noi quando è praticamente già finito in Inghilterra... La sfasatura temporale relativa all'arrivo dall'estero di un fenomeno musicale, che oggi è di mesi se non addirittura di pochi giorni, all'epoca era invece di anni...
Dylan nell'estate del '66 ha già chiuso la prima parte della sua carriera ed è una parte che già da sola sarebbe bastata a consegnarlo alla Storia del Rock ed a far scrivere decine, centinaia di libri su di lui. Ed invece, se noi azzeriamo la storia in quel momento, in Italia il nome Dylan non significa praticamente nulla. La dimostrazione è quello che io vado sostenendo da anni, che quando si parla del Dylan degli anni '60, in Italia, si continuano a tirare fuori le solite tristi cose, i soliti luoghi comuni, le marce per la pace, il legame con Joan Baez... Perchè erano quelle poche cose che in quegli anni si erano "fissate" nella memoria. E' mancato in quegli anni un'approfondimento. Tutto avviene poi negli anni '70. Ed incredibilmente ancora oggi spesso si fa riferimento a quelle cose che continuano ad essere raccontate come un "Salve Regina", mentre si sgrana il rosario... Con tutto quello che Dylan ha invece fatto... (con aria insofferente) Basta!

MF: Già! Come mai secondo te ancora nel 2001 compri un giornale e ti presentano Dylan come "cantante di protesta", come "il menestrello difensore dei diritti civili"...?

RB: Sono etichette dovute al fatto che in quegli anni Dylan colpì la "fantasia" per quel motivo... Tanto per fare un esempio: la storia di Dylan con la Baez è nata e morta in un'estate e siamo ancora qui che ce la raccontiamo... E sembra che sia stato quasi una sorta di punto cruciale nella storia di Dylan. Lo è stata per certi versi ma esistono cento, mille altre storie molto più cruciali.
Questo è un segno evidente dell'ignoranza italiana nei confronti di Dylan. Comunque uno dei pregi di Dylan è di essere sempre andato avanti per la sua strada... Molti artisti di quell'epoca invece sono "rimasti lì"... Come diceva Robbie Robertson "sono rimasti al reparto parole"... Mentre Dylan dal "reparto parole" è subito emigrato al "reparto musica" ed ha realizzato quello che sappiamo...

MF: Cosa ne pensi di questo Nobel per la Letteratura al quale ormai ogni anno Dylan è candidato?...

RB: Qualora si assegnasse un Premio Nobel a Dylan lo si dovrebbe fare secondo me come simbolo non soltanto di un intervento profondo, che ha dato un senso profondo alla musica Rock (ed alle parole), ma anche e soprattutto come simbolo di un "matrimonio" delle parole con la musica, che è un tratto della nostra epoca che invece fino a qualche decennio fa era vista come una cosa futile o eccentrica. Darglielo invece solo per "le parole", in quanto scrittore quindi, non avrebbe senso secondo me. Certo, dare un Nobel a Dylan sarebbe un segno un pò provocatorio ed un pò simbolico... Bisogna tenere conto che l'Accademia di Svezia ha sempre premiato autori molto difficili, anche ai margini, con un occhio ad una letteratura planetaria molto di "elite". Sarebbe per loro un pò come dire: "Vi dimostriamo che non siamo così di "elite" ma nello stesso tempo facciamo una cosa rivoluzionaria" perchè premiamo un poeta rock dando nobiltà a quella che è sempre stata considerata una sotto-categoria, un riconoscimento a quello che la musica rock ha saputo fare non solo a livello di musica ma anche di parole negli ultimi 50 anni.

MF: In seguito alle critiche che il New York Times mosse a Dylan all'indomani del concerto del Madison Square Garden del '92 che celebrava l'anniversario dei suoi 30 anni di attività De Gregori scrisse un articolo in cui, ribattendo alla frase del NYT secondo cui Dylan aveva la voce di un cane ferito, affermò che secondo lui non aveva senso cercare in Dylan la calligrafia del bel canto, sostenendo che: "Dylan non ha una voce. Dylan è una voce". Qual è il tuo pensiero al riguardo...?

RB: Sono assolutamente d'accordo. Dylan è una voce. E' una voce cangiante. Dylan non ha una voce ma ne ha mille. Forse quello che ad alcuni, alcune volte può dar fastidio nella voce di Dylan è che in certi momenti sembra poco "scavata", poco modellata. Sembra cioè che deliberatamente a volte sia eccessivamente brusca, eccessivamente chiusa, sua e solo sua. Penso al modo in cui dal vivo spesso accelera la pronuncia dei versi di molte canzoni che invece metricamente vorrebbero un ritmo più lento, più calmo. Una volta mi sono accorto che stava cantando "Blowin' in the wind" dopo cinque minuti... La cosa comunque non mi dà fastidio, anzi è anche divertente se vogliamo... E' bello che un artista operi una sorta di travestimento delle proprie canzoni.

MF: Più di una volta nel corso degli ultimi 40 anni si è sentito parlare di un Dylan ormai finito in corrispondenza di vari momenti tra cui ricordiamo quello della svolta elettrica (era "finito" per i moltissimi fans che lo adoravano in quanto folk singer), il periodo della "svolta cristiana" (si convertì alla religione dei Cristiani Rinati), il periodo del dopo incidente motociclistico di Woodstock (se ne uscì con dischi country), il periodo degli anni '80 in cui anche da un punto di vista commerciale sembrava non avere più molto da dire... Tu hai mai avuto la sensazione di un Dylan "finito", da ricordarsi solo in chiave nostalgica?...

RB: Beh, il periodo cosiddetto cristiano arriva in un momento in cui bene o male si era consapevoli del fatto che Dylan avesse mille facce e risorgesse continuamente dalle proprie ceneri. Per cui nonostante una certa sorpresa si sapeva che quel periodo prima o poi sarebbe finito. Credo che nessuno immaginò all'epoca che potesse durare più di tanto... Ad ogni modo ritengo che il primo ed il terzo album siano buoni. Avevo "sofferto" piuttosto su "Saved". Forse il periodo in cui si ebbe la sensazione che veramente Dylan non avesse più nulla da dire fu quello dei primissimi anni '70. Ricordo in particolare l'uscita di "Nashville skyline" che venne accolto malissimo. Si considerava "Lay lady lay" una canzone assolutamente improponibile. L'errore che si faceva in quegli anni era dovuto al fatto che all'epoca "surfavamo" sull'onda della novità, delle cose che stupivano in quanto
nuove... Non c'era nè il tempo nè la voglia di fare un passo indietro, di dire: "Okay, questo non è più un Dylan di tendenza ma un Dylan che fa un discorso particolare". Invece si era molto drastici e si scartava senza alcun dubbio. Via uno avanti un altro. Una cosa simile avvenne con Frank Zappa, altro mio artista amatissimo. In un certo momento non faceva la musica che a me piaceva, quella sperimentale, capricciosa, nuova, che aveva invece fatto in precedenza. Se ne usciva con un album come 200 Motels in cui dava sfogo alla sua anima da "musical" ed io lo "scartavo"...

MF: A questo proposito, un disco di Dylan da rivalutare?...

RB: Sicuramente Infidels. Lo considero uno dei suoi dischi più belli. Anche "John Wesley Harding" l'ho apprezzato molto di più nel tempo, un album alquanto atipico nella produzione di Dylan, un album che ha una sua severità. Ho rivalutato molto anche
"Desire" al quale all'epoca in cui uscì dedicai una recensione cattivissima, perchè non mi piacevano quei sapori tex-mex che lo caratterizzavano. Non mi piaceva il violino di Scarlet Rivera nè la voce di Emmy Lou Harris, ma devo dire che erano solo delle mie fisime. Quella è stata la mia stagione "khomeinista", in cui dicevo "se un artista non ha il suono classico che lo ha caratterizzato non merita...". Non si aveva cioè la voglia di seguire i percorsi personali che a volte incrociavano le linee di tendenza che a me piacevano ma altre volte ne uscivano clamorosamente. Ecco perchè, tornando a "Nashville Skyline", fu un vero shock quell'album... Non parliamo poi di "Self Portrait", un'abiura totale... Un disco che ancora adesso trovo bruttissimo. Aggiungici poi il concerto dell'Isola di Wight in cui, narrano le leggende riportate dai giornali dell'epoca, i fans avevano costruito con delle pietre una croce sulla spiaggia ed avevano scritto "Qui giace Bob Dylan". Perchè lì davvero Dylan era diverso, retrò, aveva l'aspetto del "giovin signore" che faceva musica country. I suoi testi non erano più così interessanti, almeno apparentemente. In realtà si sarebbe dovuto approfondirli, ma non c'era tempo ed incalzava un altro tipo di musica.

MF: Ed il ritorno in auge di Dylan?...

RB: Quello avvenne con "Planet waves". Ricordo ancora che scrissi una recensione di quel disco su "Ciao 2001", rivista per la quale collaborai per un breve periodo. Loro mi davano carta bianca soprattutto per quanto riguardava la lunghezza dei pezzi, così scrissi una "sbrodolata" in cui esaltavo il disco e ricordo perfettamente la tesi portante di questo articolo che era: "Finalmente torna il vero Bob Dylan!". Anzi colgo l'occasione per chiedere ai lettori di Maggie's Farm: "Se qualcuno ha ancora quel vecchio articolo e me ne fa avere un copia lo ringrazio...".

MF: Quando hai visto per la prima volta Dylan dal vivo?

RB: Avvenne ai tempi di "Street Legal", un album che non mi era piaciuto particolarmente... Ero a Parigi e seguii due concerti in quella città... Non sono mai stato comunque un fan da concerti... Preferivo ascoltare la musica a casa mia in tutta tranquillità... Quella dei concerti dal vivo non era una dimensione che mi interessava molto... Di Dylan ne avrò visti poco più di una decina...
A proposito di "live", un album che proprio non mi piaceva era"Before the Flood". Era un disco in cui non c'era la giusta intensità... C'era solo una forza, un'energia nella musica che vorticava e si portava via tutto. In quel disco secondo me la Band era "poco Band", non aveva quei bei timbri che si ascoltavano nei loro dischi.

MF: Puoi parlarmi della vexata quaestio relativa alle traduzioni di Tito Schipa, Jr. delle canzoni di Dylan? Sono moltissimi quelli che le detestano... Perchè è così difficile rendere i testi di Dylan in italiano?...

RB: Beh, io sono il responsabile di questa cosa perchè Tito l'ho voluto io e fino alla morte dirò che sono bellissime traduzioni. Tutte le altre traduzioni di Dylan che ho letto sono rigide, inanimate, sinceramente brutte. A scuola ci insegnavano che "versione" deriva dal latino "vertere"... Quindi prendere un testo e "girarlo". Probabilmente Tito ha a volte esagerato nel compiere questa operazione perchè è un cantautore, e si sente. Però una cosa bella che mi ha insegnato con le sue traduzioni è che lui nel 99 per cento dei casi rispetta la metrica originale. E' chiaro che questo ha portato in alcuni casi a delle esagerazioni. Ti racconto un aneddoto: ad un certo punto Tito doveva tradurre la canzone "Highway 61 Revisited"... Bene, mi manda la bozza su cui traduceva il titolo con "Firenze-Mare". Io gli dissi: "Ma sei matto?". Lui cercò di convincermi che per Dylan la
"Highway 61" era la strada della libertà, quella che dal suo paese lo portava in un mondo nuovo, una specie di terra promessa etc... e che per lui, romano, era l'equivalente della Firenze-Mare. Io pensai: "Allora per me quale doveva essere... la Milano/Como/Chiasso?..." (ride). Ecco, Tito a volte esagerava in queste cose però io credo di aver capito perchè quelle traduzioni non siano piaciute. Perchè a volte sono troppo colloquiali... Sono pieni di "'sta", "'sto" e cose del genere... Eppure, se ci pensi bene, quella è la lingua che usava Dylan scimmiottando il blues, parlando un linguaggio che non è "importante", ma è la parola spesa come la si spende nelle chiacchiere comuni... Onore al traduttore che ha fatto questa cosa... Se io oggi volessi fare nuove traduzioni di Dylan non potrei prescindere da quelle di Tito Schipa Jr., perchè il futuro è sempre un bambino sulle spalle di un gigante, che è il passato.

MF: Comunque anche a te risulta che le traduzioni di Schipa siano state poco apprezzate...

RB: Sì. Perchè quello è un Dylan "desacralizzato". Però ripeto che le traduzioni di altri le trovo assolutamente inaninimate, una serie di parole una dietro l'altra. Sembra che così facendo si rispetti l'originale, ma non è vero, è un modo per imbalsamare i testi. Personalmente non capisco come si possa non cogliere nel lavoro di Schipa una certa profondità, una certa eleganza

MF: Ma Dylan ha approvato le traduzioni di Schipa...?

RB: Credo che non le abbia nemmeno lette.

MF: Quindi pensi che Dylan non si interessi delle traduzioni dei suoi testi all'estero?...

RB: Non credo proprio...

MF: Ad ogni modo mi sembra di capire che il tuo è un invito rivolto a coloro i quali denigrano le traduzioni di Tito Schipa Jr. ad analizzarle con maggior attenzione non fermandosi alla prima lettura...

RB: Ripeto, io non capisco come si possa non accorgersi del lavoro enorme fatto da Schipa, dell'approfondimento... Inoltre si era anche cercato di fare un'edizione di un certo prestigio, di valorizzare i testi e le traduzioni anche da un punto di vista grafico, estetico. Una delle ragioni che mi aveva personalmente fatto allontanare dalle edizioni con le traduzioni di Stefano Rizzo che tradusse Dylan prima di Tito era anche la veste dal momento che erano stampate su librettini miseri, corpo tre, grigi, neri, parole stipate, non c'era un idea di libro e di agio per dare respiro a queste poesie. Forse l'unico difetto dei libri con le traduzioni di Tito era il prezzo...

MF: I tre libri della Arcana curati da Schipa arrivano fino all'album Empire Burlesque, giusto?

RB: Questo perchè la fonte originale era il volume americano che arrivava appunto fin lì. Io avevo contattato Jeff Rosen il manager di Dylan chiedendo il permesso di continuare con i testi degli album successivi usciti fino a quel momento, gli ultimi dieci anni, ed in un primo momento Rosen sembrava molto gentile e disponibile... Invece non ci fu modo di concludere la cosa... E del resto nemmeno in America hanno mai proseguito con i testi nuovi...

MF: Ma un eventuale nuova edizione come sarebbe accolta?...

RB: Secondo me ci sarebbero comunque polemiche... Perchè vedere le parole tradotte non ha mai lo stesso effetto che vederle in originale... E' chiaro che ogni termine ha un suo fascino in inglese e può perderlo se reso in italiano... Questo vale ovviamente non solo per Dylan... Le parole sono come delle conchiglie nelle quali puoi sentirci di volta in volta tutto e il contrario di tutto ed è chiaro che nel tradurle si perde sempre qualcosa.

MF: Inoltre bisogna riconoscere che le traduzioni di Schipa hanno il pregio di essere cantabili...

RB: E' quello che dicevo prima quando parlavo della metrica. C'è un rispetto della metrica che è molto piacevole... Pensa alla cadenza di Mr. Tambourine man, o di Just like a woman o allo snocciolare stretto di I want you... Se non riesci a rendere quelle cadenze non avrai mai una buona versione. A proposito di I want you ricordo una bellissima traduzione di Giorgio Calabrese, grandissimo paroliere, che la realizzò per i Nomadi. Ecco un'altra mia fonte dylaniana, i Nomadi. Io avevo comprato quel mitico disco che è Per quando noi non ci saremo in cui c'era quella bellissima versione di I want you.

MF: Un argomento collegato: prima mi hai detto che inizialmente eri stato subito affascinato soprattutto dai testi di Dylan... Secondo te ha un senso tentare di "spiegare" le canzoni di Dylan, soprattutto quelle "oscure", quelle "ermetiche" (soprattutto degli anni '60) come fanno in molti (esistono dei siti in cui si fanno delle analisi allucinanti sezionando parola per parola i testi di Dylan)?

RB: Un proverbio cinese dice: "Lo sciocco guarda il dito che indica la luna". Io guardo la luna, non il dito. Quindi nel caso di Dylan è inutile tentare di descrivere e dissertare sul dito. Voglio dire che un certo grado di approfondimento dei testi è necessario ma cercare di fare elucubrazioni su ogni singola parola mi sembra inutile. Inoltre molto spesso il senso è il non senso... Le parole a volte ti portano al guinzaglio, entri in un mondo in cui se non hai qualcosa da spiegare, da far rientrare in un ordine logico, ti lasci andare e le parole vanno per i fatti loro, creano delle strane, infinite connessioni... Quando questo processo è finito, pensare di ricostruirlo precisamente è un qualcosa di falso, significa tentare di mettere una cornice a qualcosa che prima non ce l'aveva. Se poi lo fanno altri, analizzando e sezionando, diventa ancora più buffo perchè il più delle volte vai a trovare delle connessioni fortuite e ne fai dei piccoli centri di "irradiazione di logiche" che ti portano lontanissimo...

MF: Qualcosa di simile l'hanno fatto Panella e Battisti negli ultimi album di Lucio...

RB: Anche se più in un secondo tempo... Le prime canzoni di Panella/Battisti avevano comunque una certa logica, giocavano sulla decostruzione, sullo straniamento, sulla perversione di concetti e di parole giocando anche lì col discorso "una parola tira l'altra", erano molto enigmistiche. Più avanti in effetti (penso ad esempio ad album di Battisti come "Cosa succederà alla ragazza") entriamo veramente nel campo della parola come "monade" che va ad accompagnarsi con altre "monadi" che tra loro non comunicano

MF: In un tuo celebre libro dal titolo "Paesaggi immaginari" era stata utilizzata come copertina la fotografia del disco Bringing it all back home con Dylan seduto in poltrona... Però al posto del viso di Bob era stato "fotomontato" quello di Frank Zappa... Era stata una tua scelta?... Puoi spiegarcene il significato?...

RB: Il fatto è che in quella copertina di "Bringing it all back home" io ho "vissuto" per anni (ride) nel senso che me la studiavo, cercavo i particolari... All'epoca quando compravi un album lo guardavi da cima a fondo nei minimi dettagli... Tra l'altro sul retro c'era un'altra di quelle bellissime poesie di Dylan, scritte in automatico... Quindi quando ho scelto la copertina per il mio libro ho voluto utilizzare quella del disco di Dylan, ho quasi voluto entrare io stesso fisicamente in quella copertina in cui avevo già "vissuto" tante volte con la mente, con l'immaginazione... Non a caso il titolo del libro è appunto "Paesaggi immaginari"... E' stato un gioco che mi è molto piaciuto e se dovessi fare un altro libro del genere mi piacerebbe ripeterlo magari con qualche altra copertina...

MF: Perchè il viso di Frank Zappa al posto di quello di Dylan?

RB: Zappa perchè ho voluto omaggiare un altro mio grande amore... Molto diverso da Dylan ma è un altro aspetto della mia mente... Ho voluto quindi creare una scena inserendovi i personaggi e delle situazioni legate alla musica che mi hanno colpito...

MF: Hai definito Bye and Bye una delle peggiori canzoni di Dylan... Come mai? Detesti il Dylan "crooner"'...

RB: Queste canzoni retrò, anni 40, sono un grande divertimento di Dylan, sono una specie di sua "ricerca del tempo perduto" e sicuramente lo divertono molto ma personalmente mi dicono poco anche se mi illuminano sulle sue radici che non sono solo quelle country, rock'n'roll, blues, non sono solo Leadbelly... Qualcosa di simile fa Leonard Redbone, famoso "revivalista". C'è da dire che se le fa Redbone "è il solito vecchio fissato" di cui non parla nessuno, se le fa Dylan ne parlano tutti perchè Dylan ha quel carisma che gli consente di mettere lo "spot" su certe cose...

MF: Di recente c'è stato il ritorno al successo anche commerciale di Dylan oltre che un rilancio della sua immagine a molti livelli... Love and Theft ai vertici delle classifiche mondiali... Il premio Oscar. Ora leggiamo che sarà addirittura probabile ospite a Sanremo (passerella criticabilissima ma che chiama solo chi "vende"). Secondo te ci andrà davvero al Festival?

RB: Conoscendo Baudo che ha affermato l'interesse per Dylan credo che sia molto probabile. Alla casa discografica farà piacere e se Dylan è di luna buona verrà. In queste occasioni Dylan si muove solo per cachet stratosferici ma del resto è naturale perchè in quel caso "compri il Mito". Secondo me è facile che venga e sono pronto a scommettere che farà una delle sue esibizioni scontrose e musone col cappellone da cowboy... (sorride)

MF: Com'è mutata la critica musicale italiana da quando hai iniziato ad oggi?...

RB: Io ho scritto il mio primo articolo nel '69. In quegli anni non esisteva praticamente una critica musicale. Esistevano dei giornalisti musicali che erano "funzionali" al tipo di riviste per le quali  lavoravano che erano poi i giornali destinati ai teen-agers. Erano tra l'altro i tempi "pre-Internet" in cui si davano le notizie con la calma e la comodità dovuta, senza approfondimenti, cercando di assecondare quello che era il gusto corrente. Negli anni 70 è successo qualcosa con la nascita di alcune riviste di tendenza che andavano a cercare cose particolari, cercavano di approfondire gli argomenti. A cominciare da "Ciao 2001" su un versante più commerciale, poi riviste politicizzate come "Gong" o "Muzak"... C'è stata un'idea diversa, se vogliamo anche di piccola letteratura musicale che poi ha avuto i suoi frutti. Quelli secondo me sono stati gli anni migliori perchè c'era un pubblico molto attento che ti lasciava libero... C'era una grande fame di musica... Una febbre, una passione... Uscivano ancora belle cose... C'è stato un vortice che poi è continuato in parte negli anni '80 ma andando via via sbiadendo sempre più. Oggi invece c'è una grandissima informazione, gli artisti fanno molta promozione e contattarli telefonicamente di persona è molto facile. C'è anche un'idea di "storia del rock" che allora non c'era. Quando nell '85 realizzai l'Enciclopedia del Rock c'erano pochissimi esempi anche all'estero, oggi ce ne sono decine... E' un  mondo completamente cambiato. Detto questo però la qualità della scrittura, dell'approfondimento mi sembra comunque carente salvo rari casi. Inoltre oggi si è arrivati ad un tale grado di diffusione delle informazioni, dei dettagli, che siamo quasi ad una sorta di rumore bianco, troppe voci che dicono troppe cose...

MF: Mi sembra di capire che forse negli anni '70 c'era uno "scopo" per la critica musicale che oggi si è perso... L'idea di voler "guidare", di voler influenzare...

RB: Sì, ma quello è stato anche un limite... Ad ogni modo anche oggi c'è tutto sommato questo scopo di voler "guidare"... Quello che io depreco maggiormente è la meschinità e la miopia di certa stampa. E' il fatto che dagli anni '80 la critica musicale si è divisa in tribù... Ogni tribù parla ai propri "adepti". Manca una visione d'insieme. Ognuno guarda esclusivamente al proprio orticello. Si è addirittura affermata l'idea, che non solo è tollerata ma addirittura auspicata, della divisione della critica musicale per generi. "Quella è la MIA musica e ne posso parlare solo io...". Qualsiasi opinione venga dall'esterno della "tribù" è considerata come un nemico da combattere.

MF: Prima parlavi di Internet e del fatto che oggi come oggi c'è forse fin troppa informazione anche in campo musicale... Mi è venuto in mente a questo proposito che uno scherzo entrato nel mito come quello che tu facesti ai tempi di Gong e relativo al disco fantasma di "Crosby, Still, Nash & Young" sarebbe assolutamente improponibile... Vuoi ricordare l'aneddoto vagamente goliardico?...

RB: Ah, quello fu un episodio molto divertente... Avevo già fatto uno scherzo simile recensendo su Freak un disco inesistente dal titolo Smiles of Heaven, realizzato da stelle del rock. Era uno scherzo destinato al mio amico Paolo Carù.
Ho ripetuto lo scherzo tempo dopo recensendo su Gong un disco del tutto inesistente di Crosby, Still, Nash & Young. Sudiai i dettagli, il titolo, la copertina... Insomma mi inventai un disco vero e proprio con tanto di titoli etc. che in realtà non era mai esistito... Il fatto è che in moltissimi ci cascarono e addirittura la Casa Discografica che nel frattempo era tempestata di richieste del disco inesistente, fu costretta ad emettere un comunicato stampa dove dichiarava che il disco non esisteva. Era un mondo completamente diverso, più beato, più tranquillo... Oggi una "truffa" del genere sarebbe smascherata nel giro di poche ore... Allora era tutto diverso... Più semplice, anche...

MF: A questo proposito chissà se oggi come oggi Francesco Guccini scriverebbe ancora quei versi della sua celebre "Avvelenata" in cui citava il tuo nome in termini non proprio lusinghieri... Ricordiamo infatti che sicuramente "passerai alla storia" della musica oltre che per la tua preziosa opera storico-critica anche per essere stato il "protagonista" di una delle più celebri canzoni d'autore italiane, quella "Avvelenata" di Francesco Guccini...

RB: Oggi ci sarebbe intanto una fila di giornalisti che vorrebbero essere immoratalati nella canzone, anche con un insulto (ride), un avvocato della EMI direbbe sicuramente a Guccini di non pubblicare quella canzone, perchè sarebbe controproducente... Quel brano, uscito nel '75, Guccini in realtà lo aveva scritto non per metterlo su disco ma solo per eseguirlo durante i concerti, cosa che faceva regolarmente. Io però non andavo ai concerti di Guccini e quindi non ne ero a conoscenza. Mi fu detto da altri che in quella canzone Guccini mi attaccava (nota di Napoleon per quei due o tre che non conoscono la canzone. Il verso recitava: "Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito un pio un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate"). Così io a Luglio presi il mio treno e andai a trovare Guccini in via Paolo Fabbri a Bologna, dove abitava. Non è che avessi
intenzioni bellicose ma solo volevo capire esattamente il motivo. Io infatti non conoscevo Guccini e credevo che lui non conoscesse me. Poi scoprii che lui era rimasto negativamente colpito da una mia recensione di un suo disco, "Stanze di vita quotidiana", apparsa su Gong. In quella recensione criticavo quel disco di cui non mi era piaciuta in particolare la frase "Stare a letto il giorno dopo è forse l'unica mia meta" che mi sembrava lasciasse intuire un eccessivo disimpegno da parte di Guccini. Scrissi allora una frase che sono poi andato a rileggermi quando ritrovai la recensione, frase che recitava più o meno:
"Francesco Guccini non appartiene più a se stesso..." (ride). Insomma facevo un'operazione di straniamento della persona dal personaggio e quindi colpivo violentemente la persona perchè non aderiva al personaggio. Fatto sta che arrivai a casa
sua e lui mi cantò l'Avvelenata "in diretta" e poi mi disse: "Guarda, io ti facevo una persona diversa ma conoscendoti mi sono ricreduto..." e cose del genere, e si offrì di togliere il mio nome dalla canzone. Io gli dissi che assolutamente doveva lasciarlo...

MF: Meglio così, forse... Ti fece molta pubblicità...

RB: E' quello che dico sempre anch'io (ride). Molti miei colleghi non l'hanno mai mandata giù quella cosa che fossi citato io e non loro...

MF: Già, perchè significava riconoscere la tua autorevolezza... Tutto sommato fu anche un complimento, se vogliamo...

RB: Esatto. Perchè c'è da dire che all'epoca non è che fossi famoso però effettivamente ero considerato influente. Il mondo era più piccolo... Nel mondo musicale il mio nome era uno dei pochi. Oggi ce ne sono tanti...

MF: A proposito ho visto qualche anno fa Guccini in concerto... Sai cosa canta quando arriva al verso incriminato dell'Avvelenata?...

RB: (ridendo) Sì, lo so... Lo sostituisce con altre parole perchè dice che ormai di me non si ricorda più nessuno... Pensa che anni dopo ho rischiato di beccarmi una "Avvelenata parte 2" per una cosa che scrissi su di lui prendendolo un po' in giro per qualcosa che aveva scritto su "Cuore"...

MF: Con Guccini siete amici?...

RB: Non si può dire che siamo proprio amici nel senso stretto del termine... Io gli voglio bene... Lui forse un pò meno (ride).
A proposito di Guccini, una cosa che non abbiamo sottolineato prima è che lui è uno dei primi che porta Dylan in Italia, anche se un Dylan del passato perchè lui si rifà al primo Dylan, quello dei talkin' blues (pensiamo a una canzone di Guccini come Talkin' Milano). Nei primi dischi ci sono molti riferimenti dylaniani... Una canzone come "Vedi cara" che richiama subito Don't think twice it's all right...

MF: Per concludere ti costringo ad un giochino tipico dei fans: classifica dei tuoi album preferiti di Dylan...

RB: Direi sicuramente Bringing it all back home, Blood on the tracks assolutamente, Highway 61 Revisited... Poi potrei aggiungere Oh mercy...

MF: Tieni fuori Blonde on Blonde?...

RB: Sì, perchè lo reputo un disco dispersivo, un eccessiva dilatazione di quello che già aveva fatto su "Highway 61"... C'erano delle cose belle ma anche molte meno belle... Secondo me era tipico del periodo... Nel '65 c'era maggior compattezza... Nel '66 tutti cominciarono un pò a "sbracare", perdevano la misura originale ed anche Blonde on blonde e pieno di troppe cose, andava secondo me studiato meglio...

MF: Dalla tua classifica comunque si evince che nel tuo gradimento non c'è ai primissimi posti il Dylan con l'etichetta di "cantante di protesta"...

RB: Sai... Prendi una canzone come "Blowin' in the wind"... Non è mai stata tra le mie preferite, nemmeno nell'ambito delle cosiddette "canzoni di protesta" di Dylan... Io ho degli strani amori... A me per esempio piace molto "The Lonesome Death of Hattie Carroll", mi piace l'incipit, mi piace il modo in cui Dylan la canta... "Blowin' in the wind" ha avuto il pregio di uscire al momento giusto però se parliamo di "canzoni di protesta" Dylan ne ha scritte di più belle... Tanto per fare un esempio qualsiasi in quel disco io preferisco sicuramente "Oxford Town", un brano che nessuno ha mai ricordato e di cui si è dimenticato anche Dylan... Una canzone molto bella, molto ficcante, accattivante...

Continuerei a parlare ancora a lungo ma il nastro è finito, il tempo è passato e fremo dalla voglia di farmi mostrare ancora le chicche dylaniane che già in passato Riccardo mi ha fatto vedere. Ci spostiamo quindi all'altezza della "zona Dylan" della sua sterminata libreria e Riccardo mi estrae dalle interminabili file di vinili un bel pò di dischi di Dylan. Bootleg su vinile tra cui il primissimo in assoluto "The great white wonder". Ed è qui che Riccardo mi fa la rivelazione più "sconcertante" di tutta l'intervista... "Sai che ho bootlegato Dylan?", mi dice con non chalance. "Cosa?", dico io... "Già, non divulgarlo troppo ma a suo tempo insieme ad un amico e sfruttando nastri che trovavamo in Inghilterra abbiamo fatto dei bootleg di Dylan...". Me ne mostra alcuni. "Il reato è ormai caduto in prescrizione - continua ridendo - Quindi ora lo posso dire...".
E poi vogliamo dire che Bob non ha ragione? E' proprio vero. AMORE=FURTO. Love and Theft.
Bertoncelli ci aveva già pensato più di vent'anni fa.
Michele Murino

Ed ecco di seguito alcune immagini con alcune rarità dylaniane dalla collezione sterminata di Riccardo. La prima immagine qui sotto è una prova di stampa con la primissima versione, mai pubblicata, della foderina interna dell'album Infidels che fu poi sostituita da quella che tutti conosciamo e che è apparsa sul disco ufficiale. Riccardo è riuscito ad ottenerla tramite la Casa Discografica di Dylan ("Ero in visita e quando l'ho vista ho chiesto se potevo tenerla...").
Nella seconda immagine i particolari delle 4 foto della foderina.


 

E questi sono i dati riportati sul bordo della foderina

Nelle tre immagini sottostanti le copertine di alcuni dei tanti bootleg su vinile della collezione di Riccardo

I due album che seguono sono invece bootleg realizzati dallo stesso Riccardo (!!).

E questo è "Great White Wonder" il primo mitico boot di Dylan e, a quanto sembra, della storia dei bootlegs.
Segue un particolare.


 
Riccardo Bertoncelli è nato a Novara il 21 marzo 1952. Giornalista free- lance, scrittore, saggista, storico della musica Rock ha (citando le parole di Blind Boy Grunt - nome che ci ricorda stranamente qualcosa - dal retrocopertina di un libro dello stesso Bertoncelli) "attraversato trent'anni di rock immacolatamente, giungendo senza apprezzabili ferite o sordità ai giorni nostri, abbastanza lucido per raccontare quello che ha visto".
Riccardo Bertoncelli è "il personaggio che da` un impulso decisivo alla critica rock italiana" (Mario Ruobbi da "Storia della critica rock italiana). Dopo la fanzine dal titolo "Freak" che tratta i temi della musica underground americana e britannica Bertoncelli fonda prima Muzak e poi Gong, riviste dedicate alla musica alternativa, rock e non rock. Suo è il libro "Pop Story" che sempre Mario Ruobbi definisce "un evento rivoluzionario, che rivela a migliaia di giovani italiani l'esistenza di grandi musicisti misconosciuti, da Robert Wyatt a Captain Beefheart. E` quello il primo serio libro di musica rock pubblicato da un critico italiano".
Bertoncelli ha collaborato con le maggiori riviste di musica e con le maggiori case editrici italiane. Attualmente, tra le altre cose, dirige la collana "Bizarre" per il Gruppo Editoriale Giunti. Ha scritto o curato numerosi libri tra cui ricordiamo la oramai mitica "Enciclopedia Rock" (anni 50, 60, 70, 80), "Paesaggi immaginari - Trent'anni di Rock e oltre", "Un sogno americano - Storia della musica pop da Bob Dylan al Watergate", "Led Zeppellin - Rock & Roll Graffiti", "Storia leggendaria della musica Rock", "Jeff Buckley - Un hipster con la faccia d'angelo", "Miles Davis - Una biografia critica", "Tempesta elettrica - Poesie e scritti perduti di Jim Morrison", "Una vita da mediano - Ligabue si racconta" e molti altri. Attualmente la sua firma, oltre che su numerose altre, appare con regolarità su "Musica!" supplemento de "La Repubblica".

 
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