DYLAN NEGLI STATES
I nostri amici del Dylan Club di Belluno
ci raccontano il loro tour americano

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Buffalo è la nostra prima tappa,  il Darien Center è un grande parco divertimenti a circa 20 miglia di distanza dalla città e lontano da grossi centri abitati. Sembra di immergersi in una piccola Woodstock con qualche apprensione per la coda di macchine che si indirizzano verso l’enorme parcheggio. I Dead rimangono il gruppo di riferimento per la comunità hippy o per meglio dire per la filosofia di vita, sposata adesso per lo più da adolescenti o giovani che comunque possono permettersi i circa 50 dollari del biglietto e le birre piccole a 6 dollari l’una. L’età media di questa carovana multicolore che si dirige verso il luogo del concerto è  effettivamente bassa. Poco distante da me una piccola famiglia al completo con figlie di 4 e 5 anni vestite anche loro con canottierine sgargianti dai colori arcobaleno.
Siamo nel prato, abbastanza distanti dal palco e sembra che la maggior parte siano venuti per i Dead. 
Quando in perfetto orario Dylan se ne esce vestito di bianco il sole è ancora alto e si distingue ancora l’ottovolante che gira lontano. L’accoglienza per Maggie’s farm è comunque buona e la voce di Dylan si innalza roca e potente amplificata rispetto agli altri strumenti, molto di più di quanto accade in Europa. E’ la seconda volta che vengo a vedere Dylan negli States e si conferma la mia impressione di un popolo che cerca il divertimento e lo spettacolo piuttosto che il religioso e concentrato silenzio che anima i fans europei. Non è ancora finita la prima canzone che vedo uno dei pochi munito di maglietta di Dylan di “Time out of mind”, girare tranquillamente con una birra in mano.  Dylan è in buona salute, canta sempre un po’ chinato su una specie di pianola che assomiglia tanto a quelle che si acquistano ai bambini ai grandi magazzini per i regali di Natale. Tutto ciò gli permette di allungare la gamba indietro nel suo tipico movimento che usa per tenere il ritmo.  Prende in mano spesso l’armonica e continua a battere i tasti con l’altra, utilizzando lo strumento che si confonde molto spesso nella potente base ritmica messa insieme dalla band. Koella è già ben integrato ma ne esce un suono meno pulito di quando c’era Sexton. Inorridisco un po’  per l’arrangiamento di Mr. Tambourine Man. Non mi convince proprio. La scelta dei brani e anche la loro esecuzione sottolinea la distanza dal Dylan degli ultimi tempi molto acustico e vagamente country bluegrass. Sempre di profilo e defilato Dylan sembra coordinare il lavoro di Koella, di Bob Weir (dei Dead) e di Tony. Larry dall’altra parte del palco sembra un po’ accantonato e votato esclusivamente a compiti ritmici. Le uniche parole come al solito per presentare la Band e conclusione di rito con All along the watchtower ancora più potente dell’ultimo tour.
Dopo circa un ora i Dead entrano sul palco con un pezzo che con finisce più che mi ricorda vagamente il tour con Santana del 1984. Fortunatamente il pezzo successivo cantato da Joan Osborne è molto più coinvolgente e piacevole, parla di un treno ma  non ne ricordo il titolo. Il pubblico si scalda  e canta assieme.  La band sembra intonare Tangled up in blue e subito arriva Dylan dall’altra parte del palco con la sua solita pianola. La versione è deliziosa, anche per l’arrangiamento con la voce di Joan Osborne che sottolinea  il ritornello. Anche il pubblico dei Dead sembra conoscere e apprezzare la canzone. Viene così bene che Dylan forse per la prima volta nel tour prende in mano la chitarra per “It takes a lot  to laugh...” non esimendosi dal proporre i suoi improbabili assolo. Intermezzo al piano  e chiusura nuovamente alla chitarra per Alabama Gateway , molto coinvolgente e apprezzata. Dylan se ne va salutando a uno a uno i Dead e baciando la Osborne. Abbiamo promesso ai giovani vicini americani che ci fermiamo almeno per un’altra canzone. E’ un altro di quei pezzi che sembra non finire mai  abbondantemente sopra i dieci minuti che sono sufficienti per rispondere “yes” a chissà quali domande dei giovani americani che hanno imparato a urlare “birra” in italiano. Contrariamente alla prima impressione parecchie persone, specie nei posti davanti abbandona la scena non appena finita la performance di Dylan. Così  è per noi con qualche rimpianto  per lasciare l’atmosfera festaiola e la socialità dei nostri pazzi vicini.
Ci aspetta un giorno successivo difficile con tanto di levataccia mattutina, Holmdel è a oltre 500 chilometri.

 
 
 

 
 
DYLAN E PETTY
Giornata in macchina , veloce sosta in motel e partenza per Holmdel.  Siamo nel New Jersey la patria di Springsteen che la stessa sera suona a Philadelphia a poco più di 100 chilometri di distanza. I cartelli che indicano Asbury park sono a pochi chilometri.   Tuttavia come per il giorno prima il parcheggio è sconfinato e incredibilmente pieno. Prendiamo il pullman navetta  per arrivare al luogo del concerto. I controlli per entrare come per entrare in tutte le cose sono abbastanza severi,  non si possono portare borse di nessun tipo. 
Un anfiteatro naturale di prato fa da cornice a una struttura rotonda che ospita il palco e le poltrone a sedere. Nonostante la veloce prenotazione riservata ai fans di Bobdylan.com i nostri posti non sono un granchè.
Tutti si alzano quando un ragazzotto mezz’ora prima del concerto invita alle prossime serate e presenta l’inno americano. Nella stesso palco nei prossimi giorni suoneranno B.B.King, Cindy Lauper, i Kiss, i Jefferson, i Doors e altri ancora.
Tutti gli indizi portano a un Dylan di spalla a Tom Petty. E così è, infatti apre Dylan.  Il palco, il pubblico attorno, tutto è pronto per Petty. Dylan esce con Silvio e continua con If you see her say hello. Tutto è molto rock , se si eccettua una versione rallentata  e preziosa di It ain’t me babe. Per il resto molte concessioni all’ultimo periodo e poco allo spettacolo. Il grande schermo che si accenderà per le prime due canzoni di Petty rimane , come era prevedibile, spento.
Dylan suona il piano con lo stesso impeto del giorno prima, con le solite variazioni alla scaletta alternando pezzi meno veloci ad altri più tirati.
Durante i bis escono anche Petty e gli Heartbreakers Campbell e Tench, senza però alternare le strofe di Rainy day women  come mi sarei aspettato. E’ la serata di Petty che comincia il suo concerto ammiccando subito verso il pubblico. Le sue canzoni sono in buona parte quelle che si ascoltavano nel tour del 87 e la band è veramente potente sia a me che al mio amico Carlo ricorda più Springsteen piuttosto che Dylan. Il pubblico conosce tutte le canzoni e si esalta con le esternazioni del tipo “how do you feel tonight?” che Bob mai si sentirebbe di dire. Coinvolgenti anche gli intermezzi di “Aaeeeoo” e cose simili con cui chiama il pubblico a cantare. Durante Learnin to fly il pubblico si alza a cantare. Quando intona Handle me with care dei Travelling e Dylan non si vede, capisco che Bob non restituirà la cortesia di tornare per il finale, anche se la pausa prima del bis è talmente lunga che penso si stesse cercando di trovarlo. Anche la canzone finale Baby please don’t go sembrava preparata apposta per Bob, non ha però niente di blues e  suona rock come tutte le altre di Petty. 
Il giorno dopo Dylan ha in programma la chiusura ma è già stata programmata la gita a Washington.
 DYLAN DA SOLO
E’ incredibile come per tutta la preparazione del viaggio la cosa che più mi elettrizzava era di rivederlo con Petty e con i Dead, e invece mi trovo a desiderare di  vederlo da solo con la sua band.
Apre il concerto un gruppo con due graziose ragazze che cantano molto bene,  una delle due suona l’armonica per un intero brano e tutto il pubblico gradisce. Davanti a me una anziana signora in piedi incurante della calca sembra leggere la bibbia fino all’inizio del concerto. Di fianco purtroppo c’è un fan che comincia a scatenarsi ancor prima dell’uscita di Bob, si agita  talmente che sarà presto portato via dal servizio d’ordine. Per il resto il pubblico è formato sostanzialmente da giovani.
Bob arriva vestito di rosso, siamo finalmente più vicini, ma riusciamo  a vederlo a tratti immersi nella calca. Il teatro si scuote subito e il volume degli amplificatori spara Silvio con la voce roca e potente di Bob. Mi impressiona Highway 61,  tutto il pubblico è qui per lui e mi pare che in qualche modo lo senta. Specie Logfrens si agita nel palco e dà spessore alla band, mentre l’altro nuovo chitarrista (che mi pare essere uno del suo entourage) si vede per una canzone solo di fianco a Bob senza eccessivi svolazzi. Persino Koella che si era preso la scena che era di Bob visto che la sua posizione nel palco è parecchio defilata, sembra più tranquillo. La band è potente e ne esce un concerto che alla fine ci vede stravolti anche noi.
Le mie impressioni: E’ un Dylan sostanzialmente diverso dall’ultimo apparso in Europa. La Band è molto diversa, la scaletta è molto diversa, l’approccio di Bob è molto diverso.
Innanzitutto Dylan  che nel 2000 sembrava voler accontentare il pubblico è ritornato a cantare sostanzialmente per sé. Così pochi hits, poche parole (come il solito) e trasformazione delle scalette con  un energico rock. Quasi tutte le canzoni sono molto tirate e la chitarra di Koella mi suona più sporca di quella di Sexton ricordandomi un po’ Jackson. Dylan è di profilo e sembra più un direttore d’orchestra  (che guarda la sua band) piuttosto che un cantante attorno al suo pubblico.  Un po’ stride questa figura di rocker però che non fa nulla per aggraziarsi le simpatie di chi non lo ama. La cosa non mi sembra però ben definita. Se la precedente Band aveva raggiunto secondo me la perfezione con il tour europeo del 2000, questa non sembra aver trovato il suo assetto definito. L’apporto melodico di Dylan al piano è simile a quello che aveva con la chitarra, per buona parte impegnato a delle sottolineature ritmiche e sostanzialmente si perde nell’insieme musicale .Poi la presenza quasi continua di chitarristi ospiti sottolinea come anche Dylan probabilmente creda che due chitarre siano poche per supportare la base ritmica di Tony e George. Personalmente mi ha molto convinto la sua voce, l’esecuzione di canzoni che amo meno è stata convincente, ma  spero che non sia definitivo l’abbandono di almeno una sezione, anche piccola, acustica. Malgrado scalette a volte misteriose con metà canzoni dell’ultimo periodo, con altre semisconosciute e due o tre hits per serata è un Dylan che cerca ancora di essere diverso. Vedremo cosa succederà quest’autunno, in fin dei conti ha sempre dimostrato di saper arrivare a dare qualcosa in più di quello che vuole e qualcosa in meno di quello che gli altri vorrebbero.
Michele Talo

 
 

 
 

 


 
 
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Hai letto i precedenti racconti dal Neverending Tour?

RACCONTI DAL NEVER ENDING TOUR
cronache dei fans in tourneè con Bob Dylan
(clicca su ogni parte sottostante per leggere
i racconti dei fans dai concerti di Bob)
parte 1
parte 2
parte 3
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parte 5
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parte 30
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