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di Glauco Benigni da Bob Dylan - Le risposte nel vento in formato poster - Ed. Ottaviano, 1980 |
I was young when I left home / and I've been all rambling
round / and I never wrote a letter to my home... era così che i
giapponesi partivano per star lontani anni dalla loro isola tecnologizzata
e scappavano dalle industrie al transistor e dalle metropolitane che sembravano
pollai ghiacciati e silenziosi.
I giovani americani marciavano su Washington per non
marciare contro Saigon e si sedevano sui prati cantando Masters or war.
Poi spiegavano ai truculenti padroni della guerra quanto non fossero degni
del sangue che scorreva nelle loro vene. Si aspettava il tramonto per far
l'amore su quei prati di canzoni aspirando il vento nel quale the answer
was blowing e molti scappavano di
casa, purtroppo per cercare una "libertà" che
era ancora una dea assoluta. Intanto i nord europei si ubriacavano di birra
a bassa gradazione alcolica, che spesso sapeva di piscio e basta, e sognavano
la Spagna e le donne dagli occhi bruni, dalle cosce piene e dal culo mediterraneo
e naturalmente anche la
California "and the grass" mentre cantavano lungo i canali
ordinati pieni di papere delle loro terre.
Qui in Europa le autostrade erano lunghe in quegli anni,
interminabili sotto le stelle, percorse da grossi camion di tutte le targhe
e su ognuno trovava posto un autostoppista con una chitarra che a sera
cantava Bob Dylan.
Negli ostelli degli incontri fortuiti e casuali, intorno
ai fuochi improvvisati c'era sempre una canzone per tutti, una lenta cantilena,
una inesorabile poesia di rabbia e di protesta.
The times they are a-changing, tutto cambiava ad una
velocità impressionante: era il tempo della motorizzazione, dei
grandi spostamenti, della ricerca degli spazi negati dal moloch triste
che viveva nelle metropoli dove già a quel tempo era difficile vivere.
Bob Dylan scriveva canzoni in continuazione, non si sapeva
nemmeno dove trovasse il tempo, e ognuna era un successo, ognuna metteva
in discussione un pezzo dei nostri giorni. Ad Amsterdam a Dam Plain c'era
chi lo suonava e viveva di questua, a Roma a Piazza di Spagna pure. Il
sogno di molti era un
pulmino, un sacco a pelo e una chitarra.
Lui, Bob Dylan, quando ricordava di essere uno Zimmerman,
assumeva già quel suo sguardo ebreo, impenetrabile e furbissimo.
La sua faccia ossuta circondata dai capelli ricci già appariva in
confezione posterino nelle camere di giovani pulzelle libertarie che prima
di addormentarsi si accarezzavano la patatina pensando a lui.
Aveva una risposta per tutti: era per la morte dei ruoli
di It ain't me babe... e allertava la gente sulla Hard rain that's gonna
fall, imminente catastrofica terza guerra mondiale fatta di dura pioggia
di relitti atomici. In cento, in mille, in
diecimila (un amico mio dice anche di più ) hanno
cominciato a suonare la chitarra per lui, perchè nelle loro giovani
orecchie con le cartilagini fragili che davano informazioni a un cuoricino
bramoso di totalità, rimanevano quelle sue nenie che suggerivano
un'identità a tutte le dissidenze possibili.
"Nel maggio del 1966 incide BIonde on Blonde. La canzone
folk di protesta di prima e il rock profetico e ispirato di poi sono sostituiti
da contenuti sempre più lirici e intimistici: non è un'eccezione
la bellissima Sad-eyed lady of the lowlands" dice di lui un critico tardo
dannunziano.
Poi un incidente di motocicletta quasi mortale lo stende
su un letto e gli impedisce di lavorare per quasi due anni. Certo a quel
punto gli deve essere successo un bel casino dentro il cervello.
Nel 1969, l'isola di Wight vede il suo grande ritorno
e poi fu il business. Qualcuno pensò che gli fosse andato un acido
di traverso. Bob Zimmermann detto Dylan diventò "uno che vendeva
centinaia di migliaia di dischi e che
guadagnava un pacco di milioni"; molti furono delusi
dal fatto che il profeta dell'anti-tutto si piegasse alle esigenze di produzione
delle case discografiche, ma non c'era niente da fare se non parlarne male
tra amici, se non smettere di
cantarlo e di suonarlo.
Lui stesso ci rimase male, anche se questo non gli evitò
di continuare a fare delle splendide canzoni. Si dice che le sue notti
di quei giorni (di quando si accorse di essere diventato una macchina per
far quattrini ), siano state
travagliatissime e allora si ritirò con pochi
amici, ma buoni, in una grande casa nel Massachussets e ci pensò
sopra. Ci pensò, ci pensò e decise di diventare il manager
di sè stesso e continuò a fare dischi su dischi e a guadagnare
milioni su milioni. La maggior parte dei testi, (dicono i maligni ), non
erano più suoi
e questo potrebbe essere confermato dal fatto che quando
uno arriva a trovare qualcuno che scrive per lui di solito gli danno un
dottorato e infatti così fu per Bob che ne ebbe uno, e non lo disdegnò,
dall'Università di Princeton.
"Non riesce a rinnovarsi nei contenuti, ricerca nuove
forme musicali reinterpretando il suo repertorio" dice il critico.
Ciò che ci preoccupava di più, però,
era il suo sguardo che era diventato più duro e metallico, e inoltre
il fatto che preferiva parlare pochissimo. I più fantasiosi azzardarono
subito l'ipotesi che fosse un Ufo, ma uno studioso di
antropologia culturale docente a Brindisi volle tentare
un chiarimento scientifico e scrisse in una rivista specializzata: "Prima
egli pensava che ci fosse una risposta nel vento e quelli che lo ascoltavano
pensavano ingenuamente che
fosse per tutti la stessa. Egli pensava ancora di avere
le spalle talmente larghe da sorreggere da solo la nascita di una nuova
cultura, ma poi si rese conto che era stretto dai rapporti di produzione
di un mondo infame che ti dà l'elettronica solo in cambio dell'anima.
I situazionisti lo avvertirono ma lui non aveva
dimestichezza col francese, lesse in modo distratto Guerriglia,
manuale di
conservazione della propria immagine, e alla fine pensò
di utilizzare in senso progressivo le grandi somme di denaro che accumulava.
Sono sicuro che sia impossibile esprimere un giudizio
complessivo sul suo operato. Il suo sguardo però testimonia la sua
solitudine e tutto il peso e lo sconforto di quella che per lui è
stata l'inevitabilità".
Ovviamente Bob non fu d'accordo ma non riuscì
a convincere nessuno.
P .S. Non pensate che quello che sta scritto sopra sia
poco e confuso: è quello che mi ricordo di lui senza sforzi. Se
dovessi andare a documentarmi scoprirei le tappe della sua crisi, le tappe
della crisi del movimento, le tappe della crisi dei movimenti di questi
anni, scoprirei le svolte, le impennate e i rilanci ma
non saprei rispetto a quale Ideologia ordinarle.
Preferisco fidarmi in questo caso delle sensazioni che
derivano dal suo ricordo perche in altri tempi l'ho amato molto e l'ho
cantato spesso.
Mentre scrivo guardo fuori dalla finestra e sento uno
scoppio. Non so se è un tubo di scappamento o uno sparo. Pigramente
accendo la radio e ve lo giuro non l'ho fatto apposta; canta lui. Bob Dylan:
I wish that for just one time / You could stand inside my shoes / and just
for that one moment / I could be You (Vorrei che almeno una volta ti mettessi
nei miei panni e che solo per un
momento io potessi essere te) Fosse 'o vero!
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